31 luglio 2025

SALISBURGHESE - La Classe non è Sale

Rimanere di sale. Avere poco sale in zucca. Cum grano salis. Pagare un conto salato. Non sapere nè di sale nè di pepe. Spargere sale sulle ferite...Questi sono solo alcuni dei più popolari modi di dire che assumono il sale come protagonista. Ma gli utilizzi di questo sapido composto minerale sono almeno tanti quanti i proverbi che lo citano. Con il sale si conservano gli alimenti e si insaporiscono le pietanze. Il sale si getta sull'asfalto in inverno per evitare che la sua superficie geli. Il sale disinfetta, il sale nutre. Elemento indispensabile, possiede una versatilità unica e straordinaria, tanto da ritrovarlo nei luoghi più imprevedibili e negli impieghi più impensabili. Già, perchè forse sarà difficile da credere, ma con il sale si può costruire una città, anzi una delle città più eleganti ed aristocratiche di tutta l'Europa. Una città che però non ha il sapore del sale, ma quello di un luogo magico, condito di storia e farcito di bellezza.


Un posto simile esiste ed il suo nome è Salisburgo. Questa città, oggigiorno la quarta più grande d'Austria con i suoi 157.000 abitanti, ha saputo nel corso dei secoli distinguersi come centro di potere e polo culturale, ma le sue origini sono singolari e la sua ricchezza si costruì su un elemento davvero insospettabile, il sale per l'appunto. Il commercio di questa risorsa fu infatti per lungo tempo, dalle sue origini fino all'epoca moderna, la principale attività produttiva collegata a questa località: il sale veniva estratto in grandi quantità dalle miniere di salgemma delle vicine montagne, andando in seguito ad alimentare un mercato che valicando i confini cittadini generava un'ingente fortuna. Per chi non lo sapesse, la salgemma è un minerale composto da cloruro di sodio depositato nelle rocce dall'antichissimo contatto con le acque marine, seguito dalla loro evaporazione, retaggio arcaico di un'epoca in cui il pianeta era cosa ben diversa. Ci si aspetterebbe di trovare il sale in prossimità del mare, ed invece eccoci ai margini settentrionali delle Alpi. A discapito della sua posizione, il legame di Salisburgo con il sale è tanto forte da trarre da esso anche il proprio nome, in tedesco Salzburg si può tradurre letteralmente con "borgo del sale": tale appellativo lo si trova per la prima volta in documenti storici risalenti al 755 d.C. In effetti, le origini della città sono lontanissime: tracce di molteplici insediamenti sul luogo sono documentate a partire dall'età preistorica e più avanti il sito evolvette divenendo sede di accampamenti celtici. A partire dal 15 a.C., a seguito delle campagne di conquista condotte dall'imperatore Ottaviano Augusto, le piccole comunità celtiche che occupavano questo territorio confluirono in un unico centro abitato, generando in questo modo un ampio villaggio chiamato Iuvavon (latinizzato Iuvavum): secondo il costume diffuso anticamente di attribuire ai luoghi il nome del corso d'acqua che li attraversava, questo appellativo si pensa derivi da quello del fiume che ne percorreva i territori, noto all'epoca come Iuvaro (o Iuaro) ed oggi conosciuto, come vedremo più avanti, con una denominazione ben diversa. Da qui in avanti, la veste che Salisburgo assumerà nel corso del tempo sarà di nobile e pregevole fattura, frutto di una ben precisa circostanza che eleverà la città ad area di notevole importanza strategica, economica e culturale: dopo essere stata per breve periodo territorio ostrogoto a partire dal 493 d.C., essersi trasformata in località franca dal 536 d.C. ed essere entrata a far parte del territorio del Ducato di Baviera a partire dal VI secolo, Salisburgo fu rifondata come sede vescovile nel 696 d.C. e venne proclamata arcidiocesi nel 798 d.C. da papa Leone III, sotto patrocinio del re franco Carlo Magno, con la nomina del suo primo arcivescovo, Arno da Salisburgo. In tal modo, la città divenne capoluogo della vasta provincia ecclesiastica bavarese i cui territori comprendevano la quasi totalità della Baviera e gran parte dell'odierna Austria. La sottomissione al vessillo bavarese, non limitò tuttavia l'autonomia di cui Salisburgo sempre godette e che la vide svilupparsi in seguito come località indipendente oltre che considerevolmente influente e decisamente molto ricca. Ricchezza che, come detto, la città ricavava dal commercio del sale e da quello dell'oro, di gran lunga le due attività produttive più proficue sul posto. Sull'onda di tale sviluppo, nel 1213 la città venne elevata a capitale del nuovo Principato Arcivescovile di Salisburgo proclamato autonomamente dall'arcivescovo Eberhard II Truchsess von Waldburg, una sorta di stato ecclesiastico indipendente, ad orientamento imperialista, i cui confini corrispondevano grossomodo all'odierno Salisburghese. A seguito di tale impresa, Eberhard II Truchsess von Waldburg subì la scomunica da parte di papa Innocenzo IV nel 1245, dopo aver lanciato un ultimo affronto all'autorità vaticana rifiutandosi di sottoscrivere un documento papale atto a deporre l'imperatore Federico II Hohenstaufen. L'arcivescovo morì l'anno successivo ma la sua eredità politica continuò a vivere per quasi sei secoli nella carica di fürst und erzbischof, vale a dire con il titolo di principe imperiale assunto dal 1278 in avanti da ogni arcivescovo salisburghese. Già dal 1275 il duca Enrico XIII di Wittelsbach aveva riconosciuto i confini di un vero e proprio stato con capitale Salisburgo, ancora comunque sotto influenza bavarese, evento che tuttavia avviò senza dubbio il successivo progressivo processo di separazione della città e dei suoi territori dal Ducato di Baviera. Il più antico statuto cittadino autonomo risale già al 1287; nel 1328 fu invece emanata una carta costituzionale che definì Salisburgo a tutti gli effetti come uno stato indipendente tra i confini del Sacro Romano Impero, portando in tal modo la città ad assumere il ruolo di area cuscinetto tra il Ducato di Baviera ed i territori asburgici. Tale sorprendente processo di sviluppo autonomo ed indipendente che vide Salisburgo protagonista subì però una violenta ed improvvisa battuta d'arresto nel 1348, quando un'epidemia di peste uccise circa un terzo della sua popolazione: la responsabilità della diffusione del morbo in città venne attribuita alla minoranza ebraica, risparmiata più di altre dal contagio, forse per merito dei regolari rituali di abluzioni e purificazione prescritti dalla religione ebraica ai propri fedeli. Interpretata in modo superstizioso, non privo di rabbia e paura, questa circostanza come una prova di colpevolezza, investiti loro malgrado del ruolo di untori, gli ebrei salisburghesi furono protagonisti di una feroce e disumana persecuzione. Furono accusati di propagare la malattia attraverso la contaminazione volontaria dei pozzi d'acqua, con lo scopo di annientare la popolazione cristiana, e la folle congettura fu supportata dalle insensate invettive lanciate dal pulpito da Ortolf von Weissenbach, arcivescovo di Salisburgo, carica non da poco in termini di autorevolezza. Il 13 febbraio 1349, il delirio collettivo sfociò nel più bieco abominio: una folla esagitata si riversò nelle strade per rastrellare, casa per casa, gli ebrei. Possiamo solo immaginare lo scenario infernale che si scatenò per le vie cittadine, tra urla ed implorazioni, persone che a forza venivano trascinate fuori dalle proprie abitazioni, percosse e violenze che non risparmiarono donne, bambini ed anziani. Gli ebrei furono imprigionati e costretti ad assistere, dalle loro celle, all'innalzamento delle pire sopra le quali sarebbero bruciati vivi se non si fossero convinti ad abiurare la propria fede per convertirsi al cristianesimo. Alle prime luci dell'alba del 14 febbraio 1349 si diede il via alle esecuzioni: circa 2.000 persone vennero assassinate sul rogo, i bambini vennero strappati alle loro famiglie per essere battezzati costrittivamente, i pochi superstiti che riuscirono a sfuggire alla morte, furono esiliati dalla città lo stesso giorno. La mattanza proseguì per ore alimentata dall'animalesca eccitazione della gente accorsa ad assistere allo scempio; al termine della macabra cerimonia, spinti da un ancor più atroce sciacallaggio, gli spettatori si lanciarono sulle ceneri dei giustiziati per trafugare quanto di prezioso li aveva accompagnati alla morte ed era sopravvissuto alle fiamme. Quella di Salisburgo non fu in quegli anni l'unica persecuzione contro gli ebrei, altre simili si registrarono in altre grandi località europee come conseguenza del propagarsi della peste. Oltre alla complicità ecclesiastica, tale sterminio ricevette l'approvazione anche dell'autorità laica, come dimostra l'editto promulgato dall'imperatore Carlo IV che poco prima dell'inizio dell'eccidio autorizzava la confisca libera e completamente arbitraria di ogni bene di proprietà degli ebrei. Pochi mesi dopo la conclusione di questi fatti, Carlo IV proclamò una sorta di amnistia plenaria per tutti i partecipanti alle persecuzioni contro gli ebrei, ulteriore sfregio alle numerose vittime del massacro. Ortolf von Weissenbach morirà invece pochi anni dopo, nel 1365, e nonostante le sue crudeli invettive che procurarono dolore e sofferenza a tante persone innocenti, o per lo meno non contribuirono a ridurli, sarà sepolto all'interno della Domkirche Sankt Rupert und Virgil, la cattedrale di Salisburgo. I colpi che l'epidemia e la violenza calarono sulla città lasciarono la propria impronta di decadenza decenni, una miseria dalla quale Salisburgo faticò non poco a risollevarsi. La crisi economica che accompagnò questo periodo portò alla popolazione pesanti tassazioni e profonda povertà, come se non bastasse la minaccia ottomana incombeva ai confini orientali come una belva feroce su una preda magra ed indifesa. La situazione deflagrò definitivamente nel 1473, quando Bernhard II von Rohr, asceso alla carica di arcivescovo solo pochi anni prima, nel 1466, di fronte al disastroso immagine che la città esibiva a sè stessa abdicò a favore di Johann Beckenschlager, salvo poi subito ritornare clamorosamente sui propri passi ricevendo il sostegno politico e militare del re ungherese Mattia Corvino, storico avversario degli Asburgo. Tale manovra non fece altro che accentuare ulteriormente i conflitti dai quali la città riuscì infine a sottrarsi solo il 14 gennaio 1482 con la rinuncia definitiva ed irrevocabile di Bernhard von Rohr alla carica di arcivescovo. Tali eventi, insieme all'instabilità politica che ne derivò, diedero principio ad una disputa territoriale volta a contendere i territori di Salisburgo, con l'imperatore Federico III d'Asburgo che già nel 1481 concesse alla città il diritto di libera nomina del consiglio cittadino e del borgomastro, privilegio tuttavia presto abolito dall'arcivescovo Leonhard von Keutschach, in carica dal 1495 al 1519, il quale per mezzo di un'azione netta e repentina imprigionò nel proprio castello il borgomastro ed i membri del consiglio nel tentativo di assumere la reggenza della città per donarle finalmente un ordine che Salisburgo non conosceva ormai da lungo tempo. Una nuova ondata di orrore e violenza investì però nuovamente la città tra il 1675 ed il 1690: la scintilla che accese la miccia fu l'arresto di una donna di nome Barbara Kollerin, macellaia di professione, accusata insieme ad un complice di nome Paul Kalthenpacher di stregoneria per aver sottratto denaro dalla cassetta delle offerte di una chiesa situata nei pressi di Hallein, alla periferia meridionale della città. Furono entrambi trasportati a Salisburgo per essere sottoposti a processo; la presunta strega fu giustiziata nell'agosto del 1675 ma non prima di aver confessato, ovviamente sotto tortura, di aver compiuto il misfatto sotto la protezione del figlio Paul Jakob Koller, il quale aveva stipulato un patto di alleanza con il demonio, dichiarazioni che ricevettero la conferma anche di Kalthenpacher probabilmente estorta con gli stessi metodi. Fu emesso un mandato di cattura nei confronti di Koller il quale divenne protagonista di una surreale caccia all'uomo dai contorni grotteschi resi più vividi dall'improbabile soprannome affibbiato l fuggiasco che da questo momento in avanti fu noto come "Zaubererjackl" o "Schinderjackl", letteralmente "Mago Jack" o "Macellaio Jack", epiteti abbreviati per comodità nel nomignolo "Jäckel". Le massicce ricerche volte a scovare il sedicente stregone, condotte sotto la guida dell'arcivescovo Maximilian Gandolf von Kuenburg, durarono ben quindici anni e non condussero ad alcun risultato: Koller non fu mai catturato. Nemmeno la notizia trapelata nel 1677 e riguardante la presunta morte dello "Zaubererjackl" riuscì a placare la fame di violenza ed infatti, nello stesso anno, fu tratto in arresto Dionysos Feldner, un accattone di dodici anni affetto peraltro da disabilità: interrogato e torturato, il ragazzino confessò una fantomatica complicità con Koller e l'esistenza di una setta segreta guidata dallo stregone e composta da giovani mendicanti ai quali il mago aveva trasmesso pericolosi insegnamenti di magia nera. Tali affermazioni condussero al tramutare una mania collettiva in follia sanguinaria: numerosi individui di giovanissima età, tutti poverissimi abitanti della strada, furono prelevati dai quartieri più miserabili di Salisburgo ed incarcerati, alle confessioni mendaci estorte con la violenza se ne aggiunsero altre che non fecero che alimentare la leggenda dei poteri leggendari dello "Zaubererjackl", il quale, un interrogatorio dietro l'altro divenne un essere sovrannaturale capace di rendersi invisibile, di trasformarsi in lupo e di comandare orde di roditori con la propria voce. Non esisteva persona in città che non conoscesse il suo nome, la sua fama di stregone ed assassino crebbe a dismisura tanto da indurre per paradosso le autorità a rinunciare alla sua cattura per paura dei poteri che gli venivano attribuiti. Non si fermarono invece gli arresti dei supposti complici del mago, orfani, mendicanti, straccioni, ladruncoli di strada la cui unica colpa era semplicemente quella di essere estremamente poveri ed indifesi: a molti di essi venivano imputate accuse che avevano a dir poco dell'incredibile, come causare il maltempo e guastare i raccolti agricoli. I processi che ne conseguirono, di qualità sommaria e passati alla storia come Verfolgungen Zaubererjackl Prozess (Processi del Mago Jackl) portarono alla condanna a morte di 139 persone, 39 dei quali erano bambini di età compresa tra 10 e 14 anni, suddivisi per genere in 113 uomini e 26 donne. Tutte le vittime tranne due erano mendicanti, il più giovane di esse fu una bimba di 10 anni di nome Hannerl, la più anziana fu invece l'ottantenne Margarethe Reinberg. Le esecuzioni raggiunsero il picco nel 1681 quando vennero giustiziate ben 109 persone: tutti i condannati furono sottoposti a torture e bruciati sul rogo, alcuni mentre erano ancora in vita, altri dopo essere stati uccisi per strangolamento, mutilazione o decapitazione. Nei quindici anni di durata delle persecuzioni, gli accusati di stregoneria furono in totale 198, tra i quali anche una bambina di appena 5 anni di età, più della metà di essi avevano meno di 18 anni di età: per immediata operazione matematica sottrattiva, è facile calcolare che appena una sessantina di persone sfuggirono alla morte dopo l'arresto. Questi numero portarono velocemente ad un sovraffollamento delle carceri cittadine e per questo motivo una parte dei prigionieri furono incarcerati presso quella che in seguitò diverrà famosa come la Hexenturm, la Torre delle Streghe, il torrione angolare nordorientale delle mura difensive eretto tra il 1465 ed il 1480 sotto l'arcivescovo Bernhard von Rohr. Dopo aver assolto il compito di arsenale, deposito di legname e magazzino, la torre venne danneggiata da bombardamenti aerei nel 1944, durante la II Guerra Mondiale, per essere poi definitivamente demolita al termine del conflitto bellico. Al suo posto, all'incrocio delle odierne Paris-Lodron-Strasse e Wolf-Dietrich-Strasse, si erge oggi un palazzo residenziale costruito nel 1965. Il principale responsabile di questa strage di giovani innocenti, l'arcivescovo Maximilian Gandolf von Kuenburg morì nel 1687, i suoi resti riposano in una bara di peltro collocata all'interno della cripta della Domkirche Sankt Rupert und Virgil, mentre il suo cuore trova dimora nella Wallfahrtskirche Maria Plain, una basilica situata 5km a nord di Salisburgo: l'epitaffio sulla sua tomba recita il motto latino "Amore, more, ore, re", evocando il suo impegno nell'amore, nella morale, nelle parole e nelle azioni. Una sentenza che trova però poco riscontro in alcune scelte da lui assunte in vita. Salisburgo non attraversò indenne nemmeno il periodo del protestantesimo europeo: nuove persecuzioni coinvolsero la città tra il 1731 ed il 1732, quando l'arcivescovo Leopold Anton von Firmian emanò un editto in difesa della religione cattolica che condusse all'espulsione di circa 20.000 protestanti salisburghesi, numero tutt'altro che irrilevante se si pensa che la popolazione all'epoca contava circa 200.000 persone. Il capolinea temporale della fase autonoma attraversata dalla città coincise con il 1803, anno della secolarizzazione del Principato Arcivescovile di Salisburgo e la sua metamorfosi in Granducato di Salisburgo, retto dal Granduca Ferdinando III d'Asburgo-Lorena, fratello dell'imperatore Francesco II d'Asburgo-Lorena: con l'abdicazione dell'ultimo principe regnante Hieronymus von Colloredo termina il potere temporale degli arcivescovi sulla città, la quale passò a tutti gli effetti sotto il governo diretto imperiale. Tale passaggio di potere rimase di certo indigesto agli abitanti della città, come testimonia il risultato del referendum popolare tenutosi nel 1921, a seguito del termine della I Guerra Mondiale che decretò la caduta definitiva del potere asburgico, che fece emergere la forte volontà, con ben il 99% delle preferenze espresse, di annessione alla Germania, posizione sostenuta da Karl Renner, leader socialdemocratico nonchè capo della cancelleria del primo governo di coalizione nazionale della neonata Repubblica Federale Austriaca. L'esito del voto venne tuttavia invalidato dal fatto che tutte le schede referendarie riportavano prestampata la preferenza separatista, pur mantenendo possibile la possibilità di esprimere il diniego su tale possibilità; inoltre al voto non era consentito l'anonimato dal momento che i votanti erano chiamati a consegnare le schede scoperte direttamente nelle mani di un funzionario elettorale. Il salisburghese rimase così di fatto un territorio austriaco. Indipendenza, autonomia, emancipazione: sono questi alcuni degli aggettivi che si potrebbero attribuire a Salisburgo ed alla sua storia di sovranità ed autodeterminazione, spinte talvolta oltre eccessi di una passione che a tratti diventa ferocia, sempre e comunque alimentate dal cipiglio ostinato di chi è padrone di sè stesso e fatica spesso ad accettare miti consigli. E' su questo vivace terreno che cresce la grande bellezza che la città custodisce, ingente patrimonio di innato splendore che le valse l'iscrizione tra i siti patrimonio UNESCO nel 1997. E se la classe non è sale, non vediamo l'ora di saggiarne il sapore. 
Raggiungere Salisburgo è per noi un ritorno alle buone vecchie abitudini: il nostro viaggio corre a bordo di un treno che dall'Italia ci accompagna alla nostra destinazione, niente automobili, niente autostrade. Anche Amelia e Lidia, nemmeno 10 anni in due, trasformate in esploratrici ferroviarie, sono pronte a scoprire il Mondo un binario dietro l'altro. E devo dire che la spedizione ne guadagna indubbiamente in qualità, privata dei momenti di immobilità forzata su seggiolini auto, traffico esasperante e navigatori satellitari; un buon libro, un cantastorie ed un po' di musica completano il guadagno alleggerendo gli spostamenti. Partenza da Milano, scalo cronometrato a Zurigo ed arrivo a Salisburgo in capo ad otto ore complessive, cambi compresi, programma sporcato con poco meno di un'ora di ritardo a causa di un guasto su uno scambio ferroviario incontrato già su territorio austriaco. Approdiamo ancora con il Sole alto nel cielo alla Salzburg Hauptbahnhof, la stazione ferroviaria principale di Salisburgo, la quale ci proietta all'esterno direttamente sulla Südtirolerplatz, un piazzale ampio e trafficato che per primo accoglie il nostro arrivo in città: il nome di questo luogo, attribuitogli nel 1926, evoca la regione del Südtirol che dopo il termine della I Guerra Mondiale passò dall'Austria ai territori italiani. L'aspetto attuale della piazza è risultato di lavori di restauro risalenti agli anni '90 del XX secolo. Nonostante su di essa si collochi uno dei principali scali cittadini per le linee di bus locali, decidiamo di percorrere a piedi i 900m di distanza che ci separano dal nostro albergo. Del resto la strada è piuttosto semplice, dritta come un filo teso sino a destinazione, e le nostre gambe chiedono disperatamente movimento dopo le ore trascorse sui sedili del treno. Il nostro campo base coincide con l'Hotel Andrä, situato in Hubert-Sattler-Gasse, ottimo compromesso tra vicinanza alla stazione ferroviaria e prossimità al centro storico. L'albergo si rivela una piacevole sorpresa: spazi curati e puliti, camere confortevoli e gradevoli, il tutto impreziosito da procedimenti di check-in rapidi disponibili attraverso terminali digitali in grado di distribuire le chiavi delle stanze inserendo coordinate personali e codice di prenotazione. Uniche pecche da segnalare la colazione non inclusa nel prezzo di soggiorno e la reception disponibile solo in alcune fasce orarie della giornata. Una struttura moderna e giovanile, non priva di eleganza, inaugurata solo in epoca recentissima dopo attenta e dettagliata progettazione. Non è da trascurare anche il fatto che la permanenza presso l'albergo ci concede anche di disporre gratuitamente del Guest Mobility Ticket, un lasciapassare universale, valido per tutta la durata del soggiorno, che fornisce libero accesso senza costi aggiuntivi all'utilizzo di bus e treni, oltre ad agevolazioni sugli ingressi di molte attrazioni in città e nei dintorni. Questo sì che si può dire investire sul turismo ed accogliere a braccia apertissime i viaggiatori! Ad arricchire ulteriormente il valore dell'Hotel Andrä giunge tuttavia prima di tutto la sua vicinanza ad uno dei luoghi simbolo della città. Mirabellplatz è una delle piazze più celebri di Salisburgo, nonostante la sua strana disposizione che con una larghezza di appena 50m ed una lunghezza di 220m la fa assomigliare maggiormente ad un lungo e stretto vialone. In effetti sull'ampio nastro di asfalto che la ricopre scorre una buona parte del traffico automobilistico che si dirige verso il centro storico della città. Quest'area, nota originariamente con il nome Burgfeld, ospitava prima del XVII secolo diversi edifici molti dei quali erano affiancati da frutteti ed orti. Nel 1620 i lavori di fortificazione voluti dall'arcivescovo Paris von Lodron contestualmente allo svolgimento della Guerra dei Trent'Anni portarono alla costruzione di una cinta muraria intorno alla città e la superficie dell'attuale Mirabellplatz fu così ricompreso all'interno delle mura difensive. Tale complesso fortilizio sopravvisse fino al 1862, anno in cui le mura vennero quasi completamente demolite. Fu in tale periodo che lo spiazzo venne ribattezzato con il nome Rennbühel, termine che fa riferimento al fatto che il luogo era disposto sopra una collinetta alluvionale creata dal vicino fiume Salzach: tradotto dal tedesco, il vocabolo bühel indicherebbe proprio una "piccola altura". Tra il 1695 ed il 1697 nella porzione più settentrionale dello spazio dell'odierna Mirabellplatz venne costruito un'ampia caserma residenziale destinata ad ospitare circa trecento soldati insieme alle loro famiglie: il complesso, lungo 300m, si sviluppava a ridosso della cinta muraria e comprendeva tre distinti edifici dei quali i due laterali a piano singolo e quello centrale a due piani. Voluta dall'arcivescovo Johann Ernst von Thun, le fu affidato il nome di Neue Türnitz. L'opera non durò che un secolo scarso dal momento che venne gravemente danneggiata dal vasto incendio che nell'aprile del 1818 distrusse buona parte della piazza e cinque anni più tardi le suo rovine furono completamente demolite. Il drammatico evento che di fatto pose fine all'esistenza della caserma ebbe notevole portata per la città intera: il rogo durò cinque giorni e causò la morte di dodici persone, distruggendo in totale 93 edifici tra i quali ben quattro chiese. Le fiamme originarono probabilmente dalla canonica adiacente alla vicina Dreifaltigkeitskirche, occupata in parte dalle famiglie dei militari, all'interno della quale si ritiene che due donne litigando abbiano dato principio all'incendio, forse urtando e facendo cadere alcune candele, forse disperdendo accidentalmente le braci di un focolare. Su questa circostanza non vi è comunque alcuna certezza storica. Ad ogni modo, prima che la Neue Türnitz venisse divorata dal fuoco, l'area dell'odierna Mirabellplatz, data la sua vicinanza alla caserma, fu utilizzata come spazio per esercitazioni militari e per parate marziali, motivo del nome che in quest'epoca fu attribuito alla piazza, vale a dire Paradeplatz. Nonostante la scomparsa della Neue Türnitz, ancora oggi questo luogo mantiene ancora il proprio ruolo di centro di aggregazione e punto di partenza per manifestazioni sociopolitiche. Destino meno infausto, ma non molto più duraturo, ebbe invece lo stabile occupato dalle scuderie riservate al corpo militare dei carabinieri, vale a dire dei soldati delle forze armate arcivescovili equipaggiati di carabina: anche questa costruzione, eretta nel 1684 per sotto il governo dell'arcivescovo Maximilian Gandolf von Kuenburg, fu seriamente intaccata dalle fiamme del 1818, venne ricostruito per ospitare gli uffici dell'ufficio doganale trasferito dalla precedente sede situata in Residenzplatz, per essere infine demolito nel 1898. L'assetto attuale di Mirabellplatz debutta poco prima, quando lungo il suo perimetro vennero eretti diversi palazzi che ne delimitarono lo spiazzo rendendolo un largo viale di allacciamento tra il centro storico cittadino e la stazione ferroviaria: il collegamento di Salisburgo alla rete di trasporto su ferro avvenuto nel 1860 portò infatti in città un maggior numero di persone e Mirabellplatz si trasformò così da luogo aperto con carattere di rappresentanza ad importante svincolo di transito urbano. Altra vittima dell'incendio del 1818 fu la struttura che ospitava lo Schranne, un magazzino di cereali deputato a distribuire pane a basso costo alla popolazione meno abbiente della città, ente creato dall'arcivescovo Johann Ernst von Thun: realizzato nel 1696, l'edificio che lo ospitava venne rinnovato nel 1788 ed anche dopo la devastazione subita nell'incendio rimase in piedi, seppure inutilizzato fino al 1944, subendo in seguito il colpo di grazia dei bombardamenti aerei della II Guerra Mondiale che ne sancirono la fine definitiva. L'eredità di tale istituzione è raccolta oggi dalla Schrannenmarkt, un piccolo mercato all'aperto che con cadenza settimanale, ogni giovedì, dal 1906 si tiene nella parte nordorientale della piazza: è considerato uno dei mercati più famosi d'Austria ed ospita banchi di fiorai, macellai, formaggiai, fruttivendoli, oltre alle immancabili venditori di Bratwurst. La nostra camera al terzo piano dell'Hotel Andrä si affaccia proprio su questo spazio ed anche noi veniamo piacevolmente sorpresi, di prima mattina, scostando al risveglio le tende della nostra stanza, dalla presenza silenziosa di bancarelle e barroccini insieme al viavai tranquillo delle persone giunte a farvi la spesa. Ad ospitare il mercato è più precisamente il piazzale della Andräkirche, lungo il cui perimetro le bancarelle si dispongono.

Una chiesa intitolata a Sant'Andrea era presente a Salisburgo già dal 1418 ma si trovava in Linzergasse, poche centinaia di metri più a sud, e nel 1861 venne trasformata in un edificio residenziale. Nel 1892 iniziarono i lavori di costruzione dell'attuale Andräkirche affacciata su Mirabellplatz: alla nuova struttura venne assegnato lo stile neogotico a risultato dei progetti elaborati da Josef Wessicken messi in opera dal Jakob Ceconi. Il nuovo tempio venne consacrato nel 1898. Meno di mezzo secolo dopo la chiesa subì ingenti danni dovuti ai bombardamenti della II Guerra Mondiale: nel 1944 fu colpito il coro mentre un anno più tardi fu la navata principale a subirne le spese con la perdita anche del prezioso organo risalente al 1903. Complessivamente furono 15 le incursioni militari aeree subite da Salisburgo durante lo svolgimento del conflitto: gli edifici danneggiati dalle bombe furono circa 7.600, 14.563 le persone sfollate, 550 i morti. Tra gli obiettivi principale c'era sicuramente la stazione ferroviaria, ma anche il centro storico non fu risparmiato. Al termine delle ostilità, solo la facciata occidentale dell'Andräkirche rimase relativamente intatta. Pochi anni dopo la chiesa fu ricostruita secondo i progetti dell'architetto bavarese Michael Kurz. L'altare maggiore che attualmente impreziosisce il tempio risale a questo periodo e porta la firma dell'artista salisburghese Karl Weiser. Nuovi lavori di restauro, promossi dall'allora sindaco Clemens Holzmeister, condussero tra il 1969 ed il 1972 ad uno stravolgimento dell'originario aspetto neogotico dell'edificio: la sommità appuntita delle due alte torri affiancate alla facciata principale furono abbassate dai precedenti 61m agli attuali 43m e furono coronate da due più modeste cupole piramidali; vennero inoltre rimossi dalla facciata i frontoni decorativi e le pareti esterne in mattoni esposte furono intonacate. Tale sovvertimento estetico mirava a seguire la moda del tempo che dettava l'uniformazione stilistico degli edifici a quello dominante nell'ambiente urbano circostante: un appiattimento delle forme a direi il vero piuttosto ottusa e che di cui francamente oggi si fatica a trovare un senso. Non andò invece perduta la statua barocca raffigurante Sant'Andrea a grandezza naturale, in marmo bianco e attribuita a Bernhard Michael Mandl che la realizzò tra il XVII ed il XVIII secolo, la quale era collocata all'interno di una nicchia della facciata della primitiva chiesa situata in Linzergasse e che dopo il trasferimento del tempio in Mirabellplatz nel 1861 trovò sistemazione all'interno della chiesa, dove ancora oggi si trova. La sagoma dell'Andräkirche è comunque compagna inseparabile del nostro soggiorno a Salisburgo e nonostante il suo aspetto piuttosto asciutto non manca certo di bellezza, con la facciata essenziale alla base della quale si affacciano i tre portale di ingresso protetti da uno stretto spiovente e le due torri laterali equipaggiate ciascuno con il quadrante di un orologio. Tra i ricordi più belli che conservo di Salisburgo c'è sicuramente quello dell'inattesa melodia proveniente da un pianoforte a coda, stranamente posizionato di fronte allo spazio celebrativo e suonato da un'abile pianista asiatica, che ha accompagnato la nostra breve visita di questa chiesa. Per il resto, lo spiazzo antistante la chiesa, frammento di Mirabellplatz, in assenza del mercato non è altro che un semplice parcheggio per automobili, esempio perfetto di metamorfosi radicale da grigio anonimato a colorata vitalità. Sul lato opposto del vialone che costituisce l'anima della piazza, perfetta antitesi all'arido spazio occupato dalla Andräkirche, sorge il Kurgarten, un giardino pubblico a metà strada tra la piazza stessa e la Reinergasse, naturale prosecuzione verso nord del vialone di Mirabellplatz. L'area impegnata dal parco, ampia ben 30.000m², era fino alla seconda metà del XIX secolo occupata da un bastione delle mura difensive cittadine, costruito intorno al 1700; in seguito alla loro demolizione, venne costruito un piccolo centro termale, da cui il nome attuale del sito, sopravvissuto fino al 1944, anno in cui fu distrutto dai bombardamenti aerei della II Guerra Mondiale. Questo luogo ombreggiato, sempre piuttosto frequentato da passanti, oltre alla quiete ed alla frescura garantita anche da alcuni vaporizzatori d'acqua posizionati in un angolo del giardino a libero uso dei frequentatori, custodisce qualche elemento che vale la pena di citare.

Il primo di questi è l'Euthanasie Mahnmal, un monumento dedicato alle persone affette da disabilità psichica o fisica che durante lo svolgimento della II Guerra Mondiale furono vittime dell'atroce violenza nazista: il termine eutanasia, utilizzato per descrivere questa circostanza, si riferisce infatti all'atto di provocare volontariamente la morte di un individuo affetto da patologia. Furono circa 500 le persone colpite da malattia, abitanti di Salisburgo e della regione circostante, assassinate secondo la barbara e disumana dottrina del Terzo Reich, la quale azzardava definirli degli indesiderati sociali; 250 di esse furono condotte alla morte nel 1941, dopo essere state prelevate principalmente dalla Christian-Doppler-Klinik, tuttora in funzione, e deportate presso la località austriaca di Hartheim, pochi chilometri ad ovest di Linz. All'eccidio venne attribuito il nome pretenziosamente ed ingiustificatamente scientifico di Aktion T4. Il monumento che lo commemora posto all'interno del Kurgarten altri non è che un'alta teca di vetro, di forma squadrata, contenente ceneri, triste richiamo al destino a cui andarono incontro tutte queste innocenti persone. L'opera fu realizzata da Otto Saxinger ed inaugurata nel 1991. Oltre all'anno della deportazione ed a quello dell'inaugurazione del memoriale, lungo la superficie di vetro del monumento compare però anche un altro riferimento temporale, quello del 2014: nel maggio di quest'anno infatti l'istallazione fu oggetto di un grave atto vandalico che danneggiò gravemente il vetro della teca. I lavori di restauro impiegarono 6 mesi per riportare il monumento alla sua condizione originaria: in tale occasione vennero aggiunte lungo il piedistallo del monumento alcune iscrizioni richiamanti i nomi di 325 vittime dell'eutanasia nazista, intervallati qua e là da spazi vuoti a memoria delle persone coinvolte nella strage ma i cui resti non furono mai riconosciuti ufficialmente. Il colpevole del misfatto venne identificato in un uomo senza fissa dimora, di origini turche, il quale motivò il gesto con il senso di rabbia scaturito dalle proprie convinzioni xenofobe e neonaziste. Fu in seguito condannato a cinque anni di reclusione. Il secondo elemento da menzionare all'interno del Kurgarten è di ben altro tenore: in un angolo del parco si trova il tronco di una grande catalpa, tutto contorto e nodoso, adagiato al suolo come se ormai stanco di sostenere il peso del proprio tempo trascorso. In effetti, di peso questo nobile albero, noto a tutti come Trompetenbaum (letteralmente "albero trombetta", altro nome che la catalpa trae dalla forme dei propri fiori), ne ha sostenuto parecchio, simbolo universalmente riconosciuto in città di gioco e divertimento, testimone vetusto dell'inarrestabile creatività dei bambini che da decenni a bordo della sua corteccia inventano i giochi più fantasiosi. In realtà, a far piegare la pianta verso il suolo è stata l'abbondante nevicata che nell'inverno del 2023 si riversò su Salisburgo. Inizialmente data per spacciata, la preziosa catalpa subì interventi di cura botanica ed attualmente è più viva che mai, animata dal riso e dalle urla dei bambini che ancora oggi si divertono ad arrampicarsi sui suoi rami. A sostenerne il tronco è curiosamente posto oggi il frammento di una colonna in pietra scolpita, residuo di chissà quale rudere, che non può far altro che alimentare la curiosità degli osservatori. Una tappa obbligata anche per noi, per i bambini una delle occasioni di gioco più belle disponibili all'interno del centro storico della città. 

Poco oltre il luogo in cui si riposa il Trompetenbaum, il Kurgarten dà accesso ad uno dei più importanti luoghi della storia passate e presente di Salisburgo, un'istituzione tanto rilevante da attribuire il proprio nome anche alla piazza antistante. Lo Schloss Mirabell è un piccolo ed elegante castello la cui costruzione risale al 1606 e si deve al volere dell'arcivescovo Wolf Dietrich von Raitenau: personaggio di tempra morale non certo ferrea, costui fece realizzare il palazzo con il fine di assegnarlo come residenza alla propria amante, Salomè Alt. All'epoca del trasferimento della donna all'interno del castello, la relazione affettiva con l'arcivescovo proseguiva già da 22 anni e da essa erano già nati dieci figli. Negli anni successivi, i figli nati dalla relazione diventeranno quindici, cinque de quali però moriranno prematuramente.

Salomè Alt, nata a Salisburgo, era figlia di mercanti benestanti: la sua bellezza era tale che l'arcivescovo Wolf Dietrich von Raitenau ne rimase folgorato e la scelse come concubina già nel 1584, quando la ragazza aveva appena sedici anni d'età, secondo alcune teorie mai confermata con certezza arrivò addirittura a sposarla in gran segreto. Le sue speranze dovevano evidentemente essere quelle di vedere abolito il voto di castità imposto ai prelati, possibilità di cui doveva essere profondamente convinto a giudicare dalla durata della relazione intrattenuta con la propria concubina. Nonostante ciò, il legame tra i due amanti destò ovviamente grande scandalo tra la popolazione della città senza esentare i congiunti della stessa Alt, come testimonia il fatto che i genitori della donna arrivarono addirittura a rinnegarla. Bisogna in effetti dare atto che il sentimento tra l'arcivescovo e la giovane donna doveva essere probabilmente forte e sincero: durante tutto il periodo del proprio principato, Wolf Dietrich von Raitenau fu oggetto di critiche, illazioni e motteggi da parte degli avversari politici per conseguenza del proprio rapporto amoroso clandestino, che poi tanto clandestino non era dal momento che era conosciuto da tutti, e ciò intaccò non poco la reputazione dell'alto prelato. Come se non bastasse, sembra che Salomè Alt professasse il credo religioso luterano, contraddizione apparente con l'atteggiamento persecutorio che l'arcivescovo mantenne invece costantemente contro i protestanti. Si dice del resto che l'amore sia cieco, forse in questo caso anche sordo e muto. La volontà dell'arcivescovo superò comunque tutte queste avversità: nel 1600 assegno il rango nobiliare alla propria amata, che da allora assunse il titolo di Salomè von Altenau, consentendolo così di partecipare attivamente e apertamente alla vita sociale della corte arcivescovile; nove anni più tardi, nel 1609, l'arcivescovo ottenne l'elevazione della donna, da parte dell'imperatore Rodolfo II d'Asburgo, alla nobiltà imperiale, liberando in tal modo i suoi figli dallo stigma della nascita illegittima. Di indole mite e fedele, Salomè Alt non aspirò mai comunque ad approfittare di tali privilegi per acquisire potere politico.

Nonostante la propria parentela con papa Pio IV, di cui era nipote, l'influenza di Wolf Dietrich von Raitenau rimase inevitabilmente intaccata da tali chiacchierate vicende, ma fu il suo profondo conflitto con il vicino Ducato di Baviera e determinarne la caduta definitiva. Nel 1611, a seguito dell'assalto bavarese su Salisburgo in reazione ad un attacco militare ordinato poco prima dall'arcivescovo, intuendo il proprio imminente arresto da parte degli invasori, Wolf Dietrich von Raitenau fece trasportare la propria amante, insieme ai figli, in una tenuta presso Flachau, 73km a sud di Salibsurgo: coinvolta nella rovinosa caduta del proprio protettore, la donna fu comunque arrestata ed incarcerata per essere in seguito presto rilasciata. Trovò rifugio presso la sorella Felicitas Alt a Wels, nell'Austria settentrionale, e dopo la morte dell'arcivescovo, avvenuta nel 1617, indossò l'abito a lutto fino al 1633, anno della sua dipartita avvenuta all'età di 64 anni. Per tutto il periodo trascorso dalla loro separazione, non potè mai più rivedere il proprio amante. Da tale romanzesca vicenda trae origine anche il primo nome del castello eletto a luogo d'incontro dell'amore proibito, il quale inizialmente fu noto appunto come Schloss Altenau in richiamo al nome nobiliare della propria prima discussa inquilina. Tale associazione nominale fu però abolita dall'arcivescovo Markus Sittikus von Hohenems, nipote e successore di Wolf Dietrich von Raitenau, il quale nel tentativo di cancellare la scabrosa reputazione del castello ne tramutò il nome in Schloss Mirabell, appellativo tratto dal termine latino mirabilis che significa "meraviglioso". Forse l'arcivescovo dovette davvero trovare fantastico l'edificio, ma evidentemente ciò non bastò a convincerlo a superare la repulsione per un ambiente che per tanto tempo aveva dato riparo ad un peccato d'amore, dal momento che non risiedette mai all'interno del complesso.

Al pari del nome, della primitiva struttura del castello rimane oggi ben poco, solo alcune tracce conservate nella sua porzione sudoccidentale nel piano seminterrato: infatti, lo Schloss Mirabell fu inizialmente ricompreso all'interno della cinta muraria difensiva costruita tra il 1620 ed il 1642 per volere dell'arcivescovo Paris von Lodron, quindi venne ampliato e ristrutturato in stile barocco tra il 1710 ed il 1727 su progetto di Johann Lucas von Hildebrandt e sotto patrocinio dell'arcivescovo Franz Anton von Harrach. L'incendio del 1818 non lo risparmiò ed apportò anzi ingenti danni alla struttura, tanto da decretarne la successiva completa ricostruzione in stile neoclassico sotto la guida dell'architetto Johann Georg von Hagenauer. In tale occasione si decise di rimuovere le statue decorative che fino a quel momento avevano decorato il margine del tetto: i resti di alcune di esse si possono intravedere ancora oggi lungo la cinta dei giardini del castello, sul lato ovest, dove emergono due teste scolpite raffiguranti volti giovanili inglobate nello spessore del muro a seguito dei lavori di restauro condotti sul complesso nel 1823. Ma durante l'opera di ristrutturazione di inizio XVIII secolo fu soprattutto demolita la possente torre disposta al centro della facciata orientale, elemento architettonico particolarmente significativo se si pensa che all'interno di essa dal 1816 era stato allestito l'osservatorio astronomico di Simon von Stampfer, matematico austriaco celebre per essere l'inventore del disco stroboscopico, un apparecchio da molti ritenuto il primo dispositivo mai esistito capace di proiettare immagini in movimento. I lavori architettonici lasciarono invece fortunatamente intatta la facciata centrale. Con la secolarizzazione del Principato Arcivescovile di Salisburgo lo Schloss Mirabell divenne proprietà del Regno di Baviera, naturale evoluzione del ducato omonimo: qui nel 1815 nacque Ottone Federico Ludovico di Wittelsbach, futuro re di Grecia, figlio terzogenito del re bavarese Ludovico I di Wittelsbach che già nel 1811 aveva eletto il castello salisburghese affacciato su Mirabellplatz a propria residenza estiva. In seguito l'edificio passò sotto il vessillo austriaco divenendo proprietà degli Asburgo. Finalmente nel 1866 il castello venne venduto alla città di Salisburgo che ne divenne proprietaria: in tale periodo lo Schloss Mirabell fu adibito a residenza per alti ufficiali militari. L'utilizzo degli spazi del castello cambiò destinazione tra il 1947 ed il 1950, quando venne assegnato ad ospitare la sede dell'amministrazione cittadina e poco dopo anche della biblioteca locale, ruolo quest'ultimo che mantenne fino al 2008. Oggi questo simbolo dell'eleganza e della bellezza che caratterizza Salisburgo viene utilizzato come sito per eventi culturali oltre che come ambientazione per matrimoni.

Al suo interno, spicca per magnificenza il Georg-Raphael-Donner-Stiege, lo scalone d'onore situato nell'area nordoccidentale del castello. A progettarlo fu Johann Lucas von Hildebrandt e la sua realizzazione richiese gli anni tra il 1725 ed il 1727. Il suo nome è tratto da quello di Georg Raphael Donner, considerato da molti l'autore delle meravigliose statue raffiguranti divinità pagane e personaggi mitologici, poste all'interno di nicchie ricavate nelle pareti che circondano la scalinata: secondo alcune teorie, l'autore di tali sculture sarebbe invece il fratello, Matthäus Donner, ipotesi avvalorata da alcuni riscontri storici che collocherebbero nel 1725 Georg Raphael Donner a Vienna per lavorare ad opere diverse. Lo scalone è composto di granito ed è fornito di un'elaborata balaustra in arenaria, in stile rococò e decorata con statue in marmo ritraenti numerosi putti, opera quest'ultima di Johann Franz Caspar. Gli elaborati stucchi portano infine la firma di Jakob Gall. Raggiungiamo il Georg-Raphael-Donner-Stiege dopo aver attraversato uno spoglio androne sul pavimento del quale è applicata una gigantografia della veduta dall'alto della città, quindi raggiungendo uno stretto porticato con volte decorate da eleganti stucchi bianchi ed affacciato sul cortile interno del castello, infine prendendo sulla sinistra una stretta porta che ci proietta nuovamente all'interno del complesso accompagnandoci immediatamente alla scalinata. Percorrere lo scalone d'onore nella penombra delle luci elettriche emesse dalle elaborate lampade sostenute dalle sculture posizionate lungo la balaustra, soli e lontani dal rumore della folla, devo ammettere essere stato uno dei momenti magici del nostro viaggio. Peccato non aver potuto ammirare altre sale del castello: l'ora in cui giungiamo a visitarlo è tarda ed al suo interno si sta tenendo un concerto di violino ad ingresso limitato che ci impedisce di spingere la nostra curiosità oltre il pregevole scalone. Non importa, fuori dal castello c'è un altro universo tutto da scoprire. Infatti, lo Schloss Mirabell è circondato dal Mirabellgarten, un giardino alla francese disposto su due parterre, uno principale ed uno di dimensioni ridotte.

La sua realizzazione si colloca intorno al 1689 e porta la firma di Johann Bernhard Fischer von Erlach, seppure il suo aspetto venne in seguito modificato secondo i dettami dello stile barocco nel 1730 ad opera di Anton Danreiter, dopo essere stato già rimaneggiato nel 1725 da Johann Lucas von Hildebrandt. Lo spazio sopravvisse per miracolo alle fiamme del 1818, mantenendo grossomodo intatta la propria struttura. Il primo elemento che incontriamo provenendo dal Kurgarten, scendendo la bassa scalinata che collega i due ambienti e superando la bassa recinzione di pietra che li divide, interrotta dalla cancellata metallica finemente decorata, è la Pegasusbrunnen, una piccola fontana che trae il proprio appellativo dalla statua di rame raffigurante Pegaso disposta al suo centro, retto sulle zampe posteriori sopra un piedistallo di nuda pietra. Frutto del lavoro di Caspar Gras che la plasmò nel 1661 su commissione dell'arcivescovo Guidobald von Thun, quest'opera è precedente alla nascita del Mirabellgarten ed inizialmente fu posizionata in Kapitelplatz.

La peregrinazione compiuta negli anni da questa scultura è lunga: nel 1730 venne accolta da Mirabellplatz, dove andò ad adornare l'abbeveratoio disposto presso la scuderia assegnata al copro militare dei carabinieri; dopo l'incendio del 1818 fu traslata presso Makartplatz e solo dopo il 1913 trovò la sua collocazione definitiva presso il Mirabellgarten, insieme alle statue marmoree di due leoni e due unicorni, anch'esse provenienti dalla scuderia dei carabinieri, posizionati rispettivamente sopra un'accesso laterale ed ai lati del portale principale, accanto alla cancellata. Tradizione vuole che toccare con la mano il corno dell'unicorno porti fortuna. Ci troviamo all'interno del parterre minore e da qui procediamo in avanti costeggiando la facciata occidentale del castello. Senza soluzione di continuità approdiamo così al parterre principale, incorniciato lungo quasi tutto il perimetro da una balaustra barocca in marmo sormontata qua e là da grossi vasi dello stesso materiale. Il sito, animato dai vivaci colori delle aiuole floreali che lo compongono, è dominato al centro dalla Vier-Elemente-Brunnen, una fontana ottagonale molto essenziale e lineare.

Attorno ad essa si innalzano quattro imponenti complessi scultorei, opera di Ottavio Moto del 1690 e raffiguranti un'allegoria dei quattro elementi naturali a tema classicistico: l'elemento acqua è rappresentato da Paride che rapisce Elena per fuggire con lei attraverso il mare, l'elemento fuoco è impersonificato da Elena che fugge da Troia in fiamme portando con sè Anchise e Ascanio, l'elemento aria prende la forma di Ercole nell'atto di sollevare in alto verso il cielo il gigante Anteo, l'elemento terra assume le sembianze di Ade che cattura Persefone per portarla con sè nelle profondità degli inferi. Passeggiare in questo spazio, circondato da persone giunte qui per godere di un po' della quiete delle ore serali estive, è una delle cose capace di avvicinare maggiormente il viaggiatore alle abitudine della gente del posto: curioso a tale proposito notare che i giardini sono aperti al pubblico solo dal 1866. La nostra esplorazione del Mirabellgarten prosegue: sul fondo del parterre principale, attiguo alla facciata meridionale dello Schloss Mirabell, sorge un gradevolissimo roseto, distribuito in forme geometriche.

Sulla sinistra, uno stretto portale dà accesso alla orangerie, ambiente più raccolto e presidiato dalla Papagenabrunnen, una fontana dedicata al personaggio shakespeariano di Papageno la cui scultura, opera di Josef Magnus del 1984, si intravede al centro; sulla destra invece, fa capolino sopra la siepe che limita sul lato il parterre la Susannabrunnen, un'altra fontana realizzata da Hans Waldburger nel 1610 e posizionata all'interno dei giardini solo sul finire del XIX secolo. Procedendo su questo lato, i sentieri che percorrono i giardini offrono la possibilità di abbandonare il parterre grande e di inoltrarsi in spazi secondari, quasi nascosti e tutti da svelare: uno di questi, alquanto stravagante, è l'Hackentheater, un complesso di piante e cespugli disposte a forma di palco teatrale, con tanto di quinte e fossa per l'orchestra. L'idea per la sua realizzazione la si deve a Johann Bernhard Fischer von Erlach che la partorì nel 1691 e successivamente la singolare istallazione botanica fu anche rimaneggiata nel 1719 da Matthias Diesel. Davanti ad esso gli spalti sono composti da alcune file di panchine. Sinceramente non so se sia mai stata utilizzata per l'allestimento di qualche spettacolo teatrale. Oltre questo punto, il percorso attraverso i giardini prosegue spingendosi attraverso una sorta di labirinto di siepi, in fondo al quale un corto ponticello concede il passo verso il Zwerglgarten: qui, all'interno di un'area sopraelevate e cintata da una ringhiera metallica, si dispongono in cerchio intorno ad un'aiuolo erbosa le statue di alcuni nani: l'insieme scultoreo non ha alcun legame con la favola di Biancaneve, i personaggi ritratti sono più di sette, ed onestamente l'imperscrutabilità della motivazione di tale buffa raccolta non può che lasciare con una certa disarmata sorpresa. I primi esemplari di queste sculture risalgono ad un periodo compreso tra il 1691 ed il 1692, mentre lo spazio che le ospita fu concepito probabilmente qualche anno più tardi, intorno al 1695.

Un'altra bizzarra opportunità di divertimento per i bambini e un'occasione imperdibile per scattare qualche foto divertente. Tornando sui nostri passi, dallo Zwerglgarten il tragitto è brevissimo per ritornare infine al parterre piccolo dopo aver superato una bassa scalinata che conduce ad uno stretto portale, quello presidiato dalle due sculture di leoni. SI conclude così la nostra visita dello Schloss Mirabell e del Mirabellgarten, non prima però di aver timbrato il cartellino anche presso l'attiguo Zauberflotenspielplatz, un'area gioco per bambini disposta ai piedi dello Zwerglgarten, dotata di sabbionaia, altalene e soprattutto di un'alta piramide di corda su cui arrampicarsi e dalla quale scendere per mezzo di un vertiginoso scivolo coperto. Questo spazio esiste dal 1980 e si affianca allo Stadtgalerie Zwergelgartenpavillon, un padiglione espositivo artistico in legno che alla nostra vista si presente piuttosto fatiscente, tutto coperto di ragnatele e con alcune vetrate rotte. Facciamo ritorno su Mirabellpltaz. Seguendone l'ampio vialone, poco più avanti rispetto allo Schloss Mirabell la cui facciata principale si contrappone, come sulla scacchiera una regina a quella di colore opposto, al fronte della Andräkirche, leggermente nascosto sulla destra come a volersi riparare dal traffico cittadino, troviamo l'Universität Mozarteum Salzburg, la sede della più prestigiosa accademia musicale d'Austria, una delle più rinomate d'Europa. La sua fondazione risale al 1841 ed oggi ospita un conservatorio insieme ad un archivio destinato alla conservazione di documenti storici relativi alla musica ed alla vita di quello che forse è l'abitante più illustre mai risieduto a Salisburgo, Wolfgang Amadeus Mozart. Dal celeberrimo musicista il sito trae, come facilmente intuibile, anche il proprio nome. In realtà di nomi questa scuola ne ha avuti moltissimi: si comincia con l'appellativo Öffentliche Musikschule Mozarteum assunto quale scuola musicale pubblica sul finire del XIX secolo, si passa nel 1919 a quello di Reichshochschule Mozarteum dopo l'elevazione dell'istituzione nel 1914 al rango di conservatorio, si prosegue nel 1945 con il titolo di Musikhochschule nel 1945 e di Akademia für Musik nel 1953, per giungere infine alla denominazione attuale assunta dalla scuola nel 1998. L'edificio che lo ospita, di aspetto moderno, è frutto di ristrutturazioni avvenute nel 2006.

Mirabellplatz è anche luogo di confine, spartiacque tra il Neustadt, uno dei 24 quartieri di cui Salisburgo dispone, quello corrispondente alla parte di città nata dopo la demolizione dei bastioni difensivi precedentemente posizionati nell'area intorno alla Andräkirche, e l'Altstadt, il centro storico cittadino. Le dimensioni del Neustadt sono piuttosto contenute, in effetti è uno dei quartieri più piccoli di Salisburgo, ma la sua ricchezza in termini di arte ed architettura non ha nulla da invidiare ai suoi ben più vasti vicini. Non da ultimo contribuisce a ciò anche la sua disposizione quasi al centro perfetto della città. Ma un'ulteriore conferma a tale valore è apportata da un altro importante edificio ricompreso tra i suoi confini, la Dreifaltigkeitskirche, la Chiesa della Santissima Trinità.

Questo edificio, realizzato tra il 1694 ed il 1702 su spinta dell'arcivescovo Johann Ernst von Thun, riveste particolare importanza non solo per la sua distinta bellezza ma anche per il fatto di rappresentare la prima costruzione progettata da Johann Bernhard Fischer von Erlach a Salisburgo. Fu consacrata nel 1699, in anticipo rispetto alla conclusione dei lavori edilizi, ed originariamente di fronte ad essa si collocava il banco dei pegni arcivescovile che però fu demolito nel 1907. Oggi la facciata della Dreifaltigkeitskirche sfoggia alla vista la peculiare caratteristica di essere concava, con il corpo centrale sormontato da una cupola a tamburo leggermente arretrato rispetto alle due torri laterali, aggiunte alla struttura solo nel 1757 ed in seguito elevate maggiormente in altezza per renderle meglio visibili dietro la struttura del banco dei pegni. Le due piccole cupole in rame poste sopra le due torri sono ancora più tardive e furono posizionate solamente dopo l'incendio del 1818. Lo stile della facciata appare elegante nella sua semplicità, con le quattro colonne corinzie elevate sopra il portale a sostegno dell'attico che precede la cupola, sopra il quale spiccano quattro statue rappresentanti le tre Virtù Teologali e la Sapienza Divina, creazione attribuita a Bernhard Michael Mandl. Domina ovviamente il fronte il grande stemma arcivescovile di Johann Ernst von Thun, padrino dell'opera. Dalla facciata della chiesa si dipartono due lunghe ali laterali nei cui locali si dispone oggi la sede del seminario dell'arcidiocesi di Salisburgo. Digradando verso il piano della strada per mezzo della bassa scalinata che conclude il corto sagrato, la Dreifaltigkeitskirche si affaccia, caratterizzandone fortemente l'aspetto, sulla Makartplatz, una piccola piazza occupata nella sua parte centrale da una contenuta area verde: inizialmente occupato da prati e campi, questo spazio venne utilizzato nel 1603 da Wolf Dietrich von Raitenau per la costruzione di una residenza destinata ad ospitarne il fratello minore, Jakob Hannibal von Raitenau, più avanti demolita a seguito di contrasti familiari coerentemente con l'indole istintiva e passionale dell'arcivescovo; fu invece Paris von Lodron a trasformare il sito in una piazza che assunse il nome di Hannibalplatz a retaggio del suo precedente illustre occupante. L'appellativo attuale, tributo al pittore salisburghese Hans Makart, fu assegnato allo spazio nel 1879: nato e cresciuto a Salisburgo, questo artista vissuto nella seconda metà del XIX secolo fu uno degli esponenti di spicco della corrente storicista viennese. Le sue opere furono oggetto di ampi e controversi dibattiti a causa della rivoluzionaria interpretazione erotica e sensuale dei soggetti classici. Ciò contribuì ad alimentarne la fama, tanto che dal 1870 al 1880 il suo studio fu uno degli ambienti mondani più apprezzati di Vienna. Fu peraltro Makart a progettare il corredo artistico della parata viennese organizzata per le nozze dell'imperatore Francesco Giuseppe I d'Asburgo-Lorena con Elisabetta di Baviera, nel 1879. Il suo nome rimase nel tempo associato a quello della piazza antistante la Dreifaltigkeitskirche fino ad oggi, fatta eccezione per il periodo compreso tra il 1934 ed il 1938 in cui fu ribattezzata a memoria del cancelliere filofascista Engelbert Dollfuss assassinato nel 1934 durante il primo fallito tentativo di colpo di stato nazista. Per un brevissimo periodo, dopo l'Anschluss nazista del 13 marzo 1938, la piazza fu rinominata sfrontatamente addirittura Adolf-Hitler-Platz, prima di ritornare alla sua attuale denominazione. Nel 1953 il sito fu protagonista di un progetto di riqualificazione che prevedeva anche l'eliminazione dello parco centrale, fortunatamente poi preservato grazie all'intervento di Otto Kreiner, funzionario assegnato alla gestione del verde pubblico. Dal 2008 al centro dell'area erbosa si colloca una scultura in bronzo dal titolo "Caldera", realizzata dall'artista inglese Anthony Cragg: alta 5m, l'opera è animata da una combinazione armonica di forme astratte arrotondate ed appuntite, simili nell'aspetto al profilo di montagne e crepacci.

Osando spingersi un po' più in là, raggiunto il limite inferiore di Makartplatz e superato l'accesso meridionale ai Mirabellgarten, una svolta a destra conduce in brevissima distanza al Marionettentheater. Questo luogo è forse quello che concede forse l'esperienza più particolare che la città abbia da offrire. Il teatro delle marionette è senza dubbio una delle forme artistiche più radicate nella tradizione storica e culturale di Salisburgo. Il Marionettentheater è sicuramente il suo polo principale presente in zona. E' attivo dal 1913 e si trova nel sito attuale, in Schwarzstrasse vicinissimo alla riva destra del Salzach, dal 1971. Precedentemente era collocato all'interno di un edificio differente dislocato all'interno del quartiere Nonntal. L'edificio che lo accoglie oggigiorno fu costruito nel 1891 su progetto di Carl Demel e sotto la direzione dei lavori di Valentin Ceconi: inizialmente occupato dalla birreria Gräflich Arco-Zinneberg'che Brauhaus Kaltenhausen, nel 1897 fu trasformato nell'Hotel Mirabell, all'interno del quale soggiornò per due settimane nell'estate del 1928 anche lo scrittore irlandese James Joyce durante il suo soggiorno di poco più di un mese a Salisburgo, prima di assumere le vesti di un casinò nel periodo successivo al termine della II Guerra Mondiale e fino al 1968. Il primo spettacolo che mise in scena, agli inizi del XX secolo, fu ovviamente un'opera di Mozart.

Da più di un secolo il teatro offre ai salisburghesi ed ai viaggiatori che si ritrovano a visitarla, occasione di svago e di conoscenza, senza interruzione alcuna fatta eccezione per un breve periodo di inattività tra il 1944 ed il 1947, causato dallo svolgimento della II Guerra Mondiale. Durante questo conflitto bellico fu peraltro chiamato sotto le armi anche il fondatore del Marionettentheater, Anton Aicher, scultore stiriano che ebbe il merito assoluto di sviluppare un'innovativa tecnica di guida delle marionette capace di conferire alle figure un movimento più naturale e verosimile, metodo tuttora in uso negli spettacoli allestiti ed inserito nella lista dei beni patrimonio dell'umanità UNESCO nel 2016. Aicher aveva già peraltro perduto il figlio Karl nelle sanguinose trincee della I Guerra Mondiale. Il fondatore del teatro lasciò nel 1926 la gestione del teatro al figlio Hermann, prima di passare a miglior vita nel 1930. Nel 1977 sarà invece la nipote Gretl Aicher a rilevare la proprietà del Marionettentheater. La saga degli Aicher si interromperà solo nel 2012, anno in cui il teatro cominciò a passare di mano da doversi proprietari fino ad arrivare all'età moderna. La possibilità di assistere ad uno degli spettacoli allestiti da questo prestigioso teatro è davvero imperdibile, una delle occasione più vivide per toccare la vera essenza di Salisburgo, il cui tessuto vitale è fatto principalmente di musica e bellezza. Le esibizioni sono sempre piuttosto affollate, quindi è vivamente consigliato prenotare in anticipo. Raggiunto il sito penetriamo al suo interno e veniamo subito colpiti dalle meravigliose marionette esposte nel vestibolo su mensole e ripiani, oltre che all'interno di teche lungo il corridoio che conduce alla platea: il Marionettentheater custodisce al momento circa un migliaio di marionette, alcune anche molto vecchie, come quella che raffigura Kasperl, il più antico dei personaggi la cui realizzazione risale allo stesso anno di inaugurazione dello stesso teatro, vale a dire al 1913, ed utilizzato costantemente ad ogni rappresentazione fino al 1950. Sopra un ripiano accanto all'ingresso sono illustrati i vari passaggi necessari per creare una nuova marionetta. Alle pareti diverse locandine raccontano delle numerose e gloriose messe in scena del passato. Un piccolo bar interno offre una breve occasione di ristoro in attesa dell'inizio dello spettacolo. Abbiamo la fortuna di assistere forse ad una delle opere più celebri ed emblematiche, "Il Flauto Magico" di Mozart: lo spettacolo si rivela piacevole, non troppo lungo (circa un'ora di durata), seguibile un po' da tutti anche grazie ai due grandi schermi posizionati a lato del palcoscenico sopra i quali scorrono i testi della recitazione in varie lingue (non in italiano però). Ascoltare ed ammirare le avventure del principe Tamino e del suo aiutante Papageno è davvero sensazionale, le musiche rapiscono e portano inevitabilmente in una dimensione fantastica e magica, gli abili manovratori, rivelati sopra il palcoscenico solo al termine dello spettacolo per cogliere gli applausi del pubblico, muovono i personaggi che una maestria davvero difficile da credere. Un bellissimo e durevole ricordo di una viaggio compiuto con bambini al seguito. Una curiosa circostanza inerente l'opera: a stimolare Mozart a scriverla fu l'impresario Emanuel Schikaneder, conosciuto dal compositore proprio a Salisburgo nel 1780, il quale fornì a Mozart il materiale per sviluppare la trama traendolo principalmente da un'anonima fiaba tedesca scritta dal poco noto favolista August Jacob Liebeskind, di mestiere precettore, vissuto nella seconda metà del XVIII secolo.

Da qui in avanti il paesaggio cambia: gli spazi aperti e moderni del Neustadt cedono il passo ai vicoli angusti e stretti tra file di palazzi dell'Altstadt, il lastricato in pietra delle vie pedonali si sostituisce all'asfalto delle strade battute dal traffico automobilistico. Poche decine di metri più avanti rispetto alla Dreifaltigkeitskirche incrociamo la Richard-Mayr-Gasse, un viale anonimo se non fosse per il piccolo canale che ne solca il centro trasportando dentro un tombino posto alla sua estremità bassa l'acqua fuoriuscita da una piccola fontana priva di bordature disposta alla sua sommità, in Stefan-Zweig-Platz. La via è disposta in effetti in lieve pendenza e l'effetto che ne scaturisce è quello di un minuto torrentello la cui esile portata segue la guida del piccolo canale. Alcune sfere di plastica colorata, lasciate sul posto da qualche ignoto benefattore, offrono ai bambini di passaggio un'inattesa occasione di gioco, nel tentativo di seguire di corsa le palline lasciate scivolare sul torrentello dalla base della fontana fino al tombino. Leggermente più avanti superiamo un basso portale e camminando poco oltre ci immettiamo sulla Linzergasse, uno dei maggiori corridoi urbani che compongono l'Altstadt.

Alla sua estremità settentrionale si posiziona la Rektoratskirche Sankt Sebastian. Costruita tra il 1050 ed il 1512 su disegno di Kassian Singer, ristrutturata ed ampliata tra il 1748 ed il 1750 su progetti di Franz Anton Danreiter, anche questo edificio fu vittima delle fiamme nell'incendio del 1818 e venne ricostruita nel 1821. Un nuovo danneggiamento fu apportato alla chiesa nel novembre del 1944 da un bombardamento aereo, ma il sito fu completamente risanato già nel 1945. Oggi la Rektoratskirche Sankt Sebastian dispone con un fianco affacciato alla via, come incastrata tra gli edifici circostanti, e lungo questo lato esposto si apre il portale principale, sovrastato da una torre culminante con una cupola a cipolla. Sopra il portale spicca un busto ritraente San Sebastiano, le frecce dorate conficcate nella carne, opera attribuita a Josef Anton Pfaffinger, ai suoi lati le figure scolpite di due angeli alati, sopra di esso due putti in bilico lungo la cornice della nicchia che ospita l'immagine del santo. L'attribuzione del tempio a San Sebastiano è da ricercare nel fatto che nei suoi pressi, in passato, era collocato il cimitero destinato ad accogliere i resti dei malati morti di peste. Un camposanto è in effetti presente ancora oggi accanto alla chiesa ed accoglie anche sepolture illustri, tra cui Leopold Mozart, padre del musicista, e Wolf Dietrich von Raitenau. All'apice meridionale di Linzergasse si collega invece la Steingasse, uno stretto vicolo che i fianchi degli edifici marginali sottraggono perennemente alla luce del sole, lungo 650m ma capace di custodire interessanti frammenti della storia cittadina. La reputazione che questa strada ha saputo assumere nel corso dei secoli non è però stata certo lusinghiera: a causa delle frequenti esondazioni del fiume Salzach, distante da qui poche decine di metri, la via era infatti nota per il proprio ambiente umido e malsano. Eppure, qui si collocavano numerose botteghe artigiane anche notevole di prestigio: le concerie trovavano in questo viale un luogo appartato dove produrre e commerciare pelli evitando la diffusione delle fastidiose esalazioni scaturite dalla loro fabbricazione; numerosi ceramisti stabilirono nella via il proprio laboratorio, contribuendo a rendere Salisburgo uno dei centri di riferimento continentale per la creazione di stufe artistiche in maiolica nel corso del XVI secolo; persino il primo violino utilizzato da Mozart fu prodotto da un liutaio di nome Andreas Ferdinand Mayr che deteneva la propria bottega nello stabile situato oggi al civico 25 di Steingasse; e non sono da dimenticare nemmeno le officine dei filatori di lino. Tutte queste attività artigianali trovavano nella via un'importantissima materia prima: l'acqua proveniente dal vicino Salzach. Il fiume in antichità arrivava in effetti a lambire i confini di questa strada e fu incanalato solo nel 1832, spostando la disponibilità della risorsa quel tanto che bastava per scoraggiare il mantenimento di tutte queste preziose manifatture. Oggi le botteghe artigianali rimaste all'interno di questa strada sono molto poche e gli edifici che vi si affacciano sono utilizzati prevalentemente a scopo residenziale. Eppure, gli aneddoti particolari, alcuni originali e piuttosto eccentrici, qui non mancano.

Tra di essi quello più celebre racconta di come, nel maggio del 1945, a II Guerra Mondiale quasi conclusa, alcuni soldati americani tentarono di guidare un carro armato attraverso lo stretto spazio della via nel tentativo di raggiungere una casa di tolleranza che all'epoca si trovava proprio sulla Steingasse. Il risultato fu che il mezzo, giunto nel punto in cui all'epoca di trovava il salone di un cinema, rimase incastrato tra i muri dei palazzi che delimitano la strada sui due lati, i soldati lo abbandonarono sul posto dopo vari tentativi di sbloccarlo e fu necessario l'impiego di attrezzature speciali per riuscire a recuperarlo alcuni giorni dopo. I segni lasciati dal cingolato sui muri nel luogo in cui rimase intrappolato sono ancora oggi visibili lungo i fianchi degli edifici affacciati sulla via, vivida testimonianza che contribuisce a dare forma all'immaginazione. E' bello pensare che quando giunse il momento di riparare i danni subiti dalle pareti, qualcuno abbia pensato di lasciare tutto com'era come un'illustrazione posta accanto al testo di una storia, forse anche per ricordare un'evento collegato al periodo in cui la città fu liberata dall'oppressione nazista. Un altro evento piuttosto significativo che coinvolge la Steingasse è la nascita del musicista Joseph Mohr, vissuto a cavallo tra il XVIII secolo ed il XIX secolo, cresciuto proprio in un'abitazione situata all'attuale civico 31 della via. L'infanzia di questo personaggio non dovette essere semplice: fu uno dei numerosi figli illegittimi del moschettiere Franz Mohr von Mariapfarr, venne al Mondo in un ospizio per poveri e visse in seguito con la madre, Anna Schoiber, presso un umile alloggio. Grazie al sostegno finanziario del vicario della cattedrale cittadina, Johann Nepomuk Hiernle, il quale apprezzò il suo talento musicale, potè godere di un'educazione scolastica che altrimenti gli sarebbe stata preclusa dalla sua bassa estrazione sociale. Intraprese la carriera religiosa e fu ordinato sacerdote nel 1815, non senza difficoltà dal momento che la nomina richiese l'autorizzazione di papa Pio VII a causa della sua nascita illegittima. In seguito, Mohr prestò opera religiosa presso differenti località lontane da Salisburgo. Nel 1818 avvenne la svolta che trasformò il semplice sacerdote in una superstar della musica: fu infatti in quell'anno che Mohr chiese al compositore Franz Xaver Gruber di creare una melodie da associare ad un poema da lui scritto nel 1816. Il titolo di questa composizione non ha bisogno di presentazioni ed è "Stille Nacht". Nacque così quello che probabilmente è il canto natalizio più famoso al mondo, tradotto in tutte le lingue possibili ed a noi noto con il nome "Astro del Ciel". La prima esecuzione della canzone avvenne alla Vigilia di Natale del 1818 presso la chiesa di Obendorf bei Salzburg, una ventina di chilometri a nord di Salisburgo, con Gruber come seconda voce e Mohr come prima voce ed accompagnamento alla chitarra. Malato fin dall'infanzia di una grave patologia polmonare, provocata probabilmente dall'umidità e dal freddo dei miseri alloggi in cui visse tutta la vita, Mohr morì quarant'anni più tardi, il 4 dicembre 1848 a Wagrain, nel Pongau.

Percorriamo la Steingasse solo per il primo tratto della sua estensione, fino a raggiungere la Inneres Steintor, un basso portale in pietra che anticamente costituiva l'accesso interno al centro cittadino disposto lungo la via. In passato, lungo la Steingasse era collocato anche un portale esterno che però fu completamente smantellato nel 1832. Massiccia e priva di particolari decorazioni, le origini della Inneres Steintor risalgono al 1280, sebbene venne in seguito ricostruita nel 1444 e ristrutturata nel 1470. In principio di fronte ad essa era presente un ponte levatoio sospeso su un fossato, successivamente riempito intorno al 1900. L'attuale portale, con il suo aspetto austero e ruvido, risale al 1634, anno in cui ne fu commissionata la ricostruzione per volere dell'arcivescovo Paris von Lodron, il cui stemma in effetti spicca sul fronte del portale stesso. Fino agli inizi del XVI secolo, questo varco di accesso alla città era noto con il nome Judentor, in riferimento ai numerosi abitanti di religione ebraica che prima della loro espulsione, avvenuta nel 1498 a causa di pregiudizi economici oltre che religiosi, abitavano quest'area; in seguito fu designata anche con l'appellativo Johannistor in richiamo ad una vicina chiesa intitolata a San Giovanni Battista. Il nome della Steingasse deriva invece dalla sua vicinanza al Kapuzinerberg, una bassa collina occupata prevalentemente da boschi e disposta sul limite del centro abitato, ad est dell'Altstadt e lungo la riva destra del Salzach: la parola tedesca stein significa letteralmente "roccia". Subito dopo la Inneres Steintor, la Steingasse cambia il proprio aspetto, da corridoio stretto tra gli edifici si tramuta in una piccola terrazza leggermente rialzata dalla quale si può ammirare una piacevole veduta sul Salzach e sulla città retrostante: un punto abbastanza riservato, tranquillo e poco affollato da cui apprezzare in tutta tranquillità il panorama, oppure dal quale trarre qualche idea per un bozzetto di un disegno paesaggistico di Salisburgo come vediamo fare all'unica persona, seduta su una panchina accanto al portale, che incontriamo arrivando sul posto.

Lasciandoci alle spalle la Steingasse, continuiamo la nostra passeggiata superando l'estremità meridionale della Linzergasse e raggiungendo le rive del Salzach. Questo fiume affluente dell'Inn custodisce l'anima vitale della città. La sua origine si posiziona a 2.300m di altitudine, sulle Alpi presso Krimml, (nome che ritornerà ancora nel corso del racconto di questo viaggio), il suo decorso ondulante si dirige verso nord attraversando Salisburgo e tagliandone in due metà quasi perfette la superficie. Il suo decorso termina in capo ad ulteriori 60km di tragitto grossomodo nei pressi della piccola località austriaca di Braunau, dopo aver segnato con il proprio passaggio un tratto di quasi 70km del confine tra Austria e Germania. Con i suoi 226km di lunghezza è il principale corso fluviale del Salisburghese. Il suo nome attuale deriva dal fatto che fino al XIX secolo fu una delle più importanti via di trasporto legata al commercio del sale, attività produttiva che fece la fortuna di Salisburgo: la denominazione potrebbe essere tradotta dal tedesco arcaico come "via del sale", nonostante lungo le sue acque fossero trasportate anche altre e differenti merci, come ad esempio l'oro, altra preziosa risorsa a cui la ricchezza di Salisburgo fu molto legata. Il fiume era però già noto alle popolazioni celte che anticamente abitavano questa zona e che lo indicavano con un appellativo derivato da quello del dio Iovantucaro, le cui fattezze erano sovente ritratte come quelle di un toro: secondo i celti, il culto dell'acqua era infatti collegato al mito della giovinezza, di cui la divinità era appunto patrono. Dal nome del fiume derivò poi, come già detto, anche quello degli insediamenti celtici e romani sul luogo dell'attuale Salisburgo. Raggiungiamo le sponde del Salzach come sbucando finalmente in una radura aperto al centro della selva di stretti viottoli dell'Altstadt. Il primo ponte sul fiume che incontriamo è lo Staatsbrücke, un ampio passaggio sospeso percorso costantemente dall'intenso traffico cittadino. La sua struttura, originariamente realizzata in legno, subì nel tempo ripetute ricostruzioni a causa delle alluvioni del Salzach che ne danneggiarono l'impalcatura già nel 1090, poi ancora nel 1316 e di nuovo nel 1598. Agli inizi del XVI secolo lungo la sua superficie si collocavano diverse piccole attività commerciali ospitate in baracche lignee, ma un incendio le distrusse nel 1512. Nel 1599, su mandato dell'arcivescovo Wolf Dietrich von Raitenau, si procedette alla ricostruzione del ponte, sempre in legno ma sprovvisto di botteghe, tuttavia già pochi anni più tardi l'opera riportò un parziale cedimento a causa di gravi difetti strutturali. Riparato nel 1608, il passaggio sospeso fu infine demolito poco dopo per essere nuovamente ricostruito, questa volta in pietra: infatti nel 1612 l'arcivescovo Markus Sittikus von Hohenems diede avvio all'edificazione di un nuovo ponte dalla struttura più moderna, dotata di marciapiedi ai lati della carreggiata e coperta da una tettoia. Tale costruzione terminò solo nel 1620 sotto patrocinio dell'arcivescovo Paris von Lodron. La copertura che sormontava questo ponte caratterizzandolo dovette essere rimossa nel 1786 a causa dei danni indotti da una piena alluvionale del Salzach, la quale però risparmiò la struttura portante del viadotto. Ciò nonostante, il ponte fu nuovamente ricostruito in ferro nel 1877 e dato che tale nuova opera fu portata a termine grazie a fondi statali essa ricevette in tale occasione il nome che ancora oggi la designa.

Ancora una volta lo Staatsbrücke venne reinventato nel 1941, ma i lavori di riedificazioni procedettero a rilento a causa del sopraggiungere della II Guerra Mondiale: il passaggio sarà riaperto al traffico solo a conflitto concluso, nel 1949. Alla costruzione di questa versione del ponte contribuirono con la propria fatica, oltre a manovali assunti a contratto e volontari, anche prigionieri jugoslavi, francesi e sovietici condannati ai lavori forzati dal regime nazista. Il progetto prevedeva che alle estremità del ponte venissero collocate grandi statue a forma di leone, la cui realizzazione cominciò nel 1942 per mano dello scultore Jakob Adlhart, ma che non furono poi mai posate presso lo Staatsbrücke per andare invece ad adornare nel 1949 la stazione ferroviaria di Linz, dove ancora oggi si trovano. L'ultimo restauro sul viadotto risale al 2007: coincide con questa data il posizionamento di una targa commemorativa posta lungo il fronte di uno dei due bassi pilastri che segnano l'ingresso sul ponte sulla riva sinistra del Salzach, riportante le parole "Zum gedenken an die hunderten kriegsgefangenen u zwangszrbeiter die von 1941 bis 1945 gegen ihren willen und unter grossen opferen an der errichtung dieser brücke arbeiten mussten - Die stadt Salzburg aus anlass der brückensanierung 2007" ("In memoria delle centinaia di prigionieri di guerra e di lavoratori forzati che dal 1941 al 1945 hanno dovuto lavorare contro la loro volontà e con grandi sacrifici alla costruzione di questo ponte - La città di Salisburgo in occasione del restauro del ponte 2007"). Al margine opposto del viadotto, una pietra d'inciampo incastonata nell'asfalto del marciapiedi ricorda invece il nome di Renè Lucien Coilliaux, un lavoratore forzato francese morto durante lo svolgimento dei lavori di costruzione del ponte. E' questa una delle circa 500 pietre d'inciampo in ottone, di forma quadrata con lato di circa 10cm, disseminate lungo il selciato delle strade cittadine, posizionate a partire proprio dal 2007 in molti luoghi frequentati o abitati in passato dalle persone che sono state vittime del nazismo. Sulla loro superficie riportano il nome ed alcuni riferimenti biografici di individui deportati o uccisi a causa del proprio orientamento religioso, sessuale, politico oppure per la propria etnia.

Oggigiorno lo Staatsbrücke, lungo 80m e largo 20m, è uno degli svincoli principali che permettono l'attraversamento su strada del Salzach tra i confini di Salisburgo. Ma non è l'unico. A poche centinaia di metri di distanza lo affronta il Makartsteg. Il primo prototipo di questo stretto ponte pedonale vide la luce nel 1905 ed era costituita da una impalcatura in ferro retta su due pilastri dall'aspetto art nouveau: curiosamente, l'attraversamento di questa passerella sospesa sul fiume era soggetta al pagamento di un pedaggio. Qui inizia la cronaca di un'esistenza piuttosto tormentata: già nel 1920 il ponte fu chiuso al transito a causa di lavori di restauro e nel 1967 fu addirittura smantellato per essere completamente ricostruito. A causa della sua instabilità quasi proverbiale, alla passerella venne affibbiato il nomignolo di Schwingenden Brücke, letteralmente "ponte girevole", a causa della sua tendenza a traballare ed oscillare quando veniva attraversato dai passanti. Poichè il ponte era percorso quotidianamente da un altissimo numero di persone, anche la struttura del 1967 andò rapidamente incontro ad un inevitabile e rapido logorio. Fu così che nel 1998 venne indetto un concorso europea per la realizzazione di una nuova passerella che sostituisse la precedente: ad aggiudicarsi il lavoro furono gli architetti Gerhard Sailer ed Heinz Lang tra una settantina di partecipanti. Nel 2000 il ponte fu così nuovamente demolito ed iniziarono i lavori per la nuova costruzione; dopo meno di un anno, a conclusione dell'opera, la passerella fu finalmente riaperta al pubblico. Tale recente riedificazione fa del Makartsteg il ponte più recente realizzato tra i confini della città di Salisburgo. Alla struttura fu proposto di assegnare il nome del matematico salisburghese Christian Doppler, nato nel 1803 in un edificio dislocato in Makartplatz, a breve distanza dall'accesso orientale del ponte: il suo merito in vita fu quello di svelare i segreti del cosiddetto effetto Doppler, fenomeno fisico capace di descrivere il comportamento propagatorio delle onde emesse da una sorgente in movimento, scoperta oggi applicata all'ambito astronomico, telecomunicativo e medico. L'importante conquista scientifica venne però compiuta da Doppler, nel 1842, lontano dalla terra natia, a Praga, dove il matematico si era trasferito, dopo essere passato anche da Vienna, in cerca di opportunità mai rinvenute in terra austriaca. Morì nel 1853 a Venezia, alla precoce età di 49 anni, a causa di una malattia polmonare collegata probabilmente alla frequentazione, in età infantile, della bottega di scalpellino condotta dal padre. A discapito dei suoi meriti, a Doppler non venne alla fine intitolato il ponte sul Salzach, ma oggi a Salisburgo portano il suo nome una clinica medica, una scuola, una piazza nei pressi dell'aeroporto ed un viale nella parte settentrionale della città.

Oggi l'appellativo ufficiale attribuito al ponte è Marko-Feingold-Steg: partorito solo nel 2020, esso fa riferimento a Marko Feingold, cittadino onorario salisburghese dal 2008, nativo tedesco, noto per essere stato per 40 anni, dal 1979 fino alla scomparsa avvenuta nel 2019 (alla sorprendente età di 106 anni!), presidente della comunità ebraica salisburghese. La sua storia è comune a quella di molte persone di religione ebraica della sua epoca, seppure l'esito sia invece piuttosto atipico: già stabilitosi in Austria, con l'Anschluss del 1938 fuggì verso la Polonia, ma prima di raggiungerla venne arrestato dalla Gestapo su territorio cecoslovacco. Era il 1939 e due anni più tardi Feingold subì la deportazione prima ad Auschwitz, poi a Neuengamme in seguito a Dachau ed infine a Buchenwald: un drammatico percorso di atroce sofferenza a cui solamente pochissimi prigionieri sopravvissero. Al termine della II Guerra Mondiale, miracolosamente scampato alla morte, nel 1945 raggiunse Salisburgo dove si stabilì dopo aver ricevuto presso Vienna il divieto all'ingresso nella zona di occupazione sovietica. Poco dopo il suo arrivo in città, assunse la direzione del servizio di rifugio ed accoglienza rivolto ai perseguitati dal regime nazista, persone a cui nulla era rimasto dopo l'abominevole violenza della guerra. Forte del proprio ruolo di guida e riferimento per una grossa parte della popolazione cittadina, nel periodo successivo costruì la propria vita a Salisburgo e dal 1948 fino al 1977 condusse in città un negozio di vestiti. Il suo coraggio e la sua incredibile resistenza alle avversità rivivono oggi nel nome del ponte sul Salzach a lui intitolato, anche se ad onor del vero gli abitanti continuano ad indicare confidenzialmente il sito con il nome precedente, vale a dire Makartsteg. Tale appellativo risale alle origini del ponte, agli inizi del XX secolo, e proviene da quello di Hans Makart come quello della vicina Makartplatz, distante dal ponte appena poco più di 100m. Questo nome è senza dubbio quello che è rimasto nei decenni maggiormente appiccicato al luogo, tanto da sopravvivere anche al periodo tra il 1923 ed il 1985 in cui il ponte venne ribattezzato temporaneamente Museumssteg in richiamo alla sua vicinanza al Salzburger Museum Carolino Augusteum, all'epoca situato lungo la riva sinistra del Salzach.

Oggi il Makartsteg ha abbandonato la propria famigerata fama di instabilità ed offre il passo ad una ininterrotta colonna di passanti che costantemente ne percorrono l'estensione: da lontano, la folla pedonale si contrappone al traffico automobilistico in un perenne confronto tra la fredda materia delle macchine e l'indole calorosamente scompigliata degli esseri umani. Tale calore è attribuito al luogo da una particolare usanza di cui è fatto oggetto, vale a dire quella di depositare dei pegni d'amore lungo la sua superficie: qui, da anni, gli innamorati sono soliti chiudere un lucchetto alla grata di ferro che chiude i fianchi del ponte, a simboleggiare la propria appassionata e fedele devozione alla persona amata. Percorrendo la passerella se ne vedono a decine, di ogni forma e dimensione, alcuni decorati con il nome o le iniziali dei due amanti, altri arrugginiti e deposti da chissà quanto tempo. Questa tradizione è talmente radicata tra gli abitanti della città che nel 2024 l'amministrazione cittadina è stata costretta a rimuovere tutti i lucchetti il cui numero rischiava di rendere instabili i parapetti. Si stima che in tale modo il ponte sia stato alleggerito di circa 2t di peso. I lucchetti non furono gettati via ma custoditi per un anno all'interno di un deposito, in attesa che i proprietari, qualora lo avessero voluto, si presentassero a reclamare il proprio pegno d'amore.

Lo Staatsbrücke ed il Makartsteg sono collegati lungo la riva destra del Salzach da una pista ciclabile e pedonale, uno stretto viale chiamato Elisabethkai sul quale si affaccia una piccola caffetteria fornita di un dehor arredato con tavolini e sedie. Raggiunga la riva opposta del Salzach, compiuta la traversata sul dorso del Makartsteg, si schiude lo scrigno dell'Altsdatd, raggiungiamo il cuore pulsante del centro storico di Salisburgo. Ad accoglierci in questo passo sono tre giovani ragazzi, in piedi all'imbocco del ponte, intenti a suonare i propri violini esibendosi per i passanti: probabilmente sono allievi di una delle prestigiose scuole musicali di cui la città è fornita e la loro musica crea l'atmosfera giusta per la prosecuzione della nostra visita. Da questo lato del fiume osserviamo la strada percorsa poco prima lungo la riva opposta e da questo punto d'osservazione non può passarci inosservata l'imponente mole dell'Hotel Sacher Salzburg. E' questo uno degli alberghi storici della città, uno dei soli due detentori della categoria cinque stelle superior presenti attualmente a Salisburgo. Il suo primitivo antenato fu l'Österreichischer Hof, costruito dall'imprenditore edile Karl Schwarz a partire dal 1863: dopo aver richiesto tre anni per essere completata la struttura fu venduta nel 1866 all'albergatore Karl Irresberger. L'edificio venne a sorgere su terreni occupati precedentemente dalle rive sabbiose del Salzach e bonificati nel corso del XIX secolo. Questa primitiva struttura alberghiera era grande circa la metà di quella presente oggigiorno: comprendeva 66 camere, un salone da pranzo a sue piani, una veranda ed un giardino. Nel 1898 l'albergo venne ampliato ed i suoi locali furono equipaggiati anche di uno studio fotografico, una cappelleria, una rivendita di biglietti ferroviari e persino lo studio di un dentista. Sempre in questi anni venne ospitato all'interno dell'hotel anche il salone del mercante d'arte Gregor Baldi. Un nuovo ampliamento venne condotto nel 1906 sull'edificio che arrivò a contare 107 stanze disposte su tre piani. Tra il 1945 ed il 1950 la struttura fu occupata dalle forze militari statunitensi di occupazione e venne impiegato come alloggio per alti ufficiali: l'ingresso degli Alleati in città era avvenuto in modo incruento, senza combattimenti, il 4 maggio 1945: a partire da questo momento il Salisburghese e l'Alta Austria furono designate come zona di amministrazione americana, la cui sede del comando generale venne stabilita proprio a Salisburgo. Gli Irresberger continuarono a gestire l'albergo fino al 1960, anno in cui fu venduto alle famiglie Blanckenstein e Segur-Cabanac. A seguito di una ristrutturazione condotta sull'hotel nel 1984, furono aggiunte nuove stanze che arrivarono ad essere complessivamente 135. Quattro anni più tardi, nel 1988, l'albergo passò agli attuali proprietari nella figura di Peter Gürtler, già detentore del celebre Hotel Sacher viennese, a cui seguì una nuova ristrutturazione l'anno successivo, nel 1989: da tale circostanze maturò la decisione di modificare il nome della struttura in quello attuale, cambiamento messo in atto però solo nel 2000. Fino ad allora la denominazione dell'hotel era stata quella delle origini, vale a dire Österreichischer Hof. Decisione questa che forse non rende pienamente giustizia alla struttura, attribuendole un connotato che poco ha da spartire con la sua storia. Sin dalla sua apertura, l'albergo ha goduto di grande popolarità arrivando ad essere un punto di riferimento per personaggi celebri ed importanti autorità, tra cui membri di case regnanti, alti ecclesiastici, politici e soprattutto artisti. Nel novero degli ospiti illustri basta citare, tra gli altri, il tenore Placido Domingo, gli attori hollywoodiani Tom Hanks e Mel Gibson, ed il Dalai Lama. A contribuire alla sua raffinata nomea concorre anche il fatto che all'interno dell'Hotel Sacher Salzburg è custodita oggi una delle collezioni private d'arte più importanti di tutta l'Austria. Ma l'ospite il cui nome è quello più strettamente legato a quello dell'albergo non fu una testa coronata o una guida religiosa mondiale, fu invece l'attrice americana Julie Andrews, la quale nell'aprile del 1964 soggiornò presso l'hotel insieme al proprio bambino di un anno e mezzo di età e ad una governante. L'occasione fu fornita dalle riprese del film musical "Tutti Insieme Appassionatamente", di cui la Andrews fu protagonista insieme a Christopher Plummer: la pellicola, diretta da Robert Wise, fu tratta dalla commedia musicale teatrale "The Sound of Music", composta nel 1959 da Richard Rodgers ed Oscar Hammerstein, a sua volta ispirata al romanzo autobiografico "The Story of the Trapp Family Singers" scritto nel 1949 da Maria Augusta von Trapp. Questo personaggio, protagonista della commedia cinematografica nella quale viene interpretato da Julie Andrews, rappresenta indubbiamente una delle figure più iconiche associate alla Salisburgo. Nacque nel 1905 su un treno diretto a Vienna, il suo cognome da nubile era Kutschera. Nel 1924 iniziò il noviziato monacale presso Salisburgo, ma due anni più tardi abbandonò la vocazione religiosa per assumere l'incarico di governante per i sette figli del comandante di marina Georg Ludwig von Trapp, rimasto vedovo nel 1922. I due si sposarono nel 1927 ed ebbero successivamente tre figli. Da qui la narrazione comincia ad assumere i tratti piuttosto melliflui di una pubblicità di merendine con un celebre mulino come marchio: Georg e Maria allestirono un complesso canoro insieme ai loro dieci figli, il gruppo fece il proprio debutto in occasione del Salzburger Festspiele del 1936 con un repertorio di brani classici eseguiti a cappella. A seguito dell'Anschluss nazista del 1938, i von Trapp fuggirono dall'Austria occupata prima in Italia e successivamente negli USA, prendendo dimora in Vermont nel 1942. Georg Ludwig von Trapp morì cinque anni più tardi, ma la fama della sua famiglia crebbe esponenzialmente in terra straniera grazie alle sue esibizioni canore con protagonisti i brani più celebri della musica popolare austriaca. Nel 1956, anno del suo ritiro dalle scene, il successo raggiunto dal gruppo attraversava da est ad ovest il vasto territorio statunitense, successo che fu incanalato nella scuola di musica che da qui in avanti i membri della famiglia fondarono e condussero in Vermont. Maria von Trapp morì nel 1987: dall'autobiografia da lei scritta e pubblicata per la prima volta 38 anni prima da un editore tedesco, venne tratto nel 1956 la pellicola cinematografica in lingua tedesca "Die Trapp Familie", diretta da Wolfgang Liebeneiner e con protagonista l'attrice Ruth Leuwerik, capace di ottenere un discreto successo in Austria e Germania. Tre anni più tardi la storia fu tramutata dagli americani in musical, quindi in un film uscito nelle sale nel 1965. La stessa Maria Augusta von Trapp prese parte alle riprese del film "Tutti Insieme Appassionatamente" svolte a Salisburgo: incontrò di persona Julie Andrews e partecipò come comparsa, insieme alla nipote di tredici anni di età, alla scena in cui la protagonista passa sotto un arco di pietra uscendo dal convento diretta per la prima volta alla casa dei von Trapp. Il film fu un enorme successo planetario: venne candidato a ben dieci Premi Oscar vincendone cinque (miglior film, miglior regia, miglior colonna sonora, miglior montaggio e miglio sonoro) ed ancora oggi si posiziona al sesto posto nella classifica dei lungometraggi cinematografici più visti di sempre. Il titolo originale della pellicola statunitense, "The Sound of Music", lo si incontra ancora spesso passeggiando oggi per le vie di Salisburgo, a volte in modo anche piuttosto inatteso come ad esempio sulla fiancata dei bus che accompagnano i turisti in escursioni a tema intorno alla città. Sicuramente questi itinerari comprendono anche l'Hotel Sacher Salzburg, uno dei luoghi emblematici legati alle riprese di un film che ha fatto storia.

Voltiamo le spalle al Makartsteg ed al Salzach, superiamo un alto portale di pietra e veniamo proiettati tra i meandri dell'Altstadt, un matassa di stretti vicoli chiusi al traffico automobilistico, intervallati qua e là da ampie piazze. Ad accoglierci per prima è la Mozart Geburtshaus, contro la quale quasi andiamo a sbattere uscendo dal corridoio del portale che abbiamo attraversato. La tonalità giallo acceso della facciata di questo edificio non passa certo inosservato ed accoglie il nostro arrivo con un vivace ed allegro benvenuto. E' questa la casa che ha dato i natali a Wolfgang Amadeus Mozart il 27 gennaio 1756. Le sue origini risalgono probabilmente al XII secolo ed la sua esistenza è caratterizzata da un fitto avvicendamento di proprietari: nel 1372 Otto Keutzl lasciò lo stabile in eredità a Paul Keutzl, che in seguito fu borgomastro della città dal 1428 al 1430; alla famiglia Keutzl nel 1434 succedette nella proprietà dell'edificio quella dei Rauchenperger, che la detennero fino al 1585; quindi fu il turno del farmacista di corte Konrad Fröschlmoser, nipote dei Rauchenperger, poi nel 1603 quello del mercante del ferro Michael Wibmer; nel 1662 passò tra i possedimenti di Paul Gschwendtner, consorte di Ursula Wibmer; infine nel 1703 l'immobile venne rilevato dal mercante di spezie Georg von Hagenauer.

E qui entra in scena Mozart: il legame degli Hagenauer con la famiglia del musicista fu stretto e duraturo, tanto che Johann Lorenz von Hagenauer fu uno dei più forti sostenitori e degli amici più intimi di Mozart durante tutta la sua intera esistenza. I Mozart risiedettero in un appartamento al terzo piano dell'edificio, preso in affitto proprio dagli Hagenauer, dal 1747 al 1773: Leopold Mozart ed Anna Maria Pertl, che di lì a poco diventeranno padre e madre del celeberrimo compositore, si erano sposati proprio nel novembre dello stesso anno del loro trasferimento all'interno della nuova abitazione. In realtà il nome di battesimo di quello che oggi è forse uno dei musicisti più famosi ed apprezzati dell'intera storia dell'uomo fu propriamente Johannes Chrysostomus Wolfgangus Theophilus Mozart: l'appellativo Amadeus, aggiunto solo più avanti, si pensa derivi dalla traduzione latina del nome Teophilus, oppure dalla circostanza che vide il musicista già adulto firmarsi con questo pseudonimo in alcune lettere private. Anche il padre Leopold fu apprezzato musicista e compositore, oltre che maestro di cappella presso la corte dell'arcivescovo Leopold Anton von Firmian. La madre invece non spartì mai granchè con la musica ed era figlia di un semplice prefetto. Wolfgang Amadeus Mozart ebbe sei fratelli, tutti morti in età prematura tranne una sorella, Maria Anna Mozart, soprannominata dal fratello, più giovane di lei di 5 anni, con il nomignolo di "Nannerl": anche lei fu dotata di uno straordinario talento per la musica, tanto che già da bambina era solita accompagnare con il clavicembalo le esibizioni del fratello minore. In età adulta divenne un'eccellente pianista ed un'apprezzata insegnante, non di rado Wolfgang Amadeus, che ebbe un'altissima opinione delle sue capacità, la consultò per avere consigli sulle proprie composizioni. Nonostante sia certo che creò diverse opere musicali, non ne è rimasta traccia oggi, a parte alcuni brani a quattro mani e due pianoforti creati dal fratello apposta per essere suonati in coppia con lei. Le doti artistiche del giovane Mozart emersero fin dalla primissima infanzia: a tre anni batteva con buona coordinazione i tasti del clavicembalo, a quattro anni suonava brevi brani, a cinque anni di età era già autore delle prime composizioni. Le sue straordinarie capacità lo resero un vero prodigio musicale tanto da assorbire nel corso degli anni quasi un'aura di leggenda intorno alla propria persona: si dice di lui che fosse dotato di una memoria eccezionale, che avesse un carattere timido e gentile e che il suono della tromba stranamente lo spaventasse. Non ancora compiuti i sei anni di età, nel 1752, il padre lo accompagnò, insieme alla sorella "Nannerl", a Monaco di Baviera per esibirsi alla corte del principe elettore bavarese Massimiliano III di Wittelsbach nel loro primo concerto pubblico ufficiale, peraltro ottenendo un enorme successo. Pochi mesi dopo raggiunsero invece Vienna dove proseguirono le loro esibizioni alla corte imperiale ed in diverse abitazioni nobiliari. La fama di Mozart ormai appariva in crescita inarrestabile: a partire dal 1763 tutta la famiglia seguì Wolfgang Amadeus in un viaggio attraverso il continente europeo che durò più di tre anni e consentì al precocissimo portento di farsi conoscere nelle maggiori città e capitali: Augusta, Stoccarda, Magonza, Francoforte, Bruxelles, Parigi, Londra dove rimase fino al 1765, poi ancora Amsterdam, Utrecht, nuovamente Parigi, Lione, Ginevra, Losanna, Berna, Zurigo, per fare ritorno infine a Salisburgo nel novembre del 1766. Un giro compiuto a suon di note musicali che assomiglia molto agli itinerari seguiti dalle odierne superstar del rock e del pop mondiali. E la sua bravura non era certo da meno, tanto che durante la sua permanenza a Londra, ad appena otto anni di età compiuta, Mozart fu sottoposto da alcuni membri della Royal Society ad alcuni test con lo scopo di stabilire se fosse davvero un bambino oppure un adulto affetto da nanismo: il presidente della commissione di studio, Daines Barrington, si convinse finalmente della reale età del fanciullo quando Mozart, nel bel mezzo dell'esecuzione di un brano a pianoforte, si interruppe distratto ed incuriosito dal passaggio nella stanza di un gatto. Il nome del bambino prodigio era ormai diffuso in ogni parte d'Europa. Dopo poco più di nove mesi trascorsi a Salisburgo, nel 1767 un nuovo viaggio condusse Mozart a Vienna, dove rimase quindici mesi fatta eccezione per una parentesi di dieci settimane trascorse tra Brno e Olomuc a causa dello scoppio di un'epidemia di vaiolo nella capitale imperiale. Dal 1769 al 1773 finalmente il giovane compositore soggiornò, insieme al padre, in Italia, dove si esibì ed ascoltò musica in varie città della nostra penisola. Di ritorno a Salisburgo la famiglia si trasferì in una nuova abitazione per necessità di maggiori spazi: dopo 26 anni di permanenza i Mozart abbandonarono così l'edificio dell'attuale Mozart Geburtshaus per andare a vivere in un più ampio appartamento sull'attuale Makartplatz. La casa che vide dare alla luce Mozart venne in seguito ceduta nel 1838 da Franziska Hagenauer, figlia di Lorenz Hagenauer, a Ludwig Thury; pochi anni dopo, nel 1846, il possesso passerà al produttore e commerciante di cemento Angelo Saullich, il quale aveva sposato la vedova di Ludwig Thury, Therese Leitner, dopo la sua morte avvenuta nello stesso anno. Finalmente nel 1917 l'edificio fu rilevato dall'associazione culturale Stiftung Mozarteum e da allora vi è ospitata una mostra dedicata alla vita, alle opere ed alla persona di Wolfgang Amadeus Mozart. L'aspetto brioso e colorato della facciata, con il suo acceso colorito giallo e la scritta posta in caratteri eleganti al centro della facciata a richiamare il nome del sito, è frutto di un recente restauro condotto sulla struttura intorno all'anno 2000. Per il resto, l'ingresso della rivendita di una famosa catena di supermercati, disposto in due portali al piano terra dello stabile accanto all'accesso verso il museo, poteva francamente essere risparmiato, ma è il mio modestissimo parere. Peccato non avere il tempo di visitare l'esposizione: rinunciamo ad entrare nel museo e proseguiamo la nostra passeggiata all'interno dell'Altstadt facendoci largo tra la folla di visitatori di ogni nazionalità (tantissimi asiatici!) fermi sullo spiazzo antistante la Mozart Geburtshaus in attesa di entrarvi. Da un lato e dall'altro della via si srotola come il più aristocratico dei tappeti rossi la Getreidegasse, probabilmente la strada più iconica non solo del centro storico ma dell'intera Salisburgo. Lunga appena 300m, lungo la sua estensione condensa frammenti importantissimi della storia e delle tradizioni cittadine. Qui fin dall'antichità si collocavano le botteghe artigiane più pregiate della città, qui erano contese dall'alta società le abitazioni più ricche e prestigiose. Il suo importante trascorso commerciale è testimoniato ancora oggi dalla presenza, lungo le facciate di alcuni edifici affacciati sulla via, di alcune travi di legno utilizzate un tempo per sostenere i montacarichi necessari a trasportare le merci all'interno di magazzini e depositi. Questo spazio di transito costituiva già in epoca romana il principale svincolo stradale che attraversava l'insediamento abitativo in direzione dell'attuale Baviera. Risulta menzionata per la prima volta in documenti storici del 1150 con il nome di Trabgasse, appellativo probabilmente derivato dal termine tedesco arcaico trabig traducibile letteralmente in "veloce", riferimento ulteriore alla sua percorrenza rapida e diretta. Il suo sviluppo esponenziale coincise con l'epoca medievale, quando la strada divenne uno dei principali centri di riferimento mercantile della città. Gli edifici che si affacciano ancora oggi su di essa, stretti e pressati fianco a fianco, risalgono in effetti, nella loro struttura primitiva, per la maggior parte al XII secolo. Sempre a quest'epoca si riconduce una bizzarra circostanza che vide protagonista la Gerteidegasse: infatti, ogni sabato ed ogni vigilia dei giorni festivi la via veniva in passato pulita con un metodo piuttosto insolito, vale a dire allagandone lo spazio con il fine di convogliare i rifiuti che ne occupavano la superficie verso le vicine acque del Salzach. Che dire? Una soluzione sbrigativa e davvero poco ecologica. Altra caratteristica peculiare detenuta da molti dei palazzi che delimitano la via sui lati è la presenza dei cosiddetti durchhäuser, passaggi coperti ricavati alla base degli stabili, sorta di varchi segreti che quasi magicamente sono capaci di proiettare i passanti da un ambiente ad un altro completamente diverso. Alcuni di essi risalgono alle origini medievali della via, ma la maggior parte fu creata nei secoli successivi a seguito della necessità di mettere in comunicazione in modo veloce ed efficace parti diverse della città in espansione. Spingere lo sguardo al loro interno può far scoprire alcuni degli scorci un po' nascosti ma molto preziosi custoditi dall'Altstadt, percorrerli rende la visita di questa parte della città avventurosa e sorprendente. Oggi la Getreidegasse, aperta attualmente solo alla circolazione pedonale, mantiene pressochè intatto il proprio fascino, ospitando tuttora alcune importanti attività commerciali storiche della città, contrassegnate da elaborate insegne in ferro battuto che arredano la parte superiore della via caratterizzandone in modo inconfondibile l'aspetto: tra di essi non si può non citare la Apotheke zum Goldenen Biber, situata a brevissima distanza dalla Mozart Geburtshaus. Si tratta di una delle più antiche farmacie di Salisburgo, attiva dal 1608 e fino al 1764 l'unica presente in città insieme alla Alte Fürsterzbischöfliche Hofapotheke. Il suo nome deriva dalla credenza medievale secondo la quale dalle secrezioni genitali del castoro, chiamate castoreo, fosse possibile ricavare medicinali in grado di curare numerosissime afflizioni del corpo: nonostante oggi la prassi medica sia radicalmente cambiata, la farmacia continua a detenere un appellativo che evoca un fantomatico e poco scientifico castoro dorato. Di fronte ad essa si posiziona, sull'altro lato della strada, la Schatzhaus, edificio nato dall'unione effettuata nel corso di XVI secolo di due edifici attigui di epoca medievale. Il suo nome deriva da quello del tornitore Joseph Schatz che ne rilevò la proprietà nel 1836. In precedenza lo stabile era appartenuto alla famiglia Mayr, nota per il commercio via mare, attività di cui rimane oggi a retaggio un osso di balena ed uno squalo essiccato sospesi all'interno di una reta lungo la volta del durchhäuser. Nei laboratori di tornitura che furono stabiliti nei locali del palazzo lavorò tra il 1859 ed il 1860 anche August Bebel, uno dei principali esponenti del socialismo tedesco dell'epoca, circostanza commemorata da una targa posizionata oggigiorno sulla parete di uno dei due cortili. Alla bottega di tornitura successe un negozio di giocattoli ed in seguito, dal 1877, una pasticceria, sempre gestita dagli Schatz, tuttora in funzione con il nome di Schatz Konditorei. Da menzionare anche il portale di accesso al durchhäuser, ricavato alla base dell'edificio ed affacciato sulla Getreidegasse, al cui culmine spicca un rilievo raffigurante un triangolo con al centro un occhio aperto e circondato da una corona di raggi luminosi: sotto di esso si posiziona la scritta beneaugurante "Gotte auge schutz' dieses haus und was da gehet ein und aus" ("L'occhio di Dio protegga questa casa e ciò che entra ed esce da essa") in caratteri dorati. 
Percorrendo il durchhäuser della Schatzhaus in poche decine di metri si giunge in un altro luogo importante di Salisburgo. La Universitätsplatz è una piazza tutto sommato di piccole dimensioni, caratteristiche che si può ricondurre al fatto che in origine il sito ospitava il Frauengarten, un giardino assegnato all'uso da parte della comunità monacale femminile dell'Erzabtei Stift Sankt Peter le cui componenti erano note come Petersfrauen. Lo spazio, sfruttato anche come terreno coltivabile, passò in seguito anche tra le proprietà dei frati francescani prima di compiere la propria metamorfosi in piazza nel corso del XVII secolo. Fino al 1810 il nome del luogo fu Kollegiumsplatz, dopo tale data assunse invece la denominazione attuale. La maggior parte degli edifici che circondano la piazza risale al XV secolo, sebbene le loro facciate furono nei secoli successivi riqualificate in stile barocco. L'attuale allestimento della Universitätsplatz è tuttavia molto più recente, risale al 1992 e lo si deve all'architetto Boris Podrecca: a risultato di questo ultimo moderno rinnovamento, la piazza avrebbe assunto la forma di una gigantesca meridiana astronomica, anche se in verità tale corrispondenza non sia mai stata ufficialmente confermata da chi ha progettato l'opera. Al nostro arrivo la piazza ci appare piuttosto affollata di persone ed occupata da numerose bancarelle che offrono ai passanti soprattutto cibo da strada. Approcciandoci ad una di esse collocata proprio allo sbocco del durchhäuser collegato alla Getreidegasse, ricevuti i saggi consigli del gioviale rivenditore, gustiamo per la prima volta il Käsekrainer, una salsiccia di maiale ripiena di formaggio e cotta al vapore: una vera delizia ma un po' dura da digerire, comunque un classico della gastronomia austriaca che non lascia certo insoddisfatti. Consumiamo il nostro spuntino riparandoci da un acquazzone improvviso sotto lo stretto tendaggio che copre la bancarella: quella della pioggia sarà una costante delle nostre giornate salisburghese, ma i nostri programmi non ne hanno affatto risentito. In piedi accanto al banco del gentile venditore ambulante, cerchiamo di cogliere una vista aperta della piazza sopra le teste della folla che la occupa ed attraverso la pioggia battente. Accanto a non non si può non notare la facciata fenestrata della Ritzerhaus, un palazzo signorile la cui costruzione risale al 1294 ma il cui nucleo della struttura attuale data XVI secolo, sebbene buona parte di esso sia stato rimaneggiato nel corso del XVIII secolo. Il suo nome deriva da quello della famiglia aristocratica che ne commissionò la realizzazione, vale a dire quella dei baroni von Ritz Grueb che furono pertanto i primi possessori del palazzo. Tale proprietà si mantenne fino al XVI secolo, epoca a partire dalla quale l'edificio conobbe svariati proprietari e cambiò differenti destini di utilizzo, tra i quali per un breve periodo anche quello di istituto scolastico. Oggi la Ritzerhaus ospita la Buchhandlung Höllrigl, al momento la libreria più antica di Salisburgo, stabilitasi nelle sale del palazzo dal 1882: in realtà la sua fondazione, attribuita a Konrad Kürner, si attesta nel 1598 ma originariamente la sede era situata altrove. Il nome della libreria si distingue chiaramente in lettere scure lungo la superficie del fronte dell'edificio. Subito sotto la scritta si apre quello che costituisce sicuramente l'elemento distintivo del palazzo: il Ritzerbogen è un arco a tutto sesto ricavato nella facciata dell'edificio e che da accesso ad un passaggio coperto lungo circa 40m e capace a collegare Universitätsplatz con la limitrofa Sigmund-Haffner-Gasse. La struttura attuale di questo corridoio risale al 1626, ma una galleria più piccola esisteva in questo punto già nel XV secolo e serviva da via di connessione tra la città ed il Frauengarten, come tale non era pertanto utilizzabile dalla popolazione ma soltanto da monache e frati. La veste recente e curata che sfoggia oggi il Ritzerbogen è frutto dell'ultimo restauro che lo vide protagonista nel 1997: ne tappezzano le pareti, lungo l'estensione dello spazio coperto, diverse teche espositive contenenti volumi e testi messi in vendita dalla libreria, accompagnate dai portoni d'ingresso di una tabaccheria e di una pasticceria situate al pianterreno dell'edificio. L'elemento di maggior pregio custodito dalla Universitätsplatz è però un altro. La Kollegienkirche è la chiesa parrocchiale che serve l'università cittadina. Intitolata all'Immacolata Concezione di Maria, fu voluta dall'arcivescovo Paris von Lodron che ne promosse la progettazione durante la prima metà del XVII secolo. Sarà tuttavia l'arcivescovo Johann Ernst von Thun ad avviarne effettivamente la costruzione che iniziò solo nel 1696, tre arcivescovati dopo quello di Paris von Lodron. A condurre i lavori fu Edmund Sinnhuber, abate dell'Erzabtei Stift Sankt Peter, su progetti redatti niente poco di meno che da Johann Bernhard Fischer von Erlach e con la collaborazione del capomastro Johann Grabner. Il 20 novembre 1707, ad opera non ancora terminata, la chiesa venne finalmente consacrata dal Franz Anton von Harrach, all'epoca coadiutore di Johann Ernst von Thun e più avanti, dal 1709, suo successore nella carica di arcivescovo. I lavori di costruzione proseguirono anche nei decenni a seguire, durante i quali furono completati soprattutto gli interni della chiesa. Non ancora centenario, l'edificio conobbe nel 1800 una fase di trascuratezza e decadenza in concomitanza con l'occupazione francese della città: in questo periodo fu impiegato come deposito di fieno e come ospedale. Ancora oggi è possibile trovare all'interno dell'edificio, lungo la superficie del pavimento sotto la cupola, tracce di bruciature, probabilmente provocate dalla combustione di focolari o bivacchi, testimonianza della profanazione subita dal tempio nel corso del dominio napoleonico. Con l'avvicendamento dei bavaresi ai francesi nel 1810, la Kollegienkirche recuperò la propria vocazione religiosa ma perse la propria funzione di chiesa universitaria. Nonostante ciò l'edificio mantenne una importante centralità nella vita culturale e religiosa di Salisburgo: ne è testimonianza il fatto che nel 1922 qui venne messa in scena per la prima volta l'opera teatrale "Das Salzburger Grosse Welttheater", scritta da Hugo von Hofmannsthal e diretta da Max Reinhardt, vera e propria pietra miliare della moderna espressione artistica moderna di una città abituata alla bellezza ed alla conoscenza. Tale ruolo di ambientazione per eventi culturali è mantenuto vivo ed intatto ancora oggi. A ciò si affiancò nel 1964 il recupero dell'originaria funzione di luogo di chiesa universitaria ed anche grazie a questa rilevante investitura, oggi la Kollegienkirche è il secondo luogo di culto religioso più importante della città dopo il duomo. La sua struttura, distribuita su una pianta a croce dotata di un asse maggiore di 58m di lunghezza ed un asse minore largo 29m, fu oggetto di restauro negli anni tra il 2003 ed il 2013, ed oggi può sfoggiare il meglio del proprio raffinato aspetto. La magnifica facciata, rivolta verso nord, è fiancheggiata da due torri sprovviste di cupole ma coronate sulla cima da eleganti balaustre decorate con figure allegoriche scolpite: quelle sopra la torre sudorientale rappresentano i quattro Evangelisti, quelle invece sulla sommità della torre nordoccidentale rappresentano Sant'Agostino, Sant'Ambrogio, San Girolamo e San Gregorio Magno. Questi due gruppi scultorei sono entrambi attribuiti alla mano di Michael Bernhard Mandl. La statua di Santa Maria posizionata su una mezzaluna dorata domina invece l'apice della porzione centrale della facciata ed è frutto del lavoro di Matthias Wilhelm Weissenkirchner. Ai lati della figura mariana, disposte sugli angoli laterali del frontone, stanno infine su ciascun lato le effigi scolpite di due angeli che reggono tra le mani una corona d'alloro dorata. Fini rilievi decorativi impreziosiscono ulteriormente il fronte dell'edificio, opera proveniente dalla maestria di Diego Francesco Carlone e Paolo D'Allio; le ampie fenestrature disposte sia lungo le torri sia lungo il corpo centrale concorrono ad alleggerirne il volume; due orologi con lancette auree completano il quadro impreziosendo il prospetto. Ultima menzione per la cupola, larga 29m ed alta nel suo punto di maggior elevazione ben 58m: secondo i progetti originari questo elemento doveva essere 5m più elevata di quanto lo sia oggi, ma in fase realizzativa si decise di mantenere più basse le altezze delle volte per rendere l'edificio più stabile. Quella della Kollegienkirche è sicuramente la presenza più forte da noi percepita durante la nostra breve sosta in Universitätsplatz. Accanto ad essa, quasi come una sua appendice silenziosa e schiva, si stende allontanandosi da noi verso il fondo della piazza la massa sicuramente meno raffinata, ma non per questo meno ricca di significato, della Alte Universität, l'antico edificio dell'università locale. In realtà si tratta di un complesso di più stabili la cui costruzione precede la fondazione dell'istituto universitario cittadino: vennero infatti edificati intorno al 1617. Alcuni di essi furono innalzati per ospitare l'Akademisches Gymnasium, una sorta di scuola preparatoria agli studi superiori creata nello stesso anno dall'arcivescovo Markus Sittikus von Hohenems, precursore dell'università salisburghese e primo interlocutore nel dialogo con i monaci benedettini che ne assumeranno per primi la direzione. Appena dieci anni dopo la sua nascita, nel 1627, il complesso venne ampliato ed unificati con il fine di collocarvi la sede dell'università benedettina avviata ufficialmente poco prima, nel 1623, su spinta dell'arcivescovo Paris von Lodron: ad ideare l'opera fu l'architetto lombardo Santino Solari. I lavori, fedeli allo stile barocco, proseguirono nel corso degli anni successivi: nel 1632 fu ultimato il salone accademico, l'ala nord venne completata nel 1630 e l'ala sud nel 1655. Il progetto non venne terminato definitivamente che molti decenni dopo, nel 1750, e nonostante ciò diverse aggiunte formali furono effettuate anche successivamente, l'ultima di esse appena nel 2009. Oggi vi sono ospitate quattro facoltà: quella di teologia, quella di giurisprudenza, quella di sociologia ed infine quella di scienze naturali. Sapienza e fede si fondono perfettamente all'interno della Universitätsplatz che forse non sarà la piazza più bella di Salisburgo, forse non sarà nemmeno la più importante, ma di sicuro possiede una sua tipicità, un suo carattere. Sarà il continuo viavai della gente che si insinua tra le bancarelle, saranno i vapori profumati delle pietanze vendute ai banchetti del mercato, sarà magari anche la pioggia estiva che sa donare gioia a chi la la cogliere, da Universitätsplatz traiamo uno dei ricordi più lieti del nostro soggiorno in città.

Non serve più di qualche passo per approdare ad altre piccole grandi piazze di Salisburgo. Basta lasciarsi alle spalle la Kollegienkirche, attraversare il Ritzerbogen e raggiungere la Sigmund-Haffner-Gasse, un lungo viale che poco ha da offrire fatta eccezione per il Langenhof, un vasto palazzone realizzato tra il 1670 ed il 1675, limitrofo alla Universitätsplatz, da cui dista pochi passi verso sud senza tuttavia entrarci realmente in contatto. Il suo aspetto risulterebbe poco suggestivo se non fosse che questo edificio fu in passato protagonista di una vicenda alquanto bizzarra. La sua funzione fu infatti fin dal principio quella di residenza per i congiunti dell'arcivescovo Maximilian Gandolf von Kuenburg e per assolvere a tale scopo sorse su edifici preesistenti che furono pertanto soppiantati dalla nuova struttura. Tali costruzioni andate perdute erano di proprietà dell'arcivescovo Matthäus Lang von Wellenburg, in carica dal 1519 al 1540, da cui il nome che il palazzo mantenne in seguito nei secoli a retaggio delle proprie autentiche origini. Si dà il caso che all'epoca della costruzione della Kolelgienkirche Johann Joseph von Kuenburg, congiunto di Maximilian Gandolf von Kuenburg, fosse consigliere dell'arcivescovo Paris von Lodron e temendo che la costruzione del nuovo tempio intaccasse il vicino palazzo presso il quale risiedeva, il Langenhof per l'appunto, montò una serie di insistenti e continue rimostranze nei confronti della realizzazione dell'opera. Tanto fece e tanto disse che Paris von Lodron non riuscì a vederne l'avvio prima di passare a miglior vita e l'inizio dei lavori di edificazione della chiesa subiranno un ritardo di svariati decenni rispetto alla data della progettazione. A tanto può arrivare la cieca ostinazione di un uomo quando gli viene offerto un potere che non si dimostra capace di gestire con onestà: se fosse stato per il suo capriccio, non avremmo mai ricevuto in dono la bellissima struttura della Kollegienkirche. Mi piace pensare che oggi il Langenhof rifletta in parte l'indole degli abitanti che ha ospitato nel corso dei secoli: la sua facciata fredda, geometrica, ripetitiva nelle forme, appare distinta nelle forme ma povera nello spirito. A ciò non riescono a rimediare le numerose fenestrature che ne adornano la facciata e nemmeno il restauro in stile classicista che il palazzo ricevette nel 1800 ad opera di Johann Georg Laschensky.

Al limite superiore dei circa 250m di lunghezza della Sigmund-Haffner-Gasse si trova la Rathausplatz, la piazza che ospitò il municipio cittadino. Il suo spazio piuttosto angusto, oltre ad interrompere il decorso della Getreidegasse che provenendo da ovest confluisce in essa, basta anche per accogliere l'Altes Rathaus, l'antico palazzo municipale. Questo edificio fu residenza della nobile famiglia Keuztl dalla sua costruzione, avvenuta nel corso del XIV secolo, fino al 1407, anno in cui divenne proprietà dell'amministrazione cittadina. All'interno di esso furono collocati gli uffici del capomastro e le sale del tribunale giudiziario, oltre alle stanze utilizzate dall'ostetrica attiva in quest'area della città ed a quelle occupate da un corpo di guardia militare con annessa armeria. Durante il governo dell'arcivescovo Markus Sittikus von Hohenems, siamo tra il 1616 ed il 1618, il palazzo fu protagonista di un'importante opera di ampliamento e ristrutturazione rinascimentale che gli conferì grossomodo l'aspetto attuale, fatta eccezione per la facciata principale che fu ulteriormente rimaneggiata in stile rococò nel 1722. In occasione dei lavori condotti nel XVII secolo, il municipio fu arricchito da preziosi affreschi e decori a stucco che incomprensibilmente durarono appena una sessantina d'anni, vale a dire fino a quando l'arcivescovo Maximilian Gandolf von Kuenburg non diede ordine di eliminarli con un esteso quanto impietoso colpo di pennello. Dopo la grande importanza rivestita durante il periodo medievale comunque, a partire dal periodo di governo dell'arcivescovo Wolf Dietrich von Raitenau compreso tra la fine del XVI secolo e l'inizio del XVII secolo, il palazzo iniziò a ricoprire un ruolo solo marginale nella vita politica della città, parallelamente al progressivo declino della carica di capomastro voluto e spinto proprio dall'autorità arcivescovile. Tale declino fu conseguenza delle rivolte contadine emerse a Salisburgo tra il 1525 ed il 1526, note come Salzburger Bauernkrieg, quando il popolo oppresso dalle tasse imposte per l'incoronazione dell'imperatore Carlo V d'Asburgo avvenuta nel 1519 ed i minatori impiegati nei giacimenti auriferi schiacciati da richieste produttive altissime si organizzarono in gruppi di protesta che costrinsero l'arcivescovo Matthäus Lang von Wellenburg ad arroccarsi all'interno della fortezza cittadina, dalla quale ardì anche a sparare colpi di cannone contro la sottostante città. Non contribuirono certo in positivo nemmeno le condanne a morte rivolte a popolani emesse dall'arcivescovo per l'accusa di eresia in risposta alla Riforma Protestante che in quegli anni si espandeva progressivamente sul territorio. La sommossa ebbe origine nel giugno 1524 dal villaggio di Stuhlingen, nella Germania sudoccidentale, a quasi 400km di distanza da Salisburgo. I rivoltosi avanzarono all'arcivescovo una richiesta articolata in dodici articoli attraverso i quali veniva richiesta la riduzione delle tassazioni, la libertà di professione religiosa ed una maggiore autonomia politica. Il 31 maggio 1525 l'arcivescovo accettò un patteggiamento con gli insorti impegnandosi a realizzare alcune delle richieste ma quasi subito i propositi vennero disattesi ed il conflitto riprese vigore. A comandare i ribelli salisburghesi giunse il contadino tirolese Michael Gaismair, appena evaso dalle prigioni di Innsbruck dove era stato rinchiuso a seguito delle sollevazioni popolari da lui fomentate. Dopo alcune battaglie vittoriose, ben presto però, dal giugno 1526, l'armata dei disperati cominciò a perdere terreno, in particolare dopo che un suo distaccamento, inebriato dai precedenti successi, era stato sopraffatto dall'esercito regolare nei pressi di Zell am See. La sconfitta definitiva e la finale capitolazione dei contadini è del 24 giugno 1526 e vede come palcoscenico la località di Radstadt, una sessantina di chilometri a sud di Salisburgo. Le vittime complessive provocate dagli scontri, i quali raggiunsero anche territori polacchi e svedesi, vengono calcolate intorno alle 100.000 unità. Le rivolte si conclusero con un armistizio che non apportò alcun beneficio al popolo: solo pochi esponenti della nobiltà concessero pochi e scarsi miglioramenti alla misera condizione della plebe, la maggior parte di essi inflisse piuttosto castighi ed attuò rappresaglie. Michael Gaismair fu costretto a fuggire in Italia insieme ad alcuni dei suoi più stretti seguaci, arruolandosi come combattente al servizio della Repubblica di Venezia. Negli anni successivi non rinunciò a coltivare il proprio propositi di sollevare il Tirolo contro i propri governanti, non riuscendo mai comunque a portare a termine con successo la propria opera. Con la pace stipulata tra i veneziani e gli Asburgo nel 1529 i piani di ribellione di Gaismair persero sostegno e lo costrinsero a rifugiarsi a Padova, dove nel 1532 trovò la morte per accoltellamento, sui gradini della propria tenuta, dalla mano di un mercante di cavalli suo conoscente accompagnato da due sicari. Nella colluttazione vennero uccisi anche il servo di Gaismair, accorso in aiuto del padrone, ed un artista che aveva preso domicilio presso la tenuta. A partire da questi eventi la condotta delle autorità arcivescovili salisburghesi fu quella di tentare di sminuire col tempo il potere del popolo, riconosciuto nella carica di borgomastro, e così effettivamente andarono le cose. Oggi il vecchio palazzo municipale ospita alcuni negozi al pianterreno, un presidio di polizia composto da una quarantina di agenti, uno spazio espositivo destinato a mostre d'arte ed eventi culturali, oltre agli uffici di diversi enti municipali. Il sindaco della città invece, dopo essere stato ospitato per le proprie funzioni dall'Altes Rathaus fino al 1947, oggi possiede il proprio ufficio presso lo Schloss Mirabell, circostanza che valse all'edificio l'attribuito di anzianità che fu affibbiato anche al nome. Nella sua struttura, rinfrescata dai recenti lavori di restauro che vennero condotti sull'edificio tra il 2011 ed il 2012 ad opera degli architetti Erich Wagner e Max Rieder, spicca sicuramente la facciata, compressa forse un poco tra gli edifici circostanti, quasi incastrata negli stretti pertugi dell'Altstadt, come castrata nel proprio pressante desiderio di sfoggiare la propria importante personalità. Oltre ai begli stucchi decorativi che incorniciano le fenestrature, al centro di essa salta all'occhio la statua con soggetto la Giustizia, seduta e con la mano levata nell'impugnare una spada: la scultura risale al 1616 e fu creata da Hans Waldburger. Ma l'elemento che salta maggiormente all'occhio della struttura della Altes Rathaus è senza dubbio la torre posizionata a margine della facciata: oggi elemento urbanistico altamente simbolico non solo dell'edificio al quale è attiguo ma anche dell'intera città, in passato la sua funzione fu quella di postazione di vedetta. Culmina in un basso e sottile campanile dotato di due piccole campane antiche, risalenti al XIV secolo ed al XVI secolo, utilizzate un tempo per segnalare alla popolazione il pericolo di incendi oltre che ovviamente per scandire le ore della giornata. A queste due campane se ne è aggiunta una terza di maggiori dimensioni nel corso del XX secolo. Il bell'orologio che adorna la facciata della torre, dotato anche di calendario lunare, data invece 1802 ed è creazione di Johann Pentele. Dirimpetto alla Altes Rathaus, sull'altro lato del vicolo che costituisce il margine meridionale della Rathausplatz, si posiziona la Thalhammerhaus. Questo palazzo funse in passato come centro di riscossione per i pedaggi stradali e doganali, compito che cominciò a svolgere già ben prima che la proprietà diretta dell'edificio venisse rilevata dall'arcivescovo Michael von Kuenburg nel 1556. Qui abitò dalla nascita fino all'anno della sua morte, il 1704, anche il violinista Heinrich Ignaz Franz Biber, impiegato al servizio dell'arcivescovo Maximilian Gandolf von Kuenburg: una targa posta lungo la facciata dell'edificio commemora questo illustre passaggio. Fu questo musicista a comporre la celebre "Missa Salisburgensis", brano liturgico a 53 voci per due cori vocali e quattro cori strumentali nello stile della musica policorale veneziana eseguito per la prima volta nel 1682 in occasione del 1.100° anniversario della fondazione della diocesi di Salisburgo. Per quasi 300 anni la Thalhammerhaus rimase possedimento arcivescovile, in seguitò passò ad essere dominio imperiale austriaco nel 1816. Il nome attuale deriva invece dal fatto che nel 1917 lo stabile fu acquistato da Franz Thalhammer, il quale vi stabilì la sede della propria industria tessile: a questo periodo risale anche l'appariscente affresco distribuito su una striscia di parete esterna del primo piano, realizzato nel 1927 dal pittore Karl Reisenbichler e composto da undici scene che illustrano tutte le fasi della lavorazione della lana, dalla tosatura delle pecore al confezionamento dell'abito. L'industria tessile di Thalhammer chiuse i battenti nel 1990 ed oggi al piano terra del palazzo si affacciano sulla via le vetrine di un negozio di abbigliamenti. 
Prima di giungere in Rathausplatz, più o meno a metà del decorso della Sigmund-Haffner-Gasse, sulla destra si apre un'altra piccola ma importantissima piazza, la Alter Markt. Questo luogo venne creato nel corso del XIII secolo con il fine di collocarvi uno dei mercati cittadini, ruolo che effettivamente ricoprì per lungo tempo concedendo ospitalità ad animatissimi banchi di lattai, ortolani, vasai, legnai e fioristi. Il mercato, in precedenza allestito in Waagplatz, rimase sulla piazza fino al 1857, anno in cui fu spostato presso la vicinissima Universitätsplatz, in altre parole lo si può definire a buon ragione un mercato senza fissa dimora. Ad ogni modo, la piazza ricevette da esso il nome che possiede ancora oggi, nonostante per un breve periodo dal 1866 al 1927, fu ribattezzata Ludwig-Victor-Platz in onore dell'arciduca Ludovico Vittorio d'Asburgo-Lorena, fratello minore dell'imperatore Francesco Giuseppe I d'Asburgo-Lorena. I meriti di questo aristocratico personaggio risiedono nel fatto che per 25 anni, a partire dal 1861, visse a Salisburgo ed in questo periodo compì numerose opere per la città, dal supporto agli orfani al soccorso prestato ai poveri, dal sostegno allo studio rivolto ai giovani alle donazioni rilasciate a diverse organizzazioni benefiche. Volgendo uno sguardo sull'intera storia della dinastia Asburgo, forse si può affermare senza mentire che fece per Salisburgo più di qualsiasi altro membro del suo casato. La cosa curiosa di tutto ciò è che all'epoca dell'intitolazione della piazza al suo nome, Ludovico Vittorio d'Asburgo-Lorena era ancora in vita dal momento che morì solo 33 anni più tardi, nel 1919. La Alter Markt appare come uno spiazzo lungo e stretto, contornato sui due lati da palazzi tutti simili nell'aspetto fatta eccezione per il colore delle facciate. Al centro del sito, come una cantante lirica in piedi nel mezzo di un palcoscenico, si innalza la Florianibrunnen, una fontana barocca intitolata nel nome a San Floriano. Le sue origini risalgono al 1488, anno in cui ne venne realizzato il primo prototipo sul luogo in cui sorgeva in precedenza un antico e grezzo pozzo d'acqua, ancora oggi attivo quale fonte di alimentazione della fontana odierna. Nel 1583 intorno alla fonte venne allestita una cancellata metallica, decorata con figure scolpite di cavalieri, animali, elementi botanici, ed anche un ferro di cavallo, simbolo benaugurante e richiamo al mestiere dell'autore dell'opera, il fabbro Wolf Guppenberger, che in effetti prestava opera principalmente come siniscalco. Lungo la superficie della recinzione salta all'occhio la presenza qua e là di dettagli dorati e le tinte vivaci degli stemmi dell'arcivescovo Johann Jakob von Kuen-Belasy, in carica all'epoca della sua realizzazione, del Land Salzburg e di quello cittadino di Salisburgo. La prima rappresentazione di quest'ultimo simbolo è antichissima e risale al 1249: ieri come oggi raffigurava una cinta muraria merlata di colore argento su sfondo rosso e con al centro un portale dotato di battenti aperti ed una serranda rialzata, dietro di essa tre torri argentate, una esagonale e due rotonde merlate, tutte sormontate da tetti a punta dorati. Lo stesso stemma cittadino è riportato anche sul pilastro centrale di pietra della fontana, risalente al 1687. Sulla cima di esso si innalza la statua di San Floriano, santo protettore dal fuoco degli incendi, per questo motivo spesso raffigurato su fontane e pozzi: di lui si tramanda che fosse comandante di un corpo militare incaricato di difendere la popolazione dal fuoco e che fosse capace di estinguere un enorme rogo con il solo uso della preghiera. Praticante della fede cristiana in gran segreto in un'epoca non proprio favorevole, vale a dire quella dell'imperatore Diocleziano, fu arrestato dai romani e condannato a morte per annegamento. La scultura che ne ritrae i tratti posta sopra la Florianibrunnen venne realizzata da Josef Anton Pfaffinger postuma rispetto al pilastro che la sostiene, cioè nel 1734. La vasca di raccolta delle acque della fontana invece, piuttosto limitata nelle dimensioni, di forma ottagonale, è opera dello scultore Bartholomäus Bergamin che la creò in un periodo compreso tra il 1685 ed il 1687. Questo piccolo bacino marmoreo fu fino al recente passato scenario di una tradizione tanto nota quanto bizzarra: fino al 1800 circa, infatti, era usanza che i giovani giunti al termine del proprio periodo di apprendistato dovessero tuffarsi nella vasca della Florianibrunnen e bagnarsi nelle sue acque per poter essere ammessi alla corporazione dei macellai. Tale rito, noto come Metzgersprung, oggi non è più praticato, ma la sua memoria si tramanda ancora come una di quelle consuetudini intime e confidenziali che uniscono gli abitanti di uno stesso luogo. Il ricordo rischiò però di scomparire insieme alla fontana nel 1907, quando una parte della popolazione chiede all'amministrazione cittadina la rimozione del monumento al fine di far spazio al traffico automobilistico, a quello tramviario ed al sistema di illuminazione artificiale con candelabri a gas che proprio in quegli anni si stava facendo spazio nel tessuto urbano conquistando ampie porzioni della città. La proposta popolare prevedeva che la Florianibrunnen venisse spostata presso la Universitätsplatz. La disputa fu accesa tanto è vero che solo dopo sette mesi di dibattito si giunse alla decisione definitiva di lasciare alla piazza la propria fontana, risultato ottenuto in particolare grazie al sostegno del politico Karl Romstorfer, fermo oppositore del progetto di variazione. Ciò non impedì alla linea tramviaria di attraversare la piazza dal 1909, mentre il traffico automobilistico continuò a percorrerla fino al 1973, anno in cui la Alter Markt fu finalmente dichiarata zona pedonale, qualifica che mantiene fortunatamente ancora oggi. Altra circostanza particolare che riguarda la Florianibrunnen risiede nel fatto che essa fu la prima fontana della città ad essere alimentata con acqua potabile, grazie ad un sistema di condutture che veicolava sul posto la preziosa risorsa dal Gersberg, collina alta 780m situata ai confini orientali di Salisburgo, attraversando peraltro lo Staatsbrücke. E se la Alter Markt è il palcoscenico, non esiste palcoscenico senza platea: lungo tutto il perimetro della piazza le facciate dei palazzi assistono come in immobile ammirazione allo sfoggio di virtuosa bellezza della Florianibrunnen, e tra il pubblico ci sono nomi degni di nota. La maggior parte degli edifici che si rivolgono al centro della piazza sono di origine medievale, seppure il loro aspetto sia stato rimaneggiato in stile classicista in epoca più moderna. Il più prestigioso di essi è probabilmente la Zulehnerhaus, tipico esempio di casa borghese salisburghese, situata lungo il lato orientale e quasi alla metà perfetta della piazza. La prima menzione di questo edificio risale al 1421 e nel corso dei secoli fu abitato da numerosi facoltosi mercanti ed artigiani: la lista è davvero lunga e piuttosto variegata, basti citare a titolo di esempio il gioielliere Jakob Heffter che ne rilevò la proprietà nel 1643, il barbiere Jeremias Bortenschläger che ne prese possesso nel 1692, il chirurgo Augustin Paulus che lo abitò nel corso del XVIII secolo, il mercante di ferro Ignaz von Heffter che vi abitò dal 1783 e suo figlio Anton von Heffter, primo sindaco di Salisburgo dopo la dissoluzione del Principato Arcivescovile di Salisburgo e l'inizio del dominio asburgico, che lo occupò a partire dal 1818. Il nome del palazzo è tratto invece da quello della famiglia Zuhlener, proprietaria dello stabile dal 1902. L'inquilino più importante passato per le stanze della Zulehnerhaus è tuttavia un'altra personaggio la cui vicenda si intreccia con il filo storico della città: Constanze Weber fu consorte di Wolfgang Amadeus Mozart con il quale convolò a nozze a Vienna nel 1782 e dal quale ebbe sei figli, di cui soltanto due arrivarono all'età adulta, Carl Thomas e Franz Xaver Wolfgang. Proveniente anch'essa da una famiglia di musicisti, il padre Fridolin Weber fu un noto contrabbassista, curiosamente si racconta che inizialmente Mozart fosse interessato alla sorella maggiore Aloysa, apprezzata soprano ed interprete di molteplici opere del celebre compositore, rivolgendo le proprie attenzioni verso Constanze solo dopo aver ricevuto uno scottante rifiuto da parte della cantante. Nonostante sembri che l'unione non fosse approvata con particolare entusiasmo dalla famiglia del genio musicale, i due rimasero sposati fino alla dipartita di Mozart ed in seguito, nel 1809, Constanze Weber sposò in seconde nozze il diplomatico danese Georg Nikolaus von Nissen, con il quale convisse tra il 1820 ed il 1826 proprio all'interno della Zulehnerhaus. Lo spirito ingombrante di Mozart dovette evidentemente accompagnare anche gli anni di vedovanza della donna, tanto da indurla a pubblicare nel 1829 una biografia dell'illustre compositore iniziata dal consorte Georg Nikolaus von Nissen e mai terminata per la morte di quest'ultimo sopraggiunta nel 1823. Constanze Weber morirà invece nel 1842 e le sue spoglie saranno sepolte a Salisburgo all'interno del cimitero dell'Erzabtei Stift Sankt Peter. Della sua permanenza nella Zulehnerhaus rimane oggi ben poco ed attualmente al piano terra del palazzo sono ospitati i locali di una pasticceria.

Altro esemplare di edificio storico alloggiato sulla Alter Markt è rappresentato dalla Alte Fürsterzbischöfliche Hofapotheke, attualmente la più antica farmacia presente in città, attiva fin dal XVI secolo sebbene in principio fosse dislocata in un punto diverso, vale a dire lungo la vicina Getreidegasse. Il suon nome custodisce anche un titolo non privo di prestigio, quello cioè di farmacia di corte, acquisito grazia al fatto che dal 1588 il suo proprietario, tale Chunrad Fröschlmoser, riuscì ad ottenere il mandato ufficiale del palazzo arcivescovile. Tre anni più tardi, nel 1591, il nuovo detentore Heinrich Merody trasferì la sede della farmacia sulla Alter Markt, ma all'interno di un edificio differente rispetto a quello attuale. Solo quattro anni più tardi l'attività commerciale fu ceduta ad Onophrius Mony, intimo amico dell'arcivescovo Wolf Dietrich von Raitenau al quale rimase fedele anche dopo il declino ed il successivo incarceramento. L'affetto di Mony nei confronti del prelato decaduto arrivò al punto di indurlo ad esprimere aperte e schiette critiche nei confronti del nuovo arcivescovo, Markus Sittikus von Hohenems, cosa che gli garantì un periodo di prigionia che tuttavia non comportò la perdita del possesso della prestigiosa farmacia nè l'incarico di fornitore di corte. La posizione occupata oggigiorno dalla Fürsterzbischöfliche Hofapotheke, verso il fondo della Alter Markt proprio ad un lato della Florianibrunnen, è frutto di un ulteriore spostamento compiuto nel 1903, dopo che nel 1875 la proprietà della farmacia fu rilevata da Wensel Sedlitzky. Raro e per questo molto importante è l'aspetto che gli interni del negozio conservano ancora oggi, risalente nei loro tratti originali al XVIII secolo. Il fronte affacciato sulla piazza è invece il risultato di una ristrutturazione in stile classicista condotta nel corso del XIX secolo su progetto di Johann Georg Laschensky. Particolari nell'aspetto appaiono allo sguardo il varco di accesso e le due vetrine che lo affiancano, composte da vetrate tondeggianti dai profili bianchi su sfondo di colore verde. Sopra l'ingresso svettano verso l'alto i piani di un palazzo lungo la cui facciata, alleggerita da regolari ed eleganti fenestrature, si staglia a lettere cubitali rosse il nome della farmacia. Dall'altra parte della piazza, sull'altro lato della Florianibrunnen, quasi perfettamente di fronte alla Fürsterzbischöfliche Hofapotheke, si posiziona il Cafè Tomaselli, altro luogo simbolo di Salisburgo. Attivo fin dal 1700, questa caffetteria vanta di essere la più antica della città. Occupa gli attuali locali dal 1764 ed il suo nome deriva da quello di Carl Tomaselli, personaggio che ne rilevò la proprietà nel 1852. La sua grande fama è conseguenza anche di alcune circostanze che a talmente particolari di rischiare di sconfinare nella finzione aneddotica, sicuramente difficile da dimostrare nei fatti. Come quella che narra di come Mozart in persona fosse solito consumare la propria bevanda preferita a base di latte di mandorle seduto ad uno dei tavolini della caffetteria. Quello che invece appare certo è che all'interno del Cafè Tomaselli fu concepita l'idea del Salzburger Festspiele, un festival musicale e teatrale che si tiene annualmente in estate a Salisburgo, uno dei più importanti a livello mondiale. Era il 1918 quando tre uomini, seduti ad un tavolo della caffetteria, partorirono l'audace idea di rendere la città un baluardo irriducibile di arte e bellezza, faro di cultura la cui luce avrebbe illuminato l'intero globo terrestre. Il primo di essi si chiamava Max Reinhardt, nome d'arte di Maximilian Goldmann, attore e regista teatrale attivo a Salisburgo dal 1893 ed in numerose città europee, in particolare Berlino, dal 1895. Talento artistico indiscutibile, il suo destino non fu dei migliori e lo vide costantemente un fuga dalla follia razziale nazista: a causa delle proprie origini ebraiche nel 1933 fu infatti costretto ad abbandonare la Germania, nazione in cui si era stabilito, per fare ritorno a Salisburgo dove continuò a mettere in scena opere teatrali fino al 1937 ed alla sua emigrazione forzata in USA dove morì nel 1943 a causa di complicazioni sopraggiunte in seguito al morso di un cane. All'epoca dello storico incontro del Cafè Tomaselli aveva 45 anni. Insieme a lui si trovava Hermann Bahr, di dieci anni più vecchio, scrittore e drammaturgo austriaco, uno dei più importanti della sua epoca in patria. Il terzo componente del trio era Hugo von Hofmannsthal, poeta convertito dagli studi giurisprudenziali e filologici compiuti in gioventù: la sua bravura letteraria lo portò successivamente ad essere candidato per ben tre volte all'assegnazione del Premio Nobel, traguardo che però non riuscì mai a raggiungere a causa delle critiche a lui mosse per le convinzioni spiccatamente nazionaliste espresse senza troppo pudore a difesa della patria durante lo svolgimento della I Guerra Mondiale, unite si dice ad un orientamento di stampo antisemita. Morì appena poco più di dieci anni dopo l'incontro del Cafè Tomaselli, nel 1929, all'età di 55 anni, colto da malore mentre si apprestava a recarsi al funerale del figlio Franz, morto suicida all'età di 26 anni pochi giorni prima. Tralasciando le idee politiche, il contributo di Hugo von Hofmannsthal al patrimonio culturale di Salisburgo è senza dubbio inestimabile: è lui l'autore del dramma teatrale "Jedermann", la prima opera messa in scena in occasione del neonato Salzburger Festspiele: era il 22 agosto 1920 ed a dirigerla fu Max Reinhardt. Da questo momento in avanti l'opera acquisì un'importanza tale da divenire una vera pietra miliare dell'arte teatrale austriaca, elemento ricorrente di praticamente tutte le edizioni successive del festival, in un certo senso la sua anima, la sua radice. Da un incontro tra amici in una caffetteria ad una delle manifestazioni culturali più rinomate d'Europa: sembra la trama di un pretenzioso film hollywoodiano ma è esattamente quello che è accaduto. Con l'eccezione di una sospensione forzata dai tempi di guerra tra il 1943 ed il 1945, dal 1920, anno della sua prima edizione, ad oggi il Salzburger Festspiele non ha mai smesso di animare Salisburgo con i colori del palcoscenico, i versi degli attori e le note dei musicisti, divenendo nel tempo un appuntamento da cui è impossibile separare il tessuto più vitale della città, come un vistoso tatuaggio che nessun colpo di spugna potrà mai anche solo leggermente sbiadire. L'impulso alla sua progressiva crescita fu impartito anche dal forte desiderio di riscatto conseguente alla sconfitta del popolo austriaco nei due conflitti mondiali, nonchè una decisa quanto lungimirante propensione al turismo manifestata progressivamente dall'Austria nei decenni di rinascita successivi alla caduta del regime nazista. Il Salzburger Festspiele è oggi una fucina di idee nella quale innovazione e tradizione continuamente si intrecciano in una simbiosi mai uguale a sè stessa. E' anche un marchio noto e stimato a livello continentale, ben riconoscibile nel logo ideato per l'edizione del 1928 da Leopoldine Wojtek e raffigurante su sfondo dorato la combinazione di una maschera del teatro greco, del profilo della fortezza salisburghese e di un drappo di colore rosso e bianco, richiamo quest'ultimo allo stemma cittadino.

Passando per la Alter Markt non è possibile non notare la facciata del Cafè Tomaselli, i cui tavolini presidiano all'aperto l'ingresso rivolto verso la piazza ed occupano la bella terrazza disposta lungo il piano superiore, protetti da parasole colorati. Ed allo stesso modo ma per motivi diametralmente opposti non è possibile non accorgersi anche della Kleinstehaus, situata quasi spalla a spalla con la caffetteria: è considerato l'edificio più piccolo della città, largo appena 1,42m, in altezza fatica a raggiungere i due piani con un tettuccio inclinato che appare incastrato nell'angusto spessore ed il cui profilo richiama quello obliquo di una ghigliottina. Simile ad una sottiletta stretta tra due fette di pane, questa costruzione sembra schiacciata tra i due palazzi che la affiancano e che le lasciano a malapena lo spazio per esporre verso la piazza una minuta vetrina ed un piccolo portoncino, compressi all'interno della minuscola facciata. Al suo interno oggi è ospitata una gioielleria, forse a conferma del fatto che nella botte più piccola c'è davvero il vino più buono. Ci lasciamo alle spalle la Alter Markt ed il suo patrimonio di palazzi borghesi, botteghe preziose e farmacie centenarie. Non facciamo però molta strada prima di fermarci nuovamente: appena oltre il fondo della piazza, su uno slargo che non è difficile confondere con una sua appendice ma che in realtà non le appartiene, si aprono i battenti della Cafè Konditorei Fürst. Ad avviare questa pasticceria nel 1884 fu Paul Fürst, arrivato in città dall'Alta Austria e la sua sede fu subito quella attuale, al civico numero 13 di Bodgasse, ai margini della Alter Markt. La sua notorietà è legata ad un solo ed unico prodotto oggi celebre in tutto in Mondo: stiamo parlando delle Mozartkugeln, volgarmente dette Palle di Mozart. Si tratta di una pralina di forma rotonda composta da un cuore di marzapane al pistacchio ricoperto da crema di gianduia ed avvolta in uno strato di cioccolato fondente.

Era il 1890 quando Paul Fürst cominciò a vendere presso la propria bottega questo delizioso dolcetto che inizialmente fu battezzato con il nome Mozart-Konfek ma che ben presto ricevette l'appellativo bizzarro ed un po' equivoco capace di renderlo famosissimo in ogni angolo del globo. L'idea era comunque quella di rendere omaggio al musicista più celebre di Salisburgo, il cui anniversario di morte ricorreva proprio in quegli anni: Mozart passò infatti a miglior vita nel 1791. La notorietà delle Mozartkugeln è alimentata dalla loro forma che si dice essere perfettamente rotonda, oltre che dal particolarissimo metodo impiegato per produrle: il marzapane modellato accuratamente per produrre una sfera senza imperfezioni, dopo essere stato ricoperto di gianduia, viene successivamente infilzato in un bastoncino di legno che fa da supporto per immergerlo nel cioccolato fondente; una volta estratto ed indurito l'involucro esterno, il bastoncino viene rimosso e riempito con altro cioccolato. La pralina così ottenuta viene avvolta manualmente con carta stagnola di colore blu ed argento. Tale procedimento ed il prodotto che ne deriva, innovativo per l'epoca, valsero a Fürst un riconoscimento ad una prestigiosa fiera gastronomica parigina nel 1905. Ancora oggi presso i laboratori del Cafè Konditorei Fürst sono prodotte con metodo tradizionale circa 1,4 milioni di Mozartkugeln ogni anno. Una storia di incredibile successo ed ingegno che dona prestigio, nel caso ce ne fosse ulteriore bisogno, a Salisburgo ed ai suoi abitanti, anche se tale vicenda offre un risvolto inatteso ed incredibile, figlio della fortuna probabilmente inattesa che il prodotto ottenne in tempi anche piuttosto brevi. Fürst non registrò mai alcun brevetto legato al procedimento di preparazione della pralina cosicchè molte pasticcerie cominciarono ad imitarne la forma ed il gusto. Il plagio riguardò inizialmente le botteghe di Salisburgo e successivamente quelle di altre città austriache e tedesche: ciò condusse all'intentazione di una vasta causa legale atta a tutelare non tanto la ricetta originale quanto il nome del prodotto. La conclusione del procedimento legale fu ovviamente favorevole a Fürst ed i concorrenti furono autorizzati ad utilizzare solamente denominazioni analoghe ma non identiche a quella autentica. Una nuova causa giudiziaria fu avviata dagli eredi di Fürst nel 1996 contro la multinazionale svizzera Nestlè, intenzionata ad immettere sul mercato una variante di Mozartkugeln spacciata pubblicitariamente come originale: ancora una volta la legge diede ragione ai legittimi inventori della pralina vietando al colosso del commercio alimentare di definire originali i propri prodotti richiamanti nella forma e nel gusto le celebri Palle di Mozart. Traendo spunto da queste vicende, potremmo definire illegale attraversare Salisburgo senza fare fermata al Cafè Konditorei Fürst. La tentazione di assaggiare le Mozartkugeln nel luogo originario della loro invenzione è veramente troppo forte per rinunciare ad attraversarne la soglia, a meno di essere totalmente insensibili al lato dolce della dieta, ma onestamente devo ancora conoscere qualcuno che realmente lo sia. Ci sediamo ad uno dei tavolini all'interno della pasticceria, accolti dalle immagini in formato gigante che ricoprono le pareti della sala e che ritraggono immagini storiche, in bianco e nero, del cafè e dei suoi laboratori, volti ed espressioni di uomini al lavoro che hanno contribuito alla sua fortunata storia. L'impressione è davvero quella di gustarne le prelibatezza immersi nel glorioso passato di questa celeberrima pasticceria. Non posso dire che le Mozartkugeln abbiano nel prezzo una delle loro qualità migliori, ne assaporiamo una per ciascuno e custodiamo una piccola scorta per i momenti difficili del viaggio, sempre da calcolare in spedizioni con bimbi al seguito. In effetti ci saranno utili nei giorni seguenti. Se mi è concesso però un modesto parere, trovo migliori per qualità, rispetto alla casa madre, i prodotti venduti presso una succursale della pasticceria situata in Mirabellplatz, a poca distanza dalla Andräkirche, piccola ma secondo me meglio curata.

Chiusa questa deliziosa parentesi, abbandoniamo la sala del Cafè Konditorei Fürst e ritorniamo sotto l'incerto sole estivo che ci attende all'esterno. Poco più avanti, raggiungendo il fondo della Alter Markt incrociamo, custodita all'interno di una piccola rientranza del profilo meridionale della piazza, la Watterstation am Alter Markt, una vecchia stazione metereologica la cui posa risale al 1888: questo curioso elemento di arredo urbanistico, raffinato nell'aspetto, forse di presenza un tantino anacronistico per gli ambienti di qualunque città moderna, si presenta come una colonna finemente abbellita da dorate decorazioni barocche, alta ad occhio e croce circa 3,5m, in grado ancora oggi di fornire informazioni circa la temperatura ambientale, il tasso di umidità dell'aria e la pressione atmosferica, dati esposti lungo le tre facciate che la compongono ed in orgoglioso formato analogico. Fu realizzata nel 1884 dalla ferriera reale di Wasseralfingen, nel Württemberg, su progetto dell'architetto tedesco Peter Lauser. Dopo importanti lavori di restauro che la riguardarono nel 1982 e nel 2010, oggi rappresenta la meglio conservata delle poche strutture simili presenti su tutto il territorio austriaco.

Speso il nostro tentativo poco fruttuoso di interpretare dati e cifre offerti dalla Watterstation am Alter Markt, la nostra passeggiata prosegue tenendo la sinistra per raggiungere quella che più che una piazza definirei un ampio porto urbano, lastricato di pietra anzichè riempito d'acqua. Le dimensioni di Residenzplatz sono in effetti piuttosto considerevoli, caratteristica che la rende probabilmente lo spazio aperto più importante intercalato nel fitto intrico di stradine pedonali dell'Altstadt, costantemente battuto ad ogni ora del giorno da passanti che quasi si dissolvono nella sua ampia distesa come pesciolini all'interno dell'oceano. Vero e proprio ombelico della città, la sua creazione risale al 1587: ad ordinarne la realizzazione fu l'arcivescovo Wolf Dietrich von Raitenau ed a comporre i progetti fu invece l'architetto di corte Vincenzo Scamozzi. Prima di quest'epoca, sul sito dell'attuale piazza era collocato il cimitero annesso alla cattedrale e per realizzarla fu necessario demolire alcuni edifici oltre che spostare il camposanto dapprima solo parzialmente ed in seguito, nel 1598 quando venne allestita anche la vicina Domplatz, definitivamente. Le dimensioni della neonata piazza gli valsero inizialmente il nome di Hauptplatz, traducibile letteralmente con "piazza principale".

L'appellativo attuale che la piazza detiene deriva però da un prestigioso complesso edilizio che vi è ospitato: la Alte Residenz è un palazzo che chiude Residenpltaz lungo il suo lato occidentale, al suo interno era collocata in passato la corte dell'arcivescovado di Salisburgo. La prima menzione in documenti storici di questa costruzione si aggira intorno all'anno 1120, all'apparenza stranamente tardiva rispetto alla nascita del Principato Arcivescovile di Salisburgo, ma non più di tanto se si pensa che per secoli i vescovi e gli arcivescovi che dominarono la città erano anche abati della Erzabtei Stift Sankt Peter all'interno del quale erano pertanto chiamati a risiedere in virtù della carica ricoperta. Fu solo con l'arcivescovo Konrad von Abensberg che la sede istituzionale dell'alta carica ecclesiastica fu spostata all'interno di un nuovo palazzo la cui sezione orientale, la prima della nuovo complesso, venne portata a termine nel 1124. Quasi cinque secoli più avanti, nel 1597, l'arcivescovo Wolf Dietrich von Raitenau rivoluzionò completamente la struttura di questa residenza, demolendo e ricostruendo in stile rinascimentale ampie parti dell'edificio intorno al cortile principale: gradualmente si venne così a creare un vero e proprio apparato edilizio composto da quattro ali disposte intorno ad uno spazio aperta, delle quali quella meridionale e quella orientale furono innalzate de novo tra il 1604 ed il 1611, mentre lungo quella nord venne costruita una cappella di corte. A progettare l'opera fu ovviamente l'architetto di corte Vincenzo Scamozzi, una vera istituzione in materia di urbanistica nella Salisburgo di fine XVI secolo. La struttura nordorientale della Alte Residenz si mantenne grossomodo immutata nel corso dei secoli nonostante opere di restauro condotte nel corso del XVIII secolo, l'ala nord venne invece completamente ricostruita tra il 1612 ed il 1614 per ordine dell'arcivescovo Markus Sittikus von Hohenems. Da qui in avanti pressochè tutti gli arcivescovi che si avvicendarono alla guida della città misero mano alla struttura del palazzo: tra il 1665 ed il 1667 Guidobald von Thun fece ampliare l'ala della residenza rivolta verso la piazza, nuovi importanti lavori di ampliamento e di abbellimento stilistico furono condotti per ordine di Johann Ernst von Thun a partire dal 1689, Franz Anton von Harrach ordinò nel corso della prima metà del XVIII secolo un'ampia riprogettazione dell'edificio che comportò anche la riqualificazione della facciata in stile barocco ad opera di Johann Lucas von Hildebrandt. Infine, tra il 1788 ed il 1792, l'arcivescovo Hieronymus von Colloredo decretò la demolizione di gran parte dell'area nordoccidentale del complesso e del giardino rinascimentale annesso: in questo modo andò quasi totalmente perduto l'originario allestimento artistico impresso al palazzo da Wolf Dietrich von Raitenau sul finire del XVI secolo. Tale radicale opera di ristrutturazione, che prevedeva peraltro la costruzione di diversi nuovi edifici, subì tuttavia una improvvisa battuta d'arresto nel 1793 a causa di problematiche di natura economica lasciando il pertanto il progetto solo parzialmente compiuto.

Questo folto concatenamento di ripetute edificazioni e demolizioni fa della Alte Residenz una specie di chimera, una sorta di mostro di Frankenstein assemblato con pezzi diversi per formare un'identità univoca, continua e coesa, un dipinto di mattoni realizzato dalla mano di molteplici pittori, ciascuno dei quali impresse il proprio tratto seguendo un'idea distinta da tutte le altre ma allo stesso tempo capace di amalgamarsi perfettamente con esse. Tale aspetto eterogeneo non lo si sospetta certamente osservando la facciata principale rivolta verso il centro di Residenzplatz, compatta e lineare, punteggiata da numerose fenestrature ed impreziosita dall'ampio portale finemente decorato, affiancato da due semicolonne per lato e sormontato dalle statue di due leoni sorreggenti lo stemma dell'arcivescovo Franz Anton von Harrach. Nel corso dell'epoca più moderna, l'Alte Residenz mantenne intatto il prestigio che accompagnò la sua esistenza dalle origini e che traspira dalla sua principesca struttura. Dopo il declino del Principato Arcivescovile di Salisburgo e fino al 1918 ospitò nelle sue sale alcuni dei membri della famiglia imperiale austriaca, in particolare l'imperatrice Carolina Augusta di Baviera dopo che questa rimase vedova nel 1835 dell'imperatore Francesco II d'Asburgo-Lorena. Precedentemente, al suo interno avevano posto la propria residenza alcuni esponenti del ramo toscano della dinastia Asburgo, reggenti del Granducato di Toscana la cui esistenza fu ricompresa tra il 1737, anno del matrimonio tra l'imperatrice Maria Teresa d'Asburgo con Francesco Stefano di Lorena con la conseguente cessione da parte francese dei territori toscani all'Austria in cambio della Lorena, fino all'epoca del Risorgimento che comportò la cacciata degli austriaci dall'Italia. L'ultimo granduca di Toscana, Ferdinando IV d'Asburgo-Lorena, fu infatti esiliato da Firenze nel 1866. Dal declino asburgico e fino al 1986, l'impiego della Alte Residenz fu forse meno aristocratico ma non meno autorevole: qui trovarono sede il comando cittadino della polizia federale austriaca e dal 1992 la facoltà universitaria di giurisprudenza, istituzione tutt'oggi ospitata all'interno di alcune delle sue circa 180 stanze. Alcuni di questi saloni furono teatro nel corso dei secoli di importanti avvenimenti storici e culturali, seppure la maggio parte degli spazi sia dedicata a scopo espositivo. Qui fece il suo debutto in concerto a Salisburgo un inverosimilmente giovane Wolfgang Amadeus Mozart: era il 28 febbraio 1763 ed il musicista aveva compiuto appena sette anni di età. In seguito, Mozart si esibì più volte, in qualità di principale musicista di corte, all'interno della residenza arcivescovile, allestendovi tra l'altro per la prima volta assoluta l'opera intitolata "L'Obbligo del Primo Comandamento", composta nel 1767 (anno in cui Mozart compì 11 anni di età!), ed il melodramma in due atti dal titolo "Il Re Pastore", creato nel 1775. All'interno della Alte Residenz nel 1769 fu allestita in inedito anche la prima opera teatrale scritta dal genio musicale salisburghese, vale a dire "La Finta Semplice": composta da tre atti, scritta a Vienna nel 1768 su commissione dell'imperatore Giuseppe II d'Asburgo-Lorena, curiosamente non vide mai la lue sui palcoscenici della capitale austriaca a causa di impedimenti conseguenti al ritardo da parte del librettista nella pubblicazione del testo nonchè, si dice, della forte opposizione manifestata da alcuni musicisti della corte imperiale che si mostrarono restii a farsi dirigere da un direttore d'orchestra di appena undici anni di età. Tutto ciò avvenne con gran disappunto del padre Leopold il quale non mancò di far notare che, secondo il proprio modesto parere, alcuni dei suonatori fossero esibivano capacità piuttosto scarse non essendo in grado di leggere la partitura musicale. Fatto sta che l'impresario fu costretto a cancellare l'esibizione del fanciullo prodigio alla corte imperiale viennese e Leopold Mozart fu costretto ad abbandonare la capitale con il figlioletto senza aver percepito una sola moneta del compenso precedentemente pattuito. Un sonoro fiasco insomma, se non fosse che un anno più tardi sarà la casa-base, Salisburgo per l'appunto, ad offrire a Mozart l'opportunità di esibirsi con la propria prima opera teatrale. Ma non fu solo la musica a transitare per gli sfarzosi ambienti della Alte Residenz: nel maggio del 1816 al suo interno venne firmato anche il trattato tra la Baviera e l'Austria che sanciva il ritorno di Salisburgo tra i territori austriaci, evento che pose fine alla parentesi di dominio bavarese iniziata nel 1810 in concomitanza con il periodo di supremazia napoleonica. Altro evento alquanto curioso che vede protagonista la Alte Residenz riguarda la nascita della prima linea telefonica attiva in città, realizzata appunto per collegare il palazzo arcivescovile allo Schloss Helbrunn. Non abbiamo purtroppo abbastanza tempo per visitare i bellissimi ambienti interni che il palazzo è in grado di offrire, ma approfittiamo dello spazio coperto offerto dal suo ampio portale di accesso per ripararci da uno dei numerosi temporali che accompagneranno l'intera durata del nostro viaggio.

Sul lato opposto della piazza, di fronte alla Alte Residenz, quasi come due comari affacciate alle finestre di due palazzi dirimpettai intente a chiacchierare mentre stendono su fili tesi i panni ad asciugare, sorge la Neue Residenz, E' l'antitesi perfetta della sua vicina omonima: più leggera nella forma e più luminosa nell'aspetto, è in effetti molto più moderna rispetto alla Alte Residenz. La sua costruzione si svolse infatti in molteplici fasi ma il primo blocco della struttura venne completato nel 1602: questo primitivo nucleo edilizio comprendeva anche un giardino interno e soprattutto un porticato, esteso lungo il margine meridionale della Residenzplatz che coincide con il lato settentrionale della Domkirche Sankt Rupert und Virgil, capace di collegare il nuovo palazzo proprio alla Alte Residenz. Oggi di questo collegamento non rimane apparentemente alcuna traccia. Successivamente, a partire dal 1674, l'arcivescovo Maximilian Gandolf von Kuenburg fece integrare al complesso un'ala ovest ed un'ala sud all'interno delle quali trovò sede la biblioteca di corte e le aule di un tribunale. Dopo il termine del Principato Arcivescovile di Salisburgo, l'edificio ospitò fino al 1909 l'amministrazione cittadina ed il tribunale regionale, circostanza che gli conferì temporaneamente l'appellativo di Dikasterialgebäude. Nel 2002 finalmente il palazzo fu ribattezzato Neue Residenz in contrapposizione anche nominale con il suo più antico dirimpettaio. Oggi questo complesso mette a disposizione i propri ambienti per l'ufficio postale centrale della città e soprattutto al Salzburg Museum, uno spazio espositivo dedicato alla storia di Salisburgo inaugurato nel 2007. In realtà l'esistenza di questo museo precede questa data e la sua nascita risale al 1834, seppure in in precedenza gli fosse attribuito un nome diverso, vale a dire quello di Salzburger Museum Carolino Augusteum, tratto da quello dell'imperatrice Carolina Augusta di Baviera che ne fu patrona per un periodo. Originariamente ubicato in Griesgasse dopo che lo stabile che lo ospitava ebbe subito i danni provocati dai bombardamenti aerei della II Guerra Mondiale ed fu ricostruito nel 1967, solo nel 1997 il museo fu trasferito presso la Neue Residenz e nel 2007 cambiò nome in quello attuale. In realtà la destinazione d'uso con la quale venne originariamente costruito questo palazzo fu ben diversa e prevedeva che sue le eleganti sale offrissero residenza ai familiari dell'arcivescovo Wolf Dietrich von Raitenau. In seguito la struttura fu comunque utilizzata anche come luogo di ricevimento per gli ospiti illustri dell'arcivescovo, seppure con rada frequenza, e persino come sua residenza principale durante le diverse fasi di costruzione che la Alte Residenz conobbe nel corso dei secoli. In precedenza sul sito sorgevano alcune case borghesi ed il Seckauer Hof, la sede del seminario provinciale, demoliti a partire dal 1588 proprio per far posto alla Neue Residenz. E' questo un'altra istituzione di prestigio che si fa foriera dello stile elegante e distinto che caratterizza tutta la città di Salisburgo. Oggi sede di quello che probabilmente è uno dei musei locali più importanti, da qui passarono in passato molti dei personaggi di spicco che popolano la storia non solo di questa città ma dell'Austria intera. Un esempio su tutti può essere rappresentato dall'imperatrice Elisabetta di Baviera, universalmente conosciuta come "Sissi", la quale nel 1854 proprio a Salisburgo incontrò per la prima volta il proprio sposo, l'imperatore Francesco Giuseppe I d'Asburgo-Lorena: come da canovaccio del più romantico degli intrecci cinematografici, l'imperiale corteggiatore soggiornò presso la Alte Residenza mentre la fanciulla corteggiata risiedette accompagnata dai propri genitori a breve distanza all'interno della Neue Residenz. Nell'osservare dall'esterno la struttura del nuovo palazzo residenziale arcivescovile non possiamo non notare il suo elemento di spicco, la Glockenspielturm.

Si tratta di una torre la cui primitiva costruzione risale al 1605; a commissionare l'opera, alta all'epoca solo 25m e disposta su tre piani, fu (manco a dirlo!) Wolf Dietrich von Raitenau. In seguito, nella seconda metà del XVII secolo la struttura fu ristrutturata per ordine dell'arcivescovo Maximilian Gandolf von Kuenburg, mentre tra il 1701 ed il 1702 fu innalzata a 45m distribuiti su cinque piani con l'aggiunta anche di una sommità ottagonale dotata di arco a sesto acuto predisposta per accogliere un sistema a carillon. A tal fine, per consentirle di sostenere il peso delle campane, la torre venne rinforzata nella struttura e stabilizzata con l'aggiunta di tiranti in ferro sui due lati. Fu inoltre allestito un alloggiamento in legno destinato ad ospitare le campane, funzionale anche nell'assorbirne le vibrazioni evitando che esse andassero a danneggiare le murature. A progettare il carillon, alias Glockenspiel, e l'impalcatura destinata a riceverlo fu il mastro orologiaio di corte Jeremias Sauter, il quale portò fu in grado di portare a termine l'opera anche grazie alle competenze acquisite nel 1698 a seguito di un viaggio nei Paesi Bassi, patria di sapienti creatori di meccanismi musicali. Lo scopo di questo allestimento sonoro, ancora oggi vero punto di riferimento visivo e acustico per la città, era quello di scandire con note musicali i momenti della giornata e le ricorrenze degli esercizi spirituali, compito a cui per 250 anni non venne mai meno grazie al puntuale ed incessante lavoro degli orologiai di Salisburgo, i quali per tre volte ogni giorno azionavano i meccanismi a contrappeso del Glockenspiel per avviarne il funzionamento. Già nel 1873 l'orologiaio Johann Baptist Fischer sostituì il vecchio meccanismo con uno nuovo dotato di maggiore automatismo, ma solo nel 1868 la sapiente e costante attività manuale necessaria per azionare il carillon fu sostituita da un dispositivo completamente automatico composto da un motore ed un orologio elettrico. Le 35 campane che ancora oggi animano il carillon vennero fuse tra il 1688 ed il 1689: a decretarne la creazione fu l'arcivescovo Johann Ernst von Thun e la loro provenienza non poteva che essere i Paesi Bassi: la più grande di esse raggiunge un peso di 300kg, la più piccola appena 5kg. Il posizionamento del Glokenspiel non dovette certo essere semplice se si pensa che nel 1703 il marchingegno dovette essere assemblato pezzo per pezzo direttamente sulla cima della torre, oggi coronata da una bassa cupola a cipolla in stile barocco, rivestita in rame e sormontata da un una sfera armillare dorata, un meccanismo astronomico che attraverso anelli metallici graduati descrive il movimento orbitario dei pianeti. L'altezza di questo dispositivo raggiunge i 4m, quella complessiva della torre attuale tocca invece i 50m. Per nostra sfortuna non ci è consentito visitare la Glockenspielturm e salire sulla sua cima per ammirare uno dei panorami più pregiati sul centro storico cittadino, dal momento che al nostro arrivo in Residenzplatz notiamo subito che alla base della struttura sono in corso alcuni lavori di restauro che precludono l'accesso alla torre. Ci dobbiamo limitare ad ammirarne l'aspetto dal basso, osservando il suo profilo sporgente dal lato occidentale della Neue Residenz ad invadere leggermente il margine della piazza. La folta scolaresca ferma davanti all'ingresso ed il poco tempo a disposizione ci scoraggiano dal visitare il Salzburg Museum. Sorpassiamo senza sostare anche la soglia arredata con tavolini all'aperto della caffetteria disposta all'angolo alto della Neue Residenz rivolto verso la piazza. Ci soffermiamo invece poco oltre, proprio di fronte alla Glokenspielturm lungo il margine orientale della Residenzplatz, dove all'ombra di un ippocastano incontriamo il Buchskelett. Si tratta di un memoriale composto da una nicchia ricavata nella pavimentazione della piazza, contornata da una bordatura di cemento alta mezzo metro e chiusa da una teca di vetro. Al suo interno è custodita una scultura in metallo scuro la cui forma ricalca il profilo scarno e vuoto di un libro, una sorta di sagoma scheletrica che sembra volerne quasi simboleggiare i resti mortali, ciò che resta dopo la sua scomparsa. Ad un angolo della teca di vetro è riportata una data, quella del 30 aprile 1938, e le parole "Bücherverbrennung - Gegen das gergessen" (traducibile con "Rogo dei Libri - Non dimenticare mai"), tradotte anche in inglese. Il 1938 è probabilmente l'anno più buio dell'intera storia austriaca: all'Anschluss nazista del marzo seguì in aprile lo svolgimento di un referendum che sancisse per volontà popolare l'annessione al Terzo Reich, consultazione archiviata con un vastissimo consenso ma probabilmente anche con più di qualche dubbio circa la trasparenza con la quale si svolse. Contestualmente a tale procedimento fu condotta una violenta opera persecutoria verso i cittadini di fede ebraica e verso i dissidenti politici, circa 230 cittadini salisburghesi vennero espropriati ingiustamente dei propri beni, la sinagoga cittadina fu profanata e vandalizzata. E' l'inizio di un oscuro periodo di violenza e terrore che perdurerà fino al termine dalla II Guerra Mondiale. Simbolo in negativo di tale frammento storico che offuscò temporaneamente lo splendore di Salisburgo è un evento tanto assurdo quanto doloroso per l'ignobile significato che riveste: era il 30 aprile 1938 quando sulla Residenzplatz fu allestito un grande rigo nel quale bruciarono circa 1.200 libri confiscati ad opera della Hitler Jugend da biblioteche, librerie ed abitazioni privati, quindi dati alle fiamme a causa dei presunti contenuti sovversivi in essi contenuti. Ad essere presi particolarmente di mira furono una cinquantina di autori tra i quali gli austriaci Arthur Schnitzler, Stefan Zweig, Franz Werfel, Vicki Baum, scrittori ebrei, pacifisti o di inclinazione politica non conforme alla dottrina del regime nazista, ma anche letterati di orientamento cattolico. Erano passate appena sette settimane dall'Anschluss. Episodi simili, passati alla cronaca con il nome appunto di Bücherverbrennung, si verificarono anche in Germania ed in altre località austriache, tuttavia quello di Salisburgo fu senza dubbio uno dei più importanti, forse il maggiore tenutosi in Austria. Una ferita aperta che probabilmente mai la città riuscirà completamente a risanare: il complesso che si impresse indelebilmente sul carattere della città è tanto ingombrante che ancora oggi i salisburghesi faticano a venirci a patti. Quello del Buchskelett sembra un tentativo del quale si coglie sicuramente lo slancio di volontà, ma forse mai compiuto completamente nella realizzazione del simbolismo che lo accompagna: il monumento fu fin dal principio oggetto di controversie ed impiegò una ventina d'anni per vedere la luce, dal momento che le prime proposte spontanee riguardanti la sua realizzazione vennero mosse da una parte dell'ambiente culturale cittadino già nel 1998 ma solo nel 2008 l'istallazione fu realizzata su progetto assemblato dalla designer iraniana Fatameh Naderi in concerto con l'austriaco Florian Ziller. A ritardare il compimento dell'opera furono alcuni vincoli urbanistici legati agli spazi del centro storico, ma anche una certa difficoltà a superare il peso della responsabilità storica di quanto avvenuto in quegli anni terribili di guerra. Ed ancora oggi il memoriale, relegato ad un margine della piazza, poco segnalato, piuttosto spoglio e di minute dimensioni, ricopre la funzione di testimonianza non solo di eventi terribili ma anche di un dolore tutt'oggi vivo e forte. Il Bücherverbrennung salisburghese del 1938 è una delle prove di quanto l'animo umano possa abbassarsi ad istinti bestiali, cancellando completamente la ragione a favore di pulsioni prive di ogni tipo di ogni forma di logica, rispetto e compassione. Quando l'uomo distrugge la propria memoria, distrugge sè stesso. Ma chi si elevò a condottiero di questo scempio? Il suo nome fu Karl Springenschmid, insegnante e scrittore classe 1897, membro dell'NSDAP dal 1932, affiliato del gruppo paramilitare nazista Sturmabteilung (SA) dal 1934 e dal 1938, convinto esponente delle SS a partire dal 1938, dallo stesso anno capo del dipartimento per l'istruzione e la cultura del Reichsgau Salzburg. Pur avendo abbandonato la professione di insegnante già nel 1935, durante tutto il periodo dell'occupazione nazista sul Salisburgo continuò a pubblicare testi e scritti di chiaro orientamento nazista, naturale prosecuzione di una carriera letteraria iniziata agli albori su temi di foggia tradizionalista, conservatorista ed antisemita. Sorprendentemente compose anche raccolte di racconti per bambini, di certo non passate agli annali per qualità, oserei dire per fortuna. Fu lui, a capo della Nationalsozialistische Lehrerbund (Lega Nazionalsocialista degli Insegnanti, un'associazione di educatori scolastici filonazisti esistita dal 1933 al 1943), ad organizzare e condurre le operazioni del Bücherverbrennung salisburghese, aizzando peraltro le folle con dissennati discorsi conditi di intolleranza e discriminazione. L'evento costituisce purtroppo solo la punta dell'iceberg di un'opera di revisionismo e censura letteraria che portarono in quegli anni alla messa al bando di numerosissimi testi ed autori a favore di opere considerate allineate alla dottrina nazista. E non può essere di consolazione il fatto che dopo il termine della II Guerra Mondiale l'intera bibliografia di Springenschmid fu inserita, a partire dal 1946, in un elenco austriaco di scrittori proibiti, in aggiunta ovviamente al mandato di cattura per crimini di guerra che fu emesso sopra la sua persona. Riuscì ad evitare l'arresto fuggendo con documenti falsi e trovando rifugio sulle montagne dell'Alta Austria, dove si nascose fino al 1951. Nello stesso anno, le indagini giudiziarie che lo vedevano protagonista furono sorprendentemente sospese ed a Springenschmid fu concesso di riprendere una vita normale e di ricominciare a pubblicare libri. Morì a Salisburgo da uomo libero nel 1981.

L'ultimo lato rimanente di Residenzplatz, quello settentrionale, è dominato, se non nel volume sicuramente nel carattere, dalla sagoma della Michaelskirche. Questa piccola chiesa, oggi amministrata dai monaci della vicina Erzabtei Stift Sankt Peter, rappresenta oggi l'edificio religioso più antico ancora eisistente in città. Le sue origini risalgono infatti all'epoca carolingia (tra l'VIII secolo d.C. ed il IX secolo d.C.) ed inizialmente la sua funzione fu quella di cappella palatina per il nobile casato degli Agilolfingi, stirpe di origine franca i cui maggiori esponenti ricoprirono per molto tempo, dal 555 d.C. al 778 d.C., la carica di duca di Baviera. La decisione da parte dei reggenti bavaresi di eleggere Salisburgo a propria personale residenza risale in effetti a poco prima, vale a dire all'epoca compresa tra la fine dell'VII secolo d.C. e gli inizi dell'VIII secolo d.C.: proprio sulla scia di tali risoluzioni si inserisce la nascita della Michaelskirche. In seguito e fino al XII secolo, l'edificio svolse il doppio ruolo di cappella palatina e di chiesetta parrocchiale destinata alla frequentazione dell'alta borghesia. Il tempio difatti possedeva in origine due ingressi separati, il primo disposto al piano superiore e collegato al palazzo imperiale, oggi scomparso, il secondo invece ricavato al piano inferiore ed accessibile al volgo. Anche quest'ultima via di accesso che si rivolgeva verso la vicina Waagplatz oggi non esiste più ed il portale principale della chiesa si affaccia invece attualmente sulla Residenzplatz. La Michaelskirche subì in effetti nel corso della sua lunghissima storia numerose opere di restauro, riqualificazione e ricostruzione, radicali al punto da denaturarne quasi la struttura e renderla più anonimo, irriconoscibile, confusa tra gli attigui laici palazzi borghesi. In particolare, tale spinta trasformativa venne impressa alla chiesa dai molteplici incendi che la colpirono nel corso dei secoli, come quello incidentale dell'823 d.C. e specialmente quello del 5 aprile 1167. Quest'ultimo rogo fu conseguenza dell'insurrezione scatenata in città dal conte Liutold I von Plain contro l'arcivescovo Konrad II von Babenberg, reo di non aver riconosciuto l'antipapa Pasquale II nominato nel 1166 dall'imperatore Federico I Hohenstaufen in contrapposizione a papa Alessandro III, eletto precedentemente a seguito di regolare conclave nel 1159. Il tentativo dell'imperatore era in quegli anni quello di guadagnare peso politico screditando l'autorità papale. Inutile dire che a sostenere la rivolta in qualità di mandante fu l'imperatore stesso che tra l'altro era legato all'arcivescovo da vincolo di parentela in qualità di nipote. La sedizione finì con la città messa a ferro e fuoco, la fuga di Konrad II von Babenberg verso un monastero benedettino situato presso la cittadina stiriana di Admont (dove morirà nel 1168), ed appunto la distruzione della Michaelskirche divorata dalle fiamme. La chiesa venne comunque rapidamente ricostruita e riconsacrata al culto dall'arcivescovo Konrad III von Wittelsbach già nel 1168. Un'ulteriore profonda opera di ristrutturazione riguardò il tempio secoli dopo, tra il 1767 ed il 1778, epoca in cui per volere dell'abate Beda Seeauer la struttura venne riconvertita in stile rococò: il marchio di fabbrica di questi lavori è ancora oggi osservabile lungo la parete sopra l'altare principale dove compaiono lo stemma dell'abate, nel quale campeggiano curiosamente le figure di due cammelli, e quello dell'abbazia, composto invece da due chiavi incrociate. A questo periodo risalgono molte delle decorazioni tuttora presente al suo interno, come gli stucchi delle volte e le cornici delle fenestrature realizzate nel 1770 da Benedikt Zöpf e gli affreschi a soffitto composti da Franz Xaver König. La pala d'altare principale è di poco precedente, risale al 1650 e ritrae l'arcangelo Michele, patrono della chiesa, dipinto nell'atto di scacciare dai cieli Lucifero: quest'opera giunge sostanzialmente intatta fino ai giorni nostri seppure nel 1770 venne ripresa da Johann Högler che aggiunse nella sua parte superiore un'immagine di San Benedetto. Furono gli stessi Franz Xaver König e Johann Högler a lavorare alla realizzazione degli altari laterali. Sembra altresì che alcuni dei dipinti presenti all'interno del tempio siano stati creati da Johann Michael Rottmayr intorno al 1690, elemento che aggiunge ulteriore prestigio alla struttura: considerato massimo esponente dell'arte barocca tedesca, Rottmayr visse in effetti per un breve periodo a partire dal 1693 presso uno dei palazzi che si trovano attigui alla Michaelskirche e le cui eleganti facciate si attestano tra il XVII secolo ed il XVIII secolo. Sempre del 1770 è anche il prezioso organo che impreziosisce l'arredo della chiesa: a crearlo fu Johann Rochus Egedacherche, dispone di quattro registri ed è stato restaurato recentemente, nel 1974, da Herbert Gollini. L'ultimo restauro operato sulla chiesa è ancora più attuale, risalendo al 2015. Quattro anni prima, nel 2011, fu disposto che all'interno della chiesa venisse posizionata una targa commemorativa a memoria del Bücherverbrennung del 1938 di cui la Michaelskirche fu testimone innocente. A distinguere oggi la struttura della chiesa dalla selva di edifici civili circostanti è soprattutto il campanile, la cui altezza regge un confronto impietoso con la dirimpettaia Glockenspielturm, eppure fiero baluardo di sacralità nel luogo forse più laico di tutta Salisburgo: la cupola a cipolla in stile barocco che ne ricopre la sommità è contemporanea rispetto alla riqualificazione rococò di fine XVIII secolo. Penetriamo all'interno della Michaelskirche per ammirare in un attimo dei bellissimi dipinti murali che la adornano, oltre che del suo splendido altare. Non ci è però concesso di percorrerne l'unica navata, chiusa da una grata metallica decorata che separa il vestibolo dal resto dell'edificio e la cui creazione porta la firma di Philipp Hinterseernel e la data del 1771.

Passeggiamo sulla Residenzplatz ammirandone gli edifici che come il più prezioso dei recinti ne chiudono il perimetro. Il suo ampio spazio inondato di luce sembra un mare aperto sul quale si perdono gruppi di turisti che lentamente al passo la percorrono, passanti in sella alle proprie bicicletta che di fretta la attraversano, carrozze trainate da cavalli che ne battono sonoramente il bordo selciato oppure ferme in riga come una fila di soldati lungo il margine meridionale della piazza, in attesa del prossimo passeggero. Nel mezzo del centro ghiaioso svetta invece come un faro che illumina l'intero spiazzo l'imponente mole della Residenzbrunnen. E' questa una delle fontane barocche più prestigiose di tutta l'Europa Centrale, oltre ad essere quella di dimensioni maggiori presente a Salisburgo: realizzata in marmo tra il 1656 ed il 1661, a progettarla fu probabilmente Tommaso Garvo Allio su commissione dell'arcivescovo Guidobald von Thun.

La sua struttura si articola su più livelli che nell'insieme le fanno raggiungere un'altezza di 15m. La base è costituita da un'ampia vasca poggiata su una base a gradini: la sua forma elaborata ed elegante, simmetrica su tutti i lati, si compone di un'armonica miscela di linee rette e di profili curvi, al centro di ogni lato espone lo stemma scolpito dell'arcivescovo Guidobald von Thun, padrino dell'opera. Dal centro di questo insieme equilibrato di forme geometriche spicca per contrasto il volume di una massa petrosa dal profilo irregolare e dai fianchi della quale si slanciano all'interno della vasca le meravigliose statue di quattro cavalli con le zampe protese in avanti, le bocche e le narici animate da zampilli, stupenda sintesi di grazie e movimento, perfetta fusione della fluida consistenza dell'acqua con la solida materia della roccia. Dal culmine di questa massa la fontana si innalza ulteriormente per mezzo di tre sagome umane la cui posa statuaria ricorda quella del gigante Atlante: incrociando le gambe con quelle della figura vicina come a volersi sostenere a vicenda nello sforzo, sorreggono sulle spalle un bacino intermedio più piccolo, una sorta di piatto dal fondo circolare. Da questo contenitore privo di bordature, l'acqua trabocca cadendo verso la vasca inferiore in minuti rivoli. Al centro del bacino intermedio si trovano le sculture di tre delfini dal muso feroce le cui code contorte si sollevano verso l'alto a sostenere l'ultimo livello, il più alto, il più piccolo, sopra la cui superficie dal guscio ondulato si eleva la statua di Tritone ritratto nell'atto di sostenere con le braccia sopra il volto una conchiglia sprizzante acqua. Anche da quest'ultima vasca, priva di margini, deborda sui livelli inferiori l'acqua alla quale la fontana, mirabile esempio di sopraffina arte plastica, sembra voler lasciare la libertà di completare le forme ed inventare decorazioni. A perfezionare il quadro stanno alcuni fregi raffiguranti rane, lucertole e tartarughe disposte lungo la superficie dei livelli inferiori. Campionessa non solo di bellezza, la Residenzbrunnen è detentrice anche di un'altra importantissima qualità: il suo sistema di approvvigionamento idrico richiese la formulazione di un progetto ingegneristico, estremamente complesso per l'epoca, che prevedeva l'utilizzo di pompe disposte all'interno di un'apposita stazione costruita nel 1664 ad 1km di distanza verso sud rispetto alla piazza, nel quartiere Nonntal, nonchè una estesa rete di condutture idriche e serbatoi posizionati sul Festungsberg. A formulare il progetto fu l'architetto italiano Giovanni Antonio Dario. L'opera andava ad inserirsi nel tentativo, già avviato nel 1654 su impulso sempre dell'arcivescovo Guidobald von Thun, di convogliare l'acqua direttamente dalle fonti in città attraverso una rete pressurizzata di condutture in larice: fino a tale epoca per disporre d'acqua pulita il ceto aristocratico era costretto ad inviare ogni giorno i propri servitori a raccoglierne in quantità presso le fonti vicine alla città. Il sistema di alimentazione della Residenzbrunnen vide la luce solo nel 1661 dopo numerose difficoltà insorte soprattutto nella gestione della pressione all'interno dell'impianto. Successivamente la fontana venne rifornita con l'acqua proveniente dal Hellbrunn, sobborgo situato circa 6km più a sud. Oggi è ovviamente alimentata da una pompa elettrica. Il progetto di trasporto idraulico dell'acqua alla città fu invece completato definitivamente solo nel 1875 con la costruzione di un serbatoio sopra il Mönchsberg, bassa collina più prossima all'Altstadt. Contempliamo la Residenzbrunnen in tutta la sua meravigliosa forma, frutto dei restauri condotti l'ultima volta tra il 2008 ed il 2009 nel corso dei quali fu rimosso il gradino ottagonale disposto solo in epoca moderna intono alla base e furono inoltre rimossi i paracarri collegati da catene posizionati lungo il monumento a scopo protettivo nel corso del XIX secolo. Pochi anni dopo, tra il 2016 ed il 2018, anche la piazza circostante fu oggetto di restauro, l'ultimo in ordine di tempo che la coinvolse. Non si è stati a Salisburgo se non si è passati dalla Residenzplatz, il crocevia inevitabile della vita che scorre nelle vene della città. Ci apprestiamo ad abbandonarla dopo averne ammirato con calma tutte le gemme che è in grado di offrire. Ma non dobbiamo spostarci di molto per approdare al punto di interesse successivo.

Mozartplatz sorge all'angolo nordorientale di Residenzplatz, quasi ne fosse una più piccola appendice. Arriviamo ad essa quasi senza accorgerci di aver abbandonato la sua più ampia vicina. La realizzazione di questa piazza risale al 1604, quando contestualmente ad un ampio progetto di riqualificazione urbana di questa porzione di città furono demoliti alcuni edifici abitativi per far posto a nuovi spazi cittadini. A commissionare i lavori fu ancora una volta l'arcivescovo Wolf Dietrich von Raitenau. La piazza nascente fu inizialmente battezzata Michaelsplatz in richiamo alla vicina Michaelskirche ed al suo centro fu innalzata una fontana con protagonista una scultura ritraente l'arcangelo Michele, spostata in seguito nel 1841 in Priesterhausgasse, sulla riva opposta del Salzach, e nel 1877 presso un giardino all'interno di un convento posizionato nel quartiere di Mülln. Al suo posto fu collocato al centro della piazza il Mozart-Denkmal, una statua ritraente Wolfgang Amadeus Mozart eretta sopra un piedistallo il cui marmo si tramanda sia stato donato per il completamento dell'opera niente poco di meno che da Ludovico I di Wittelsbach, re di Baviera. La genesi del monumento si attesta nel 1841, in occasione del 50° anniversario della morte di Mozart, il suo autore fu lo scultore Ludwig von Schwanthaler mentre a fondere il metallo che servì a darle forma fu Johann Baptist Stiglmaier. La statua fu però ufficialmente inaugurata, alla presenza dei due figli viventi del compositore Franz Xaver Wolfgang Mozart e Carl Thomas Mozart, solamente nel 1842 in quanto durante gli scavi per i lavori di installazione furono rinvenuti nel sottosuolo i resti di un pregiato mosaico di epoca romana, risalente probabilmente al IV secolo d.C.: una copia del mosaico è ancora oggi visibile ai piedi del monumento e mostra nitidamente le parole latine "Hic habitat...nihil intret mali" che con l'aggiunta logica del termine mancante felicitas comporrebbe la frase "Qui abita la felicità, nessun male è ammesso". Ma questa non fu l'unica circostanza che ostacolò l'allestimento del monumento: infatti, esso fu oggetto di ampio e sentito dibattito dal momento che nelle sue fattezze prese forma lo scontro tra la borghesia laica e la società conservatrice clericale. Effettivamente la scultura ritraente Mozart andava a sostituire quella di un personaggio religioso. Tale dibattimento assunse anche la veste della polemica e fu alimentata persino da contestazioni pubbliche, come quella condotta dagli studenti si radunarono in piazza cantando inni e slogan liberali, all'epoca considerati proibiti. Oltre a quello di geniale musicista, alla figura di Mozart venne affibbiato suo malgrado anche il ruolo di protagonista dello scandalo: in qualche modo fu lui a traghettare Salisburgo da un passato ecclesiastico ad un futuro civile e moderno, il tramite di questo radicale cambiamento fu proprio il Mozart-Denkmal. Attraverso di esso la città cambia veste, si rinnova e sceglie una natura differente pur non rinunciando a conservare le proprie origini. Fu così che nel 1849 la piazza cambiò il proprio nome in quello attuale, Mozartplatz. Da allora e fino ad oggi essa ha rappresentato un simbolo culturale di rinnovamento e forse anche di provocazione, come quando nel 1991 l'artista Anton Thuswaldner racchiuse intorno al monumento una sorprendente impalcatura composta da carrelli della spesa di metallo: nell'ambito della commemorazione del 200° anniversario della morte di Mozart, Thuswaldner volle così richiamare polemicamente l'attenzione sulla sfrenata commercializzazione della figura del compositore. Come dargli torto del resto?

Tutta questa vicenda stona un po' con il fatto che probabilmente, come testimonierebbero alcuni documenti storici manoscritti, Mozart non abbia mai amato particolarmente la propria città natale, tanto da scrivere in una delle sue lettere "Tengo molto poco a Salisburgo, ed ancor meno al suo arcivescovo". Buona parte di questa ruvida avversione fu probabilmente dovuta al rapporto conflittuale che il compositore intrattenne con il proprio mecenate, l'arcivescovo Hieronymus von Colloredo. I meriti politici di questo alto prelato sono unanimemente riconosciuti: nel periodo in cui governò la città, vale a dire tra il 1772 ed il 1813, Salisburgo conobbe una vivace fermento culturale animato da uno spirito illuminista e progressista, il sistema scolastico fu riformato e numerosi artisti arrivarono in città per dare libera espressione al proprio estro. In tale contesto, dopo essere tornato finalmente alla base dai propri viaggi continentali, Mozart svolse a partire dal 1773 il prestigioso incarico di konzertmeister, vale a dire di maestro di concerto per la corte arcivescovile, assegnatogli l'anno precedente ma messo temporaneamente in sospeso a causa di alcuni viaggi effettuati in Italia. Fu proprio Hieronymus von Colloredo ad assegnargli la carica: del resto, il genio e la creatività di Mozart erano ormai lampanti e noti a tutti, ma va effettivamente dato merito all'arcivescovo di essersi fatto baluardo della bellezza nel proporsi come primo protettore del compositore, slancio a cui di certo contribuì la stima che egli nutriva in Leopold Mozart, anch'egli per anni impegnato come musicista a corte. Ciò nonostante il rapporto tra il carattere vivace ed imprevedibile del konzertmeister e quello disciplinato e formale dell'alto prelato non fu per nulla semplice: la tensione tra i due cominciò a salire a partire dal 1781, quando in alcune sue lettere inviate al padre Mozart definì l'arcivescovo "Gran Mufti", termine che designa la più alta carica ufficiale della legge religiosa islamica, facendo sarcasticamente riferimento ai suoi modi austeri ed impositivi. Nonostante la propria mentalità aperta e tollerante, di fronte alle continue mancanze ed ai frequenti ritardi del compositore l'arcivescovo cominciò a montare insofferenza nei suoi confronti, al punto da rimuoverlo infine dal proprio incarico pronunciando queste parole: "Mag er geh'n, ich brauch' ihn nicht" ("Se ne vada pure, non ho bisogno di lui!"). Leopold Mozart, che tanto aveva lavorate affinchè il figlio ottenesse nella società salisburghese il riconoscimento che il proprio talento meritava, rimase estremamente scosso da questo licenziamento. Ad ogni modo, gli anni di collaborazione tra Mozart e Hieronymus von Colloredo furono l'avvio di una proficua stagione musicale capace di portare prestigio ad entrambi: Mozart ottenne la possibilità di esibirsi presso le più importanti corti principesche d'Europa con tutti i gradi di ufficialità arricchendo ulteriormente la propria fama e visibilità, all'arcivescovo dedicò le sue opere "Il Sogno di Scipione" del 1772 e "Serenata n°4" del 1774, quest'ultima nota appunto anche con il titolo alternativo di "Serenata Colloredo", donando immenso prestigio artistico alla corte salisburghese. Non è improbabile che il dissidio fosse alimentato anche da motivazioni ben più materiali, come ad esempio la scarsa remunerazione concessa al compositore, il numero limitato di commesse affidategli e non da ultimo la chiusura del teatro di corte voluta dall'arcivescovo nel 1775 nel contesto di un più ampio lavoro di revisione dei economica che penalizzò diverse istituzioni culturali della città. Dopo la rottura, Mozart si separò dal padre, rimasto a Salisburgo per continuare la propria carriera di musicista di corte, ed a partire dal 1781 si stabilì definitivamente a Vienna dopo aver compiuto alcune brevi spedizioni in Germania. Nella capitale imperiale rimase fino all'anno della sua morte: durante il decennio viennese ebbe finalmente la possibilità di esprimere la propria arte emancipato da ogni rapporto di subordinazione rispetto al potere politico oltre che di protettorato aristocratico: Mozart fu in effetti il primo musicista libero professionista mai esistito al Mondo. Ciò si tradusse in un'irripetibile fertilità creativa che portò il genio salisburghese , libero di mostrare la propria autentica personalità, a creare alcuni dei più assoluti capolavori della musica: basti citare "Le Nozze di Figaro" del 1786, "Don Giovanni" del 1787, "Così Fan Tutte" del 1790 ed "Il Flauto Magico" del 1791. La lista sarebbe potuta essere molto più lunga se Mozart non fosse morto all'età di appena 35 anni. Sulle circostanze della sua dipartita, tanto improvvisa quanto precoce, si articolarono ipotesi e congetture spesso fin troppo fantasiose: la più nota di esse chiama in causa un presunto rivale artistico di Mozart, l'italiano Antonio Sileri, il quale leggenda vuole che decise di avvelenare il compositore salisburghese spinto dall'invidia per le sue inarrivabili capacità musicali. Seppure sia vero che Mozart e Sileri furono probabilmente i due musicisti più celebri della propria epoca, è altrettanto vero che tra i due non ci fu mai alcun astio: ne è riprova il fatto che Sileri all'epoca della morte di Mozart aveva già compiuto 49 anni, un'età piuttosto avanzata per l'epoca, e la sua fama di compositore era ampiamente e saldamente affermata negli ambienti culturali più importanti del continente europeo oltre che della corte imperiale austriaca. Un personaggio di tale portata non aveva certo bisogno di entrare in scontro con un musicista più giovane di lui, meno ricco e forse anche meno rinomato. Non esiste in effetti alcuna traccia storica di un diverbio e di un alterco che li vide protagonisti. Storia del tutto diversa è invece quella che scomoda l'ultima opera a cui lavorò Mozart, l'unica rimasta incompiuta, il "Requiem". Ad commissionate in forma anonima la creazione di questa composizione al musicista salisburghese fu il conte Franz von Walsegg, lo scopo era quello di rendere un raffinato omaggio alla consorte di quest'ultimo, la contessa Anna Edlen von Flammberg, scomparsa giovanissima nel 1791. In realtà l'intento del committente, anch'egli musicista dilettante, era quello di appropriarsi dell'opera e di apporvi la propria firma di autore, un'operazione piuttosto diffusa al tempo ma davvero poco onorevole che Mozart accettò probabilmente a malincuore, forse solo per il lauto compenso economico. Tra le varie leggende costruite intorno al personaggio di Mozart ci sarebbe infatti anche quella che lo vuole avido e poco abile giocatore d'azzardo, amante in particolare del biliardo, sempre bisognoso di denaro utile a pagare i numerosi debiti contratti al gioco. Capita però che l'orgoglio prevalichi la ragione, soprattutto quando ci sono di mezzo personalità fiere ed imprevedibili come quella di Mozart che di fatto non terminò mai la stesura del "Requiem" protraendone la conclusione ad oltranza, secondo alcuni addirittura togliendosi la vita per evitare di accettare che una propria creazione portasse impropriamente la firma di un altro musicista, peraltro poco capace. Ad onor del vero, oggi l'opera monta la sua firma anche se la sua conclusione fu affidata prima a Joseph Eybler, il quale lavorò però per un brevissimo periodo prima di tirarsi indietro, successivamente da Franz Xaver Süssmayr, giovane allievo ed amico dello stesso Mozart, al quale si deve la rifinitura delle parti mancanti. La verità storica circa la morte di Wolfgang Amadeus Mozart è però molto meno poetica: ad ucciderlo fu probabilmente una forma di febbre miliare, termine medico oggi caduto in disuso con il quale in passato si designava una malattia infettiva di causa incerta e caratterizzata da una diffusa eruzione cutanea papulosa, probabilmente complicata da pratiche terapeutiche nocive molto comuni al tempo come i salassi. Le sue spoglie furono tumulate a Vienna ma della sua tomba originale rimane oggi solo una traccia incerta. La figura di Mozart giunge a noi oggi ammantata di mito e leggenda. Innumerevoli sono gli aneddoti che lo ritraggono protagonista, come quello che lo vede quattordicenne riscrivere a memoria tutto il "Miserere" di Giovanni Allegri dopo averlo ascoltato una sola volta a Roma nel 1770: vero o falso che sia il racconto, la circostanza che contrappone Mozart alla complessità di questo coro a nove voci rende giustizia ad uno degli orecchi assoluti più sopraffini che la storia dell'umanità abbia mai conosciuto. Altro aneddoto molto conosciuto è quello che narra di come il genio salisburghese abbia composto il "Don Giovanni", opera lirica in due atti, interamente nell'arco di una sola nottata. Ad alimentare in epoca moderna i tratti macchiettistici con i quali spesso Mozart viene indebitamente dipinto è senza dubbio il film hollywoodiano "Amadeus" del 1984, regia di Milos Forman e protagonista Tom Hulce: a discapito degli otto Premi Oscar vinti dalla pellicola e considerando la tendenza statunitense ad esagerare ogni cosa, forse non è questa la più fedele raffigurazione del compositore salisburghese. Al di là della finzione e del tratto caricaturale di bambino prodigio con il quale spesso viene riduttivamente marchiato, Mozart fu sicuramente un uomo complesso, un intellettuale progressista, un artista poliedrico, per certi versi un ribelle rivoluzionario. Parlava quattro lingue, amava la poesia ed il teatro, si interessava di matematica, coltivava la passione per la letteratura. Riformò la musica concertistica per pianoforte ma possedeva una straordinaria capacità di spaziare tra generi e strumenti diversi. Di lui ci rimangono circa 600 composizioni, punto di partenza per un mito tutt'oggi trasversale a tutti i popoli ed i paesi del Mondo. Con Hieronymous von Colloredo ebbe invece termine il Principato Arcivescovile di Salisburgo. L'ultima sentenza nelle dispute che gli uomini non riescono a sbrogliare spetta sempre alla Storia. A richiamare la figura di Mozart sulla Mozartplatz non c'è solo il Mozart-Denkmal. All'angolo nordoccidentale della piazza sorge infatti la Antretterhaus, un edificio residenziale in stile rococò costruito intorno al 1592 e di cui si apprezza soprattutto la bella facciata del 1760 caratterizzata da numerose fenestrature incorniciate da eleganti stucchi decorativi. Degno di nota anche il raffinato portale fregiato e delimitato da due esili pilastri. La sua prima funzione di quella di dimora per la nobile famiglia locale dei von Rehlingen i quali vi abitarono fino al 1765. Nello stesso anno il palazzo venne acquistato da Johann Ernst von Antretter, cancelliere regionale e consigliere di guerra alla corte imperiale, circostanza da cui l'edificio trasse il proprio nome attuale. Ed ecco che ricorre il nome di Mozart: Kajetan von Antretter, figlio di Johann Ernts von Antretter, era conoscente del celebre compositore, inoltre Maria Anna Mozart svolse l'incarico di insegnante di pianoforte per i membri della famiglia fino a quando non dovette abbandonare ogni attività musicale nel 1784 a seguito del proprio matrimonio con il barone Johann Baptist von Berchtold zu Sonnenburg, dal quale nacque un figlio maschio e due figlie femmine, e del conseguente trasferimento presso il villaggio di Sankt Gilgen, 30km a sud rispetto a Salisburgo. L'allontanamento dalla musica fu probabilmente uno dei motivi che portò "Nannerl" a distanziarsi dal fratello, distanza ulteriormente incrementata dalla morte del padre Leopold avvenuto nel 1787 a seguito della quale sorsero, a quanto pare, alcuni contrasti in materia ereditaria. Dopo la prematura scomparsa di Wolfgang Amadeus Mozart, fu però proprio la sorella ad assumere il ruolo di principale promotrice dell'arte del fratello, fornendo un sostanzioso contributo attraverso il dialogo con i biografi, l'autenticazione dei suoi scritti e la pubblicazione delle sue composizioni, prova inconfutabile di una stima comunque mai del tutto soffocata dalla distanza, considerando la posizione economica e sociale ampiamente agiata della quale "Nannerl" godette per diritto matrimoniale. Rimasta vedova nel 1801, riprese ad insegnare pianoforte a Salisburgo; morì quasi ottantenne nel 1829 con la consolazione (oppure il merito a seconda del punto di vista) di aver intrattenuto negli ultimi anni un rapporto affettuoso e materno con il nipote Franz Xaver Wolfgang Mozart, figlio del fratello che per lunghi anni non era riuscita a frequentare. Per quanto riguardo la famiglia von Antretter, ad essa rimane il merito di aver commissionato a Mozart un'altro dei suoi indiscutibili capolavori, la "Serenata per Orchestra in Re Maggiore" composta nel 1773 per Judas Thaddaus von Antretter. Teatro di questo rapporto di amicizia tra i Mozart e gli Antretter fu l'Antretterhaus. In epoca contemporanea e fino al 2011 l'edificio è stato sede del dipartimento di musicologia dell'università cittadina, ha ospitato gli studi di vari avvocati. In precedenza era stato acquistato nel 1793 dal tipografo di corte Franz Xaver Duyle, nel 1851 fu rilevato dal commerciante Alois Johann Duregger e nel corso del XX secolo ospitò anche l'abitazione di Otto Spängler, direttore della Salzburger Sparkasse Bank dal 1872 al 1900, e del fratello Carl Spängler, fondatore del più antico istituto bancario austriaco tuttora esistente. Entrambi erano infatti sposati con le figlie di Alois Johann Duregger, proprietario dello stabile, rispettivamente Aloisa Duregger e Maria Leopoldina Duregger. Attiguo alla Antretterhaus, sua naturale prosecuzione lungo il perimetro della Mozartplatz, si sdraia lungo il lato settentrionale della piazza la bassa e lunga molle dell'Imhofstöckl. Dotato di un'aspetto pragmatico e disadorno che trasmette il proprio carattere funzionale più che rappresentativo, questo edificio sorse intorno al 1620 ed a comandarne la costruzione fu Friedrich II von Rehlingen: la destinazione con la quale fu realizzato era probabilmente quella di servire da rimessa o magazzino per la vicina Antretterhaus. Il casato dei von Rehlingen ne mantenne il possesso fino al 1836, dopodichè lo stabile cambiò. nel corso dei secoli successivi, un numero impressionante di proprietari e di impieghi. Nel 1874 fu acquistato dal notabile cittadino Rupert Freiherr von Imhof, dal quale l'edificio trasse il suo nome attuale. Sebbene già nel 1887 fu rilevato dalla municipalità di Salisburgo, questo non smorzò minimamente la rapida e molteplice metamorfosi ormai avviata ed impossibile da arrestare: nel 1891 prese sede in alcuni dei suoi locali una ditta di pompe funebri, nel 1913 vi vennero collocati gli uffici della contabilità pubblica, tra il 1913 ed il 1931 venne utilizzato anche come prigione, nel 1932 ospitò le sale del servizio cittadino di assistenza agli indigenti. Gli ultimi impieghi dell'Imhofstöckl sono stati quello di magazzino per un'azienda commerciale impegnata nella vendita di macchine da cucire e biciclette, compito svolto a partire dal 1940, e quello di sede di un'agenzia di viaggi, funzione ricoperta dal 1956 al 2007. Oggi lo stabile appartiene all'amministrazione cittadina ed ospita principalmente uffici municipali, oltre ad alcuni negozi le cui insegne fanno bella mostra di sè sullo spazio della Mozartplatz. Completa il patrimonio della piazza intitolata a Wolfgang Amadeus Mozart la Kanonikalhaus, massiccia costruzione dislocata a chiudere il lato orientale dello spiazzo: datata XVII secolo, al suo interno risiedettero per lungo tempo i canonici del vicino duomo. Oggi ospita alcuni uffici municipali e amministrativi scolastici. 
Adesa alla Mozartplatz, quasi come due bolle di sapone che si fondono scontrandosi, sorge al suo angolo nordoccidentale anche la Waagplatz. La confluenza delle due piazze è talmente indistinta che passando dall'una all'altra non è facile capire dove finisca la prima ed inizi la seconda. Ad ogni modo, la Waagplatz delimita uno spazio urbano dall'identità ben distinta e dalla tradizione forte: qui infatti era collocato anticamente il tribunale cittadino e dal XV secolo anche il mercato del fieno. Tra il 1430 ed il 1650 vi si tenne anche la compravendita del pane, motivo per cui la piazza fu in passato nota con l'appellativo di Alter Brodmarkt (letteralmente "vecchio mercato del pane"). Principale elemento distintivo di questo luogo è oggi senza dubbio la Ankerhaus, con la sua appariscente facciata sopra la quale campeggia un grande dipinto murale con soggetto rurale e dal titolo "Aussaat und Ernte" ("Semina e Raccolto"): realizzato da Karl Reisenbichler nel 1928, si compone delle sagome di contadini al lavoro, uno di essi con quello che sembra un fascio di grano tra le mani, disposte ai lati di una grande ancora che occupa lo spazio centrale del dipinto. A commissionare l'opera fu l'agenzia assicurativa Anker Allgemeine Versicherungs Aktiengesellschaft, all'epoca insidiata presso alcuni locali dell'immobile. Da tale circostanza l'edificio trae anche il proprio nome attuale: anker in tedesco significa appunto "ancora", elemento che ricorre sia nel dipinto murale sia nel nome dell'agenzia assicurativa. Le origini dello stabile sono però diverse e ben più ragguardevoli: le sue sale ospitarono infatti dal 1328 al 1407 la sede del tribunale locale, davanti ad esso sulla piazza veniva data esecuzione alle esecuzioni capitali e nelle vicinanze era dislocata anche la gogna. Intorno al 1487 vi venne collocata per un breve periodo anche la pesa pubblica. Ma i fasti migliori la Ankerhaus li ha conosciuti nel periodo successivo, quando cioè nel corso della prima metà del XVII secolo proseguì la propria esistenza come locanda e pensione: il nome di questa attività fu inizialmente quello di Stadttrinkstuben e la sua destinazione principale fu quella di ospitare i ritrovi ed i banchetti dell'alta società salisburghese, ad esempio quelli organizzati dalle corporazioni artigianali oppure dagli ufficiali municipali. La fama ed il prestigio della locanda crebbero rapidamente fino a farla divenire una delle più rinomate ed apprezzate della città. Una temporanea battuta d'arresto alla sua ascesa si verificò nel 1635, quando lo stabile fu vittima di un incendio che ne devastò la struttura. L'edificio fu però riparato già nel 1638 e l'anno successivo potè riprendere le attività. Pochi tempo dopo, nel 1647, la locanda cambiò nome in Haus beim Mohrenkopf; un ulteriore modifica nell'appellativo fu decisa molto tempo più tardi, nel 1864, quando l'attività iniziò a chiamarsi Gasthof zum Erzherzog Karl. Nonostante la variazione nella denominazione, il prestigio della locanda si mantenne intatta in tutto questo periodo. Ma la storia della Ankerhaus non è fatta di sole luci: dal 1899 al 1924 al suo interno ebbe sede la redazione del giornale quotidiano Salzburger Volksblatt, fondato dal tedesco Reinhold Kiesel e pubblicato dal 1871 al 1942 con un orientamento spiccatamente nazionalista. Durante gli anni dell'occupazione nazista, questa testata fu una delle più diffuse a Salisburgo, tramutata in organo di propaganda ed asservita al potere discriminatorio e violento del Terzo Reich. Tale sottomissione alla dottrina nazista apparve particolarmente manifesta nel 1938, quando dalle proprie pagine il giornale arrivò persino a sostenere il Bücherverbrennung invitando la cittadinanza a bruciare testi considerati corrotti, come quelli scritti da autori ebrei. In quegli anni il Salzburger Volksblatt non era già più acquartierato all'interno della Ankerhaus, ma pochi anni prima la sua filosofia, seppur meno esasperata, lasciò il proprio marchio sul suo vissuto. Dopo un progressivo declino nel periodo successivo al termine della II Guerra Mondiale, il giornale fu infine dismesso solo nel 1991. Dalla seconda metà del XX secolo il piano terra della Ankerhaus iniziò invece ad ospitare alcune rivendite commerciali, e così è ancora oggi.

Sul lato opposto della Waagplatz si staglia la sagoma uniforme della Waaghaus. La sua facciata color ocra, segnata da venature orizzontali nella parte inferiore e da numerose fenestrature incorniciate da profili squadrate in quella superiore, cattura l'occhio nonostante sia priva di particolari decorazioni. La sua peculiarità è quella di disporsi con il proprio confine meridionale appiccicata al lato settentrionale della Michaelskirche, dalla quale non presente soluzione di continuità. Al suo interno fino al 1328 fu ospitato il tribunale cittadino prima che esso venisse trasferito temporaneamente all'interno della Ankerhaus. In seguito e fino al XVII secolo funse da punto di compravendita di beni di prima necessità: qui tra le altre attività, era collocato anche un forno per il pane. Più tardi ancora vi fu stabilita la pesa pubblica, circostanza che fornì il nome non solo all'edificio ma anche alla piazza intera: in tedesco, il termine waage si traduce appunto letteralmente con "bilancia". Il palazzo rimase proprietà dell'amministrazione cittadina fino al 1815, anno in cui la pesa fu trasferita in Sigmundsplatz. Due anni più tardi fu acquistato dall'imprenditore Georg Weickl, mentre nel 1874 venne rilevato dall'albergatore Johann Lohe che lo trasformò in una succursale del dirimpettaio Gasthof zum Erzherzog Karl. aggiungendo un piano alla struttura esistente. La costruzione attuale è comunque frutto di una ristrutturazione successiva condotta nel corso del XVII secolo, mentre il progetto della facciata è ancora più recente e risale al XIX secolo. Oggi è sede di istituzioni statali ed al piano terra ospita un negozio di vestiti. L'ultimo elemento appartenente alla Waagplatz da menzionare è un edificio interposto tra la Ankerhaus e la Antretterhaus lungo il margine settentrionale della piazza. La Traklhaus è un palazzo borghese la cui struttura attuale risale grossomodo al XVI secolo, seppure la facciata in stile rococò che è possibile ammirare oggi sia frutto di una riprogettazione del 1860 circa. La storia di questo stabile possiede comunque note ben più antiche: originariamente ricompreso tra le proprietà dirette dell'arcivescovo di Salisburgo, nel 1327 fu inserito come contropartita nel processo di acquisizione di alcuni terreni situati ai piedi del Mönchsberg sopra i quali in seguito fu eretto l'istituto ospedaliero Bürgerspital Sankt Blasius. Il possesso dell'edificio venne ceduto dall'arcivescovo Friedrich III von Leibniz alla comunità monastica benedettina di Admont, fondata in Stiria nel 1074 da frati provenienti dall'Erzabtei Stift Sankt Peter: rilevando la proprietà del palazzo, i monaci si assicurarono così una base d'accoglienza certa per le proprie numerose trasferte verso Salisburgo. Nonostante nei 150 anni successivi l'edificio uscì dal patrimonio monastico e cambiò diversi detentori, il diritto da parte dei frati benedettini di trovarvi rifugio fu mantenuto intatto ed inalterato nel corso del tempo: in caso di loro passaggio in città, il proprietario dello stabile era obbligato ad offrirgli ospitalità per il periodo necessario. Con un balzo di più di tre secoli, si arriva al 1803, anno in cui il palazzo venne rilevato da Franz Anton Schaffner, la cui consorte Theresia Späth ne mantenne la proprietà dopo la dipartita del marito, dal 1837 al 1841. Nel periodo immediatamente successivo ecco concretizzarsi la circostanza più significativa per il vissuto dell'edificio: nel 1885 alcune stanze al primo piano vennero affittate dagli eredi della famiglia Schaffner a Tobias Trakl, il quale vi stabilì la propria famiglia di origini ungherese-tedesche conducendo al contempo un negozio di ferramenta in locali al piano terra. Il 3 febbraio 1887 nacque in questa abitazione il poeta espressionista George Trakl, una delle voci più forti, sincere e drammatiche della letteratura austriaca moderna. La vita di questo personaggio non si può dire essere stata semplice: fu il più giovane di 13 figli e per tutta la vita soffrì di importanti problemi mentali conseguenti per la maggior parte ad una profonda malattia depressiva. Sviluppò ancora giovanissimo una dipendenza da farmaci narcolettici come il cloroformio, i barbiturici e gli oppiacei. Di certo non aiutarono la sventurata sorte del ragazzo anche alcune sue scelte quanto meno discutibili: nel 1905 decise di impiegarsi come apprendista in una farmacia di Salisburgo e nel 1912 assunse l'incarico di farmacista ospedaliero presso Innsbruck. Non contribuì in senso positivo al suo benessere nemmeno l'arruolamento nell'esercito austriaco ed il servizio svolto come ufficiale sanitario durante lo svolgimento della I Guerra Mondiale: impiegato presso un ospedale militare sul fronte polacco, la vicinanza alla sofferenza impressa sul corpo dei soldati feriti e la prossimità costante alla morte che pervadeva i campi di battaglia lo portarono nel 1914 a tentare il suicidio. Scampato al decesso, venne ospedalizzato a Cracovia dove si spense all'impietosa età di 27 anni a causa di un'overdose di cocaina. Poco più di una settimana prima aveva dato alla luce la sua ultima composizione dal titolo "Grodek", considerata unanimemente oggi una delle più grandi liriche scritte nel corso del XX secolo. Nonostante la sua precocissima scomparsa il suo lascito letterario risulta ampio e preziosissimo, intriso del doloroso vissuto dell'autore, avvolto dal dramma della guerra come da una coperta scura e laida. All'epoca della morte di Georg Trakl, la sua famiglia già da tempo aveva abbandonato la Traklhaus, alla quale lasciò in dote il proprio nome, e dal 1893 si era trasferita all'interno di un appartamento sul lato opposto della Waagplatz. Tobias Trakl continuò comunque a condurre la propria ferramenta al piano terra dell'edificio originario fino al 1913. Attualmente, oltre ad ospitare un ristorante i cui battenti furono aperti nel 1968, dopo essere stata rilevata nel 1977 dal Land Salzburg, all'interno della Traklhaus si collocano il Georg Trakl Forschungs und Gedenkstätte, museo dedicato alla memoria del poeta, la galleria d'arte Galerie im Traklhaus e l'associazione culturale Salzburger Kulturvereinigung. Non abbiamo purtroppo il tempo di visitare la galleria ed il museo, ma nell'attraversare la piazza, passando di fronte all'edificio, non possiamo fare a meno di intravedere la piccola rientranza che la struttura compie lungo il suo lato occidentale dove si viene a formare uno stretto vicolo ombreggiato, su di esso si affaccia l'ingresso della Traklhaus collegata alla sezione del palazzo che diede i natali a Georg Trakl.

Il nostro percorso alla scoperta dell'Altstadt di Salisburgo procede lasciandoci alle spalle Mozartplatz e Waagplatz. Sfilando di fronte al Glockenspiel, imbocchiamo uno stretto viale racchiuso tra la Neue Residenz ed il margine orientale della cattedrale, dipartito come una coda dalla Residenzplatz della quale mantiene anche il nome. In capo a due centinaia di metri approdiamo nello spazio aperto di Kapitelplatz. La conformazione ampia e sgombra di questa piazza tradisce le sue origini: questo spazio venne infatti a crearsi a seguito delle radicali modifiche urbanistiche condotte su impulso dell'arcivescovo Wolf Dietrich von Raitenau con lo scopo di riqualificare il cuore medievale della città in un centro residenziale barocco ispirato a concetti urbanistici rinascimentali. Sul sito era collocato in precedenza un monastero con chiostro annesso, associato alla vicina Domkirche Sankt Rupert und Virgil: tra il 1606 ed il 1608, contemporaneamente alla realizzazione della nuova cattedrale romanica, esso venne demolito per ragioni di spazio. Pochi anni dopo, nel 1614, sarà l'arcivescovo Markus Sittikus von Hohenems a patrocinare la creazione materiale della piazza, concepita dal punto di vista architettonico come un collegamento funzionale tra la cattedrale e le residenze dei canonici.

A caratterizzare il luogo, un po' defilata e quasi persa nel suo ampio volume vuoto, sorge la Kapitelschwemme. Si tratta di un'elegante fontana creata nel 1732 e collocata nel punto in cui precedentemente, dal XV secolo, era posizionato il monumento scolpito con soggetto il cavallo alato Pegaso oggi dislocato all'interno del Mirabellgarten. E' composta da una larga vasca dotata di pianta a croce greca con concavità arrotondate, contornata da una balaustra in marmo e fornita di una nicchia barocca con arco a tutto sesto ad una delle estremità. Al centro di questa nicchia si staglia una imponente statua raffigurante il dio Nettuno, l'immancabile tridente stretto in una mano, l'altra stretta su un ciuffo di criniera di un rampante destriero marino munito di coda da pesce che sembra protrarsi in avanti, verso il centro della fontana, trasportando sul proprio dorso la divinità. Dallo spazio sottostante gli zoccoli e dalle narici della cavalcatura getti d'acqua vanno ad alimentare il bacino contenuto nella vasca dalla quale il complesso scultoreo è separato solamente da una bassa scalinata. La nicchia è sormontata da un frontone decorato con lo stemma dell'arcivescovo Leopold Anton von Firmian, committente dell'opera, ed è contornata sui due lati da due semicolonne presidiate dalle statue di due tritoni che sembrano soffiare zampilli d'acqua da conchiglie sollevate davanti alle bocche, elementi questi ultimi aggiunti solo postumi nel 1791. Al culmine di questo raffinato apparato artistico sta la scultura di un vaso floreale affiancato da due putti. A progettare la Kapitelschwemme fu Franz Anton Danreiter mentre la statua di Nettuno porta la firma dello scultore Josef Anton Pfaffinger. Le sue dimensioni ragguardevoli denotano la sua primitiva funzione, vale a dire quella di abbeveratoio per i cavalli strategicamente dislocato in uno dei punti più trafficati della città, ciò nonostante non può compensare il grande spazio urbano, privo di altri particolari arredi, nel quale la fontana quasi si perde. Tale disposizione fa sì che nell'osservare questo monumento sia inevitabile trovarsi a pensare che, nonostante la sua innegabile bellezza, esso si sia venuto a trovare inconsapevolmente nel posto sbagliato.

Quello dei cavalli e dei mezzi di trasporto associati è peraltro un tema ricorrente in Kapitelplatz. Lo si ritrova infatti anche nel trascorso di un altro importante edificio affacciato sulla piazza. La Kardinal-Schwarzenberg-Haus sorge sullo sfondo della Kapitelschwemme, pressochè impercettibilmente e occultata dall'appariscente bellezza della fontana antistante. L'associazione con la specie equina risiede nel fatto che nel 1830 questo edificio venne rilevato da Georg Bichler, il quale avviò nei suoi locali un'officina per carrozze. La sua prima menzione in documenti storici data conunque molto prima, nel 1569, e notizie di poco posteriori indicano che fu restaurato in un periodo non meglio precisato tra il 1635 ed il 1695. Di quest'ultimo anno è anche un'iscrizione tuttora visibile lungo la facciata che testimonia la funzione di granaio per il capitolo della vicina cattedrale rivestita originariamente dallo stabile. Circa un secolo più tardi, nel 1792, il presbitero Lorenz Hübner lo designò quale residenza destinata al presidente ed al tesoriere capitolare: giunto a Salisburgo otto anni prima, nel 1784, bner rivestì dal 1785 al 1799, su investitura di Hieronymus von Colloredo, il ruolo di caporedattore per il giornale Oberdeutschen Staatszeitung, dalle pagine del quale contribuirà alla diffusione degli ideali illuministi tanto graditi all'arcivescovo. Con la secolarizzazione del capitolo della cattedrale coincisa grossomodo con il termine del Principato Arcivescovile di Salisburgo di inizio XIX secolo, a partire dal 1811 l'edificio diminuì progressivamente d'importanza e perse gradualmente le proprie funzioni. Con l'avvento dei veicoli a motore, a partire dal 1920 lo stabile fu poi trasformato in una rimessa per autovetture, funzione che mantenne fino al 1990. Tra il 2005 ed il 2006 infine, la struttura è stata oggetto di ristrutturazione finalizzata a renderla sede del coro della cattedrale l'archivio diocesano, inaugurato nel 2006 intitolato a Friedrich von Schwarzenberg, arcivescovo di Salisburgo dal 1836 al 1850 elevato a rango di cardinale nel 1842. Altri due palazzi meritano una menzione nella descrizione della Kapitelplatz, entrambi situati lungo il margine orientale della piazza. Il primo di essi è il Dompropstei, la sede del prevosto della cattedrale, autorità il cui ufficio era originariamente collegato in modo diretto alla Domkirche Sankt Rupert und Virgil, ma che a partire dal XVII secolo, nell'ambito dei lavori urbanistici che portarono successivamente alla creazione della piazza, fu spostato per ordine dell'arcivescovo Wolf Dietrich von Raitenau all'interno di un edificio separato, il Dompropstei per l'appunto. La sua struttura, distribuita su tre piani e caratterizzata da una facciata asciutta sulla quale si distribuiscono otto assi di finestre, è una di quelle che maggiormente tipizzano Kapitelplatz. Circostanza curiosa, la via di accesso principale al palazzo, originariamente affacciata sulla piazza, fu spostato nel 1790 sulla limitrofa Kapitelgasse, il suo portale bugnato fu murato e riportato alla luce solo due secoli più tardi, nel1977, anno in cui fu parzialmente ricostruito. Il secondo edificio da menzionare è l'Erzbischöfliche Palais, altrimenti detto Palazzo Arcivescovile. Questo ampio complesso edilizio è il risultato della fusione di due corti canoniche attigue ed originariamente separate, procedimento condotto intorno al 1690 e commissionato dall'arcivescovo Maximilian Gandolf von Kuenburg. Il progetto portava le firme di Lorenz Stumpfegger e di Carlo Lorago di Passavia. Paradossalmente fu proprio lo stesso arcivescovo a rallentare il completamento dell'opera a seguito di dubbi insorti in merito alla sua vastità ed ai suoi conseguenti costi. L'edificio fu ultimato solo dopo la morte di Maximilian Gandolf von Kuenburg nel 1687 dal suo successore Johann Ernst von Thun. Lo stemma di un altro arcivescovo ancora adorna oggi la facciata del palazzo, quello di Maximilian Joseph von Tarnoczy, in carica dal 1851 al 1876. Come richiama anche il suo nome, dagli inizi del XIX secolo al suo interno è situata la residenza arcivescovile di Salisburgo, con una sola breve parentesi tra il 1939 ed il 1947 in cui l'arcivescovo Sigmund Waitz fu obbligato dagli occupanti nazisti ad abbandonare il palazzo ed a spostare la propria dimora presso l'Erzabtei Stift Sankt Peter. Soltanto dopo il termine della II Guerra Mondiale il successore di Waitz, Andreas Rohracher, potè fare ritorno nell'Erzbischöfliche Palais. Ancora oggi il secondo piano del palazzo è riservato come spazio abitativo all'arcivescovo, mentre nel rimanente spazio sono ospitati gli uffici di diverse istituzioni ecclesiastiche. Attraversando Kapitelplatz sembra quasi di muoversi all'interno di una camera vuota, priva di mobilio, incompleta, sospesa. Un luogo che non può essere riempito dalla sola bellezza della Kapitelschwemme, nonostante il suo innegabile fascino. Un ambiente che non possono animare le poche bancarelle di cibo da strada e souvenir adagiate lungo il margine occidentale della piazza. E nemmeno la scacchiera gigante collocata lì accanto a gratuito uso e consumo dei passanti. Non può farlo neanche la curiosa installazione artistica dal titolo "Sphaera" posta proprio accanto ad essa: una grande sfera di bronzo dorato del diametro di 5m sul culmine della quale sta in piedi la figura anonima in legno e bronzo di un uomo, opera di Stephan Balkenhol del 2007, manifesto del conflitto tra la quotidianità umana ed il mondo che la circonda. E' questo sicuramente un tema ricorrente nella tradizione culturale della città, custodito in particolare nel dramma teatrale "Jedermann" di Hugo von Hofmannsthal, costruito proprio sulla vicenda e la sventura di una persona comune.

Ad essere completamente sinceri, ci saremmo lasciati Kapitelplatz alle spalle rapidamente e senza troppa considerazione se nell'attimo in cui ci apprestavamo ad abbandonarla un piacevole profumo di pane caldo non fosse giunto alle nostre narici. E' seguendo questa scia che siamo approdati ad un luogo incantato e fuori dal tempo. Per arrivarci occorre oltrepassare un piccolo portale poco appariscente, aperto lungo il muro di cinta che delimita l'angolo sudoccidentale della piazza. Questo varco dà accesso, come la più classica delle tane del Bianconiglio proiettata verso un paese di meraviglie, alla Erzabtei Stifl Sankt Peter: è da lì che proviene la fragranza che abbiamo percepito percorrendo Kapitelplatz. E' questo il più antico monastero benedettino non solo d'Austria ma anche di tutta l'area germanica: secondo la tradizione fu fondato nel 696 d.C. da San Ruperto di Salisburgo su mandato del duca Teodone II di Baviera, ma in realtà alcuni resti di mura rinvenuti sotto l'altare della chiesa monastica daterebbero le origini del complesso nel V secolo d.C., quindi in un periodo precedente rispetto all'avvento sul luogo di San Ruperto di Salisburgo. Ciò farebbe presupporre la presenza già in questo periodo di una piccola comunità monacale romanica costituita probabilmente da San Severino nel 453 d.C. Stando a tale teorie, l'opera di San Ruperto di Salisburgo, che per un periodo ricoprì comunque l'incarico di abate presso il monastero, si dovette semplicemente limitare all'ampliamento di tale insediamento preesistente ed all'assegnazione della regola benedettina al gruppo. Dopo di lui al monastero fu associato il nome di San Pietro, fondatore della Chiesa Cattolica proprio come l'Erzabtei Stift Sankt Peter fu centro di sviluppo da cui nei secoli a seguire si venne a formare l'intera Salisburgo. Il legame di questa istituzione religiosa con la città è profondo ed indissolubile, basti pensare che fino al 987 d.C. la carica locale di vescovo prima e di arcivescovo poi era sovrapposta a quella di abate del monastero che ospitava pertanto anche la sede ufficiale della carica ecclesiastica. Tale circostanza inevitabilmente investì la comunità benedettina di un immenso prestigio, giunto al culmine in età medievale, a cui contribuì non da ultimo anche la posizione centrale del monastero nella disposizione urbana cittadina, le ricche proprietà ed una rinomatissima tradizione amanuense. In effetti, oggi l'Erzabtei Stift Sankt Peter possiede la biblioteca più antica di tutta l'Austria, restaurata l'ultima volta nel 1999 e popolata con circa 100.000 volumi antichi il cui argomento spazia dal monachesimo benedettino alla storia medievale, dall'arte figurativa alla musica nella forma della preziosissima raccolta di scritti autografi lasciati in dote al monastero da musicisti illustri del calibro di Wolfgang Amadeus Mozart e Johann Michael Haydn. Tra i testi antichi di maggior importanza c'è sicuramente il "Verbrüderungsbuch" ("Libro della Fraternità"), scritto da San Virgilio di Salisburgo nel 784 d.C. Peccato non avere la possibilità di poter visitare la biblioteca, il cui accesso è subordinato al possesso di permessi speciali. Come se non bastasse questo a definire la rocciosa autorevolezza culturale del monastero, va ricordato anche che esso fu strettamente associato all'università locale fin dai primi anni successivi alla sua fondazione: molti degli insegnanti che vi furono impiegati erano infatti monaci provenienti dall'Erzabtei Stift Sankt Peter. Solo nel 1810, a seguito della conquista napoleonica della città, l'università fu secolarizzata e divenne istituzione completamente laica. La crescita della reputazione detenuta dal monastero non conobbe battute d'arresto nemmeno con l'avvento dell'epoca moderna: del 1927 è la proclamazione ad arciabbazia del sito a seguito dell'avvio di una scuola seminariale portato a termine l'anno precedente. La comunità benedettina non fu invece risparmiata dall'ondata di odio e fanatismo portata in città dall'Anschluss nazista e dalla II Guerra Mondiale: il 6 gennaio 1941 il monastero fu confiscato dalle forze di occupazione del Terzo Reich, quasi tutti i frati furono cacciati e poterono fare ritorno al complesso solo nel 1945. Da allora fino ad oggi i monaci benedettini hanno mantenuto intatta la consuetudine vecchia di 13 secoli di abitarne gli spazi. La comunità di monaci si sviluppò al punto che dal 1130 al 1583 fu addirittura affiancata da una congregazione religiosa femminile sempre di orientamento benedettino, le Petersfrauen, alloggiate in spazi attigui e comunicanti con il monastero maschile. Il gruppo di suore fu disperso sul finire del XVI secolo a seguito di alcune critiche rivolte dalle autorità pontificie alla condotta delle sue componenti, a quanto sembra non sempre ineccepibile, nonchè alla presunta promiscuità derivata alla vicinanza degli spazi maschili con quelli femminili. Non da ultimo sembra che l'ambiente delle Petersfrauen fosse stato contaminato da concetti propri del protestantesimo emergente in quegli anni dai territori centrali del continente europeo. Il vasto complesso dell'Erzabtei Stift Sankt Peter si articola oggi in tre vasti cortili intorno ai quali si dispongono i vari edifici che lo compongono. Accedendo dal portale affacciato sulla Kapitelplatz giungiamo in una specie di spazio introduttivo, defilato rispetto ai cortili principali e loro discreto preludio. Ad accoglierci è la ruota di un mulino ad acqua, riparato sotto una corta tettoia e dietro un basso parapetto in cemento sormontato da una leggera grata metallica. Dietro il mulino, sua protezione e garanzia, sorge una statua di San Giovanni Nepomuceno. Sulla sinistra ecco l'origine del profumo di pane che ha guidato i nostri passi: oltre una stretta porticina e percorsi pochi gradini verso il basso, si accede ad un largo salone poco illuminato, racchiuso all'interno di un pavimento composto da grossi lastroni di pietra e di una basse volte ricurve. E' lo Stiftsbäckerei Sankt Peter, il panificio del monastero, il più antico attualmente attivo su tutto il territorio di Salisburgo.

La produzione di pane è sicuramente una delle attività produttive tradizionali dell'Erzabtei Stift Sankt Peter: i monaci benedettini probabilmente iniziarono a condurla sfruttando l'energia fornita dall'acqua già dalle fondazioni del monastero, seppure notizie certe circa l'esistenza del mulino ed il procedimento di macinazione del grano ad opera della comunità monastica venga confermata da documenti storici solo del 1160. L'attuale edificio che ospita il panificio è comunque di molto postumo e risale al 1455, anno in cui l'abate Wolfgang Walcher ne ordinò riedificazione a seguito della devastazione perpetrata da un incendio su una struttura precedente. Dopo un lungo periodo di fermo, solo dal 2010 la comunità benedettina dell'Erzabtei Stift Sankt Peter ha ricominciato a macinare il propria farina di segale sfruttando l'energia fornita dal mulino per produrre il proprio pane che viene venduto al pubblico. Un'occasione che non possiamo lasciarci sfuggire: dopo essere stati in coda per qualche istante, rivolgiamo la nostra richiesta al cordiale personale impiegato all'interno del laboratorio, tra i quali non ci sembra francamente di scorgere dei monaci, e procuriamo così il pane che servirà per comporre i nostri panini al formaggio. Abbandoniamo gli ambienti del panificio e continuiamo la nostra visita del complesso monastico: tenendo la sinistra imbocchiamo una sorta di stretto corridoio a cielo aperto che varcato un arco fornito di una cancellata in metallo decorato ci proietta all'interno del cimitero abbaziale, il Petersfriedhof. Ad accoglierci è effettivamente un camposanto contenuto nelle dimensioni, intimo nello spirito ed appartato nell'ubicazione: la solenne e mesta natura che di regola caratterizza questo genere di luoghi contraddice qui sè stessa in modo alquanto sorprendente per mezzo dei vivaci colori esibiti dai fiori che cospargono le tombe, del verde vivace del prato punteggiato da macchie di cespugli, del multiforme profilo delle lapidi che ne popolano l'ambiente. Si stima che questo cimitero abbia un'età di circa sedici secoli, dal momento che la sua formazione risalirebbe al V secolo d.C., ciò lo renderebbe ancora più antico ed antecedente rispetto alla fondazione dello stesso dell'Erzabtei Stift Sankt Peter. Con l'apertura a Salisburgo di un cimitero municipale nel 1878 non furono più effettuate tumulazione all'interno del monastero benedettino, consuetudine che fu solo parzialmente ripresa per occasioni eccezionali solamente nel 1938.

Appena varcato il portale, ai lati del sentiero che stiamo percorrendo due porticati chiusi da grate di ferro, probabilmente corridoi protetti per antiche nicchie tombali, si slanciano in profondità definendo lo spazio. Sulla sinistra, oltre lo sbarramento formato dalla chioma di qualche albero da fusto, si staglia il volume della Margarethenkapelle, una piccola cappella eretta tra il 1485 ed il 1491 su impulso dell'abate Rupert Keutzl e progetto di Peter Inzinger. Venne costruita nel punto in cui precedentemente si trovava un piccolo edificio religioso di epoca precedente, probabilmente contemporaneo a San Ruperto di Salisburgo, danneggiato da un incendio nel 1127 ed oggi andato perduto. La chiesetta venne in seguito ristrutturata in stile gotico nel 1864 ad opera di Georg Petzolt, acquisendo in tale occasione anche le belle vetrate colorate che ne adornano tuttora l'abside. Attualmente l'edificio serve da cappella funeraria per il monastero. Spingendo in effetti fugacemente lo sguardo al suo interno, è immediato il colpo d'occhio sulle numerose lapidi tombali disposte lungo i due lati della navata, tutte risalenti ad un periodo compreso tra il XV secolo ed il XIX secolo. Meritevole di una veduta è anche la pregevole pala d'altare con soggetto la Madonna col Bambino contornata da rilievi raffiguranti quattro scene della tradizione mariana: l'Annunciazione, la Natività, l'Adorazione dei Magi e l'Assunzione. La Margarethenkapelle è stata in epoca recente anche protagonista di un curioso episodio di cronaca quando nel 1943 furono trafugate dalla nicchia posizionata sopra il suo portale principale le preziose statue in arenaria di Cristo, San Giovanni e Santa Maria, tutte datate alla fine del XV secolo. I colpevoli del furto non furono mai individuati e tutt'oggi il fatto rimane avvolto nel mistero.

Sulla destra del sentiero si adagia invece la Stiftskirche Sankt Peter, la chiesa abbaziale. La prima sua edificazione risale a tempi antichissimi, precisamente al 696 d.C.: di tale costruzione rimangono oggi solo scarsi resti al pianterreno della torre occidentale. La struttura attuale è invece evoluzione di un precedente edificio romanico eretto tra il 1130 ed il 1143, a seguito dei danni subiti dalla chiesa nell'incendio del 1127. Il tempio era già stato vittima delle fiamme, seppure in minor grado, poco prima, nell'847 d.C. La consacrazione avvenne probabilmente nel 1147, anno in cui il tempio fu votato per la prima volta a San Pietro. La chiesa venne in seguito riqualificata in stile barocco nel corso del XVIII secolo dopo aver subito ristrutturazioni rinascimentali tra il 1605 ed il 1606, il soffitto piatto venne voltato tra il 1619 ed il 1620, mentre la prima cupola a crociera di cui fu dotata è del 1622. L'odierna cupola barocca che sormonta magnificamente l'incrocio dei bracci della croce latina che compone la pianta dell'edificio venne invece realizzata solamente nel 1756. La torre campanaria, posta a sormontare la stretta facciata, data IX secolo sebbene sia stata ristrutturata in stile romanico intorno al 1400: la sua struttura in pietra grezza, ricoperta da un'alta e sottile cupola a bulbo, appare tuttora come una sorta di corpo estraneo fuso al resto della costruzione.

All'interno della chiesa è ancora ben apprezzabile l'impianto romanico sebbene lavori di ristrutturazione in stile rococò vennero effettuati tra il 1760 ed il 1766. A quest'ultimo periodo risalgono anche gli affreschi della volta e delle pareti realizzati da Franz Xaver König, portati a termine già nel 1760, oltre agli stucchi decorativi creati da Benedikt Zöpf. I tre affreschi con soggetto la vita di San Pietro che impreziosiscono la volta della navata principale sono infine attribuiti a Johann Baptist Weiss e portano la data del 1764. Il progetto dell'altare maggiore è di Lorenz Hörmbler e fu messo in opera tra il 1777 ed il 1778; del pittore Martin Johann Schmidt sono invece le pregevoli pale d'altare che impiegarono sette anni, dal 1775 al 1782, per essere portate a compimento. L'organo principale, posto sopra il vestibolo è del 1444. Dentro la Stiftskirche Sankt Peter riposano anche le spoglie di due santi. Le prime sono quelle di San Vitale, soldato consolare romano vissuto tra il III secolo ed il IV secolo, morto martire dopo aver rivelato la propria fede al cristianesimo; le seconde appartengono a San Ruperto di Salisburgo anche se i resti custoditi sotto l'altare maggiore della chiesa del monastero benedettino sono solo parziali e la maggior parte di essi è custodita invece all'interno della vicina Domkirche Sankt Rupert und Virgil. Al santo fondatore della città è dedicato anche un altare laterale lungo la navata destra, eretto a decorazione del sarcofago risalente al V secolo d.C. che si ritiene ne abbia ospitato la salma e che venne riportato alla luce in occasione di ricerche archeologiche solo in epoca recentissima, nel 1966. La nicchia che custodisce il prezioso reperto, chiusa da una grata metallica, è illuminata da una piccola fiamma perenne che tradizione vuole bruci incessantemente da nove secoli e che secondo la leggenda qualora dovesse spegnersi terminerebbe l'esistenza della città. Degno di una veduta è anche il dipinto con soggetto San Ruperto di Salisburgo che adorna l'altare, opera di Johann Joseph Fackler del 1741.

Spingendo la nostra curiosità oltre la Stiftskirche Sankt Peter che concede alla vista dal sentiero esterno il retro pieno e liscio della propria abside, superando la dura facciata della Margarethenkapelle culminante con l'apice appuntito della sottile torre campanaria, lo sguardo si posa sul fondo dello spiazzo del Petersfriedhof dove dalla parete rocciosa che ne chiude il margine meridionale emergono le Katakomben Sankt Peter. Impropriamente definite catacombe, si tratta in realtà di eremi scavati direttamente nella pietra probabilmente tra il V secolo d.C. ed il VI secolo d.C. con il fine di ospitare i monaci ritirati in preghiera e meditazione. A discapito del nome con il quale vengono designate, la loro funzione principale non fu mai invece quella di ospitare sepolture. L'abitudine di indicarle con l'attuale appellativo iniziò probabilmente agli inizi del XIX secolo, non se ne conosce con certezza la motivazione, forse semplicemente per il loro aspetto così simile alle catacombe cristiane di epoca romana, oppure forse per l'erronea associazione del luogo ad una figura leggendaria della cristianità primitiva, quella di un sacerdote di nome Maximus la cui esistenza non è documentata con certezza ma che secondo la tradizione si asserraglio insieme ad altri 55 suoi seguaci all'interno del forte romano di Ioviacum, in Alta Austria, rifiutandosi di fuggire di fronte all'avanzata delle tribù barbare germaniche conseguente alla ritirata dei romani. Di fronte all'inesorabilità della cattura, decise di concedersi alla morte gettandosi insieme ai compagni in un dirupo. Non esistono dati storici che confermino tali avvenimenti, eppure nella prima metà del XVI secolo Kilian Püttricher, abate dell'Erzabtei Stift Sankt Peter, collocò il fatto all'interno delle Katakomben Sankt Peter, confondendo il nome Ioviacum con l'antico appellativo romano di Salisburgo, Iuvavum. Nessuno può dire quanto questo errore fu fatto in buona fede, lo scopo dell'abate era sicuramente quello di aumentare il prestigio del monastero collocando nei suoi ambienti un significativo episodio della tradizione paleocristiana. Ancora oggi, nonostante la rivelazione chiara ed inequivocabile dell'errore, una targa commemorativa posta lungo una delle pareti degli ambienti interni delle Katakomben Sankt Peter richiama il passaggio ed il martirio di Maximus. Nell'osservarne il profilo fuso in quello della roccia nella quale sono scavate, sospese sopra il culmine del porticato che corre lungo tutto il perimetro dello Petersfriedhof, tradite nella presenza solo dalle piccolissime fenestrature affacciate sul cimitero, le cosiddette catacombe sono dominate dalla mole granitica del Mönchsberg, una collina rocciosa alta 508m che chiude il lato meridionale dell'Erzabtei Stift Sankt Peter e di tutto l'Altstadt salisburghese. Dal monastero benedettino l'altura trae anche il proprio nome: il termine mönchs in tedesco si traduce infatti come "monaci". Dopo aver ospitato in tempi antichissimi degli insediamenti precristiani, durante la II Guerra Mondiale nello spessore del Mönchsberg furono scavati alcuni rifugi antiaerei, in seguito riqualificati in parcheggi sotterranei per autovetture negli anni '70 del XX secolo. Oggi la sua superficie, popolata da boschi e prati, è una meta ricreativa molto apprezzata dagli abitanti della città per trascorrere il tempo libero.

Finiamo di attraversare lo spazio del Petersfriedhof, sfiliamo accanto alla parete esterna del transetto destro della Stiftskirche Sankt Peter, gallonata curiosamente da diverse lapidi tombali finemente scolpite, e sbuchiamo infine all'interno di uno dei tre ampi cortili che costituiscono il complesso, quello sul quale si espone la facciata della chiesa monastica. Al centro di questo spazio si erge la Petersbrunnen, una fontana in marmo realizzata tra il 1670 ed il 1673 da Bartholomäus von Obstall su commissione dell'arcivescovo Maximilian Gandolf von Kuenburg, il cui stemma campeggia sul lato di una delle due vasche esagonali che compongono il monumento. Sulla sua cima non può campeggiare altri che la statua di San Pietro, patrono del monastero.

Ci lasciamo alle spalle l'Erzabtei Stift Sankt Peter, oltrepassiamo il portale ad acro del suo cortile e veniamo proiettati in Franziskanergasse. Questo stretto viale, lungo appena 150m, segna il confine tra il distretto urbano occupato storicamente dai monaci, il cosiddetto Mönchsstadt, dalla città arcivescovile, chiamato Fürstenstadt: giunture di bronzo incastonate nel mezzo della sua superficie lastricata segnano con precisione questo limite. Giunti quasi al suo margine occidentale, la via si collega con Sigmund-Haffner-Gasse, la quale si diparte trasversalmente da essa dirigendosi verso nord: questo passaggio è elegantemente contrassegnato dalla presenza del Franziskanerbogen, un arco sormontato da una piccola torretta dotata di un orologio e decorata con affreschi. Ad ordinare la realizzazione di questo breve sottopassaggio fu l'arcivescovo Wolf Dietrich von Raitenau. Originariamente i dipinti raffigurati, contemporanei alla sua costruzione, riportavano su un lato la scena della Crocifissione e sull'altro quella dell'Orazione nell'Orto degli Ulivi: questi affreschi subirono, esposti costantemente all'azione degli agenti atmosferici, subirono con il tempo una profonda usura che richiese opere di restauro condotte nel 1861 da Jose Jaud e poi ancora nel 1871 da Josef Gold. Nuovi lavori di conservazione furono operati sui dipinti tra il 1926 ed il 1928 evidentemente senza particolare successo dal momento che sei anni più tardi, nel 1934, l'amministrazione cittadina bandì un concorso per eseguire nuove raffigurazioni sulle pareti dell'arco: ad aggiudicarsi l'incarico furono Theodor Kern, Georg Jung ed Emma Schlangenhause. A seguito di tale progetto, solo il lato orientale ricevette un nuovo dipinto con soggetto la Pietà di Cristo e firmato da Theodor Kern, mentre la raffigurazione che avrebbe dovuto essere eseguita lungo il lato occidentale, con soggetto l'Adorazione dei Magi, purtroppo non vide mai la luce ed oggi questa parete appare ancora completamente sguarnita.

Funzione del Franziskanerbogen era ed è tuttora quella di collegare il monastero francescano con la chiesa monastica dislocata lungo il lato opposto della via. La vicenda della comunità francescana di Salisburgo comincia nel 1583, anno in cui l'arcivescovo Johann Jakob von Kuen-Belasy convoca i frati a stabilirsi in città come misura di contrasto alla dilagante Riforma Protestante. Si stabilirono negli spazi precedentemente occupati dalle Petersfrauen, rimasti liberi dopo lo scioglimento del gruppo di suore, e che da allora occupano ancora oggi: ecco perchè il loro monastero, il Ftanziskanerkloster, è curiosamente appiccicato in modo pressochè indistinguibile all'ampia superficie dell'Erzabtei Stift Sankt Peter. La comunità francescana non tardò ad acquisire importanza nell'intreccio politico della città, soprattutto in virtù delle diffuse opere caritatevoli alle quali non va dimenticato di aggiungere anche dell'importante ruolo assunto nel sistema educativo, in particolare quello universitario. Tra i membri della comunità francescana passati alla storia per il proprio ingegno c'è ad esempio Peter Singer, inventore del pansymphonikon, uno strumento musicale a tastiera capace di combinare i principi armonici del pianoforte e dell'organo: ideato nel 1840, il primo prototipo vide la luce nel 1844 ed oggi ne esistono quattro esemplari conservati all'interno del Franziskanerkloster, dell'Erzabtei Stift Sankt Peter e del Salzburger Museum Carolino Augusteum. Sul finire del XVII secolo però, l'approccio illuminista dell'arcivescovo Hieronymus von Colloredo sferzò piuttosto duramente i Francescani, raggiunti nelle loro attività da numerosi divieti e restrizioni. Le cose non migliorarono nel periodo successivo, quello dell'occupazione francese, ed a partire dal 1800 il loro monastero fu addirittura usato per un breve periodo come caserma, la chiesa invece come carcere: ad occupare i locali del complesso fu il maresciallo Jean-Baptiste Bernadotte insieme ai propri soldati. Nelle avversità, i monaci francescani trovarono una sponda amica in Ferdinando III d'Asburgo-Lorena, duca di Toscana e fratello dell'imperatore Francesco II d'Asburgo-Lorena, il quale tentò di proteggere la comunità ed i luoghi che di diritto le appartenevano patrocinandone i componenti e dichiarando la chiesa monastica propria parrocchia di corte. Altro periodo fortemente critico fu quello successivo all'Anschluss nazista, quando nel 1938 il monastero francescano fu il primo ad essere confiscato dalle forze di occupazione tedesche: le sue sale divennero il quartier generale della Gestapo e furono usati anche come prigione, i frati si rifugiarono inizialmente presso il vicino Erzabtei Stift Sankt Peter e quando anche questo fu soppresso furono costretti a fuggire. Solo pochi di loro, uomini coraggiosi, decisero di rimanere comunque in città, a proprio rischio e pericolo, per cercare di preservare il più possibile gli spazi della chiesa.

Oggi il Franziskanerkloster è tornato fortunatamente ad essere vissuto ed occupato dai frati francescani: a ricordare in modo inequivocabile questa appartenenza sta il suo piccolo portale d'accesso affacciato sulla Franziskanergasse, in ferro del XX secolo, sormontato da un bel rilievo in marmo rosso raffigurante San Francesco d'Assisi realizzato intorno al 1600 insieme al nome latinizzato scolpito di Wold Dietrich von Raitenau, sopra di esso un fregio con gli stemmi degli arcivescovi Maximilian Gandolv von Kuenburg e Johann Ernst von Thun accompagnati dalle parole "Hic opus in cepit, caepto dedit iste coronam" ("Questa opera di carità è stata avviata affinchè a questi venga data una corona"). Ed eccola, sull'altro lato della strada, la Franziskanerkirche zu Unserer Lieben Frau, la chiesa monastica. Si tratta di una delle chiese più antiche di Salisburgo, probabilmente precedente come costruzione anche alla cattedrale. Il suo primo nucleo architettonico si pensa risalga addirittura ad un periodo antecedente all'VIII secolo d.C. e nella prima metà di questo secolo subì già i primi restauri. Di tale edificio non rimane oggi pressochè traccia e l'impostazione strutturale della chiesa attuale risale piuttosto al XII secolo. Si ha certezza che il tempio venne riconsacrato nuovamente nel 1223, con tutta probabilità dopo essere stato ricostruito a seguito dell'incendio del 1167 che la danneggiò profondamente. Un nuovo rogo lo colpì nel 1267. Nel 1408 iniziò la programmazione di un'ulteriore ristrutturazione che prese avvio qualche anno più avanti sotto la guida di Hans von Burghausen e fu completata dopo la morte di quest'ultimo, nel 1432, da Stephan Krumenauer: tale opera si limitò comunque ad intervenire solo sullo spazio del coro risparmiando il resto della chiesa. Nel 1592 l'arcivescovo Wolf Dietrich von Raitenau cedette l'uso della chiesa ai frati francescani, ma solo 43 anni più tardi, nel 1635, i monaci ne cominceranno a rilevare la proprietà. A determinare tale fondamentale passaggio, divenuto ufficiale solo nel 1642, fu l'arcivescovo Paris von Lodron. In precedenza il tempio fu detenuto prima e fino al 1139 dai monaci dell'Erzabtei Stift Sankt Peter, poi dal capitolo della cattedrale cittadina. Dal 1130 al 1583 fu assegnata in uso come luogo di culto dalle Petersfrauen; tra il 1189 ed il 1628 fu anche chiesa parrocchiale. A conferma del fatto che l'arcivescovo Hieronymus von Colloredo non ebbe molto in simpatia i Francescani, propose durante il proprio principato la demolizione della loro chiesa monastica con il fine di sostituirla con una nuova sfarzosa cappella di corte che servisse anche la mausoleo arcivescovile, progetto fortunatamente decaduto nel 1793 per scarsa disponibilità di maestranze edili e per i costi troppo elevati.

La Franziskanerkirche zu Unserer Lieben Frau espone su Franziskanergasse solamente il proprio fianco, fornito comunque di un portale laterale in stile romanico sormontato da sculture grottesche di forma umana e animale, una sorta di meccanismo di difesa simbolico capace di tenere lontano dall'interno della chiesa il demonio incutendogli paura. Il timpano sopra questo portale riporta invece l'immagine di Cristo seduto su un trono e affiancato da due personaggi reggenti tra le mani le miniature di due edifici sacri, forse la cattedrale e la chiesa francescana. E' sormontato dalla mole della torre campanaria, costruita nella sua attuale dispozione tra il 1486 ed il 1498. Curiosamente nel 1670 la sua guglia gotica venne rimossa e sostituita da un elemento più basso: l'arcivescovo Maximilian Gandolf von Kuenburg non poteva infatti sopportare che la chiesa francescana fosse più alta della vicina cattedrale. Tra il 1866 ed il 1877 nuovi lavori coinvolsero la torre campanaria che fu nuovamente rialzata contestualmente alla ristrutturazione gotica che la chiesa conobbe in quel periodo sotto la direzione di Josef Wessicken. Attualmente il campanile tocca gli 87m, tra il 1999 ed il 2001 si è arricchito di sette nuove campane fuse ad Innsbruck in aggiunta a quelle già esistenti, e gli ultimi restauri condotti su di esso datano tra il 2018 ed il 2021. Il portale principale si apre invece sulla Sigmund-Haffner-Gasse, inserito nella facciata la cui disposizione attuale è frutto di rifacimenti barocchi effettuati intorno al 1700. Al centro di essa troneggia un affresco con soggetto l'Immacolata Concezione che altri non è che una copia di un dipinto di Bartolomè Esteban Murillo realizzato tra il 1660 ed il 1665 e conservato a Madrid: nella raffigurazione, Santa Maria appare vestita con una tunica di colore bianco e blu, in piedi sopra una Luna crescente, affiancata da angeli che sorreggono simboli mariani tra cui gigli, rose e rami di palma. Sotto di esso sta il portale romanico, tuttora parzialmente conservato nella sua cornice originale in marmo bianco e rosso, non è invece giunto a noi il timpano scolpito che ne sovrastava l'apertura e neppure le basi delle colonne che lo compongono. Va assolutamente cercata e trovata il rilievo della mano giurata, un pugno chiuso con indice e medio alzati, inserita all'angolo inferiore destro del portale: se pensa sia stato collocato come gesto di benedizione perenne a chiunque si appresti ad entrare nella chiesa, un simbolo di protezione per i fedeli, oppure ancora un emblema medievale di asilo ecclesiastico. Una cosa curiosa da non perdersi. Se dall'esterno la Franziskanerkirche zu Unserer Lieben Frau si mostra fredda, compatta, massiccia, all'interno la musica cambia e come nella più classica delle metamorfosi da goffo baco a meravigliosa farfalla, si apre ai nostri occhi tutto lo splendido spettacolo di questa magnifica chiesa. E' solo un giudizio soggettivo, ma la sua bellezza a mio parere supera anche quella della Domkirche Sankt Rupert und Virgil. Alta, slanciata, sottile nelle forme, leggera nei volumi, arricchita dalla luce che filtra limpida dalle vetrate, è un vero capolavoro dell'architettura sacra, la sorpresa più piacevole di tutto la nostra visita di Salisburgo. Lo spazio si dispone su un'unica navata, eppure penetrando in essa si ha l'impressione di raggiungere un luogo arioso, aperto, capace di suscitare una specie di respiro di sollievo: forse è così che ha principio la pace dell'anima.

Appena oltre l'ingresso, la volta a crociera costolonata della navata accompagna verso il fondo della chiesa dove si apre più ampio lo spazio del coro, dotato di cinque colonne di pietra nuda, alta ciascuna 21m, che proiettano lo sguardo verso l'alto su una vertiginosa volta a stella, allargando così grandemente la veduta. Al centro sorge l'altare maggiore, risultato ibrido dell'opera di Michael Pacher, che ne realizzò una prima versione a partire dal 1495 terminandola poco prima della sua morte avvenuta nel 1498, e di Johann Bernhard Fischer von Erlach che lo rimaneggiò tra il 1709 ed il 1710 dandogli nuova forma ma mantenendo al centro la statua raffigurante la Madonna col Bambino plasmata dal proprio predecessore. Le due statue dorate di San Giorgio e San Floriano disposte ai lati sono invece di Simeon Fries e sempre di inizio XVIII secolo. La grata in stile rococò posta dinnanzi all'altare venne realizzata in filigrana da Thomas Reckseisen nel 1790: originariamente policroma, oggi svestita dei propri colori a favore di una tonalità scura, incorpora profili di angeli e viticci. Sui fianchi della navata si collocano nove cappelle laterali, quasi tutte provenienti dal XVII secolo, tra le quali vanno citate sicuramente la
Geburt-Christi-Kapelle, impreziosita da una pala d'altare di Francesco Viti del 1600, e la Franziskuskapelle, realizzata nel 1690 su ordine dell'arcivescovo Johann Ernst von Thun e dipinta da Johann Michael Rottmayr. Tra tutte, solo la Fatimakapelle è di stampo moderno, essendo stata creata nel 1957 da Otto Prossinger. Lungo la parete occidentale della navata è adagiata inoltre la lapide tombale in marmo di San Virgilio, risalente agli inizi del XIV secolo e trasferita nella chiesa francescana dalla vicina cattedrale dove inizialmente era ospitata. Il tempio dispone di tre organi, il più antico dei quali risale al 1989. Il pulpito marmoreo proviene dal periodo gotico: al principio della scalinata che conduce in cima ad esso si trova una scultura in marmo bianco risalente al XIII secolo e raffigurante un leone intento a schiacciare con le zampe un guerriero sdraiato sulla schiena, il quale a sua volta conficca una lancia nel corpo della bestia. Allegoria della lotta atavica dell'uomo contro il male, tale elemento è stato posizionato postumo lungo il pulpito dopo essere stato tratto dalla base di una colonna di cui probabilmente era base o sostegno: sopra il corpo del leone è infatti ancora visibile il moncone della colonna stessa.
La Franziskanerkirche zu Unserer Lieben Frau merita sicuramente tutto il tempo che abbiamo dedicato a visitarla: è uno dei punti di maggior bellezza ed importanza storica di tutta Salisburgo e devo dire che regge bene il confronto con un'altra istituzione culturale della citta posta in stretta vicinanza rispetto ad essa. Ad appena 200m di distanza verso est si apre infatti lo spazio della Domplatz. Questa piazza, plasmata nel suo aspetto attuale tra il XVI secolo ed il XVII, è senza ombra di dubbio il centro gravitazionale dell'universo salisburghese, il perno sopra il quale da secoli ruota la città, lo scrigno della sua anima, il motore della sua storia. A dispetto di questo ruolo vitale e fondamentale, penetrando all'interno di essa quasi stupiscono le sue ristrette dimensioni: con i suoi circa 5,5km² di superficie, la piazza è chiusa sul suo lato meridionale da un'ala del complesso dell'Erzabtei Stift Sankt Peter e su quello settentrionale dal fianco della Alte Residenz. All'angolo nordoccidentale ed a quello sudoccidentale il limite di Dompltaz è determinato da due porticati che la mettono in comunicazione rispettivamente con la Redisenzplatz e con la Kapitelplatz: denominati Dombögen, questi passaggi dotati di ampie arcate sorrette da pilastri furono realizzati tra il 1658 ed il 1653 su ordine dell'arcivescovo Guidobald von Thun e sono il risultato del lavoro di progettazione di Giovanni Antonio Dario. Sotto il porticato settentrionale incontriamo solo un piccolo chiosco di souvenir ed un musicista da strada intento a suonare uno strano strumento a corde simile ad uno xilofono, sotto quello meridionale trova invece sede un'opera d'arte tanto affascinante quanto inquietante: si tratta della "Pietà", una statua bronzea posta su un piedistallo roccioso che dovrebbe raffigurare il concetto teologico di cui porta il nome ma che sembra rappresentare piuttosto l'impersonificazione seduta ed ammantata, il volto nascosto da un velo calato sulla testa, della morte. L'autrice è la ceca Anna Chromy e l'anno di realizzazione è il 1999. Il collegamento dei due segmenti dei Dombögen posizionati agli angoli contrapposti della piazza è interrotto dalla imponente sagoma della Domkirche Sankt Rupert un Virgil, la cattedrale cittadina. Oltre a conferirgli il nome, è questa chiesa ad aver determinato l'esistenza stessa della piazza che la circonda, come se essa fosse nata e servisse solamente per concederle spazio e permetterle di sfoggiare tutto il proprio enorme valore.

La cattedrale di Salisburgo è intitolata ai due patroni della città. San Virgilio fu un monaco irlandese vissuto nel corso dell'VIII secolo d.C.: nato in una famiglia aristocratica, il suo appellativo in lingua originale dovrebbe essere stato Feirgil. Lasciò la terra natia intorno al 743 d.C. per viaggiare attraverso il continente europeo, attraversò la Francia prima di approdare a Salisburgo dove nel 748 d.C. venne investito della carica di vescovo, in seguito fu il fondatore della prima organizzazione diocesana salisburghese. Morto intorno al 784 d.C., venne canonizzato da papa Gregorio IX nel 1233. Il suo culto in città fu molto forte attraverso i secoli e la sua figura è oggi protagonista di racconti ed aneddoti leggendari, come quello secondo il quale il suo feretro emerse miracolosamente intatto, sorretto da forza divina, dalle macerie della cattedrale devastata dall'incendio del 1167, al cospetto della popolazione ammirata dal prodigio. San Ruperto di Salisburgo visse invece in un periodo di poco antecedente rispetto a quello di San Virgilio di Salisburgo: anche lui nacque all'interno di una famiglia aristocratica, nel suo caso renana e legata molto da vicino al re franco Clotario III dal quale aveva ottenuto la carica di cancelliere di corte. Dopo aver svolto per alcuni anni l'incarico di vescovo della città di Worms, abbracciò la missione di evangelizzazione itinerante e cominciò a percorrere i territori tedeschi stabilendosi infine a Salisburgo, di cui divenne primo vescovo a partire dal 698 d.C. fino alla sua morte avvenuta nel 718 d.C. La sua canonizzazione non fu mai celebrata ufficialmente, bensì l'aura di santità che ne circonda la figura ha radici antichissime ed è comunque chiaramente riconosciuta dalla Chiesa Cattolica. Questi due pionieri della spiritualità si inseriscono anche a pieno diritto tra i padri fondatori della città di Salisburgo.

La costruzione della prima versione della cattedrale cittadina risale proprio all'VIII secolo d.C. e probabilmente venne completata intorno al 774 d.C., anno in cui fu anche consacrata da San Virgilio da Salisburgo. Questo primitivo edificio, di cui oggi rimane ben poca traccia, era dotato di tre navate prive di transetto ed un battistero separato dal corpo principale. Lunga grossomodo una settantina di metri, questa chiesa fu fino al IX secolo d.C. l'edificio religioso più grande situato a nord delle Alpi. Intorno all'anno 1000 furono aggiunte alla struttura due torri a fiancheggiare la facciata. Il primo dei numerosi incendi che colpirono nei secoli la cattedrale fu quello del 1127: a scatenare il rogo sembra siano stati i lavori di fusione di alcune campane che in quell'anno furono condotti sullo spiazzo antistante il tempio. L'incendio, oltre ad aggredire la cattedrale ed il vicino Erzabtei Stift Sankt Peter, si espanse su buona parte della città circostante. Di nuovo le fiamme si abbatterono sull'edificio nella notte tra il 4 aprile ed il 5 aprile 1167: solo con l'ascesa al trono arcivescovile di Konrad III von Wittelsbach, nel 1177, la cattedrale potè essere riedificata in stile romanico. Questa nuova costruzione, più grande della precedente e dotata anche di due file di cappelle laterali, assunse nei decenni successivi l'appellativo di Konradinische Dom, dal nome dell'arcivescovo suo padrino. La cattedrale fu vittima ancora una volta di un incendio nel 1312 e più avanti nel 1598: a seguito dell'ultimo di essi la struttura indebolita subì il crollo delle volte a cui contribuirono anche le forti piogge alternate a nevicate che nelle settimane successive al rogo si abbatterono sulla città. E si arriva così al punto di svolta: nel 1599 l'arcivescovo Wolf Dietrich von Raitenau prese la drastica decisione di demolire completamente la cattedrale esistente insieme a 55 edifici circostanti per far posto ad una nuova struttura. Tale risoluzione, facente capo al carattere impulsivo di Wolf Dietrich von Raitenau, è resa ancora più sorprendente e rischiosa alla luce del fatto che la chiesa, seppure gravemente danneggiata, all'epoca risultava comunque ancora utilizzabile per il culto. La progettazione dei lavori, che si protrassero fino al 1606, venne curata principalmente dall'architetto italiano Vincenzo Scamozzi. I piani costruttivi faraonici iniziati da Wolf Dietrich von Raitenau furono poi significativamente ridimensionati dal suo successore, Markus Sittikus von Hohenems, più cauto e razionale nelle condotte, il quale affidò l'opera a Santino Solari. La prima pietra del nuovo edificio fu posta nel 1614 e la consacrazione data invece 25 settembre 1628, venne presenziata dall'arcivescovo Paris von Lodron e fu seguita da otto giorni della festa popolare più grande che Salisburgo ricordi. Facciamo un salto di più di 200 anni e nel 1859 la cattedrale è nuovamente minacciata dal fuoco scaturito da alcuni lavori di sistemazione del tetto della struttura, fortunatamente senza riportare grossi danni. Arriviamo all'epoca moderna: il 16 ottobre 1944, siamo nel corso della II Guerra Mondiale, il primo bombardamento condotto dagli Alleati su Salisburgo provocò il crollo della cupola della cattedrale, ricostruita poi tra il 1945 ed il 1959, periodo durante il quale la chiesa ricevette globalmente anche importanti lavori di restauro ed al termine dei quali fu riconsacrata.

Ed ecco la Domkirche Sankt Rupert un Virgil giungere a noi in tutto il suo immenso splendore. Ne raggiungiamo il sagrato, alle nostre spalle lo spazio della Domplatz è chiuso dagli spalti metallici montati per il pubblico che assisterà al Salzburger Festspiele nel corso dei mesi di luglio ed agosto, come ogni anno dalla sua prima edizione, eleggerà come palcoscenico principale proprio il sagrato della chiesa. Di fronte a noi si erge invece l'imponente facciata barocca della cattedrale, alta 43m: a dominarne la facciata sono i tre magnifici portali, impreziositi da grate metalliche di colore nero, nella parte superiore ciascuno di essi riporta in iscrizioni dorate uno degli anni di consacrazione del tempio, il 774 d.C., il 1628 ed il 1959. Ai lati dei portali si stagliano quattro statue in pietra con rifiniture dorate: raffigurano da sinistra verso destra San Ruperto di Salisburgo con la mitra sulla testa ed il pastorale nella mano, San Pietro ben riconoscibile grazie alla chiave stretta nel pugno, San Paolo armato di spada, e San Virgilio di Salisburgo, anch'egli fornito di mitra e pastorale. Le quattro statue sembrano incombere in modo severo e guardingo su chiunque si appresti a varcare la soglia della cattedrale, innalzate su quattro piedistalli che espongono sul fronte alcuni simboli: su quello che sostiene San Virgilio da Salisburgo si osservano due putti che sorreggono il rilievo miniaturizzato di una chiesa, richiamo al contributo del santo alla fondazione della cattedrale e dell'intera diocesi salisburghese; sopra quello che sorregge San Ruperto da Salisburgo è raffigurata invece una botte, simbolo della sua attività di evangelizzazione oltre che della prosperità legata al commercio del sale a cui la città, e quindi il santo in cui principalmente essa si impersonifica, fu nei secoli strettamente legata. Sui piedistalli che sostengono San Pietro e San Paolo sono infine incisi gli stemmi rispettivamente di Guidobald von Thun e di Johann Ernst von Thun: curiosamente, il primo di questi due arcivescovi è seppellito all'interno della cattedrale stessa mentre il secondo, sebbene possieda all'interno del del duomo il proprio sepolcro, vede custodito solamente il proprio cervello all'interno della Domkirche Sankt Rupert un Virgil (il cuore riposa invece nella Dreifaltigkeitskirche). Johann Ernst von Thun è inoltre passato alla storia per la sostenuta avversione rivolta nei confronti degli architetti e degli artisti italiani, atteggiamento che rallentò non poco l'evoluzione urbanistica e l'arricchimento artistico della città nei suoi anni di reggenza: non è facile dare una spiegazione a tale condotta, forse la decisione di conservarne nei secoli la materia grigia fa capo ad una sorta di curiosa volontà di comprenderla, purtroppo mai soddisfatta. Tornando comunque alle bellissime statue ai lati dei portali della cattedrale, le due laterali sono opera di Bartholomäus von Obstall che le realizzò nel 1660, le due centrali furono invece create tra il 1697 ed il 1698 da Bernhard Michael Mandl. Spingiamo lo sguardo più in alto lungo la facciata della cattedrale e troviamo altre quattro statue più piccole collocate ad intervallare la linea di una bassa balaustra posta dinnanzi alle tre fenestrature superiori, due squadrate laterali ed una ad arco centrale: a queste tre sculture sono conferite le sembianze dei quattro Evangelisti. La facciata termina ancora più in alto con un elegante timpano decorato sulla superficie del quale sono incisi gli stemmi degli arcivescovi Paris von Lodron, nel quale spicca la figura di un leone, e Markus Sittikus von Hohenems, all'interno del quale si osserva la sagoma di uno stambecco. La testa scolpita di questi due animali si ritrova anche poco più in basso, al centro delle cornici che contornano le fenestrature del livello superiore della facciata. Le statue di Mosè, del profeta Elia e di Cristo, la cui effige troneggia al centro, sovrastano l'intero prospetto svettando contro lo sfondo del cielo dai tre angoli del timpano: queste tre sculture sono probabilmente opera di Tommaso Garvo Allio e risalgono al 1660 circa. La facciata della cattedrale è oggi affiancata sui lati da due torri campanarie alte ciascuna 78m: realizzate nel 1655, sul ciascuno dei loro fronti è disposto un orologio. Originariamente erano dotate complessivamente di sette campane barocche, ma quelle fuse nel 1628 in occasione dei lavori di ricostruzione del tempio vennero fuse per ricavarne metallo durante la I Guerra Mondiale. Dopo il termine del conflitto bellico, nel 1928 si ricostituì il numero delle campane attraverso l'aggiunta di quattro nuove campane create dalla fonderia salisburghese Oberascher. L'occasione per tale ritorno alle origini fu il 300° anniversario della ricostruzione della cattedrale. Nuovamente alcune campane furono fuse nel 1942 per soddisfare il fabbisogno di materia prima richiesto dalla II Guerra Mondiale, risparmiando fortunatamente quelle più antiche, ed ancora una volta gli elementi vennero rimpiazzati nel 1961 sempre alla fonderia Oberascher. Oggi la maggiore delle campane montate sulla cattedrale di Salisburgo, chiamata Salvator-Glocke, è una delle più grandi al Mondo, la seconda più grande d'Austria dopo la Pummerin dello Stephansdom di Vienna. Inoltre, la massa complessiva delle campane della cattedrale di Salisburgo, con ben 32.443kg, è la più grande in Austria ed in tutti i territori meridionali della Germania.

Dopo averne ammirato la foggia esterna, penetriamo all'interno della Domkirche Sankt Rupert un Virgil per scoprirne gli interni. Dopo aver pagato al piccolo botteghino posizionato all'interno del vestibolo il costo d'ingresso che ammonta a 5€ per gli adulti mentre i bambini entrano gratuitamente, ci apprestiamo a superare i portali di accesso. Le tre porte bronzee sono decorate sul tema delle quattro Virtù Teologali: a progettarle tra il 1955 ed il 1958 furono Toni Schneider-Manzell (Tor des Glaubens o Porta della Fede), Giacomo Manzù (Tor der Liebe altrimenti detta Porta della Carità) ed Ewald Matarè (Tor der Hoffnung o Porta della Speranza). Mentre la prima e l'ultima raffigurano rispettivamente la scena della Conversione di San Paolo e l'Annunciazione, la seconda ritrae alcune figure di santi tra i quali è doveroso citarne due. Engelbert Kolland fu un frate francescano austriaco vissuto nel corso del XIX secolo: in virtù delle sue eccellenti competenze linguistiche nel 1855 venne inviato come missionario in Siria dove nei pressi di Damasco subì il martirio cinque anni più tardi, nel 1860, insieme ad altri sette confratelli ed a tre laici maroniti, per mano di musulmani drusi. Rifiutatosi di rinnegare la fede cristiana, i suoi carnefici lo uccisero a colpi di scure, ne mutilarono il corpo ed infine lo gettarono all'interno di una cisterna. Beatificato nel 1926 da papa Pio XI, fu santificato nel 2004 da papa Francesco I. Kornad von Parzham nacque invece undicesimo di dodici fratelli in una piccola località tedesca prossima al confine con l'Austria. Nel 1849 divenne frate francescano e cominciò a prestare la propria opera di carità in Baviera, soprattutto nell'accoglienza e nel soccorso di pellegrini in viaggio attraverso il continente europeo nonchè di poveri e bisognosi. La sua straordinaria generosità gli valse la canonizzazione nel 1934 per intercessione di papa Pio XI. Un'ultima curiosità va citata in merito alla Tor der Hoffnung: su di essa sono impressi i profili di ben quattro uccelli. Sono la gallina, simbolo dell'amore materno, il corvo, in riferimento al profeta Elia che proprio da questo volatile venne nutrito, la colomba, emblema universale dello spirito di Dio, ed il pellicano, allegoria del sacrificio di Cristo. Quest'ultima associazione appare piuttosto singolare ma si ricollega alla capacità di questo uccello di nutrire i propri piccoli donando loro il pesce pescato e conservato nel largo becco, proprio come un salvatore che doni sè stesso per la redenzione dei più deboli. Inoltre un'antica credenza popolare descriveva il pellicano capace di lacerarsi il petto per nutrire i propri piccoli con il proprio sangue, chiaro richiamo al sacramento eucaristico cristiano. Superiamo la soglia e penetriamo all'interno della cattedrale che come la più sontuosa delle casseforti ci rivela tutta il proprio inestimabile contenuto. Ad accoglierci è la navata principale, alta 32m, larga 45m e lunga ben 102m. La sua volta ci appare costellata di pregiatissimi affreschi che raffigurano scene della vita di Gesù: alla loro realizzazione lavorò, tra il 1622 ed il 1630, il fiorentino Donato Arsenio Mascagni coadiuvato dalla collaborazione di Ignazio Solari, figlio di quello stesso Santino Solari il cui nome è già ricorso molte volte nell'architettura della città. I dipinti sono incorniciati da splendide decorazioni a stucco provenienti dalla bottega di Giuseppe Bassanino e realizzati intorno al 1628. Estesa su quattro campate, la navata centrale si presenta ampia e luminosa. Ai suoi due lati corrono le due navate laterali su ciascuna delle quali si affacciano una fila di quattro cappelle accessorie create durante la reggenza dell'arcivescovo Paris von Lodron, nel 1652. Tutti gli affreschi impressi sulle cappelle sono della seconda metà del XIX secolo e portano la firma di Ludwig Glötzle. All'interno della prima cappella laterale sul lato nord si colloca il fonte battesimale la cui forma risale al 1321 e fu risultato della bravura di un certo meister Heinrich, come riportato originariamente sulla superficie del fonte stesso. Questo elemento scultore fu in passato sistemato in una posizione diversa, vale a dire sul lato opposto e prossimo all'ingresso, ma venne dislocato nella sua attuale ubicazione solo nel corso del XIX secolo. Il fonte battesimale poggia su sculture bronzee ritraenti leoni accucciati sulle zampe e risalenti al XIII secolo, inoltre è accompagnato sullo sfondo della cappella da una pala d'altare creata nel 1674 dal pittore Johann Heinrich Schönfeld, autore anche dei dipinti disposti lungo i primi tre altari del lato meridionale. Questo antico elemento di arredo sacro è vero e vetusto testimone della storia di Salisburgo e dei personaggi che l'hanno animata: fa in effetti un po' impressione pensare che in questa vasca fu battezzato nel 1756 un neonato Wolfgang Amadeus Mozart. Purtroppo però l'elemento attualmente esposto all'interno della cattedrale è solo una copia in peltro dell'originale, eseguita nel 1959 dalla tedesca Toni Schneider-Manzell la cui firma è riportata sul coperchio in bronzo del fonte battesimale stesso. Percorriamo lo spazio della navata centrale con il naso all'insù, ammirati dallo spettacolo degli ornamenti artistici che tappezzano lo spazioso ambiente della cattedrale e rischiando di non vedere dove vadano a finire i piedi. Gli spazi sono collegati tra loro da slanciati archi a tutto sesto la cui volta risulta finemente decorata con elaboratissimi stucchi.

Sulla destra si innalza il pulpito in marmo e bronzo, realizzato sempre da Toni Schneider-Manzell. Sullo sfondo, illuminato dalle vetrate dell'abside, troneggia l'altare maggiore del 1628, il cui progetto è attribuito a Santino Solari. Si compone di una struttura portante segnata da tre colonne in marmo rosso su ogni lato e sormontata da un elaboratissimo timpano. Quest'ultimo appare finemente decorato ed affiancato dalle statue di San Ruperto da Salisburgo, una piccola botte in una mano, e di San Virgilio da Salisburgo, con una chiesa miniaturizzata sul palmo destro, assegnate agli scultori Hans Pernegger ed Hans Waldburger. Al centro dell'altare cattura lo sguardo la pregevole pala d'altare raffigurante la Resurrezione di Cristo e realizzata da Donato Arsenio Mascagni. La parte superiore del complesso scultoreo è costituito da un fronte sopra il quale è riportata un'iscrizione latina che recita "Notas mihi fecisti vias vitae" (tradotto "Mi hai mostrato la via della vita"), presidiata dalle più piccole sculture allegoriche della Carità e della Religione. Ancora più in alto, seduti sul margine superiore, stanno a guardia le statue di tre angeli, il centrale dei quali tiene tra le mani un crocifisso dorato: furono realizzati dallo scultore bavarese Hans Konrad Asper, attivo a Salisburgo tra il 1615 ed il 1625. Altri due punti estremamente significativi per la trascorsa esistenza della cattedrale si trovano sempre sul presbiterio ai due dell'altare maggiore, leggermente più arretrati rispetto ad esso: sulla sinistra si posiziona il cenotafio dell'arcivescovo Markus Sittikus von Hohenems, decorato da stucchi e sculture di putti oltre che dal ritratto del personaggio a cui il monumento è dedicato, sulla destra si colloca invece quello dell'arcivescovo Paris von Lodron, molto simile nella struttura e nell'aspetto al suo dirimpettaio. Di fronte allo spazio del presbiterio il volume della cattedrale si slancia vertiginosamente verso l'alto per mezzo della grande cupola a tamburo calata all'incrocio della navata centrale con i due transetti: è alta 71m ed è decorata con otto affreschi distribuiti su due file circolari con soggetto scene dell'Antico Testamento. Sono attribuiti a Donato Arsenio Mascagni ed a Ignazio Solari seppure quelli che si possono ammirare oggi sono solo delle riproduzione, realizzate nel 1955, degli originali andati perduti nel crollo della cupola avvenuto nel 1944 in conseguenza dei bombardamenti aerei della II Guerra Mondiale. Sulla superficie della cupola trovano posto anche i ritratti dei quattro Evangelisti oltre agli stemmi degli arcivescovi Paris von Lodron e Andreas Rohracher, artefici delle riconsacrazioni della chiesa condotte nel 1628 e nel 1959.

Completano egregiamente l'arredo del tempio gli otto organi di cui la cattedrale dispone, il principale dei quali si trova sopra la galleria ovest e risale al 1988, mentre altri quattro sono collocati all'imbocco dei transetti e furono protagonisti di restauro nel 1990. Un patrimonio artistico quello custodito dalla Domkirche Sankt Rupert un Virgil che lascia davvero ammirati di fronte alla sua indiscutibile bellezza, ma che non si ferma alla superficie. Seguendo un breve percorso il cui imbocco si disloca sul lato sinistro del presbiterio, scendendo una corta scalinata è possibile raggiungere l'area ipogea della cattedrale, quella immersa nel sottosuolo, metri più in basso rispetto alla pavimentazione marmorea del luminoso ambiente celebrativo. Siamo nella Krypta: qui, nell'ombra e nel silenzio, riposano i resti di quasi tutti gli arcivescovi di Salisburgo da Markus Sittikus von Hohenems (passato a miglior vita nel 1619) in avanti. Questi ambienti sono in realtà molo più recenti di quanto si possa pensare: vennero infatti allestiti sono a seguito dei lavori di bonifica condotti a seguito dei danni inferti alla chiesa dal bombardamento aereo del 1944 che provocò il crollo della cupola. In precedenza le tombe collocate all'interno della cattedrale erano accessibili solo attraverso la pavimentazione interna dell'edificio, ma dopo aver subito la devastazione delle bombe si decise di dare loro una sistemazione differente costruendo sotto la superficie una cripta romanica dotata di un soffitto in cemento. Durante questi lavori furono anche rinvenuti porzioni di mura antiche risalenti alla precedente versione barocca della cattedrale. Il carattere moderno della Krypta lo si può notare facilmente nella cappella circolare che ne costituisce il corpo centrale, chiusa all'interno di vetrate colorate che, illuminate dai ceri dall'interno, configurano un particolarissimo contrasto con l'oscurità delle stanze che la circondano, all'interno della quali sono ospitati i sepolcri degli arcivescovi. Tra di essi, qui venne traslata anche dalla Stiftskirche Sankt Peter, per volere di San Virgilio da Salisburgo, la tomba di San Ruperto da Salisburgo. Un'ulteriore cripta più piccola si distanzia leggermente da quella principale: si tratta della Konradinische Krypta, risalente all'epoca della precedente cattedrale romanica demolita nel 1598 per la quale probabilmente fungeva non solo da sepolcro ma anche da vera e propria area celebrativa. Questo spazio, progressivamente andato perduta con il passare dei secoli, venne casualmente riportato alla luce solo tra il 1956 ed il 1958 durante alcuni scavi condotti sulla vicina Residenzplatz, la quale pochi anni prima, nel 1952, era stata chiusa al traffico automobilistico. Oggi questa cripta minore, completamente ristrutturata, è collegata ai restanti spazi ipogei della cattedrale attraverso un corridoio realizzato nel 2009 e capace finalmente di rendere questo ambiente nuovamente aperto al pubblico. Non può sfuggire allo sguardo la maggiore antichità ed autenticità della Konradinische Krypta, nemmeno sotto l'influenza della curiosa installazione d'arte moderna che incontriamo al momento di visitarne lo spazio: infatti, al suo interno incontriamo "Vanitas", un'opera concettuale creata dall'artista francese Christian Boltanski che si compone di dodici piccole figure stilizzate in lamiera che vengono illuminate da candele proiettando la propria ombra lungo la parete di fondo. Tra i personaggi raffigurati c'è anche una sorta di angelo della morte nell'evidente tentativo di richiamare una sorta di Danza Macabra in chiave contemporanea. Il tema è comunque quello del trascorrere inesorabile ed inarrestabile del tempo, associazione sottolineata anche dal costante annuncio orario automatico il cui suono riempie regolarmente la stanza. Nel complesso un bell'effetto, un interessante contrasto tra la luce delle candele e l'oscurità della cripta, ad essere sinceri forse anche un poco sinistro. La posa sul posto di quest'opera è contemporanea rispetto all'ultimo restauro della Konradinische Krypta e risale pertanto al 2009.

Conclusa la visita della Domkirche Sankt Rupert und Virgil è ormai ora di abbandonare Domplatz, ma non prima di aver ammirato l'ultima delle sue gemme. La Mariensäule si erge al centro della piazza, di fronte alla facciata della cattedrale e quasi imprigionata nelle impalcature degli spalti che al momento del nostro passaggio ingombrano parte dello spiazzo in vista del prossimo Salzburger Festspiele. Si tratta di una colonna mariana, alta nella sua interezza 10m, realizzata tra il 1766 ed il 1771 dai fratelli scultori Wolfgang Hagenauer e Johann Baptist Hagenauer. A commissionare l'opera fu l'arcivescovo Sigismund III Christoph von Schrattenbach, il cui stemma ricorre difatti in piombo sul fronte del piedistallo marmoreo posto alla base del monumento. A conferire al monumento la propria personalità è però la statua barocca raffigurante Santa Maria posta al suo culmine, in equilibrio sopra un globo di marmo sulla superficie del quale è incisa la frase "In conceptione immaculata permansisti et nobi Christum peperisti" (tradotto "Sei rimasta immacolata nel concepimento e hai dato alla luce Cristo"). La sfera è poggiata su nuvole scolpite nel piombo ed è affiancata dalle figure di due putti. Una circostanza piuttosto singolare si associa a questa statua mariana: osservandone il profilo non passa inosservato il fatto che sul capo della Madonna manchi l'aureola di santità, ma se si osserva la scultura in prospettiva, facendo qualche passo indietro ed includendo nella visuale anche la retrostante facciata della Domkirche Sankt Rupert und Virgil, è possibile accorgersi di come le piccole statue di due angeli posizionate sopra la finestra centrale del piano superiore della cattedrale sorreggano con le mani una corona dorata e sembrino calarla, per un gioco di illusione prospettica, proprio sul capo della statua di Santa Maria.

Ai quattro angoli della base della colonna si trovano le statue, sempre in bronzo, di altre quattro figure allegoriche: l'Angelo, dotato ovviamente di ali ed in adorazione della Madonna, la Sapienza, ritratta come una fanciulla incoronata e con uno scettro nel pugno, la Chiesa, ritratta nelle vesti di una donna ammantata con una ferula a tre bracci in una mano ed una specie di chiesa miniaturizzata sotto l'altra, ed il Diavolo, sagoma contorta ed urlante di un demone cornuto stretto nelle spire di un grosso spaventoso serpente. Sul capo di quest'ultimo incombe una saetta zigzagante sorretta dalla mano di uno dei due putti posto sul fianco del globo inscritto: con il braccio proteso verso l'alto, il demone sembra implorare pietà al Santa Maria in un grido di rabbia e disperazione che mai vedrà la fine, impresso eternamente nella plasticità del bronzo. Sul fronte settentrionale della base marmorea completa il monumento un rilievo bronzeo decorato lungo il margine superiore con le costellazioni zodiacali del Cancro, del Leone, della Bilancia e della Vergine, quest'ultima insolitamente raffigurata con la forma di un Sole armato di uno specchio, simbolo del riflesso di Cristo nella persona di Santa Maria. Nella porzione inferiore di questo rilievo sono riportati i profili di un veliero tra le onde del mare, evidentemente guidato dalle costellazioni che rimandano alla figura della Madonna, di un busto raffigurante il volto dell'arcivescovo Sigismund III Christoph von Schrattenbach e di animali metafora di Santa Maria, come la coccinella, oppure di Cristo, tra i quali l'ape e la salamandra. Se vi state chiedendo quale sia l'associazione tra quest'ultima creatura e Gesù vi basta sapere che la salamandra è in grado di attraversare le fiamme senza esserne bruciata. Nell'ape invece ricorre sia il concetto di unità della comunità cristiana, paragonata a quella pari ed armonica di uno sciame, sia quello della giustizia divina, dolce come miele ma anche pungente come un aculeo. Sono infine le sette macchie scure distribuite sul manto rosso della coccinella ad indentificare questo insetto con la Madonna, più nello specifico con i Sette Dolori della Vergine Maria. Il fronte meridionale della base espone invece un rilievo topografico in bronzo del Principato Arcivescovile di Salisburgo inciso nel 1712 dallo scultore tedesco Johann Baptist Homann. La Mariensäule si offre all'osservatore come un concentrato di simbolismi e significati, molti legati alla religione, alcuni legati al vissuto della città, e nel farlo da quasi tre secoli assume il ruolo di baluardo irriducibile di Salisburgo. La sua bellezza deriva, oltre che dalla sua pregevole cifra artistica, anche da questo fondamentale ruolo ed è ulteriormente accentuata dal recente restauro condotto sul monumento tra il 2004 ed il 2005.
Non giro turistico di Salisburgo che non si concluda con la visita del suo monumento più celebre, custode della sua memoria, garante del suo prestigio, sentinella posta a protezione della sua bellezza. Sul culmine del Festungsberg, una collina alta 542m ricoperta di boschi di frassini ed aceri situata sul margine meridionale dell'Altstadt, il Festung Hohensalzburg si erge vistosamente sopra tutto quello che ardisce a portare il nome della città, solido nella forma e severo nel carattere. Il sito sul quale si posiziona il castello cittadino venne abitato fin da tempi antichissimi: qui infatti si formarono i primi insediamenti già in epoca romana, quando furono allestite le prime costruzione destinate probabilmente ad accogliere distaccamenti di soldati legionari. A seguito dell'ascesa del condottiero erulo Odoacre che costrinse i romani alla capitolazione, nel 488 d.C. l'area venne sgomberata e mantenne solo una piccola comunità di abitanti, ma non si hanno più a riguardo tracce storiche tangibili fino all'XI secolo. Il 1077 è l'anno in cui ebbe principio la costruzione della prima versione di quella che attraverso i secoli si svilupperà come l'odierno Festung Hohensalzburg. A dare l'impulso per la sua nascita fu l'arcivescovo Gebhard von Helfenstein: la prima costruzione, pensata come simbolo laico di potere, si componeva di un mastio, una piccola chiesa ed un edificio residenziale, il tutto protetto da una cinta muraria merlata ma sprovvista di torri perimetrali. Il complesso comprendeva anche stalle, fienili e laboratori artigianali, ma di tali strutture non rimane oggi purtroppo alcuna traccia. Rimane invece una parziale testimonianza della chiesetta, parti delle cui fondamenta sono emerse da scavi archeologici condotti in epoca recente. Anche porzioni delle mura di questa primitiva versione romanica del castello sono giunte a noi in buono seppur frammentario stato. A fornire il materiale la materia prima per questa prima fase edilizia fu lo stesso Festungsberg con la propria roccia dolomitica. Le origini di questo primordiale nucleo fortilizio non furono certo accompagnate da un quiete e stabilità: infatti, proprio nel 1077 Gebhard von Helfenstein, divenuto arcivescovo nel 1060 dopo aver ricoperto in precedenza l'incarico di confessore presso la corte imperiale, fu costretto all'esilio dallo stesso imperatore Enrico IV di Franconia. La pietra dello scandalo fu la scelta, da parte dell'alto prelato, di sostenere apertamente papa Gregorio VII nella disputa riguardante i diritti di investitura delle alte cariche ecclesiastiche. Rifugiatosi in Svevia ed in Sassonia, Gebhard von Helfenstein potè fare ritorno a Salisburgo solo nel 1086, per morirvi due anni più tardi, nel 1088. Negli anni della sua assenza, i lavori per la costruzione del Festung Hohensalzburg non si arrestarono e furono portati avanti da Berthold von Moosburg, nominato nel 1085 controarcivescovo da Enrico IV di Franconia. Dopo la dipartita di Gebhard von Helfenstein fu invece Thiemo von Salzburg ad ascendere nel 1090 al seggio arcivescovile salisburghese, ovviamente dopo aver dissipato il vano tentativo di Berthold von Moosburg di mantenere illegittimamente la carica. La tenacia del deposto controarcivescovo non dovette essere seconda a nessuno, tanto che nel 1097 Berthold von Moosburg tentò nuovamente di riappropiarsi del titolo di arcivescovo riuscendo addirittura ad usurparlo per ben nove anni, vale a dire fino l106, anno in cui fu infine sconfitto e definitivamente cacciato dal nuovo arcivescovo Konrad von Abensberg. Siamo ancora nelle fasi embrionali del complesso fortificato ed i passaggi per arrivare alla struttura che è possibile ammirare oggigiorno saranno ancora tanti. L'estensione della superficie sopra la quale attualmente si sviluppa la fortezza è in larga parte conseguenza della costruzione della cerchia esterna di bastioni difensivi eretti tra il XII secolo ed il XIV secolo. Il suo periodo di massimo sviluppo coincise più precisamente con quello compreso tra il 1200 ed il 1246, epoca nella quale per ordine dell'arcivescovo Eberhard II Truchsees von Waldburg il complesso venne largamente ampliato per soddisfare le crescenti esigenze di di spazi rappresentativi: diversi elementi edilizi risalenti a questi anni sono tuttora riconoscibili nel corso centrale del castello. Non si badò a spese nemmeno per quanto concerneva le decorazioni degli ambienti e ne è testimonianza il fatto che, tra le altre opere, venne affrescata con nuovi dipinti la sala dei banchetti. Facciamo un balzo in avanti e nel 1462, sotto la direzione dell'arcivescovo Burkhard II von Weisspriach, la cinta muraria fu rinforzata con quattro torri difensive, il lato orientale rivolto verso il Nonnberg venne protetto con nuove mura ed al versante meridionale fu aggiunto un nuovo bastione. Pochi anni più tardi, il successore al soglio arcivescovile, Bernhard von Rohr, potenziò ulteriormente le fortificazioni con l'aggiunta di un'ulteriore torre difensiva lungo il lato orientale. Tra il 1460 ed il 1461 fu assemblata la Reisszug, oggi la più antica funicolare esistente al Mondo: la sua funzione era quella di trasportare merci e viveri dal sottostante quartiere Nonntal sul Festungsberg, attraverso un sistema di slitte trainate inizialmente su fondo libero, successivamente su binari in legno. Non è accessibile al pubblico ma oggi continua a svolgere il proprio lavoro assistita ovviamente dall'energia elettrica. Ancora, sul finire del XV secolo, per ordine dell'arcivescovo Johann Beckenschlager venne nuovamente ampliato il corpo centrale del castello, inoltre furono aggiunti alla struttura la prima armeria ed un granaio. Di tale fase costruttiva rimane tuttora indelebilmente impresso il marchio, riconoscibile nel blasone di Johann Beckenschlager scolpito nella pietra che compone il castello: è questo peraltro lo stemma nobiliare più antico attualmente reperibile nell'intero complesso del Festung Hohensalzburg. Arriviamo quindi al passaggio tra il XV secolo ed il XVI secolo: tra il 1495 ed il 1519 l'arcivescovo Leonhard von Keutschach fece riparare alcune torri difensive esistenti, colpite dal trascorrere inesorabile del tempo, e diede ordine di ampliare ulteriormente la fortezza, la quale divenne così un'elegante sede governativa tardogotica assumendo grossomodo la struttura complessiva conservata ancora oggi. In questo periodo si registra anche la costruzione di una nuova grande cisterna per la raccolta e la conservazione dell'acqua, infrastruttura fondamentale per migliorare l'approvvigionamento idrico del castello soprattutto in caso di assedio. Tale elemento tornò sicuramente utile all'arcivescovo Matthäus Lang von Wellenburg quando nel 1525 fu costretto ad asserragliarsi all'interno del Festung Hohensalzburg per sfuggire alle rivolte contadine che imperversavano in città: nonostante i ribelli assediarono con veemenza il castello, esso non venne tuttavia espugnato. Un altro importante personaggio salisburghese fu costretto ad isolarsi all'interno della fortezza, questa volta coercitivamente ed in ceppi: parliamo niente poco di meno che dell'arcivescovo Wolf Dietrich von Raitenau che qui venne condotto dopo essere stato arrestato nel 1611 dalle truppe bavaresi. Non verrà mai più liberato e vi troverà anzi la morte nel 1617 dopo essere stato costretto ad abdicare a favore del nipote Markus Sittikus von Hohenems, il quale a sua volta governerà la città per soli sette anni dal 1612 al 1619. Gli succederà nella carica di arcivescovo Paris von Lodron, suo nipote, il quale provvide a modernizzare il Festung Hohensalzburg con il fine di renderlo competitivo nei confronti dei nuovi strumenti di artiglieria: siamo infatti nel XVI secolo e si fa sempre più agevole e diffuso l'utilizzo di grandi armi da fuoco trasportabili. In tale contesto, tra il 1633 ed il 1634, il castello venne rafforzato con l'aggiunta di nuovi bastioni e l'aggiornamento di quelli già esistenti, opera quest'ultima portata a termine nel 1636. Fu inoltre costruita una nuova armeria e fu ampliato il primo arco di barriera settentrionale (a partire da questo momento denominato Lodronbogen). Vennero realizzate nuove sale per accogliere i soldati di guarnigione, furono ampliate le prigioni, infine furono rinforzate le mura difensive con lavori condotti tra il 1632 ed il 1648. A supervisionale la complessa quanto costosa opera voluta da Paris von Lodron fu ovviamente il quotatissimo architetto di corte, il già citato Santino Solari. Questo esteso potenziamento difensivo, unito ad un'astutissima strategia di neutralità, fu sicuramente uno dei fattori fondamentali che evitarono il coinvolgimento di Salisburgo negli scontri della Guerra dei Trent'Anni condotta su territorio europeo tra il 1618 ed il 1648. Il potere difensivo acquisito dal Festung Hohensalzburg fu tale che addirittura, durante lo svolgimento del conflitto, il principe elettore bavarese, il duca Massimiliano I di Wittelsbach, decise di rifugiarvisi tra il 1632 ed il 1648. Circa mezzo secolo più avanti sarà invece la minaccia ottomana ad imperversare sulla città e sull'onda di tale pericolo l'arcivescovo Maximilian Gandolf von Kuenburg deciderà nel 1681 di costruire un nuovo bastione, alto 30m, lungo il versante settentrionale del castello. La decisione fu di certo lungimirante dal momento che solo poco più di dieci anni più avanti, nel 1693, i turchi metteranno Vienna a ferro e fuoco. A marciare su Salisburgo saranno invece i francesi poco più di un secolo più tardi: la città si arrese tuttavia senza combattere a Napoleone Bonaparte e ciò consentì al Festung Hohensalzburg di attraversare indenne questo complicato periodo storico. Tale fortunata circostanza non potè comunque evitare alla fortezza un lungo periodo di trascuratezza ed abbandono. Nel 1849 un esteso incendio colpì il complesso e rese necessari vasti lavori di restauro portati a termine solo nel 1851. Dieci anni più tardi, nel 1861, l'inesorabile declino della funzione difensiva del castello venne ufficialmente sancita dall'imperatore Francesco Giuseppe I d'Asburgo-Lorena il quale ordinò la dismissione delle armerie e di fatto abolì in tal modo il carattere militare della struttura. Ottocento anni di onorato servizio durante i quali, va precisato, la fortezza non fu mai espugnata. Negli anni successivi e fino al 1883 il Festung Hohensalzburg fu utilizzato comunque come caserma ed in special modo in qualità di magazzino e deposito. Oggi è probabilmente l'attrazione turistica più conosciuta di Salisburgo: con circa un milione di visitatori ogni anno rappresenta il sito culturale più visitato d'Austria al di fuori di Vienna. Con oltre 7.000m² di superficie edificata, ulteriormente incrementati a 14.000m² se si includono anche i bastioni, costituisce anche uno dei complessi fortificati più grandi d'Europa. Il suo magnifico ed imponente aspetto odierno è frutto di secoli di aggiunte e rimaneggiamenti, ma non sono da dimenticare nemmeno i recentissimi lavori di restauro cui fu sottoposto prima tra il 1951 ed il 1981, mirati soprattutto a stabilizzarne e rinforzarne la struttura, poi tra il 2015 ed il 2016. Le ultime opere di recupero risalgono invece al 2018, anno in cui vennero riparati i tetti di alcuni edifici danneggiati da una violenta tempesta. Un preziosissimo lavoro di recupero che oggi riconsegna il Festung Hohensalzburg nella sua migliore veste sia alla popolazione salisburghese sia al Mondo intero. Non possiamo che cogliere questa imperdibile offerta e ci dirigiamo a visitare le sue meraviglie. Il modo migliore per raggiungerlo, più che altro il più comodo e veloce, è a bordo della Festungsbahn Hohensalzburg, una funicolare a rotaie capace di collegare l'Altstadt alla cima del Festungsberg coprendo un percorso in salita di 196m su un dislivello di quasi 97m e con una pendenza del 60%. La prima inaugurazione di questa infrastruttura, pensata fin dall'inizio per meri scopi turistici, non è recentissima: risale infatti al 1892, anno in cui fu approntata una prima funicolare azionata con meccanismo a zavorra d'acqua. Ad alimentarne il funzionamento era un ingegnoso sistema di canali artificiali ma tale sistema non consentiva l'utilizzo della funivia durante i rigidi mesi invernali. Nel 1959 questo primitivo impianto fu demolito per essere sostituito da un sistema a trazione elettrifica, completato ed inaugurato nel 1960: tale aggiornamento non potè comunque sottrarre all'infrastruttura il fatto di essere ad oggi una delle più antiche funicolari presenti su suolo austriaco. Nemmeno i successivi lavori di ammodernamento condotti nel 1992 e nel 2011 riuscirono in questo intento: ancora oggi la funicolare mantiene alcune porzione della propria disposizione originaria. Tra il 1974 ed il 1976 furono costruite invece le due attuali stazioni poste agli estremi del percorso. Quella a valle in particolare è situata in Festungsgasse, a 140m di distanza dalla Domplatz, subito dopo aver compiuto l'attraversamento di Kapitelplatz: per costruirla fu necessario demolire alcune costruzioni limitrofe, tra di esse in particolare l'edificio che fu abitato dal compositore Johann Michael Haydn, di cui oggi pertanto non rimane più alcuna traccia. Di questo personaggio forse la circostanza più nota risiede nel fatto che fu fratello minore del più noto Franz Joseph Haydn, capofila della musica classicista viennese nella seconda metà del XVIII secolo nonchè uno dei maestri presso cui si formò Ludwig van Beethoven. Del minore degli Haydn si ricorda però anche la profonda amicizia con Wolfgang Amadeus Mozart e l'incarico di compositore per la corte dell'arcivescovo Sigismund von Schrattenbach dignitosamente svolto durante tutto la sua permanenza a Salisburgo. Nella stessa abitazione che occupò durante il suo soggiorno in città nacque nel 1773 anche un altro apprezzato musicista, il pianista Joseph Woelfl, formatosi artisticamente proprio con Michael Haydn oltre che con Leopold Mozart. Proprio presso la piccola biglietteria della stazione a valle della Festungsbahn Hohensalzburg acquistiamo gli ingressi, comprensivi del viaggio di andata e ritorno in funicolare, che ci consentiranno di esplorare gli interni della fortezza: il prezzo è di 18€ per gli adulti, 6,80€ per i bambini tra i 6 anni ed i 14 anni di età, i bambini sotto i 6 anni di età invece accedono gratuitamente (prezzi scontati grazie al Guest Mobility Ticket). L'afflusso di visitatori è notevole ed il viaggio in funicolare si rivela abbastanza affollato, preludio alla visita che sarà dello stesso tenore. Il percorso di ascesa è comunque molto breve ed in men che non si dica veniamo scaricati sulla cima del Festungsberg. Fuori dalla stazione superiore ci troviamo a ridosso delle mura difensive. Ci dirigiamo a sinistra, sfiliamo accanto ad una piccola tavola calda, affollatissima, ed ai suoi tavolini all'aperto e raggiungiamo una terrazza aperta sul panorama offerto dalla sottostante cittadina. Vie, case e monumenti sembrano dall'alto minuscole costruzioni lillipuziane. In primo piano, Kapitelplatz, il profilo laterale della Domkirche Sankt Rupert und Virgil, i cortili dell'Erzabtei Sankt Peter, la sagoma inconfondibile della Franziskanerkirche zu Unserer Lieben Frau, più defilata e meno appariscente la Glockenspielturm, vengono tutti abbracciati da un unico ampio sguardo. Consumiamo qualche istante per goderci questo che è probabilmente il punto di osservazione più pregiato su Salisburgo. Alle nostre spalle le mura della fortezza sono dominate dalla Glockenturm, una torre a pianta circolare, merlata, costruita intorno al 1500 e posizionata lungo il lato settentrionale del castello: la sua sommità, coronata da una sorta di piccola cupola in rame risalente al XVIII secolo, ospita ancora oggi una campana la cui funzione in passato era quella di segnalare, con il proprio suono, la presenza di incendi. Sul fondo della terrazza una stretta scalinata conduce verso l'alto a superare, attraverso una piccola porticina, lo sbarramento della cinta muraria. Siamo quindi finalmente all'interno del Festung Hohensalzburg, circondati da i suoi numerosi edifici. Sulla sinistra un corto corridoio ci accompagna all'interno di uno di essi: la luce del sole cede il passo all'ombra ed approdiamo ad una lunga e stretta galleria su un lato della quale stanno ancora di sentinella alcuni vecchi pezzi di artiglieria, affacciati sulla città attraverso minute finestrelle, vetusti testimoni privati del proprio potere offensivo. Sul lato opposto si aprono invece gli ambienti bui e ad essere sinceri un po' cupi del Marionettenmuseum, uno spazio museale dedicato all'arte del teatro delle marionette: al suo interno sono esposti diversi burattini utilizzati in passato nel Marionettentheater; apprezzabile anche la rappresentazione della Salzburger Bauernkrieg del 1525 allestita in un angolo del museo. Superando questo punto e procedendo lungo la galleria si accede ad una più ampia scalinata che concede l'accesso alle sale superiori. Il piano più alto di questa sezione ospita quelli che costituiscono probabilmente gli ambienti più prestigiosi del complesso.

La Fürstensaal (Sala dei Principi), altrimenti detta Goldener Saal (Sala Dorata), fu anticamente la sala di ricevimento del castello. Bellissimo è il suo soffitto a cassettoni, dipinto e decorato con inserti dorati, richiama il fascino di uno splendente cielo stellato. Eleganti appaiono le pareti rivestite in legno. Al centro di essa troneggia una lunga tavolata, richiamo storico agli importantissimi incontri e ricevimenti che si tennero, nel corso dei secoli trascorsi, in questo salone. La parete di fondo è attraversata da ampie fenestrature che fanno strada ad una luce chiara e viva. Davanti ad esse stanno massicce colonne marmoree dal profilo attorcigliato. In un angolo un pannello digitale interattivo conferisce una nota di modernità fornendo al visitatore notizie storiche e curiosità riguardanti questa porzione di fortezza: questa moderna istallazione è frutto delle ambiziose opere di restauro che rinnovarono questi ambienti nel 2016, tra le altre cose restaurando il meraviglioso pavimento con pannelli di legno d'abete. Comunicante con la Fürstensaal sorge a breve distanza la Goldener Stube (la Camera Dorata), una sorta di stanza più appartata e contenuta, forse il luogo dove il principe arcivescovo soleva accogliere i propri ospiti più intimi ed illustri. Se la Goldener Saal risuona delle risa e dei discorsi misti a musica che animarono i ricevimenti del passato, nella Goldener Stube quasi si possono ancora percepire i sussurri, i segreti confessati a mezza voce, gli accordi bisbigliati. Stupende sono le sue ricchissime decorazioni poste a tappezzare le pareti in legno, colpisce lo sguardo la tinta celeste che avvolge lo spazio. Non va dimenticata nemmeno la meravigliosa stufa in maiolica posizionata ad un angolo della sala e finemente adornata. L'allestimento di questi ambienti risale al periodo compreso tra il 1501 ed il 1502: ad ordinarne la realizzazione fu l'arcivescovo Leonhard von Keutschach. L'arredo che impreziosisce ancora oggi la Fürstensaal e la Goldener Stube è quello autentico delle loro origini, raro esempio di composizione tardogotica perfettamente conservata presente attualmente su suolo europeo. Accanto a queste stanze, una più modesta sala accoglie il Magisches Theater, un teatrino animato da figure lignee in movimento, musica e giochi di luce che illustra una parte di storia del castello ed in particolare quella legata all'arcivescovo Leonhard von Keutschach: lo spettacolo è ammirabile da una sorta di anfiteatro munito di altoparlanti da cui fuoriesce la narrazione. Il grosso dello spazio concesso da questa porzione di fortezza è però occupato dal Festungsmuseum, il museo dedicato alla storia del Festung Hohensalzburg. Inaugurato nel 1952 e ristrutturato l'ultima volta nel 2019, all'interno delle sue 13 sale è possibile ammirare numerosissimi oggetti storici provenienti dall'antichità del castello, tra cui attrezzi, ceramiche, argenterie, armi, armature (anche per cavalli) e strumenti musicali, oltre ad apprendere notizie e curiosità sul suo vissuto presentate con semplicità attraverso cartelli e pannelli multimediali. Completano l'insieme un letto ligneo, corto e decorato con una croce apposta sulla pediera, ed una vetusta cucina fornita di utensili e di un ampio focolare di pietra. Tra gli elementi esibiti che maggiormente colpiscono il ricordo vanno menzionate una meravigliosa collezione di monete antiche, alcune provenienti dal periodo romano, e una magnificamente conservata collezione di giocattoli d'epoca, raccolti in una delle ultime sale del museo. Accompagna quest'ultima stanza tematica un interessante filmato animato che riprende l'argomento in modo intuitivo e stimolante.

Dal 1924 il Festungsmuseum accoglie anche il Rainer-Regimentsmuseum, una sezione dedicata al 59° Infanterieregiment Herzherzog Rainer, reggimento dell'esercito imperiale che fu uno dei più fedeli ed intrepidi d'Austria: costituito nel 1682, in epoca di conflitti con i turchi, dall'imperatore Leopoldo I d'Asburgo, il nome con il quale fu in seguito noto fa riferimento a quello dell'arciduca Ranieri Ferdinando d'Asburgo-Lorena, ultimo comandane ad assumerne la guida a partire dal 1852. Questa piccola porzione di museo accoglie cimeli, armi, uniformi e fotografie provenienti dalla gloriosa storia di questo reggimento militare, dalle sue origini fino al termine della I Guerra Mondiale, conflitto che vide la perdita di 5.000 suoi soldati e la definitiva dissoluzione del reparto. L'esposizione inizia con una interessantissima proiezione animata che illustra le varie fasi edilizie del castello, pensata piuttosto efficacemente anche per essere seguita dai bambini che di fatti si assiepano seduti per terra di fronte al video per seguirne ammirati lo svolgimento. La conclusione del percorso museale coincide invece con un salone che concede alla vista un particolarissimo impianto di riscaldamento medievale: l'ingegnoso sistema prevedeva che il calore venisse propagato negli ambienti interni del castello attraverso nicchie ricavate nel pavimento, accessibili attraverso botole di legno ed all'interno delle quali venivano deposti braci e sassi. L'aria riscaldata saliva poi da queste nicchie verso l'alto ed attraversava le lastre di pietra del pavimento per mezzo di fori che potevano essere chiusi con tappi di legno, di modo da regolare la quantità di calore richiesto, mentre i fumi di combustione erano veicolati all'esterno attraverso canne fumarie. Abbandoniamo ammirati gli spazi del Festungsmuseum attraversando, non rimanendovi immuni, un piccolo negozio di souvenir. L'intero percorso è a tratti accompagnato dalla presenza della Reckturm, il cui profilo spigoloso si intravede attraverso le finestre delle sale: questa torre difensiva fu edificata nel 1496 all'angolo nordoccidentale delle mura difensive. In passato adibita ad od ospitare l'artiglieria, dal 1891 venne fornita sulla cima merlata di una piattaforma panoramica che la rende oggigiorno un privilegiato punto panoramico aperto sulla città sottostante: peccato non essere riusciti a salirci a causa della calca che costantemente ne anima la sommità e la via di accesso. Il suo nome richiama il termine tedesco arcaico recke, traducibile letteralmente con "esilio", in riferimento al ruolo di prigione che nel corso del XVIII secolo le fu attribuito. Abbandoniamo il museo dopo averlo visitato e ritorniamo al sole che inonda il cortile interno del castello. In un angolo di esso scorgiamo la Georgskirche, una piccola chiesetta inglobata nella sequenza di edifici della fortezza, tanto che quasi si fatica a distinguerne la sagoma. Il suo portale di accesso, piccolo e un po' nascosto, è sovrastato da un rilievo raffigurante San Cristoforo. Più in alto svetta il campanile, sottile ed acuminato, munito di orologio. L'interno è composto da una sola navata e da quattro campate con volta costolata. Lungo le pareti laterali sono esposti tredici rilievi marmorei raffiguranti Cristo ed i 12 Apostoli, piazzati sul posto probabilmente intorno al 1502. L'altare barocco fu realizzato tra il 1776 ed il 1779 e monta una pala d'altare attribuita al pittore fiammingo Frans de Neve e datata 1672: il soggetto è quello di San Giorgio, patrono della chiesetta, in lotta contro il drago. Ai lati dell'altare sorgono due coppie di colonne di marmo e, più defilate, le immancabili statue di San Virgilio da Salisburgo e San Ruperto da Salisburgo. All'esterno del piccolo edificio, notevole lungo la sua fiancata appare il Keutschacher-Denkmal, un monumento marmoreo che raffigura il profilo scolpito dell'arcivescovo Leonhard von Keutschach, committente della sua costruzione che risale quindi al XVI secolo (1501 circa), affiancato da quelli di due diaconi: quest'opera è attribuita allo scultore tardogotico Hans Valkenauer che la progettò intorno al 1515 ed il quale si pensa creò nello stesso periodo anche il rilievo con soggetto San Cristoforo posto sopra il portale d'accesso. La scultura è sormontata da un rilievo con soggetto la Crocifissione e da una meridiana multicolore. Ad osservare con attenzione il Keutschacher-Denkmal non può sfuggire accanto al piede sinistro della riproduzione statuaria dell'arcivescovo la bislacca figura di una piccola rapa: questo ortaggio è in effetti inserito nello stemma dell'alto prelato, evocato dai frequenti rimproveri rivolti dallo zio al futuro arcivescovo a causa dello scarso rendimento scolastico di quest'ultimo, quasi sempre accompagnati dal lancio proprio di rape. Sarà forse un caso che oggi di persona poco dedita allo studio di affibbi spesso il soprannome "testa di rapa", o magari di rape se ne consumavano in abbondanza presso la dimora di Leonhard von Keutschach. Fatto sta che il tubero divenne, impresso nello stemma arcivescovile, simbolo perenne seppure un po' scherzoso di umiltà, oltre che della necessità di coltivare incessantemente la sapienza attraverso l'apprendimento. Oggi, all'interno del Festung Hohensalzburg, si possono trovare ben 58 incisioni raffiguranti rape, retaggio dell'importante contributo offerto da Leonhard von Keutschach allo sviluppo del castello.

Rinunciamo a pranzare all'interno degli spazi del castello nonostante vi si trovi un ristorante affacciato sul suo cortile interno. Scendiamo dal Festungsberg e concludiamo così la nostra visita di Salisburgo. Gli ultimi consigli riguardano proprio la cucina. Se siete in cerca di ottimi piatti italiani, non potete mancare di visitare il ristorante Casa Napoli: pietanze ottime e costi decisamente onesti, ambiente tranquillo e piacevole, possibilità di acquistare anche pizza da asporto (da consumare magari davanti ad un buon cartone animato nella camera d'albergo). Il locale è situato in Bergstrasse, nel cuore del Neustadt a brevissima distanza da Mirabellplatz. A poco più di 150m in linea retta da qui, si aprono su Stefan-Zweig-Platz, all'angolo con Linzergasse, i battenti del Das Glaberbraü, una delle più note locande storiche di Salisburgo. La sua prima citazione certa in documenti storici risalirebbe addirittura al XV secolo, seppure con un nome differente da quello attuale che si ritiene derivi invece dalla famiglia Gapler, subentrata nella proprietaria a partire dal 1535. Dopo essere appartenuta per più di 75 anni, dal 1868 al 1945, alla salisburghese famiglia Mayr, oggi a possederla è una grossa società alberghiera austriaca. Al suo interno vengono serviti piatti tipici della cucina austriaca, ma non aspettatevi granchè, nulla di memorabile. Se preferite invece qualcosa di semplice ed un'atmosfera più amichevole ed informale, potrebbe fare al caso vostro il ristorante L'Osteria, situato sempre in zona, all'angolo tra Richard-Meyr-Gasse e Dreifaltigkeitsgasse: personale giovane e gentile, tavolate ampie e comode, cucina ovviamente italiana.

Se dalla fermata dei bus posta lungo il largo vialone Rudolfskai, a ridosso della sponda sinistra del Salzach, leggermente defilata rispetto all'imbocco dello Staatsbrücke, si sale sull'autobus numero 25 diretti verso la periferia meridionale della città, in capo ad una mezzoretta si raggiunge una collina quasi impercettibile, appena 515m s.l.m., chiamata Hellbrunner Berg. Il sito fu abitato probabilmente fin dall'epoca celtica e romana, dal momento che scavi archeologici condotti sul luogo hanno rinvenuto alcuni resti di insediamenti risalenti a questi periodi. Qui, ai piedi ci questa bassa altura, si trova quella che senza ombra di dubbio costituisce l'attrazione più curiosa, singolare e divertente di Salisburgo. Il consiglio spassionato è quello di non perdervela assolutamente dal momento che un luogo simile non si trova in nessun altro angolo del Mondo. Sto ovviamente parlando dello Schloss Hellbrunn. La struttura, un'elegante dimora nobiliare circondata da vasti giardini, rappresenta uno degli esempi più importanti di architettura barocca salisburghese. A commissionarne la costruzione, che fu condotta tra il 1613 ed il 1615 sotto la direzione di Santino Solari, fu l'arcivescovo Markus Sittikus von Hohenems il quale con esso intendeva munirsi di una comoda residenza presso la quale fare base per lo svolgimento delle battute di caccia, all'epoca d'obbligo come irrinunciabile distintivo di classe sociale: in effetti la proprietà era anticamente circondata da boschi. Al sito venne attribuito un nome connesso alla presenza sul luogo di antiche sorgenti d'acqua collegate ad un ampio corso fluviale sotterraneo: nell'appellativo è contenuto in effetti il termine tedesco arcaico brunn traducibile letteralmente con "fonte". Il prestigio e la bellezza del posto percorsero inalterati i secoli, tanto che i successori di Markus Sittikus von Hohenems al seggio arcivescovile mantennero lo Schloss Hellbrunn come propria residenza estiva. Dopo aver ospitato per un limitato periodo anche le sale di un tribunale, a seguito del declino del Principato Arcivescovile di Salisburgo il complesso passò tra i possedimenti asburgiche, dal 1918 ospitò per breve tempo la sede del Kriegsgeschädigtenfonds (un'associazione dedicata alle vittime di guerra) e dal 1922 finalmente divenne proprietà dell'amministrazione cittadina salisburghese. Questi passaggi di possesso e cambi funzionali non hanno alterato negli anni la struttura autentica della residenza, rimasta perfettamente intatta e conservata nella propria forma originale.

Nonostante questo prezioso aspetto di conservazione storica, giungiamo sul posto onestamente senza troppe aspettative, curiosi di conoscere un nuovo frammento di Salisburgo ma in fondo già sicuri di scoprire qualcosa tutto sommato di già visto: un'altra delle sfarzose residenze aristocratiche che la città è capace di offrire. Niente di più sbagliato. Il bus ci scarica a poche decine di metri dall'ingresso del sito: attraversiamo la strada, imbocchiamo una stradina che procede in leggera discesa costeggiando il basso muro di cinta che custodisce il complesso ed infine oltrepassiamo sulla destra un varco che ci proietta nel cortile d'accesso dello Schloss Hellbrunn. Sulla destra una piccola macchia boschiva popolata da alte conifere, attraversata da un esile ruscello, costituisce l'occasione perfetta per rinfrescarsi prima di iniziare la visita. Procedendo oltre, un arco sospeso tra due ali di edifici, le cui pareti espongono la peculiare tinta gialla che caratterizza l'intero complesso, ci accompagna finalmente nello spazio del cortile interno, soleggiato e punteggiato da turisti intenti ad organizzare la propria giornata. Sul lato opposto del cortile si apre la porta della biglietteria, presso la quale acquistiamo abbastanza velocemente i nostri ingressi: il costo del biglietto familiare, valido per due adulti ed un bambino, ammonta a 33€, i bambini sotto i 4 anni di età accedono invece gratuitamente. Siamo pronti ad iniziare l'esplorazione dello Schloss Hellbrunn, la cui raffinata facciata si presenta alla nostra vista dal fondo del cortile: la caratterizzano le dodici assi di fenestrature inquadrate in bordature di pietra e le cornici a fascia che ne solcano orizzontalmente la superficie. Il volume, distribuito su due piani, è suddiviso in un copro centrale, la cui linea è spezzata ai margini da due aggetti lievemente sporgenti, e da due strette appendici laterali leggermente arretrate e fornite di fenestrature con ampi frontoni triangolari occupati da busti scolpiti. Anche le fenestrature del piano superiore del corpo centrale sono impreziosite da frontoni triangolari più piccoli e privi di ornamenti. Completa il quadro il tetto a padiglione ricoperto di scandole scure e soprattutto la monumentale scalinata a due rampe, impreziosita da balaustre a colonna, che dal piano del cortile eleva verso il portale principale, incastonato quest'ultimo all'interno di una struttura scolpita dominata dall'immancabile stemma arcivescovile di Markus Sittikus von Hohenems. Alla base della scalinata, una nicchia scavata nella pietra ospita le statue di due stambecchi, omaggio all'animale simbolo dell'arcivescovo che commissionò la costruzione della residenza, insieme a quella di una divinità incoronata da tralci di vite.

Prima di penetrare all'interno del complesso, una menzione particolare va alla Gasthaus zu Schloss Hellbrunn, il ristorante posizionato lungo il lato settentrionale dello spiazzo e proprio accanto all'arco che abbiamo attraversato per accedere al cortile interno: piatti ottimi e possibilità di consumare il pasto anche su tavolini all'aperto riparati da ombrelloni. La presenza di un ristorante all'interno dello Schloss Hellbrunn è più antica di quanto si possa credere: risale già al XIX secolo e nel corso dei decenni fu frequentato da esponenti di spicco dell'alta nobiltà austriaca tra i quali nel 1867 anche l'imperatore Francesco Giuseppe I d'Asburgo-Lorena e la consorte Elisabetta di Baviera. Dalla parte opposta dell'arco d'ingresso si colloca invece un piccolo negozio di souvenir, luogo da non trascurare se non altro per il fatto che vi si vendono freschi gelati confezionati, cosa non da poco nelle calde giornate estive. Cominciamo quindi la nostra visita degli interni della residenza. Superato il portale d'accesso al culmine della scalinata ci troviamo all'interno di un largo androne che ospita il banco presso il quale vengono distribuite ai visitatori le audioguide. Attraverso una scalinata si sale al piano superiore dove comincia il percorso espositivo. Nelle varie stanze che si susseguono sul tragitto sono messi in mostra oggetti, opere d'arte e manufatti legati alla storia ed ai personaggi connessi allo Schloss Helbrunn, in special modo al suo artefice ideale, Markus Sittikus von Hohenems, il cui ritratto campeggia in una delle prime stanze, opera attribuita a Donato Arsenio Mascagni. Nel luminoso ambiente che servì da sala da pranzo, le pareti appaiono tappezzate da dipinti, quasi tutti a tema naturalistico come di moda nel XVII secolo.

Non passa certamente inosservato nemmeno quello che sembra un unicorno impagliato: opera risalente al XXI secolo, richiama la fascinazione verso creature mitologiche o fantastiche particolarmente in voga nel corso del XVI secolo e del XVII secolo: una fonte di stupore assoluto per qualunque bambino che ne incroci la sagoma. Coincidenza vuole che l'unicorno sia anche l'animale araldico scelto dall'arcivescovo Guidobald von Thun, uno dei più importanti curatori dello Schloss Hellbrunn nei secoli in virtù delle importanti opere di restauro che finanziò sulla struttura nel corso del XVII secolo. Alcune delle più bizzarre vicende legate alla residenza sono evocate da alcune delle immagini impresse nei dipinti alle pareti. Per esempio quella correlata ad un cavallo affetto da polidattilia che nel 1673 venne presentato presso la dimora estiva dell'arcivescovo Maximilian Gandolf von Kuenburg. Oppure quella relativa al raro esemplare di renna bianca donata dal re svedese Carlo XI del Palatinato-Zweibrücken a Guidobald von Thun. Viene fatto riferimento anche alla presenza di girasoli nei giardini intorno alla residenza agli inizi del XVII secolo, caratteristica esotica per l'epoca dal momento che questi fiori vennero importati dal Nordamerica solo nel XVI secolo, ed all'usanza piuttosto stramba per i canoni moderni di consumare carne di cigno come alimento di lusso dal Medioevo fino all'introduzione in Europa dei tacchini dal Nordamerica avvenuta agli inizi del XVI secolo.

Procedendo oltre si raggiunge la Festsaal (il Salone da Ballo), l'ambiente più elegante e raffinato dell'intera residenza, nonchè quello di maggior rappresentanza: ad allestire questo spazio fu Donato Arsenio Mascagni nel 1616. I magnifici affreschi posti a ricoprire completamente le pareti di questa stanza conferiscono la magica impressione di essere improvvisamente proiettati all'interno di una scena immaginifica, visionaria: le pitture murali circondano il visitatore con le immagini allegoriche delle virtù, riconoscibili dagli oggetti che stringono nelle mani, affacciate dall'alto verso il centro del salone da una balaustra a colonne dipinta lungo tutto il perimetro superiore delle pareti. Più in basso, le sagome di verdi colonne circolari e di statue di imperatori romani accompagnano la fantasia in una dimensione classicista, lontana, solenne. Sulle pareti lunghe il disegno in prospettiva accompagna verso la Basilica di San Marco di Venezia su un lato e verso la Galleria degli Uffizi di Firenze sull'altro, immancabile omaggio alla bellezza innegabile del nostro paese. Sopra la cornice delle finestre si possono ammirare altri vermigli affreschi ritraenti leoni e stambecchi, rispettivamente simboli araldici di Salisburgo e di Markus Sittikus von Hohenems. Lo stesso soggetto è riportato anche all'interno di un blasone dipinto sopra uno dei portali insieme alle parole latine "Numen vel dissa iungit" ("Un potere divino collega anche l'opposto"), motto ufficiale dell'arcivescovo fondatore del sito. Copre ogni cosa come un velo un cielo azzurro solcato da nuvole ed uccelli. Uno spettacolo d'arte da gustare con calma e raccoglimento, aiutati dalla piattaforma circolare girevole, dotata di sedute, intelligentemente posta al centro della sala. Qui gli arcivescovi ricevevano gli ospiti più illustri ed i personaggi più insigni.

La meraviglia continua spostandosi in un più stretto spazio laterale, una sala ottagonale il cui soffitto molto alto è sfruttato per dare alloggio ad un'opera scultorea raffigurante un pentagramma srotolato, su una facciata ricoperto di note e su quella opposta impresso da alcuni versi tratti dall'opera "L'Orfeo" di Claudio Monteverdi, composta nel 1607, eseguita a Salisburgo nel 1614 e considerata la prima rappresentazione operistica messa in scena a nord delle Alpi. Anche in questa stanza le pareti sono stupendamente decorate con affreschi variopinti a tema naturale e classicista. Continuando la visita si raggiunge la Chinesische Zimmer (la Stanza Cinese), così chiamata in virtù della carta da parati a motivo asiatico che dal XVIII secolo ne riveste le pareti: al suo interno è istallato la ricostruzione di un antico mappamondo che rivela le parti di Mondo conosciuti all'epoca della costruzione della residenza. Una nota va spesa anche per la proiezione animata riprodotta in una delle stanze del complesso sul tema del Salzburger Fasnacht: il filmato racconta di come durante la propria reggenza l'arcivescovo Markus Sittikus von Hohenems volle istituire un festeggiamento particolare ed organizzato in ricorrenza del Carnevale, sulla falsariga di quello veneziano, con tanto di parate in maschera, giochi scherzosi e rappresentazioni farsesche. L'usanza andò poi perduta dopo la dipartita del suo ideatore, venendo addirittura sostituita da un divieto religioso a festeggiare la ricorrenza, dopotutto Salisburgo era una città a forte stampo spirituale ed ecclesiastico. Ma la concezione di questa celebrazione denota non poco del carattere multiforme di Markus Sittikus von Hohenems, personaggio capace della più austera severità ma anche occasionalmente della più svagata leggerezza. E non è questo l'unico esempio a sostegno di tale bipolare versatilità che si può trovare all'interno dello Schloss Hellbrunn. Proprio no!

Terminata la visita degli interni rivolgiamo la nostra attenzione ai giardini che circondano la residenza. Per entrarci bisogna acquistare un biglietto specifico che rispetto a quello che concede l'accesso ai agli ambienti interni dispone di un preciso orario di utilizzo: questo richiede la massima puntualità, all'ora stabilita occorre essere pronti di fronte al varco rivolto ai giardini, posizionato sul fondo di un cortile più piccolo posto sulla destra di quello principale. L'espediente serve ovviamente ad evitare affluenze contemporanee troppo numerose scaglionando quindi gli ingressi: il sito è in effetti piuttosto affollato ma distribuendo in questa maniera le ammissioni devo dire che la visita si è svolta piacevolmente senza calca o ressa. I circa 60 ettari di superficie sui quali si estende lo Schlosspark Hellbrunn devono essere stati una vera oasi di quiete per gli arcivescovi che si sono avvicendati come proprietari del sito nel corso dei secoli, ma questi meravigliosi giardini celano molto più di quello che si possa percepire ad un primo sguardo fugace. Lungo tutta la loro estensione sono infatti disseminati i Wasserspiele Hellbrunn, giochi d'acqua pensati per sorprendere gli illustri ed aristocratici ospiti che l'arcivescovo si trovava a ricevere presso la residenza. Il contrasto è evidente e davvero singolare: un contesto formale, elegante, composto e signorile scombinato improvvisamente da scherzi e burle, come un'ordinata capigliatura scompigliata da un ciuffo ribelle che rivela involontariamente il carattere faceto del personaggio a cui appartiene. E questo ciuffo ribelle appartiene prima di tutti a Markus Sittikus von Hohenems, non solo committente della costruzione della residenza ma anche ideatore propositivo dei Wasserspiele Hellbrunn. Qui si manifesta in tutta la sua magnifica contradditorietà il carattere di questa figura storica, un uomo capace di essere da un lato la più severa guida politica e religiosa, dall'altro il più spassoso dei compagni di divertimenti. Senza nulla togliere al valore del patrimonio architettonico della residenza nel suo insieme, in effetti sono proprio i Wasserspiele Hellbrunn a richiamare la grande massa di visitatori che giungono sul posto a visitare il complesso. Appena messo piede all'interno dello Schlosspark Hellbrunn, sulla destra incontriamo, sul fondo dello spazio occupato dai giardini, il primo degli arguti scherzi voluti dall'arcivescovo, probabilmente il più celebre ed anche il più insospettabile.

Il Fürstenstisch è un lungo tavolo di marmo affiancato da sedute in pietra e solcato al centro da una sorta di largo incavo dal quale poteva essere attinta in ogni momento acqua fresca. A guardarlo non si fatica ad immaginare nobildonne imbellettate e blasonati bellimbusti seduti accanto ad esso mentre consumano rilassati e ridenti prelibate pietanze e pregiate bevande servite in calidi di cristallo. A capotavola il padrone di casa, Markus Sittikus von Hohenems, silenzioso ed attento ad osservare con un certo sguardo curioso i propri commensali, un leggero sorriso sotto i baffi curati, lievemente proteso in avanti quasi in atteggiamento di attesa prossimo ad accadere ma che per tutti è un mistero impercettibile. Improvvisamente ecco lo scompiglio: da piccoli fori ricavati nella seduta degli sgabelli fuoriescono sottili getti d'acqua che inzuppano i costosi abiti degli ospiti, ed insieme ad essi il loro insigne fondoschiena. Poco più indietro, alcuni zampilli fuoriescono da apertura ricavate nel pavimento annaffiando la mensa e tutti coloro che vi sono sistemati. Solo una postazione rimane completamente asciutta, manco a dirla quella del padrone di casa. Circostanza che aggiunge ulteriore spasso alla situazione è legata all'etichetta dell'epoca, la quale prevedeva che per gli ospiti fosse possibile abbandonare la tavola alla quale era seduto l'arcivescovo solo a seguito di espressa richiesta e di permesso concordato. Questo piccolo spezzone di giardini racconta una storia, illustra una scena al pari del più eloquente e movimentato dei dipinti iperrealistici. Edotti dalla spiegazione di una delle numerose guide che presidiano ciascuno dei punti principali del parco attivando attraverso comandi e rubinetti i giochi d'acqua, alcuni dei visitatori sono invitati a sedersi al tavolo per diventare, una volta ancora, vittime del senso dell'umorismo di Markus Sittikus von Hohenems. E chi rimane maggiormente stupito e divertito dal gioco d'acqua non possono essere altri che i bambini, subito ingaggiati nel testare in prima persona lo scherzo, con buona pace dei genitori. Del resto, le calde temperature estive vengono largamente in aiuto. Vivamente consigliato però portare con sè un cambio d'abiti, soprattutto per i più piccoli. Abbandoniamo il Fürstenstisch ed il suo spazio chiuso da una balaustra a colonne sui lati e da una sorta di piccolo anfiteatro presidiato da minute sculture classiche sul fondo, per procedere la nostra visita dell'ampio spazio aperto che circonda la residenza. A breve distanza, percorrendo lo stretto sentiero che si snoda attraverso i giardini, incontriamo la Orpheusgrotte, una grotta artificiale dedicata al mito di Orfeo ed Euridice le cui statue campeggiano al centro del suo spazio insieme a quelle di uno stambecco, animale araldico scelto come simbolo di Markus Sittikus von Hohenems, di un leone, simbolo di Salisburgo, di un lupo e di un orso. L'autore del gruppo scultoreo è ignoto come anche l'artefice del mirabile allestimento della grotta, la cui superficie è composta da stalattiti create artificialmente con l'intento di ricreare un ambiente che ricalcasse fedelmente una disposizione naturale. Completa il quadro una piccola fontana posta di fronte alle due statue dei personaggi principali, composta dalla scultura di un altro stambecco dalla bocca del quale zampilla un getto d'acqua. La visita procede per raggiungere il cuore dei giardini, la loro parte centrale. All'interno dello spazio seminterrato dell'edificio principale della residenza si aprono gli ambienti delle Grossen Grotten, le grotte più grandi. Già dallo spiazzo che precede il loro ingresso si capisce già cosa aspettarsi nel visitarle: dal pavimento in pietra posto di fronte al portale alcuni getti d'acqua azionati da una guida al passaggio dei visitatori fuoriescono da piccole aperture infradiciando i passanti; come se non bastasse alcune getti d'acqua emergono anche da due sculture a forma di teste di cervo poste lungo la parete a lato del portale stesso. Quest'ultimo è curiosamente delimitato sui lati da semicolonne la cui base ha la forma scolpita di piedi umani. Nel venire sorpreso dagli scherzi d'acqua collocati in questo punto, in mezzo alle risa di chi mi circonda, scambio uno sguardo rassegnato e divertito con la guida che li ha azionati e penso che deve essere proprio questo il mestiere più divertente esistente al Mondo. "Ok, mi hai fregato!". Anche qui i bambini hanno pane per i loro denti: il divertimento è assicurato e se non ci fossero 38°C all'ombra sembrerebbe quasi Natale.

Penetrati nel seminterrato la prima stanza che ci accoglie è la Neptungrotte, una stanza dal soffitto vertiginosamente alto sul fondo della quale troneggia una statua raffigurante il dio Nettuno. Nonostante le sue dimensioni perimetrali non certo enormi, è questa la grotta più grande dell'intero complesso. E' riccamente decorata da preziosi stucchi alle pareti, figure scolpite di tritoni sui due lati e statue di aspetto classicista lungo le pareti nel punto più prossimo al portale d'accesso. Non possono ovviamente mancare le figure di stambecchi e leoni sparse sia alle pareti sia accanto alla sagoma di Nettuno. Il fondo è costituito da una parete di pietra grezza, accuratamente plasmata per sembrare una reale parete di pietra grezza, sormontata in alto da una enorme conchiglia scolpita. Alla base della statua raffigurante dio greco dei mari si colloca invece una bassa vasca nella quale si raccolgono i getti d'acqua emessi da piccole fontanelle. Ma l'elemento più curioso e celebre di questo complesso scultoreo è un altro: il Germaul è una grottesca maschera di rame dotata di orecchie enormi ed in grado di roteare ritmicamente gli occhi all'indietro, esporre la lingua in una sorta di ciclica smorfia irriverente, e spruzzando fiotti d'acqua dalle narici. A muovere questo volto di metallo, uno dei simboli più rappresentativi del sito, è un sapiente impianto idraulico, come del resto per tutti i giochi d'acqua presenti all'interno dei giardini: dietro questi scherzi fanciulleschi c'è infatti un sapiente e complicato per l'epoca in cui venne realizzato lavoro di progettazione ingegneristica. Non deve essere stato facile collegare, alimentare ed animare tutti i giochi d'acqua dislocati su una superficie così ampia, un'altra delle testimonianze indelebili della potenza non solo politica ma anche intellettuale del Principato Arcivescovile di Salisburgo.

Quella attualmente esposta all'interno della Neptungrotte è solo una copia del Germaul originale, custodito al sicuro dall'usura all'interno di una teca degli spazi espositivi interni dello Schloss Hellbrunn. Probabilmente la maschera rappresenta comunque un demone ed il suo nome farebbe riferimento al termine tedesco arcaico gern che si tradurrebbe letteralmente con la parola "avido", oppure meno verosimilmente richiamerebbe la lancia impugnata dalla statua di Nettuno attraverso il vetusto vocabolo germanico ger, "lancia". Sulla destra una porticina dà accesso alla Spiegelgrotte, che prende il proprio nome dai numerosi piccoli specchi incastonati nelle pareti, in mezzo ad eleganti stucchi decorativi e sotto ad un soffitto a volta delicatamente affrescato. Un'altra porticina dislocata sul fondo della sala conduce alla Vogelsanggrotte: qui è ospitato un bizzarro macchinario vecchio di 400 anni, alimentato da energia idraulica, in grado di imitare il canto di numerosi uccelli.

Il meccanismo è molto semplice ma altrettanto ingegnoso e si compone di mantici mossi da una ruota di legno. Sul versante opposto delle Neptungrotte si aprono invece le sale della Muschelgrotte, tempestata di conchiglie, e la Ruinengrotte, crepata, diroccata, cadente, la volta parzialmente crollata a lasciar intravedere l'assito di legno dei piani superiori. Ovviamente è ancora una volta tutta una messa in scena finalizzata a stupire e spaventare gli ospiti: non c'è nulla di precario al suo interno ma tutto è predisposto in modo verosimile per sembrarlo. Abbandoniamo le Grossen Grotten per uscire nuovamente all'aperto, ovviamente facendo attenzione a non incappare nuovamente negli scherzi d'acqua che ne presidiano l'ingresso. Proprio di fronte ad esso si posiziona una degli elementi più importanti contenuti all'interno dei giardini: la Sternweiherbrunnen è una fontana monumentale realizzata nel 1615 e decorata con una statua raffigurante Perseo affiancata da quelle allegoriche delle Quattro Stagioni. Questa sorgente si connette attualmente allo Sternweiher, un piccolo stagno dislocato davanti ad essa, ed anticamente alimentava anche la Residenzbrunnen nel centro di Salisburgo: un collegamento capace di coprire una distanza di ben 5km, per nulla scontato per le possibilità tecnologiche dell'epoca. La Sternweiherbrunnen è conosciuta anche con il nome alternativo Altempsbrunnen, conferitole anticamente in onore di Mark Sittich von Hohenems Altemps, zio cardinale dell'arcivescovo.

Accanto a questo complesso scultoreo sorge la Venusgrotte, dedicata all'omonima dea romana dell'amore. Qui, sui lati di uno stretto canale roccioso collegato ad un piccolo stagno circolare dislocato di fronte alla statua di Venere, le sculture di due tartarughe si affrontano gettando uno zampillo d'acqua l'una nella bocca dell'altra, senza possibilità di distinguere da quale delle due origini il getto. Al centro dello stagno si trova invece una piccola statua raffigurante Cupido, bendato ed ovviamente armato di arco e frecce. Il sentiero si addentra ulteriormente negli spazi dei giardini e nel tratto che supera la facciata posteriore dell'edificio principale della residenza viene affiancato da cinque bizzarre istallazioni: si tratta di teatrini ricavati in minute nicchie rocciose ed animati da figure lignee mosse dalla forza idraulica attraverso un geniale apparato meccanico. Le scene rappresentate sono quelle di un macinatore di caffè al lavoro, di Apollo che scortica vivo il satiro Marsia per aver superbamente sostenuto di essere un musicista migliore del dio del Sole, di Perseo che combatte un mostro marino per salvare Andromeda, di un mugnaio intento a macinare quella che sembra farina ed infine di un vasaio occupato presso la propria bottega. Sono il preludio ad un allestimento simile ma molto più grande, situato a lato del sentiero poco più avanti. Il Grossen Mecanisches Theater ricalca lo stesso principio ingegneristico e sfrutta la stessa energia ma possiede proporzioni ben più importanti: è popolato da 163 figure di legno, quasi tutte mobili ed azionate da una singola ruota idraulica, e riproduce la scena di una immaginaria città barocca animata dalle attività quotidiane tipiche dell'epoca della sua realizzazione, coincidente con il periodo compreso tra il 1749 ed il 1752, posteriore quindi rispetto alla costruzione dell'intero complesso residenziale. Il suo autore è Lorenz Rosenegger, di mestiere minatore, mentre l'organo idraulico a 200 canne di legno e metallo che accompagna musicalmente la rappresentazione, aggiunto solo nel 1753, porta la firma di Johann Ernst Eberlin, predecessore di Leopold Mozart alla carica di hofkapellmeister. La musica riprodotta oggi dal Grossen Mecanische Theater proviene invece dall'opera "Le Maçon" composta dal francese Daniel Auber nel 1825. Alcuni minuti per ammirare questo notevole congegno sono senza dubbio dovuti, anche a costo di rimanere vittima, ovviamente, degli immancabili scherzi acquatici che si riversano sugli spettatori seduti ad assistere ignari allo spettacolo.

Prima di terminare il percorso attraverso la porzione di parco dedicata ai Wasserspiele, prima di incrociare alcune grotte minori allineate lungo il sentiero e dedicate ad alcuni personaggi mitologici come la dea romana Diana, Mercurio ed ancora Nettuno, l'ultima fermata che merita di essere menzionata in modo più esteso è quella presso la Kronengrotte. Più che una grotta vera e propria questa sembra piuttosto una bassa casupola dotata di un piccolo portale quasi incrostato di pietra grezza. Al suo interno alle pareti di nuda roccia si alternano decori, stucchi e pavimenti elegantemente lastricati, ma soprattutto è impreziosito una particolarissima scultura costituita da una corona dorata che si alza e si abbassa magicamente dalla propria base, una sorta di masso abilmente abbozzato, sospinta da un sottile getto d'acqua verticale in un gioco di equilibrio perfetto che lascia davvero a bocca aperta. Il sontuoso copricapo, di forma conica fu collocato su questa inusuale installazione intorno al 1807 mentre in precedenza fu probabilmente parte di accessorio allegato alla scultura di un leone. Sul retro della grotta fa invece bella mostra di sè un pregevole gruppo scultoreo raffigurante, di nuovo, Apollo ed il satiro Marsia. Non pensate però di arrivare agilmente a godere del piccolo tesoro custodito dalla Kronengrotte dal momento che per raggiungere il suo portale dovrete attraversare un corto corridoio aperto ed ovviamente cosparso di simpatici fiotti d'acqua che dal fondo, lanciati attraverso piccoli fori, infradiciano il malcapitato passante sotto lo sguardi divertito dell'insospettabile guida posta a guardia della grotta, vero macchinatore del divertente scherzo. Circostanza curiosa: la realizzazione della Kronengrotte venne ultimata solo dopo la dipartita di Markus Sittikus von Hohenems, quindi dopo il 1619. Eccoci quindi giunti al termine di questo primo percorso, bagnati fin nelle ossa ma davvero soddisfatti per aver vissuto un'esperienza unica nel suo genere. Il sentiero disseminato delle trappole dei Wasserspiele termina con una cancellata di metallo. Superato questo punto si accede ad una porzione differente dello Schlosspark Hellbrunn, quella più ampia e sicuramente più tranquilla di un ampio giardino all'italiana, occupato nel centro da un vasto stagno artificiale, piatto e geometrico, e contornato da macchie arboree abilmente distribuite. Approfittiamo di alcune panchine di pietra per lasciarci asciugare i vestiti addosso dal caldo Sole di luglio. La vista coglie l'ultimo scorcio laterale dello Schloss Hellbrunn, colto quasi di sorpresa su un fianco occupato da una sorta di cupola di vetro, forse una veranda o una serra. All'angolo nordorientale di questo spazio stanno invece alcuni tavolini all'aperto appartenenti ad una piccola caffetteria, attigua al locale della biglietteria che proietta nuovamente, una volta attraversata, all'interno del cortile principale. Terminiamo la nostra visita consapevoli di aver assistito ad uno evento inimitabile ed estremamente raro, quello in cui la Storia smette per brevissimo tempo di essere cronaca seriosa e si concede un istante di eccezionale gioconda follia.

C'è un'altra escursione che non va mancata nei dintorni di Salisburgo. Per compierla occorre abbandonare la città e spingersi all'interno della Salzburger Becken, una conca naturale estesa per 45km dalla Baviera sudorientale alla parte settentrionale del Salisburghese, sul confine tra Austria e Germania: tale bacino montano si formò tra 320.000 anni fa e 115.000 anni fa dallo scioglimento dei ghiacciai che originariamente occupavano questa regione, complice l'attività tettonica che interessò questa zona, ed oggi costituisce in assoluto l'area alpina a più alta densità di popolazione. Partiamo dalla Salzburg Hauptbahnhof ed a bordo di un treno ci lasciamo alle spalle l'area urbana, godendoci via via che ci allontaniamo da Salisburgo il paesaggio di prati, boschi e colline proiettato dai finestrini del nostro convoglio. Il tragitto ferroviario, affiancato per buona parte dal nastro un po' opaco del Salzach, impiega poco meno di un'ora ed in capo a 17 fermate approda infine alla cittadina di Werfen. E' questa una località di modeste dimensioni, appena 3.000 abitanti circa, situata una quarantina di chilometri a sud rispetto a Salisburgo. E' attraversata dal Salzach e da questa circostanza deriverebbe il suo nome, comparso per la prima volta in documenti storici nel 1140: in riferimento alle acque del fiume che in questo tratto si fanno piuttosto tumultuose, l'appellativo proverrebbe dal termine tedesco arcaico werwe, traducibile con "vortice". A discapito dell'esigua estensione, fu in passato centro strategico per il commercio e per la difesa del territorio. Qui fu mantenuto in antichità uno dei mercati più antichi della regione, privilegio concesso alla cittadina fin dal 1425.

L'importanza strategica dal punto di vista militare è invece testimoniata dalla presenza sul posto, che non passa certo inosservata, del Festung Hohenwerfen, la fortezza locale. La vicenda di questo castello ricalca grossomodo quella già vista per il Festung Hohensalzburg, con differenti fasi costruttive susseguitesi nel corso dei secoli. Le sue origini si attestano tra il 1075 ed il 1078, periodo in cui conobbe il proprio primitivo processo costruttivo. A commissionarne la realizzazione fu l'arcivescovo di Salisburgo Gebhard von Helfenstein, il quale fu evidentemente molto affezionato al complesso tanto da accogliervi serenamente la morte nel 1088. Tale struttura, di cui oggi non rimane pressochè traccia fatta eccezione per scarsi frammenti murari, fu ovviamente notevolmente più piccola rispetto a quella attuale e comprendeva solamente un piccolo palazzo accompagnato ad una cappella religiosa e protetto da una cinta difensiva il cui diametro si aggirava intorno ai 35m. Passano pochi anni e nel 1127 l'arcivescovo Konrad von Abensberg ordina l'espansione della fortezza, commissionando la costruzione di un nuovo più ampio palazzo integrato nello spessore delle mura perimetrali e l'ampliamento della cappella. I lavori procedettero fino al 1142. Trascorrono quattro secoli durante i quali il Festung Hohenwerfen si elevò ad uno dei simboli più prestigiosi del Principato Arcivescovile di Salisburgo. Arriviamo al 1525, anno in cui contestualmente alla Salzburger Bauernkrieg il castello fu assalito dal popolo e dato alle fiamme. Durante la successiva immediata ricostruzione voluta dall'arcivescovo Matthäus Lang von Wellenburg la fortezza fu saggiamente dotata di strutture difensive rinforzate e di un nuovo bastione. Nel 1534 fu invece sulla scia della crescente minaccia turca che si decise di potenziare le mura esterne. Poco dopo, verso la metà del XVI secolo, la fortezza venne ristrutturato per ordine dell'arcivescovo Johann Jakob von Kuen-Belasy, opera che si avvalse ovviamente di maestranze italiane. Le prigioni del castello costituirono quello che dovette essere uno scomodo alloggio per Wolf Dietrich von Raitenau, il quale nel 1611, dopo l'arresto da parte delle autorità bavaresi, soggiornò forzatamente al suo interno per alcune settimane prima di essere trasferito per ilo resto della sua breve esistenza presso il Festung Hohensalzburg. Nuovi consolidamenti furono apportati alla struttura della fortezza nel corso del XVII secolo per volere di Parsi von Lodron. La funzione militare del castello si mantenne intatta fino al 1876, anno a partire dal quale il complesso perse la propria valenza prettamente difensiva, dopo che già dal 1803, a seguito del declino del Principato Arcivescovile di Salisburgo ed il conseguente temporaneo subentro dei bavaresi nel dominio su questi territori, la struttura conobbe un periodo di profonda trascuratezza. A restaurarlo tra il 1824 ed il 1833 fu l'arciduca Giovanni d'Asburgo-Lorena, fratello minore dell'imperatore Francesco II d'Asburgo-Lorena, con il fine di farne la propria residenza di caccia. Un altro esponente del casato asburgico, Eugenio d'Asbrugo-Teschen, arciduca d'Austria e cugino dell'imperatore Carlo I d'Asburgo-Lorena, rilevò la proprietà del Festung Hohenwerfen nel 1898 e la mantenne fino al 1938, collocandovi la propria residenza e custodendovi anche la propria inestimabile collezione di opere d'arte e di armi. In tale periodo, un nuovo incendio danneggiò gravemente la struttura del castello: la notte dell'8 gennaio 1931 le fiamme originate accidentalmente dai locali della biblioteca si propagò molto rapidamente all'ala orientale del complesso provocandone la distruzione. Anche la cappella venne intaccata dal rogo in modo notevole. Complice della distruzione provocata dal fuoco fu la difficoltà ad approvvigionare l'acqua necessaria a sedarlo, cosa che rese ovviamente le operazioni di spegnimenti piuttosto difficoltose: l'ampio dislivello tra la rocca che ospita il castello ed il fiume Salzach sul fondo della valle, unito al fatto che la cisterna di raccolta idrica presente all'interno del complesso fu svuotata pochi giorni prima per prevenire i danni dovuti al gelo invernale, nonchè al denso fumo che ridusse la visibilità e rese difficoltosa la respirazione, consentì ai vigili del fuoco di domare l'incendio solo il mattino successivo. Per riparare i danni Eugenio d'Asburgo-Teschen fu costretto a vendere parte dei propri beni. Gli ultimi passaggi inerenti la storia del Festung Hohenwerfen parlano di come sotto l'occupazione del III Reich fu utilizzato come sede per una scuola di formazione dedicata ad alti dirigenti nazisti, dopo il termine della II Guerra Mondiale ospitò un centro di addestramento per la gendarmeria federale austriaca e dal 1987 fu infine aperto al turismo. Il castello fu in epoca moderna utilizzato più volte come ambientazione cinematografica: oltre ad alcune scene del film "Tutti Insieme Appassionatamente" del 1965, qui furono girate buona parte delle sequenze della pellicola d'azione "Dove Osano le Aquile", regia di Brian Hutton, protagonisti Richard Burton e Clint Eastwood, uscito nelle sale nel 1968. Curiosamente nelle prime immagini di quest'ultimo film, ambientato durante la II Guerra Mondiale, compare un elicottero militare, fatto insolito e storicamente inesatto dal momento che questo tipo di velivolo non era disponibile nell'epoca in cui si svolge la trama, era invece ancora in fase di prototipo e pertanto non poteva essere certo utilizzato in ambito bellico. Altra opera cinematografica, questa volta a bandiera tedesca, inquadrata nella cornice del Festung Hohenwerfen è quella dal titolo "Kinderarzt Dr. Fröhlich", diretto da Kurt Nachmann, con protagonista il cantante Roy Black, uscito nelle sale nel 1971: il canovaccio è quello relativo alle vicissitudini di un giovane pediatra di nome Hannes Fröhlich impegnato in una sorta di colonia per bambini, ospitata per l'appunto negli ambienti del castello. Mi preme citare un'ultima vicenda legata a questo luogo, ed in particolare ad uno dei personaggi che lo abitò, seppure contro la propria volontà. La vicenda di Josef Steinwender appartiene alla realtà, non alla finzione cinematografica, anche se la narrazione ha davvero dell'incredibile: questo umile contadino proveniente dalla regione del Langau fu rinchiuso per ben 20 anni all'interno delle prigioni della fortezza a causa della propria fede religiosa protestante. Era stato incaricato dal parroco del proprio villaggio, in virtù di un'intelligenza acuta e di un livello di istruzione non comune rispetto alla sua bassa estrazione sociale, di catechizzare i popolani della zona. Dopo la scoperta del suo orientamento luterano, da lui ovviamente professato in modo segreto, venne arrestato nel 1760 e di conseguenza incarcerato a Werfen. Per tutelarsi dai continui interrogatori ed evitare quindi punizioni più severe, finse furbescamente di essere muto, cosa ben strana in considerazione dell'abilità oratoria mostrata in precedenza e che gli valse il reclutamento da parte del parroco. Ma tanto bastò per sfuggire alle insistenti domande degli creduloni inquirenti e così le cose procedettero per ben alcuni anni, periodo durante il quale il recluso non proferì stoicamente alcuna parola, atteggiamento che fu capace di mantenere anche in occasione delle visite private dei propri familiari. Con il tempo divenne quindi famoso come il "Prigioniero Muto", in tedesco "Stumme Gefangene". Affetto da una grave patologia cardiaca, non evase mai dalla detenzione ed anzi rimase per sua esplicita richiesta all'interno del Festung Hohenwerfen anche dopo la sua scarcerazione, decretata a causa delle sue precarie condizioni di salute nel 1780. Visse gli ultimi due anni della sua vita svolgendo nella fortezza la mansione di guardia carceraria. Morì il 5 ottobre 1782, non è dato sapere se riprese a parlare negli ultimi suoi anni da uomo libero.

Non disponiamo del tempo per visitare gli interni del castello e per cercare di comprendere cosa di essi abbia suscitato in Steinwender un attaccamento così stresso ai suoi ambienti. Ci dobbiamo accontentare, si fa per dire visto lo spettacolo stupendo che ci concede, di ammirarne da lontano l'involucro esterno, imponente e superbo, arroccato sul culmine di un'appuntita salienza montana alta circa 155m, sottile ed isolata, ricoperta di conifere ed avvolta da una tenue nebbia. Sembra quasi di osservare un piedistallo verdeggiante, circondato da una stanza le cui pareti sono fatte di montagne, sopra il quale è messo in mostra il più ricco dei gioielli. Usciti dalla stazione ferroviaria ci troviamo proiettati senza preavviso in questo favoloso scenario. Il Sole sembra latitare ma fortunatamente le nuvole che si ostinano ad occupare il cielo non sembrano voler portare pioggia. Ad attenderci sullo spiazzo è un piccolo minibus che accompagna, con partenze ad ad orari prestabiliti, i visitatori a quella che sarà la meta di questa nostra escursione. Il costo del biglietto per questo breve trasporto ammonta a 10€ per gli adulti ed a 8€ per i bambini, andata e ritorno. Troviamo facilmente posto sul minivan che in pochi minuti comincia il proprio viaggio: supera sul dorso di un ponte il Salzach, attraversa una brevissima porzione del centro abitato di Werfen (dove uno dei passeggeri ottiene incredibilmente una sosta non prevista per prelevare denaro ad un ATM, con sommo fastidio degli altri viaggiatori) e comincia una breve salita sopra una strada a tornanti lungo le pendici dei Tennengebirge, catena montuosa alpina che cinge a nordest il territorio di Werfen.

Ad accompagnare il tragitto in quest'ultima parte è appunto la vista meravigliosa sul Festung Hohenwerfen che svetta dal fondovalle, a lato della via, come uno spettatore curioso che voglia assistere alla nostra ascesa. La corsa dura suppergiù 5km e superato l'ultimo tornante il minibus ci scarica in quota all'interno di un ampio parcheggio. Da qui si procede a piedi su una salita di notevole pendenza, fortunatamente molto breve, in mezzo a due file di automobili parcheggiate, fino a raggiungere l'edificio del centro visitatori dell'Eisriesenwelt Werfen. Stiamo per esplorare le grotte di ghiaccio più celebri d'Austria, da molti considerate le più grandi del Mondo, difficile effettivamente non concordare con essi una volta terminato di visitarle: si estendono per una lunghezza complessiva di 42km, scavate nel massiccio roccioso del Tennengebirge dalla paziente ed inarrestabile azione erosiva dell'acqua. L'ambiente che configurano sembra di un altro pianeta, ricoperto di ghiaccio, modellato dal gelo, uno scenario incredibile che sembra appena uscito dal più avvincente dei romanzi d'avventura, capace di trasformare qualsiasi visitatore nel più intrepido dei pionieri. Questo immenso fascino è valso al sito nel 2009 la candidatura per essere annoverato tra le sette meraviglie naturali del Mondo, risultato che però non riuscì a conseguire attestandosi però tra i primi 80 posti. Ciò ovviamente non può svalutare il prestigio del luogo che ogni anno è visitato in media da circa 150.000 persone. Ed è da notare a tale proposito che le grotte possono essere aperte al pubblico solamente da inizio maggio fino alla fine di ottobre per ovvie ragioni climatiche e di sicurezza. Per raggiungerle occorre compiere una camminata del tutto fattibile anche con bambini al seguito (se i bimbi sono più piccoli di 4 anni è consigliato comunque l'uso del marsupio) distribuita su una distanza di poco meno di 1km ed un dislivello di circa 650m. Lungo il percorso non mancano comunque le agevolazioni. Ma ogni cosa a suo tempo! Il punto di partenza della camminata è il centro visitatori nei pressi del quale ci ha scaricato il minibus: all'interno di questo corto edificio di aspetto moderno e non privo di bellezza, con le sue forme appuntite e la struttura fatta in parte di legno, troviamo sulla sinistra una piccola rivendita di souvenir, sulla destra lo spazio deserto (è ancora mattina) di un contenuto ristorante e sul fondo la biglietteria. Gli ingressi sono scaglionati per orario ma l'attesa che ci tocca è davvero di pochissimo conto: abbiamo infatti sfruttato la possibilità di acquistare i biglietti online in anticipo conoscendo quindi preventivamente il nostro orario di accesso alle grotte, indicato in un arco di mezz'ora. Tale opzione consente inoltre di risparmiare qualcosa sul costo, i bambini sotto i 5 anni entrano gratis in ogni caso.

In breve oltrepassiamo i tornelli e superiamo il centro visitatori, una sorta di confine tra reale e fantastico visto quello che ci attende poco più avanti. Da qui si diparte un sentiero immerso nella macchia boschiva che in salita accompagna verso il punto di accesso delle grotte. Seguiamo la superficie sterrata della pista per poche centinaia di metri prima di incontrare un bivio: proseguendo sulla sinistra ci si mantiene sulla via scoperta e si procede lungo un percorso panoramico la cui veduta spazia sulla valle sottostante, piegando invece verso destra si imbocca una stretta galleria, umida e solo fiocamente illuminata, che taglia il tragitto su una distanza più breve. Complice il clima piuttosto nuvoloso che nasconde il paesaggio alla vista, scegliamo la seconda opzione, più rapida e diretta. Siamo impazienti di iniziare la nostra esplorazione delle grotte. Percorreremo invece la via panoramica sulla via del ritorno, invogliati dalla dissoluzione delle nubi e da un tempo più soleggiato Le due strade si ricongiungono poco più avanti lungo una breve porzione di camminamento coperta da una tettoia di cemento sostenuta da sottili colonne. Il sentiero avanza e più in là, coperte altri pochi metri, si impegna sopra uno stretto ponte di legno sospeso su un crepaccio. Da qui la vista sulla valle più in basso, in condizioni meteo favorevoli, appare davvero spettacolare. La distanza che ci separa dalla tappa successiva è altrettanto breve ed in pochi istanti, compiuto un acuto tornante, la pista ci proietta all'interno della stazione a valle di una cabinovia, preceduta da un piccolo punto ristoro munito di macchinette automatiche per la distribuzione di bevande confezionate e merendine. Anche in questo punto la scelta è duplice: i più arditi sceglieranno di continuare a piedi sullo stesso sentiero seguito fino a qui, i meno atletici (e soprattutto quelli con bimbi al seguito) decideranno invece di accorciare il l'itinerario servendosi della cabinovia, utile infrastruttura inaugurata ormai quasi settant'anni fa, nel 1955. Nel luglio del 2020 proprio questo punto fu protagonista della più grave tragedia capitata tra i confini dell'Eisriesenwelt Werfen: a causa delle violente piogge abbattutesi sulla regione, un pesante masso si staccò dalla parete rocciosa abbattendosi sulla funivia uccidendo un turista iracheno di 14 anni, giunto sul posto insieme alla famiglia per visitare le grotte. Dopo attenti lavori di manutenzione e messa in sicurezza, il complesso fu riaperto al pubblico poche settimane dopo, nell'agosto del 2020. Confidando nella perizia ingegneristica austriaca, ci affidiamo alla funivia per compiere la salita, del resto avevamo già ricompreso lo sfruttamento di questa agevolazione nel biglietto acquistato in anticipo, con ovvio conseguente incremento del suo prezzo. Il viaggio a bordo della cabinovia è veloce e confortevole, dura appena una manciata di minuti e non si rivela particolarmente affollato. Anche l'attesa alla stazione a valle prima della partenza risulta piuttosto breve. E non è sicuramente di sottovalutare il pregevole panorama che dalla posizione sopraelevata offerta dal tragitto della cabinovia si svela ai manifesta ai nostri occhi durante l'ascesa. Dunque, denaro speso bene! Approdati alla stazione a monte siamo ormai vicini all'imbocco delle caverne. Riprendiamo il cammino, compiamo un cortissimo passaggio in discesa che conduce all'edificio di un rifugio posto a lato della via, il Dr. Oedl Schutzhaus, dove in effetti non si mangia niente male. Qualità ancora più preziosa se si pensa che questo è l'unico luogo in cui trovare cibo caldo ed un ambiente accogliente lungo la via una volta superato il centro visitatori per iniziare l'escursione. Insomma una tappa obbligata. Ma onestamente non ci possiamo dire pentiti di esserci fermati presso i suoi locali a consumare il nostro pranzo. Un ottimo contributo è dato anche dal personale addetto al servizio ai tavoli, giovane e davvero gentile. Il nome del rifugio è tratto da quello di Friedrich Oedl, avvocato salisburghese che nel 1919 condusse alcune delle più importanti spedizioni esplorative nelle profondità delle grotte di ghiaccio dell'Eisriesenwelt Werfen. Ad esse si devono importanti lavori di deviazione delle acque che anticamente inondavano alcuni degli spazi del complesso, oltre alla prima documentazione fotografica prodotta con soggetto gli interni del caverne ghiacciate e le prime planimetrie disegnate del sito, queste ultime assemblate già nel 1920. Alla fine di quell'anno solo 18km dei 42km totali sui quali si estende il sistema sotterraneo risultavano conosciuti: ci vorranno ulteriori esplorazioni condotte fino al 1978 per completare la conoscenza del luogo. A supportare ed accompagnare Friedrich Oedl nella propria opera ricognitiva, tra gli altri, ci furono il fratello Franz Robert Oedl e Walter Czoernich. Proprio al periodo di queste spedizioni, vale a dire intorno agli anni '20 del XX secolo, risale la prima costruzione sul posto di un rifugio, precursore di quello attuale ed all'epoca denominato Forscherhüttl, successivamente ristrutturato nella forma odierna nel 1925 e ribattezzato con il nome dell'importante pioniere delle profondità rocciose di queste montagne. Lasciato alle spalle i rifugio, l'arrivo a destinazione è davvero prossimo. Il sentiero prosegue attraversando una piccola area boscosa per sbucare sul versante esposto della montagna. Da qui la pista, sempre sterrata, cinge il il fianco del massiccio del Tennengebirge ed in breve si infila nell'apertura di una galleria, questa volta più ampia e meglio illuminata, anche più ripida da percorrere, che accompagna il cammino per poche decine di metri.

Usciti nuovamente all'aria aperta si continua a camminare su un percorso che si fa sinuoso, segue le curve del rilievo montuoso, in parte protetto da porticati di cemento, e si snoda su alcuni stretti tornanti. Quest'ultimo tratto risulta certo più impegnativo, data la sua maggiore pendenza, ma le soste compiute lungo la sua estensione non solo hanno la finalità di concedere tregue alla fatica ma anche quella di consentire alcuni istanti per ammirare il fenomenale panorama che la posizione è in grado di offrire. In compagnia delle nuvole, sembra di osservare la valle sottostante come farebbero gli uccelli, oppure gli angeli. Si arriva così al portale di accesso delle grotte raggiungendo alla quota di 1.640m s.l.m. Questo varco altri non è che una grande apertura naturale scavata nella pietra, alta fino a 18m e larga fino a 20m, sul cui fondo modellato in grezzi gradoni rocciosi sono posizionate alcune sedute lignee, toppo poche per i numerosi visitatori giunti a visitare il complesso, accomodati qua e là dove la montagna lo consente in attesa che scocchi l'ora prestabilita per l'inizio della propria visita. Dove arriva l'uomo la Natura perde in parte la propria spontaneità, ma in questa sorta di anticamera ipogea tengono viva l'essenza primitiva del luogo alcuni falchetti dal piumaggio scuro che si aggirano sopra le teste dei turisti prendendo appiglio sulla roccia superiore del portale.

Attraverso questo portale, raggiungibile per mezzo di una corta scalinata, si oltrepassa il confine tra luce ed ombra: qui si trascorre l'attesa necessaria ad iniziare l'esplorazione dell'Eisriesenwetl Werfen. Gli accessi sono infatti suddivisi per orario, specificato sul biglietto d'ingresso. La visita è possibile in piccoli gruppi ed esclusivamente con l'accompagnamento di una guida fornita dal complesso. Per coprire il percorso turistico lungo circa 1km, pertanto solo una piccola parte dell'estensione complessiva delle grotte, sono richieste calzature comode, vestiti pesanti e soprattutto guanti ben caldi: sul tragitto sono distribuiti circa 700 scalini montati su un dislivello di circa 134m che conduce al punto più alto del percorso turistico situato a 1.775m s.l.m., la temperatura anche nei mesi estivi si mantiene molto bassa. L'escursione è fattibile per bambini in età da scuola primaria, per i più piccolini mi sento di consigliare un aiuto, è utilizzabile il marsupio, ovviamente è da evitare il passeggino L'intera visita richiede circa 70 minuti di tempo per essere portata a termine. Non sono consentite riprese video o fotografie con flash. Siamo finalmente pronti ad iniziare la nostra esplorazione. Ad accompagnarci sarà una guida che ci si presenta con il nome Steve, lunghi capelli corvini e volto dai tratti all'apparenza asiatici. Lo seguiamo in compagnia del nostro gruppo superando il vestibolo ed inoltrandoci nel buio delle grotte, scendendo alcuni scalini e raggiungendo una stretta porta di metallo: in questo brevissimo tragitto vengono consegnate ad alcuni dei visitatori alcune lampade a combustione che serviranno ad illuminare il cammino all'interno delle grotte. Negli ambienti sotterranei sono infatti vietate le luci artificiali e sono consentite solamente lanterne a carburo e luci al magnesio. La guida effettua lungo il percorso alcune fermate per illustrare le varie sale e la loro storia, con possibilità per i visitatori di scegliere prima dell'inizio della visita tra la lingua inglese e quella tedesca: ad ogni sosta la guida attiva con un accendino una sottilissima striscia metallica che al contatto con il fuoco sprigiona una scintilla, una sorta di lungo cordoncino di magnesio (simile a quegli stecchi pirotecnici che si accendono in famiglia a Capodanno) che spiega perfettamente il motivo per il quale il nostro Steve ha tutte le dita di una mano coperte da cerotti. Muniti di questi lumi che ci proiettano in un'atmosfera d'altri tempi, superiamo la porta metallica investiti da una fortissima corrente d'aria, capace di raggiungere una velocità fino a 100km/h, generata dalla differenza di temperature tra gli spazi interni delle grotte e l'ambiente esterno. Questo è comunque l'unico punto di ingresso disponibile per accedere ed uscire dal complesso, non ne esiste un altro. Oltrepassiamo l'ostacolo e siamo dentro, ci accingiamo a ripercorrere i passi dei pionieri che al tramonto di due secoli fa scandagliarono coraggiosamente questi luoghi ostili, dotati di pochi e semplici strumenti, senza mappe da seguire.

Le grotte erano originariamente solo conosciute a livello locale, nessuno si era mai spinto ad esplorare le loro profondità: la superstizione alimentava la convinzione che in queste profondità si aprisse la porta verso l'inferno. Il primo a compiere questa impresa fu nel 1879 Anton von Posselt-Csorich, il quale si spinse fino ai primi 200m di estensione del complesso sotterraneo, divenendo in questo modo ufficialmente lo scopritore del sito. La prima visita guidata di turisti all'interno delle grotte è di appena quaranta anni successiva rispetto a tale primitiva rivelazione: risale al 26 settembre 1920 ed appena una settimana più tardi, il 3 ottobre 1920, il sito venne formalmente inaugurato come attrazione turistica. A partire da tale data, l'Eisriesenwelt Werfen acquistò progressivamente e piuttosto rapidamente una discreta fama sia a livello nazionale sia a livello continentale, tanto che già nel 1921 venne realizzato il sentiero capace di rendere più facilmente accessibile da Werfen il portale di accesso alle caverne, opera completata però solo nel 1924. In precedenza in luogo era accessibile con estrema fatica scalando il versante della montagna, impresa che poteva richiedere fino ad un'intera giornata di sforzi. Quasi tre decenni dopo, nel 1953, fu infine allestita la via carraia, in origine sterrata e ad una sola corsia, che abbiamo percorso per arrivare dalla cittadina a valle fino al parcheggio antistante il centro visitatori.

Già dopo i primi passi all'interno del complesso sotterraneo facciamo la conoscenza con il dominatore assoluto delle grotte: il ghiaccio. La sua formazione all'interno degli spazi sotterranei è dovuta al cosiddetto effetto camino: nei mesi invernali le caverna accolgono masse d'aria freddissima che si spingono in profondità riempiendo ogni apertura presente all'interno della roccia montana; quest'ultima immagazzina il gelo trasportato dall'aria custodendolo fino alla primavera, quando con lo scioglimento delle nevi l'acqua si infiltra nel sottosuolo attraverso crepe e fenditure, raggiunge le grotte ed a contatto con la roccia si ghiaccia ricevendo da essa il freddo accumulato durante l'inverno. Il ghiaccio si mantiene anche durante l'estate, nonostante la temperatura all'interno del sistema ipogeo si alzi leggermente senza riuscire a superare praticamente mai la soglia degli 0°C, circostanza che comporta lo scioglimento in tale periodo di uno spessore di ghiaccio compreso tra i 5cm ed i 10cm appena, recuperato ampiamente l'inverno successivo con il riavvio del ciclo. In tale maniera il ghiaccio all'interno dell'Eisriesenwelt Werfen non si riduce complessivamente mai ma anzi si accresce continuamente seppur lentamente, uno dei pochi esempi di questi tipo in un Mondo minacciato dai cambiamenti climatici. La prima porzione del percorso si articola su ripidi scalini, molti ripidi scalini, se non fosse stato che ci trovavamo sottoterra sarebbe sembrato di dover salire al Paradiso. Lo spazio ampio della prima grotta, immerso nell'oscurità, ci è solo parzialmente rivelato dalle lampade che trasportiamo, la cui luce fatica a raggiungerne il fondo. Ai lati delle scalinate il ghiaccio ricopre interamente la pietra disegnando una particolare distesa liscia, chiara, baluginante, simile ad un'onda compatta montata sul profilo delle pareti rocciose ad addolcirne ed uniformarne gli spigoli. La prima fermata la compiamo al cospetto di una gigantesca colonna di ghiaccio alta ben 25m, una delle formazioni di questo genere più grandi presenti all'interno dell'intero complesso. E' in questo punto, di fronte all'imponente muro di ghiaccio che affianca le scalinate da noi percorse e chiamato molto evocativamente Grosser Eiswall, che fu costretta ad arrestarsi la prima spedizione esplorativa condotta all'interno delle grotte, quella di Anton von Posselt-Csorich: ad impedire l'avanzamento contribuì l'insormontabilità della ripida parete ghiacciata unita alla totale assenza di sentieri già predisposti ed alla scarsità di equipaggiamento. Questa prima area porta proprio il nome dello scopritore del complesso ed è pertanto nota come Posselthalle, mentre la colonna di ghiaccio che ospita è detta consequenzialmente Posseltturm. Portiamo a termine questo primo tratto di cammino, a mio parere il più faticoso dell'intera escursione, quello che copre la maggior parte (ben 120m) del dislivello complessivo, conquistando la sommità delle scalinate e raggiungendo un'ampia sala distribuita su una larga piattaforma ghiacciata.

In un angolo di questo spazio spicca una forma particolarissima modellata dal gelo: un massiccio di ghiaccio dotato di un'ampia cavita al centro e delimitato da alcune sottili stalattiti. La sagoma che mette in mostra sembra quasi quella di una cascata resa immobile dal freddo intenso, oppure di un sottile velo calato dall'alto. A chi le ha attribuito il nome deve invece essere sembrata più una sorta di castello di ghiaccio, dal momento che questa scultura naturale è nota con l'appellativo di Hymirburg in riferimento al personaggio mitologico norreno Hymir, gigante dalla forza sovrumana padre del dio della guerra Tyr. Il sentiero avanza all'interno di una sala più stretta e bassa rispetto a quella precedente, sopra una passerella di legno che obbliga il passo su un percorso predefinito e circondato da ghiaccio, ghiaccio e ancora ghiaccio. Una breve distanza ci separa dall'Eiselefant, una scultura di ghiaccio simile nella forma ad un elefante. Ad osservarla bene la sua sagoma, continuamente modellata da freddo, al nostro passaggio sembra assomigliare maggiormente ad una medusa. Il processo di formazione dei ghiacci è infatti un processo in continua evoluzione, mai fermo, sempre diverso e molteplice: la forma delle grotte che stiamo osservando durante la nostra visita è unica ed irripetibile, non sarà più la stessa l'inverno successivo e mai lo sarà più. A disegnare le forme dei ghiacci presenti all'interno delle grotte non è solo l'acqua ed il gelo ma anche il vento che penetrando la roccia segue i propri percorsi solcandone e creando incisioni sulla sua superficie. Le correnti d'aria trovano sempre una via di fuga ed è per questo che seguendo la direzione delle venature del ghiaccio si può ritrovare sempre la strada verso l'uscita. Continuiamo la camminata allineati lungo la passerella lignea, ben attenti a non dare fuoco ai vestiti di chi ci precede andandoci a sbattere con la lanterna in mano. Cosa che vi assicuro non essere proprio improbabile dal momento che è veramente difficile distogliere lo sguardo dall'ambiente quasi surreale che ci circonda.

Procediamo abbastanza in piano compiendo solo brevi salite su corte scalinate, nulla in confronto a quanto ci abbiamo conosciuto nella prima fase dell'itinerario. Sempre circondati completamente da ghiaccio, attraversiamo un largo corridoio che sembra ispirare qualcosa di sacro, forse per questo conosciuto come Mörkdom. In effetti questa parte del complesso accoglie qualcosa di davvero solenne: al suo interno è posata infatti la tomba di Alexander von Mörk, uno degli intrepidi esploratori che nel 1913 rivelarono porzioni fino ad allora sconosciute delle Eisriesenwelt Werfen, spingendosi ben oltre il punto raggiunto da Anton von Posselt-Csorich 34 anni prima. Ad accompagnarlo nell'impresa furono Erwin Augermayer ed Hermann Rihl, mentre un anno prima, nel 1912, era stato Benno Pehany ad effettuare insieme a lui un primo rapido giro di ricognizione nelle grotte. Il risultato fu ottenuto utilizzando i rudimentali strumenti che erano disponibili al tempo, più di un secolo fa, e scavando con essi dei gradini nello spessore del ghiaccio che rivestiva la Grosser Eiswall. Alexander von Mörk, fondatore tra l'altro della sezione speleologica salisburghese, fu anche autore di un'impresa davvero spericolata, folle, superando uno stretto passaggio all'epoca completamente sommerso dall'acqua per raggiungere parti inesplorate del sistema sotterraneo, equipaggiato solo con una tuta subacquea appositamente realizzata per l'operazione. Si devono proprio a lui molti dei nomi attribuiti alle formazioni di ghiaccio presenti nelle caverne, ispirati in buona parte alla tradizione norrena. Tra di essi troviamo quello di Huginn, il corvo messaggero di Odino, e quello di Frigg, consorte del dio vichingo. Stiamo parlando di un periodo storico in cui la scienza non aveva ancora apportato le comode innovazioni che conosciamo oggigiorno, questo tipo di esplorazioni erano condotte senza strumenti di misurazione e mappatura, senza dispositivi avanzati di sicurezza, a mani nude, procedendo poco più che a tentoni, andando per tentativi e spesso rimanendo sottoterra fino a due o anche tre giorni consecutivi, spesso per poi incontrare ostacoli insormontabili o vie impraticabili che costringevano a ritornare indietro e programmare nuovi tentativi. Per affrontare tali prove occorreva senza dubbio un'audacia fuori dal comune e tanto tanto sangue freddo. Tutte qualità che di certo non mancavano ad Alexander von Mörk e che però non gli evitarono di perire in trincea, negli scontri della I Guerra Mondiale, nel 1914, all'età di appena 27 anni. Dal 1925 la sua urna funeraria è custodita all'interno dell'Eisriesenwelt Werfen nella sala che porta il suo nome, il Mörkdom, sopra una sorta di altare, stranamente ricavato sopra il piccolo portale che conduce fuori dal Mörkdom, delimitato da una parete di fondo in muratura e contrassegnata da una lapide di marmo riportante il suo nome insieme all'anno di nascita e morte. Superata questo punto, penetriamo nell'ultimo ambiente disposto lungo il percorso turistico, l'Eispalast.

E' questa una sala molto profonda, buia, che possiamo visitare solo mantenendoci nella primissima sua porzione, fino a dove arriva la passerella di legno al cui tragitto dobbiamo attenerci. La nostra guida Steve abbandona il sentiero e si spinge sulla liscissima superficie di ghiaccio che ne riveste il pavimento come un'enorme pista di pattinaggio. Quando accende il proprio cordoncino luminescente la luce inonda lo spazio rivelandoci una vera meraviglia: uno spazio bellissimo nel quale la Natura mette in mostra tutta la propria innata eleganza, tanto da sembrare quasi una sala da ballo di qualche residenza aristocratica, spoglia ma sempre distinta, raffinata. In un angolo dello spazio, una propaggine ghiacciata si innalza dalla superficie verso la nuda volta rocciosa come una solitaria colonna scolpita. Tutto il quadro rasenta la perfezione di una romantica rappresentazione fiabesca. Da qui incominciamo la via del ritorno ripercorrendo per buona tratti la strada già coperta all'andata, in parte seguendo nuove deviazioni. In alcuni passaggi la parete di ghiaccio giunge molto prossima alla passerella ed è possibile toccarla e instaurare per un brevissimo istante una simbiosi con il freddo secolare che domina questi luoghi.

Così da vicino si percepisce benissimo le tonalità di colore cangiante del ghiaccio, variabile in decine di sfumature di azzurro: tale mutevolezza di tinta è dettata dal contenuto di polvere e pietrisco che il ghiaccio stesso ingloba nel suo processo di creazione. Si formano così linee nette che dividono la lastra ghiacciata in strati corrispondenti ai diversi periodi di formazione, un po' come i cerchi del tronco di un albero ne indica l'età. Nel ridiscendere le scalinate che ci riaccompagnano al punto di partenza scorgiamo sopra le nostre teste, nello spessore del soffitto del basso corridoio che stiamo percorrendo, alcuni gradini di legno fagocitati dal ghiaccio: è questo una testimonianza visibile del fatto che il sentiero che abbiamo percorso non è lo stesso del passato. Infatti cento anni fa le passerelle che abbiamo appena finito di seguire nel nostro itinerario turistico erano posizionate 10m più in basso rispetto alla collocazione attuale: il ghiaccio cambia ed il sentiero, inghiottito progressivamente e lentamente da esso, non può che cambiare a sua volta. Una riprova evidente, forse non tanto necessaria visto lo spettacolo magnificente a cui abbiamo appena assistito, della potenza inarrestabile ed inesorabile della Natura, messa a confronto con la nostra misera ed insignificante caducità di esseri umani.

Non solo giochi scherzi d'acqua e sculture di ghiaccio, i dintorni di Salisburgo offrono anche un'altra curiosissima attrazione, meta imperdibile per chi viaggia insieme a bambini. Da Mirabellpltaz, più precisamente dalla fermata collocata di fronte alla Andräkirche sull'altro versante della strada, prendiamo l'autobus numero 150 per raggiungere la nostra destinazione di giornata. Il meteo, tanto per cambiare, si preannuncia nuvoloso e le prime gocce di pioggia si riversano su di noi già mentre attendiamo l'arrivo del bus. Il non si rivela per nulla lungo, appena una trentina di chilometri che copriamo in circa quaranta minuti di viaggio. Dopo aver abbandonato l'area urbana di Salisburgo ed essersi arrampicata su alcuni comodi tornanti, la via procede sopra una sorta di altopiano affiancata da prati erbosi e da macchie boschive. Attraversiamo alcuni piccoli borghi facendo fermata ai margini di qualcuno di essi. Ci inoltriamo così all'interno del Salzkammergut, una regione culturale austriaca situata ad ovest del capoluogo, sul margine settentrionale delle Alpi. La sua superficie, distribuita su circa 1.100km², si estende tra gli stati federali dell'Alta Austria, della Stiria ed appunto del Land Salzburg. Il suo variegato paesaggio, composto principalmente da colline verdi e piccoli laghi, trae le proprie origini dal periodo paleolitico, mentre il suo nome testimonia l'importanza dell'estrazione e del commercio del sale che fu fondamentale storica attività produttiva anche di questa zona.

Facciamo appena in tempo a penetrare nel territorio di questa regione e subito dobbiamo fermarci. Abbiamo raggiunto il villaggio di Sankt Gilgen, insediamento di circa 3.800 abitanti situato sul confine occidentale del Salzkammergut. Ad accoglierci al nostro arrivo è una misera fermata dei bus dislocata al bordo della strada a rapida percorrenza che ha diretto finora il nostro itinerario. Continuiamo a piedi continuiamo, ci lasciamo alle spalle la banchina e superiamo l'edificio di una tavola calda poco distante dal nostro punto di approdo. La strada piega a destra e costeggia la moderna stazione di una funivia le cui cabine fanno la spola tra il villaggio e la vicina altura boscosa che chiude l'abitato ad ovest. Ci inoltriamo tra le vie di Sankt Gilgen attraversando il suo spazio residenziale. Dopo poche decine di metri di camminata attraverso viuzze strette tra sottili vicoli, raggiungiamo infine uno spiazzo aperto occupato da un prato erboso, un gradevole parco giochi per bambini ed una caffetteria con annessa gelateria defilata ad un bordo dello slargo. Il luogo, contornato da alberature, sarebbe sicuramente esposto alla luce solare nella sua porzione più centrale, quella occupata dal parchetto, se non fosse che le nuvole continuano a perseguitarci ormai regolarmente in quasi ogni giornata del nostro viaggio. I tempi di cui disponiamo sono estremamente tirati e non riusciamo così a fare sosta presso le giostrine che ovviamente provocano l'entusiasmo sia di Amelia sia di Lidia. Al margine orientale dello spiazzo sorge la piccola costruzione di una biglietteria che subito arrembiamo per acquistare velocemente i titoli di cui abbiamo bisogno per proseguire la nostra escursione. Oltre questa casupola si estende la grande distesa di un fluido blu ondoso del Wolfgangsee. E' questo il lago più vasto di tutto il Salisburghese con 10km di lunghezza massima, 2km di larghezza massima, circa 13km² di superficie ed una profondità massima di 114m. Originariamente e fino al X secolo questo specchio lacustre fu noto con l'appellativo Aebernsee, poi evoluto in Abersee, dal termine dialettale locale aper che si tradurrebbe letteralmente con "senza neve", in riferimento al fatto che in virtù di una posizione particolare che lo espone ad un clima piuttosto mite il lago non ghiaccia mai nemmeno in inverno. Secondo altre teorie il nome deriverebbe invece dalla parola celtica abria che indicherebbe genericamente la foce di un fiume, forse in richiamo ai numerosi corti corsi fluviali che si ricollegano al lago stesso. Questa antica denominazione rimase in uso fino al XIX secolo sebbene il Wolfgangsee avesse acquisito il proprio attuale appellativo già nel corso del XIV secolo, ereditandolo ovviamente da quello di San Volfango.

I biglietti che abbiamo acquistato ci permetto la navigazione a bordo di uno spazioso battello proprio sulle acque tranquille di questo lago. La navigazione di linea qui non è certo pratica di stampo moderno, ma nemmeno antichissima: ebbe principio nel 1873 con il viaggio inaugurale del battello a vapore Kaiser Franz Joseph I, lungo ben 33m. Fuori dalla biglietteria passiamo direttamente all'imbarcadero e saltiamo al volo sul traghetto in partenza, appartenente alla linea di navigazione Wolfgangsee Schifffart. Il viaggio si rivela piuttosto breve: il battello solca le acque piatte guadagnando lentamente il centro del lago. Da qui la vista si spinge ad abbracciare tutto intorno il panorama che circonda lo specchio lacustre, fatto di montagne e boschi, mentre le sagome del centro abitato di Sankt Gilgen si fanno via via sempre più piccole a mano a mano che ci si allontana dalla sua sponda. Scoraggiati dal cielo nuvoloso e dalle temperature tutt'altro che miti, non osiamo abbandonare la sala chiusa del traghetto per spingerci sul ponte scoperto, situato sul livello superiore, dove numerosi passeggeri sono seduti a sorseggiare birre o a consumare aperitivi serviti dal bar di bordo. Ma nonostante questo lo spostamento ci risulta abbastanza gradevole. Seduti ad un tavolo del salone interno, lasciamo scorrere il paesaggio e superate alcune brevi soste intermedie compiute dal traghetto presso moli apparentemente isolati, eccoci approdare finalmente alla nostra fermata.

La cittadina di Sankt Wolfgang im Salzkammergut condivide con il lago che ne bagna il margine meridionale l'origine del nome: entrambi derivano infatti da quello di San Volfango, monaco ed eremita che visse in queste aree e la cui esistenza, tramandata attraverso i secoli, detiene forse più note leggendarie che informazioni realisticamente circostanziate. Ad ogni modo la sua impronta sulla cultura dei luoghi che compongono la regione fu immenso, non solo in termini religiosi e folcloristici, ma anche in termini più prettamente materiali. Nativo della Svevia, San Volfango raggiunse infatti l'area del Salzkammergut dopo che intorno al 976 d.C. trovò rifugio all'interno di un monastero situato nei dintorni del Mondsee, piccolo lago posto poco meno di 5km a nord del Wolfgangsee. Ordinato sacerdote nel 962 d.C., nominato vescovo di Ratisbona pochi anni dopo, nel 972 d.C., intima conoscenza del duca Enrico II di Baviera e precettore di suo figlio Enrico IV di Baviera, futuro imperatore del Sacro Romano Impero, il desiderio di San Volfango era quello di ritirarsi in meditazione lontano dalla folla e dal rumore della corte, cosa che riuscì ad ottenere stabilendosi proprio nei pressi delle località salisburghesi che oggi portano, in molti casi, il suo nome. In vita, oltre che strenuo evangelizzatore, fu celebre costruttore di templi, opera che gli valse nel 1052 la canonizzazione per proclamazione da parte di papa Leone IX. Dopo la santificazione, i luoghi del Salkammergut che ne accolsero il ritiro ascetico divennero meta di pellegrinaggio battuta da moltissimi fedeli provenienti da tutto il continente europeo, circostanza che condusse alla nascita di nuovi centri abitati battezzati, appunto, con il nome del santo. Le visite pellegrine raggiunsero il proprio apice tra il XV secolo ed il XVI secolo, conoscendo in seguito un progressivo inesorabile declino a partire dal XVIII secolo soprattutto in conseguenza dell'abolizione del monastero sul Mondsee che aveva accolto il santo, avvenuta nel 1791.

Una vicenda in particolare collega San Volfango alla cittadina di Sankt Wolfgang im Salzkammergut, un racconto ricco di simbolismi e capace di racchiude tutte le caratteristiche di quello che dovette essere il suo carattere versatile e deciso. Si narra infatti che San Volfango, incontrando una fase di sconforto e di crisi interiore, decise di abbandonare il proprio rifugio presso il monastero sul Mondsee per iniziare un solitario vagabondaggio attraverso i boschi che popolano tutt'oggi l'area circostante, forse in cerca di ispirazione. Dopo aver girovagato per circa un anno senza una meta precisa, patendo la fame e subendo il freddo, si presentò a lui il diavolo con l'intento di alleviare le sue sofferenze per mezzo di lusinghe e tentazioni. Irato per aver ricevuto in risposta un secco rifiuto, il demonio scagliò contro il santo una pesante roccia nel tentativo di schiacciarlo, ma San Volfango prontamente si scansò evitando la pietra. Nel farlo si appoggiò con tutto il corpo, per sostenersi ed evitare di cadere, ad una parete rocciosa della montagna, imprimendo su di essa l'impronta della propria sagoma, con le gambe unite e le braccia allargate, in quella che sulla pietra apparve proprio come la forma di una croce. San Volfango colse il segno inviatogli da Dio, raccolse la propria ascia e da quel luogo la lanciò verso la valle sottostante: tale pratica non deve per nulla suonare bizzarra, va infatti detto che all'epoca era costume comune determinare confini e limiti con metodi rudimentali simili a questo. Sopra il sito in cui l'ascia atterrò, San Volfango decise di costruire una chiesa. Secondo altre narrazioni, San Volfango avrebbe scelto il sito dopo essersi prostrato sopra una roccia posizionata nei pressi del proprio eremo, disperato per avere dimenticato di sottoporsi al momento di preghiera domenicale, e dopo aver veduto una volta rialzatosi che le impronte delle proprie mani erano rimaste miracolosamente impresse nello spessore della pietra. Ad ogni modo l'impresa non dovette rivelarsi per nulla semplice per un prete sprovvisto di attrezzature e maestranze. Ad accorrergli in soccorso fu ancora una volta il diavolo che ci offrì di aiutarlo a costruire il tempio in cambio della prima anima che vi sarebbe entrata una volta conclusa l'opera. San Volfango questa volta accettò, ma dopo aver portato a termine la costruzione del tempio indusse a penetrarvi per primo un lupo, ovviamente con estremo disappunto del demonio che si vide così ingannato dall'astuzia del religioso. San Volfgango morirà pochi anni dopo il suo soggiorno nel Salzkammergut, nel 994 d.C., in Austria, durante una delle sue missioni di evangelizzazione. nel Fu proprio attorno a questa leggenda ed alla chiesa che ne è una dei protagonisti che si crede si venne a creare nei tempi a seguire l'insediamento di Sankt Wolfgang im Salzkammergut.

Il tempio in questione è quello che oggi si conosce con il nome di Pfarrkirche Sankt Wolfgang. Mantenendosi all'interno dei rigorosi confini storici, la prima menzione di questo edificio in documenti ufficiali si attesta nel 1183: all'epoca la chiesa sembra fosse alle dipendenze di un vicino monastero presso il Mondsee, proprio lo stesso frequentato anche da San Volfango. Seppure non confermata da dati ufficiali e verificati, ricollegando l'edificio alla vicenda che riconosce nel santo il suo costruttore, la data della sua primitiva realizzazione verrebbe da alcuni collocata intorno al 976 d.C. La struttura originaria fu successivamente sostituita da una più grande chiesa romanica che venne in seguito più volte rimaneggiata ed ampliata, l'ultima volta probabilmente nel1413. Poco più di un quarto di secolo più avanti, l'edificio fu gravemente danneggiato da un incendio e perse buona parte delle sue componenti, non però i tre preziosi portali che ne chiudono ancora oggi gli ingressi. Il tempio venne ricostruito a breve distanza di tempo sotto il patrocinio di Simon Reuchlin, abate del monastero sul Mondsee: la nuova costruzione sfoggiava una nuova veste gotica e si articolava su due navate. Essendo all'epoca la chiesa nota meta di pellegrinaggio, in occasione di questa ricostruzione si decise anche di stanziare sul posto una piccola comunità monastica votata all'accoglienza dei pellegrini e contestualmente a questa decisione venne creata all'interno della navata maggiore del tempio una sala di preghiera chiusa da un tramezzo e riservata esclusivamente ai monaci, successivamente smantellata verso la fine del XVII secolo. Nonostante le visite pellegrine siano drasticamente calate, la Pfarrkirche Sankt Wolfgang rimane ancora oggi un'attrazione ricercata da moltissimi turisti che la raggiungono per ammirarne i meravigliosi arredi e la bellissima struttura. A partire dal fatto che questa chiesa ospita ben due altari maggiori, talmente magnifici nelle fattezze da rendere difficile stabilire quale dei due sia quello principale. Quello più antico si erge come da regola davanti all'abside e fu realizzato da Michael Pacher nel 1481. Il più recente è invece posizionato piuttosto insolitamente più o meno nel mezzo della navata centrale e venne creato in stile barocco da Thomas Schwanthaler nel 1676. Nei piani originali, quest'ultimo altare doveva sostituire quello precedente che invece sarebbe dovuto essere destinato allo smantellamento, tuttavia Schwanthaler convinse l'abate che amministrava la chiesa a mantenere intatto quello esistente come forma di rispetto verso il lavoro del proprio predecessore. Da qui la strana collocazione dell'altare nuovo e la curiosa circostanza che vede la chiesa possedere due distinti altari maggiori.

L'idea di Schwanthaller fu senza dubbio lungimirante, basti pensare che quello custodito all'interno di questa chiesa risulta attualmente l'unico altare attribuito a Michael Pacher in buono stato di conservazione presente attualmente in tutto il Mondo. In secondo luogo, la Pfarrkirche Sankt Wolfgang detiene particolare importanza come luogo di culto in quanto sotto l'altare più moderno, quello composto da Schwanthaler nel XVII secolo, riposano i resti di San Volfango, obiettivo di pellegrinaggio ancora oggi da parte di un buon numero di fedeli. Lo stesso altare mette in mostra, oltre a 68 figure scolpite di angeli immersi in decorazioni dorate, anche una statua del santo risalente a circa il 1430, quindi precedente rispetto all'opera di Schwantaler, collocata all'interno di una nicchia, anch'essa attualmente come in passato oggetto di venerazione religiosa. Più in alto tra gli angeli spicca anche un rilievo scolpito ritraente sempre San Volfango, accompagnato come di consueto dalla miniatura di una chiesa e ovviamente da un'ascia. Notevoli sono anche le volte a crociera delle navate decorate con meravigliosi affreschi barocchi ed il pulpito composto da Meinrad Guggenbichler nel 1706.

Terzo elemento che eleva la Pfarrkirche Sankt Wolfgang ad importante luogo di venerazione è la cella eremitica, una sorta di piccolissima casupola di marmo rosso chiusa da una grata e contenente la roccia sopra la quale si crede fosse solito fare penitenza il santo, dislocata in un angola lateralmente rispetto alla navata principale. Tale struttura, inizialmente posizionata all'esterno, rimase inglobata nel perimetro della chiesa solo a partire dal 1713, anno in cui il tempio subì lavori di ristrutturazione ed ampliamento che condussero alla creazione di una nuova cappella rococò. La Pfarrkirche Sankt Wolfgang ci appare bellissima ancora prima di penetrarvi all'interno, collocata molto pittorescamente sul culmine di uno sperone roccioso innalzato a picco sopra le acque del Wolfgangsee. Per raggiungere il portale principale, rivolto verso il lago, occorre abbandonare la strada, imboccare una sorta di strettoia tra pareti di muratura e passare all'interno di una stretta galleria fornita di aperture rivolte verso la piatta distesa lacustre e più in là verso le montagne: poco più in basso scorgiamo un intrepido nuotatore intento a solcare le acque del lago nonostante le temperature tutt'altro che miti, stupendo anche la piccola Lidia che dalla nostra postazione grida allo sconosciuto personaggio "E' pazzo!". Al centro di questa galleria si apre proprio il portale, varcato il quale si giunge infine nella pancia della chiesa, un ambiente un po' buio ma allo stesso tempo anche magico, mistico nella penombra favorita dallo scarsa luce solare che caratterizza ormai con costanza le nostre giornate. Un'esperienza particolare ed un'occasione davvero vivida di toccare quasi con mano il messaggio trasmesso nei secoli da San Volfango.

Per raggiungere la Pfarrkirche Sankt Wolfgang basta compiere dall'imbarcadero una corta camminata, poco più di 600m, che dopo un breve tratto di strada sprovvista di marciapiede proietta sulla Markt, probabilmente la via più vivace, vissuta e distinta di Sankt Wolfgang im Salzkammergut. Nel percorrerla si incrociano numerosi negozi, ristoranti, alberghi e caffetterie, tra queste ultime merita una menzione il Kaffeewerkstatt, un ambiente caldo ed arredato con ricercata stranezza nel quale consumare una buona bevanda calda o fredda, oppure un'ottima cheesecake. Più o meno a metà della propria estensione questa via stretta e dritta compie una curvatura per evitare proprio la mole della Pfarrkirche Sankt Wolfgang, la cui abside sporge sul decorso della strada. In questo punto una breve corta scalinata permette di raggiungere la piattaforma rialzata sopra la quale sorge la chiesa e che accoglie in un angolo, ben visibile dalla Markt accanto al fianco settentrionale del tempio, la Pilgerbrunnen. E' questa una fontana in metallo, riparata sotto gli archi di un chiosco sorretto da colonne, realizzata nel 1515 da Lienhard Rännacher su disegno di Peter Müllich e commissione di Wolfgang Haber, abate del monastero sul Mondsee. La sua sommità, plasmata in forma di torre merlata, funge da piedistallo per una statua raffigurante ovviamente San Volfango, il pastorale in una mano ed una chiesa miniaturizzata nell'altra. La sua struttura, alta e sottile, sfoggia ricercatissime decorazioni scolpite in forme bucoliche e teste di fiere. L'acqua zampilla all'interno di una vasca circolare, sorretta sopra un piedistallo anch'esso finemente fregiato con forme allegoriche, da tubature affusolate e più in basso da quattro figure umanoidi nude ritratte nell'atto di urinare, umoristico contrasto con il tono solenne dell'opera. Lungo il bordo della vasca, inciso in eleganti caratteri gotici, è riportata la frase "Zu nuts und frumen der armen pihgrumb dye nit haben gelt umb wein, dye sollen pey dissem wasser freilich sein" (cioè "Per il bene e la prosperità dei poveri contadini che non hanno soldi per il vino, quest'acqua dovrebbe essere liberamente utilizzata"). La fontana completa debitamente il patrimonio che la città custodisce nel nome di San Volfango e non è possibile visitare la chiesa senza conoscere anche la Pilgerbrunnen.

Ripercorriamo a ritroso i nostri passi, ritorniamo all'imbarcadero presso il quale siamo stati depositati dal traghetto e da qui ci spostiamo verso direzione opposta. E' a brevissima distanza che troviamo ciò che contribuisce maggiormente alla notorietà, dentro e fuori dall'Austria, di Sankt Wolfgang im Salzkammergut. No, non sto facendo riferimento alla cinematografia, anche se nella prima metà del XX secolo fu proprio questa forma d'arte a fare la fortuna di questo piccolo centro abitato. Protagonista di questo inatteso successo fu la commedia teatrale del 1930 dal titolo "Im Weien Rössl", presentata in anteprima a Berlino su produzione del tedesco Erik Charell e con protagonisti Max Hansen e Camilla Spira, due nomi di assoluto grido tra gli attori di quegli anni. L'opera, di carattere musicale e costruita in tre atti, fu scritta da Ralph Benatzky, compisitore di origini ceche, su ispirazione di un'omonima commedia tedesca composta dal 1896 da Oskar Blumenthal e Gustav Kadelburg. A collegarla a Sankt Wolfgang im Salzkammergut è proprio la sua ambientazione, inserita all'interno di un allegro albergo, il cui nome richiama come anche il titolo dell'opera la figura di un cavallino bianco, situato proprio nel villaggio in questione. La trama si articola intorno alle vicende e soprattutto agli amori dei personaggi che la animano, arrivando a creare quell'atmosfera gioviale e spensierata tipica di questo genere di composizioni e capace di portare la commedia, e di conseguenza il luogo che ne costituisce lo scenario, alla celebrità continentale. Celebrità giunta incredibilmente a tale livello di grandezza che nel corso anni '30 del XX secolo fu necessario allestire appositamente un collegamento aereo tra la piccola località del Salzkammergut e la capitale tedesca per consentire alle stelle della cinematografia europea di raggiungere facilmente la cittadina sulle rive del Wolfgangsee, lungo le cui acque avvenivano gli atterraggi degli idrovolanti impiegati negli spostamenti. La fama di "Im Weien Rössl" proseguì fino al periodo di occupazione nazista, epoca in cui l'opera venne vietata a causa del fatto che alcuni suoi coautori erano ebrei, per poi riacquistare nuovo vigore nel 1960 quando furono messe in scena nuove edizioni in numerose città, tra cui anche Londra e New York, oltre alla realizzazione di un adattamento cinematografico diretto dal tedesco Werner Jacobs. Tuttavia oggi non è questa pellicola cinematografica, dissolta dal tempo negli annali artistici e patrimonio ormai solo di una piccola cerchia di appassionati cultori, ad alimentare la notorietà di Sankt Wolfgang im Salzkammergut. Essa trae invece vitalità da una speciale infrastruttura, unica per certi aspetti nel suo genere, anch'essa non più certo giovanissima ma ancora in grado di attirare migliaia di visitatori. La Schafbergbahn è una ferrovia a cremagliera a scartamento metrico che si snoda su un percorso di 5,8km tra l'abitato della cittadina e la cima del vicino monte Schafberg. Raggiunge un'altitudine massima di 1.190m s.l.m. procedendo su binari che raggiungono una pendenza massima del 25,5%, caratteristica ne fa la ferrovia a cremagliera più ripida d'Austria. Circola ogni giorno tra aprile ed ottobre compiendo viaggi regolari della durata di circa mezz'ora con partenze ogni 20 minuti. La trazione dei vagoni avviene esclusivamente tramite ruote dentate e la linea non è attualmente elettrificata ma utilizza ancora locomotive a carbone o a gasolio: queste ultime, rappresentate da prototipi costruiti tra il 1992 ed il 2020, sono impiegate oggi per la quasi totalità dei viaggi, mentre le due antiche locomotive a vapore residue, datate 1893 e 1894, vengono usate solamente in occasione di rievocazioni storiche. Dal 2006 la Schafbergbahn è gestita dalla Salzkammergutbahn, la società incaricata di amministrare la rete ferroviaria del Salzkammergut e le linee di traghetti sul Wolfgangsee, ma in origine le cose erano ben diverse. La corta ferrovia iniziò infatti ad esistere poco oltre la metà del XIX secolo, quando tra il 1862 ed il 1864 Wolfgang Grömmer costruì poco sotto la vetta del monte Schafberg un albergo che prese il nome di Hotel Schafbergspitze. La nuova struttura fin da subito richiamò sul posto numerosi ospiti e pertanto si rese necessario un collegamento comodo e veloce che trasportasse le persone dalla cittadina di Sankt Wolfgang im Salzkammergut a valle fino alla soglia dell'albergo. I primi progetti della linea ferroviaria pensata per assolvere a questo compito comparvero nel 1872, tuttavia i lavori non furono intrapresi nell'immediatezza a causa di impedimenti di esclusiva natura economica. Il piano venne ripreso solo nel 1890 e dopo una fase di costruzione che durò tre anni finalmente la Schafbergbahn potè essere inaugurata in data 1 agosto 1893. Ironia della sorte, meno di quindi anni più tardi, nel 1906, l'Hotel Schafbergspitze rimase distrutto in un violento incendio che ne colpì la struttura. Sopravvisse la ferrovia che nel 1932 fu ceduta in gestione all'Österreichisches Verkehrsbüro Aktiengesellschaft, ente turistico pubblico austriaco. A distanza di sei anni, nel 1938, durante il periodo di occupazione nazista, la linea passò alla Deutsche Reichsbahn ed in seguito, dopo il termine della II Guerra Mondiale, alla Österreichische Bundesbahnen, l'impresa austriaca di trasporto pubblico.

La stazione di partenza della Schafbergbahn si trova a brevissima distanza dal molo dell'imbarcadero e si raggiunge facilmente percorrendo il piacevole viale pedonale lungolago, dal fondo ghiaiato e riparato da alcuni alberi di betulla, che affianca la strada carraia. Non trascurate la piccola tavola calda che sorge di fronte all'ingresso della stazione, dalla parte opposta della via: qui è possibile trovare panini caldi da portare con sè nell'escursione. Del resto non è strettamente necessario portarsi appresso il pranzo al sacco: nel punto in cui si arresta l'ascesa del trenino sono infatti disponibili attività ristorative dove ottenere facilmente un pasto, ma potrebbero essere piuttosto affollate, l'attesa non proprio brevissima con il rischio magari di non trovare posto nel caso in cui non si sia prenotato con anticipo. Optiamo per i panini e con i nostri zaini profumati di formaggio e salumi, attraversiamo la strada e varchiamo la soglia della stazione di partenza della Schafbergbahn. Questo edificio venne completamente ricostruito a partire dal 2021, opera che comportò la demolizione della vecchia biglietteria e la realizzazione di un nuovo e più moderno fabbricato, inaugurato nel 2023 dopo la conclusione del lavori. Nello stesso periodo furono condotte opere di restauro anche sulla linea ferroviaria, in una prima fase tra il 2010 ed il 2013 e successivamente tra il 2018 ed appunto il 2023.

I biglietti per il viaggio in treno li avevamo già acquistati alla partenza da Sankt Gilgen includendoli in quelli validi per il traghetto, pertanto impieghiamo il tempo a nostra disposizione per visitare il piccolo negozio di souvenir collocato all'interno della stazione e soprattutto per ammirare la vetusta locomotiva a carbone, risalente al 1893 ed utilizzata correntemente fino al 1974, esposta in un angolo del salone principale. I nostri biglietti specificano un orario preciso e prestabilito per la partenza a bordo dei treni della Schafbergbahn, differentemente da quanto previsto per i traghetti che invece possono essere utilizzati per l'andate ed il ritorno ad orario libero. Sostiamo comunque per poco tempo all'interno della stazione, osservando il cielo plumbeo dalle vetrate che ne rivestono quasi interamente il perimetri, prima di salire a bordo del convoglio e cominciare l'ascesa. Gli scomparti si rivelano abbastanza stretti e decisamente affollati, ma ciò non vieta di cogliere dai finestrini i meravigliosi scorci di panorama aperti sulla valle che lentamente si allontana a mano a mano che il treno sale lungo i binari, in alcuni tratti con una pendenza percettibilmente e considerevolmente ripida. L'effetto è assolutamente divertente per i bambini che ricevono quasi l'impressione di essere a bordo di una giostra, con l'aggiunta di vedute splendide sul paesaggio.

Superata un'isolata fermata intermedia subito dopo aver attraversato una breve galleria, il convoglio termina la propria corsa presso la stazione a monte, molto meno articolata di quella a valle: qualche banchina scoperta, poche panchine ed una costruzione disposta a ponte sopra i binari all'interno della quale è ospitata una piccola sala d'aspetto. Poco oltre, uno spiazzo con fondo in ghiaia, fornito di alcune sedute a gradoni in legno e marcato da una strana e solitaria decorazione con la forma di un ingranaggio meccanico, concede una veduta bellissima sulla valle sottostante, occupata dalle acque azzurre del Wolfgangsee e chiusa sul fondo dalle montagne. Per godere di questo spettacolo ci viene concesso un tempo brevissimo visto che subito dopo il nostro arrivo il meteo decide ancora una volta di metterci lo zampino ed un freddo pungente, che non ci aspettavamo visto il periodo estivo nonostante l'arrivo in quota, accompagnato da una fotta nebbia e soprattutto da un vento gelido, comincia ad abbattersi sulle nostre impreparate teste.

Ci troviamo sul monte Schafberg, altura il cui punto più alto tocca i 1.783m s.l.m., non ci sono all'aperto punti in cui potersi riparare, l'unica possibilità di protezione è concessa dalle due strutture che si collocano poco più in alto rispetto alla stazione della Schafbergbahn, lungo la cresta della montagna. Il primo di essi è ovviamente l'Hotel Schafbergspitze, ricostruito dopo la distruzione degli inizi del '900: le sue sale ci appaiono però deserte e buie, scartiamo l'opzione e ci dirigiamo verso la seconda opportunità, l'unica rimanente. Percorsa una breve quanto ripida salita, rispetto alla stazione di arrivo una cinquantina di metri di dislivello resa ancora più faticosa dal vento intenso, proprio accanto all'albergo sorge un più piccolo ed indipendente rifugio, la Gaststätte Himmelspforte, presso la sala gremita del quale troviamo finalmente riparo. Rimpiangendo il fatto di non poter visitare i dintorni dello Schafberg, magari compiendo qualche piacevole seppur corta passeggiata lungo i suoi sentieri, trascorriamo le due ore successiva seduti ad un tavolo ad ammirare dalle finestre le nuvole che velocemente corrono all'esterno circondando la vetta dell'altura sopra la quale ci troviamo, assaporando uno Strudel di mediocre qualità (la torta al cioccolato era terminata!) e soprattutto sopportando comunque il gelo che a folate entra dalla porta d'ingresso del rifugio sbadatamente lasciata aperta dal numeroso viavai di incuranti avventori. Rinunciamo a consumare altre pietanze per evitare di recarci una volta di più all'esterno per comunicare il nostro ordine presso uno sportello situato fuori dalla sala del rifugio.

Terminato il tempo a nostra disposizione, facciamo ritorno alla stazione del treno, sostiamo per qualche minuti all'interno della sala d'aspetto e finalmente ci mettiamo in coda per risalire sul convoglio. Siamo costretti a sgomitare nella calca di persone, molte delle quali apparentemente asiatiche, per prendere posto sui sedili, nonostante la presenza al nostro seguito di due bambine che avrebbe dovuto ragionevolmente scoraggiare i più spregiudicati a superarci per arrivare prima alla conclusione della fila. Riusciamo comunque a prendere la via del ritorno a bordo del treno proprio appena prima che dal cielo cominci a calare una pioggia fine e battente. Nonostante le condizioni atmosferiche impietose, l'escursione è valsa comunque la fatica di essere compiuta: del resto, come si suol dire, non tutte le ciambelle escono con il buco, ma sempre ciambelle sono. Vista l'esperienza compiuta mi sento però autorizzato ad avanzare un semplice consiglio: meglio sempre consultare lo schermo esposto all'interno della stazione a valle collegato con una telecamera posizionata all'aperto sulla cima dello Schafberg, di modo da poter controllare le condizioni metereologiche in vetta e valutare ponderatamente le possibilità di compiere l'ascesa, nonostante certo, come si sa, il tempo in altura può cambiare comunque molto velocemente. In questa escursione abbiamo lasciato un frammento di ricordo, piacevole anche se non perfetto, ed a riconferma della sfortuna che ha accompagnato questa nostra giornata perdiamo per un soffio la partenza del traghetto di ritorno, rimanendo costretti ad attendere quello successivo. E non è l'unica cosa che abbiamo perso: l'inestimabile zainetti pieno di giochi di Amelia e della fotocamera con la quale ha scattato le sue prime fotografie di viaggio è rimasto sul sedile del vagone della Schaffergbahn. Non ce ne siamo accorti che già avviati al ritorno a bordo del traghetto che ci stava riportando al punto di partenza lungo le acque del Wolfgangsee. Ma neanche questo può rovinare il nostro prezioso ricordo: l'efficientissimo servizio clienti della ferrovia, contattato via posta elettronica, ci rispedirà lo zainetto, completo del suo intatto contenuto, il giorno successivo presso la portineria del nostro albergo. Rifiutando ogni costo a rimborso per le spese di spedizione.

E' arrivato il momento di abbandonare il nostro campo base di Salisburgo per spostarci un po' più a sud, verso una nuova meta tutta da scoprire. Lo spostamento non è a dire il vero dei più onerosi, appena una settantina di chilometri in linea d'aria che copriamo in circa un'ora e mezza di treno. Il viaggio ci accompagna ad attraversare il paesaggio montuoso e verdeggiante del Salisburghese (in tedesco Land Salzburg), lo stato federale austriaco con capoluogo appunto Salisburgo: riconosciuto ufficialmente come entità geografica fin dal 1848, dal 1861 di una propria istituzione parlamentare legislativa (antesignana dell'attuale governo statale) per concessione dell'imperatore Francesco Giuseppe I d'Asburgo-Lorena, si estende oggi su una superficie di 7.154km². E' suddiviso in cinque distretti chiamati gaue, i quali non ricomprendono Salisburgo che costituisce invece entità territoriale a sè stante. Tra di essi ci stiamo spingendo all'interno del Pinzgau, quello più orientale ed anche quello più grande, con ben 2.641km² di estensione. Quest'area fu abitata fin dai tempi antichissimi, si pensa fin dal II secolo a.C., dalla tribù celtica degli ambisonti, successivamente sottomessi dai romani. Il nome della distretto trae invece origine dall'epoca medievale. Il centro amministrativo del Pinzgau è collocato presso una piccola ed amena cittadina che costituisce proprio la prossima meta del nostro itinerario, il nuovo campo base presso cui ci stabiliremo per esplorarne i dintorni. Zell am See conta appena 10.000 abitanti ma a discapito delle sue dimensioni contenute rappresenta una meta turistica di caratura internazionale, conosciutissima e ricercatissima, molto frequentata in estate per il clima mite così come in inverno detiene lo scettro di una delle località sciistiche più importanti d'Austria. A leggere la storia di questa minuto centro abitato c'è da rimanere di certo stupiti: nelle sue trame si intrecciano i fili del dramma, della passione, dell'azione clandestina, a volte della tragedia, eventi avvicendati con una rapidità ed un'intensità proprie di una popolazione tenace e resiliente. L'area fu frequentata fin dall'epoca celtica, successivamente in epoca romana venne calata su un'importante via commerciale diretta verso oriente. Il primo insediamento sul posto è menzionato in documenti storici del 788 d.C. con il nome latinizzato di Cella in Bisontio: in tale periodo sul sito venne probabilmente fondato un piccolo monastero, da cui deriverebbe l'appellativo della località, ad opera forse di esponenti della nobiltà bavarese, complesso oggi completamente andato perduto. Solo in epoca medievale acquisì l'appellativo Zell attraverso l'abbreviazione Cell; l'evoluzione in Zell im Pinzgau è molto più tardiva e l'attuale denominazione Zell am See risale solo agli inizi del XIX secolo. Prima di tutto occorre precisare che la cittadina che venne a crearsi sul primitivo insediamento dell'VIII secolo, non essendo nei secoli mai stata cinta da una cerchia muraria, cercò sempre di mantenersi il più possibile lontana dai conflitti: ne è una prova il fatto che durante la Salzburger Bauernkrieg del 1525 la sua popolazione si sottomise senza combattere alle truppe della Lega Sveva, guidata dagli Asburgo. Ma non sempre, anzi a dire il vero quasi mai, le cose andarono sempre per questo verso. Durante il periodo della caccia allo "Zaubererjackl" della seconda metà del XVII secolo, anche gli abitanti di Zell am See si diedero da fare per apportare il proprio contributo e nel 1682 giustiziarono un giovane ragazzo accusato di stregoneria. Nel 1731 fu invece il turno dei protestanti e gli abitanti di ben sei fattorie nei dintorni della cittadina furono allontanati con la forza dalle loro case dopo essere stati additati come miscredenti. Una settantina di anni più tardi, nel 1800, la località decise insieme ai villaggi limitrofi di formare un fronte di resistenza da opporre all'avanzata delle truppe francesi guidate da Napoleone Bonaparte: proposito nobile ma per nulla efficace dal momento che i transalpini riuscirono comunque a conquistare il territorio e come castigo per la manifesta combattività sottoposero la popolazione a pesanti tassazioni ed indennizzi economici. Dopo il declino del Principato Arcivescovile di Salisburgo ed il passaggio della regione sotto il vessillo asburgico, uno degli amministratori più importanti della storia di Zell am See, Josef Salzmann, ottenne che la cittadina assumesse il ruolo di centro amministrativo distrettuale, investitura tutt'oggi in vigore. Oltre a ciò, Salzmann riuscì nell'impresa anche di far passare il tracciato della ferrovia di collegamento tra il Tirolo e Salisburgo, allora in fase di realizzazione, dal centro abitato da lui governato: l'infrastruttura, inaugurata nel 1875, segnò una tappa fondamentale nell'ascesa della località ad importante meta del turismo continentale. Seguì un importante periodo di sviluppo urbanistico che portò, tra il 1876 ed il 1898, alla costruzione di numerosi alberghi e strutture ricettive. L'inizio della I Guerra Mondiale frenò bruscamente questa florida fase di sviluppo: in questi anni nell'abitato vennero addirittura allestito un ospedale militare per l'accoglienza di soldati feriti e dei tubercolotici. Come si dice, dalle stelle alle stalle in una frazione di secondo. La cittadina faticò non poco a riprendersi da questa violenta battuta d'arresto ed andò incontro, nel periodo immediatamente successivo al conflitto, a decenni di miseria che condussero ad una situazione del tutto paragonabile ad una insidiosissima polveriera sociale. La scintilla che la fece esplodere si scaturì negli anni '30 del XX secolo, quando in città scoppiarono sommosse e tumulti che nel 1933 costrinsero le autorità a schierare sul posto l'esercito per garantire il mantenimento dell'ordine pubblico. Gli eventi storici non vennero sicuramente in aiuto e la stabilità ristabilita solo nel 1936 venne nuovamente scossa due anni più tardi, nel 1938, a seguito dell'Anschluss nazista: Zell am See fu sottomessa al governo dittatoriale di esponenti politici vicini all'NSDAP, l'economia di guerra instaurata dopo lo scoppio della II Guerra Mondiale mise ancora una volta in ginocchio la popolazione, 1.500 abitanti furono forzatamente arruolati ed inviati al fronte, 183 di essi morirono in battaglia o finirono dispersi. Unica nota positiva, la cittadina venne completamente risparmiata dai bombardamenti aerei degli Alleati. Numerose furono le persone residenti che vennero deportate in campi di concentramento, molte delle quali con l'accusa di aver manifestato ostilità verso il regime nazista. Tra di questo genere di perseguitati ci fu anche Andreas Kronewitter, impiegato presso le ferrovie, giustiziato sul posto nel 1944 per aver diffuso alcune lettere ricevute dal figlio impegnato al fronte, il cui contenuto venne evidentemente considerato pericolosamente contrario alla propaganda falsamente roboante diffusa a piene mani dall'NSDAP. Ormai con la fine della guerra alle porte, l'agonizzante regime nazista dislocò alcuni reparti dell'esercito tedesco in ritirata presso alcune località della zona, tra le quali Zell am See. A questi soldati allo sbando si unirono numerosi profughi in fuga dalle aree orientali di Austria e Germania. Vennero allestiti ospedali nei principali alberghi e nelle locande più grandi, furono ricavati alloggi di fortuna in baracche provvisorie. E' difficile immaginare cosa diventò in quegli anni la cittadina, a quali sofferenze e tensioni furono sottoposti i suoi abitanti. Il momento della rinascita coincide con l'arrivo degli americani, datato 8 maggio 1945, il giorno prima della dichiarazione di resa assoluta da parte dello stato maggiore dell'esercito tedesco. Da qui in avanti Zell am See riprende il proprio sviluppo interrotto una trentina di anni prima, maturando nei decenni successivi nella località ordinata, tranquilla ed aperta al turismo che conosciamo oggigiorno.

Il nostro convoglio ferroviario ci scarica presso la stazione ferroviaria dislocata all'estremità orientale del centro abitato. Da qui il passo è breve ed attraversata la strada ci troviamo subito sulla Bahnhofstrasse, un largo viale pedonale affiancato da numerosi negozi e tavole calde, una sorta di via mondana frequentata assiduamente soprattutto da turisti vogliosi di spendersi in compere ed acquisti. La via costituisce anche una sorta di rampa di lancio rivolta direttamente verso lo Zeller Altstadt, il centro storico. Completamente chiuso al traffico a partire dal 1973, questa porzione di città, la più pregiata, ricca di significati e di bellezza, in coerenza con la cronaca riportata dalla località nella sua interezza, sfoggia una storia altrettanto tempestosa. E mai termine fu più appropriato, dal momento che le sue sventure sono collegate principalmente all'acqua: la sua superficie venne nel tempo ripetutamente coperta da inondazioni di cui si ha prima notizia nel 1588, poi ancora nel 1598, nel 1632 ed infine nell'estate del 1737. L'alluvione più recente risale al 1966 e fu causata da ingenti piogge. Oggi comunque lo Zeller Altstadt ci appare composto ed azzimato come il resto della cittadina.

Giusto al termine della Bahnhofstrasse raggiungiamo il cuore pulsante del centro storico: la Stadtplatz è la piazza principale dell'intero abitato. Piccola, raccolta, è contenuta in un perimetro disegnato interamente dalle facciate dei palazzi che vi si sporgono. Tra di essi spicca una pasticceria dall'aspetto tradizionale, il Cafè Konditorei Mosshammer, fornito di tavolini all'aperto disposti lungo una terrazza rialzata e sullo spicchio di piazza antistante la soglia: qui vengono serviti gelati ciclopici oltre a praline delicate. A breve distanza, in un angolo della piazza, sorge un grosso negozio di souvenir, sempre affollatissimo. Ma l'elemento che identifica maggiormente la Stadtplatz è sicuramente la Stadtbrunnen, una piccola fontana che occupa grossomodo il centro dello spiazzo. Anticamente la piazza era attraversata da un sottile ruscello, oggi scomparso, e la presenza di un pozzo in questo luogo, la cui struttura originariamente doveva essere in legno, è sicuramente precedente al XIX secolo, dal momento che è documentato il fatto che nel 1840 venne aggiornato con l'aggiunta di una statua mariana. Nel 1855 l'arcivescovo Wolf Dietrich von Raitenau concesse in feudo alla cittadina l'utilizzo della sorgente per l'approvvigionamento idrico. Trent'anni più avanti, nel 1885, il possesso della sorgente fu rilevato dall'amministrazione cittadina. Poco dopo, nel 1894, il pozzo fu demolito, contestualmente alla realizzazione delle prime condutture per la distribuzione dell'acqua nelle abitazioni: in questa fase venne posizionata al centro della piazza una piccola stazione metereologica. Una nuova fontana in marmo venne ricostruita sul posto nel 1954. La scultura fu oggetto di vandalismo nel 2014, quando un giovane ubriaco la danneggiò nottetempo abbattendo la colonna centrale e fracassando al suolo la statua di un angelo che ne abbelliva la struttura. In seguito la fontana venne ricostruita ed oggi ci appare nella sua foggia moderna, dotata di una vasca esagonale al centro della quale si erge una corta colonna scolpita, sormontata sulla cima da una statua raffigurante un fanciullo ritratto nell'atto di stringere un pesce tra le mani e sotto le gambe. Circa a metà della colonna, lungo ciascuna delle sue facciate, l'acqua zampilla nel bacino da alcune sottili tubature in metallo. Intorno alla fontana si posizionano alcune panchine di legno ombreggiate da un piccolo tiglio, piantumato nel 1974. A brevissima distanza, lungo la parete di fondo della piazza, accanto alla soglia del negozio di souvenir, si trova una piccola nicchia, chiusa da una grata, contenente una statua plasmata sull'immagine di San Giovanni Nepomuceno. La cittadina è però legata alla figura di un altro santo martire, elevato a suo emblema tanto da essere raffigurato anche nel suo stemma araldico: sullo scudo cittadino campeggia la sagoma di Sant'Ippolito, chiusa un un'armatura di metallo ammantata di un panno rosso, in una mano un vessillo crociato e nell'altra la spada, la testa coronata. Questo personaggio fu importante autore del primo cristianesimo, morto martire nel 235 d.C. dopo essere stato arrestato mentre celebrava messa, legato per i piedi a dei cavalli e trascinato da essi. E' il patrono della città ma anche quello della chiesa locale, la Stadtpfarrkirche Sankt Hippollyt, dislocata all'angolo sudorientale della Stadtpltaz sullo spiazzo della quale si affaccia il suo portale principale.

Questo tempio affonda le proprie radici nel X secolo, seppure della struttura di questo periodo non si sia conservata che la cripta, riportata alla luce a seguito di indagini archeologiche condotte tra il 1972 ed il 1975 dopo essere stata abbandonata e riempita per lungo tempo a partire dal XIII secolo. Nella stessa epoca il tempio fu profondamente rimaneggiato in stile gotico, probabilmente a seguito dei danni riportati in un incendio. Già prima di allora tuttavia, agli inizi del XII secolo, la chiesa originaria era stata demolita e completamente ricostruita in tre navate. La stessa disposizione permane nella struttura attuale. La forma esteriore della Stadtpfarrkirche Sankt Hippollyt come appare oggigiorno non può che essere descritta come compatta, severa, fredda, forse persino arcigna, rivestita com'è di blocchi di conglomerato. Pochi sono i decori, i fregi, gli ornamenti, solo pietra liscia e ruvida.

La facciata è interamente occupata dalla mole massiccia della torre campanaria, alta 36m, dotata di orologi su tre dei quattro lati e ricoperta da un tetto a due falde con timpano a gradoni: la sua costruzione risale al XV secolo, si ritiene intorno al 1450, mentre l'ultimo restauro è recentissimo e si attesta tra il 2012 ed il 2013. All'interno, a risaltare per prima è galleria disposta sopra l'ingresso principale, tanto pregevole nella fattezza da essere considerata da molti l'elemento architettonico antico più importante di tutto il Pinzgau: creata nel 1514, è fornita di un bellissimo parapetto traforato e poggia su colonne di marmo dai profili finemente scolpiti che sostengono una stupenda volta a traliccio. Impreziosiscono ulteriormente la struttura della galleria due statue ritraenti Sant'Ippolito e San Floriano, del 1520 ed attribuite ad Andreas Lackner.

Notevoli sono anche gli affreschi che abbelliscono le pareti interne del tempio, risalenti ad un periodo compreso tra il XIV secolo ed il XVII secolo, riportati alla luce solo recentemente a seguito del restauro che la chiesa subì tra il 1972 ed il 1975. In occasione di questi ultimi lavori di conservazione fu rinvenuta negli scavi anche un'antichissima pietra scolpita di epoca celtica che si ritiene sia stata incorporata nelle fondamenta della chiesa come simbolo di vittoria del cristianesimo sul paganesimo e che farebbe altresì pensare che sul sito sia esistito in passato un luogo di culto idolatrico. Le vetrate alle spalle dell'abside datano 1899. L'organo, disposto sopra la galleria, è del 1981. L'altare maggiore, in stile neogotico, è invece del 1904: a realizzarlo fu Josef Bachlechner, riporta in rilievo la scena dell'Ultima Cena ed è presidiato sui due lati del tabernacolo dalle statue di San Ruperto di Salisburgo e di San Virgilio di Salisburgo, risalenti entrambe al 1480. A sovrastare la soglia del presbiterio è un grande crocifisso. Al principio dell'altare, in un angolo, si staglia invece la statua di Sant'Ippolito, con tanto di armatura e lancia stretta in un pugno.

Ancora più a lato, al fondo della navata destra, è accolto un altare mariano dalle bellissime forme dorate: i suoi profili affilati ed appuntiti tradiscono lo stile neogotico e la sua realizzazione risale ad un lasso di tempo compreso tra il 1898 ed il 1904, periodo in cui l'intera chiesa subì lavori di restauro. Al centro dell'altare si posiziona una statua con soggetto la Madonna col Bambino, più antica dell'altare stesso e risalente al 1450 circa, anticamente ospitata all'interno di una diversa chiesa di Zell am See, la Wallfahrtskirche Maria im Wald, andata distrutta in un incendio nel 1770 e demolita completamente nel 1773. I preziosi rilievi che ne abbelliscono la composizione, opera di Josef Bachlechner, rappresentano le scene del matrimonio tra San Giuseppe e Santa Maria su un lato, della fuga della Sacra Famiglia dall'Egitto sull'altro. Completano l'insieme alle due estremità le statue di San Giuseppe e di Sant'Antonio. La scultura mariana è ancora oggi, come lo è stato in passato, oggetto di venerazione da parte della cittadinanza locale che ad essa affida preghiere e propositi, abitudine che rischiò di non giungere fino ai nostri giorni dal momento che dopo il rogo che ridusse in cenere la Wallfahrtskirche Maria im Wald anche la Stadtpfarrkirche Sankt Hippollyt, posta nelle immediate vicinanze, riportò ingenti danni perdendo quasi completamente la volta a crociera. La popolazione della cittadina propose di demolire l'edificio per costruirne uno nuovo, ma l'arcivescovo di Salisburgo, che all'epoca era Hieronymus von Colloredo, si oppose al progetto, non tanto per convinzione morale o affettiva, quanto invece per l'ingente dispendio di denaro che l'opera avrebbe comportato. E fu così che la Stadtpfarrkirche Sankt Hippollyt sopravvisse, venne fornita di una nuova volta a botte completata nel 1812 e fu eletta a nuova dimora della statua mariana proveniente dalla Wallfahrtskirche Maria im Wald. Ancora più avanti, nel 1898, anche la volta a botte fu vittima di rimpiazzamento a favore dell'odierno soffitto piatto in legno, opera accompagnata anche alla rimozione di tutti gli arredi barocchi della chiesa.

Successiva all'incendio del 1770 è anche una piccola cappella attigua alla Stadtpfarrkirche Sankt Hippollyt, leggermente arretrata rispetto ad essa e situata accanto al suo lato meridionale: la Marienkapelle, una minuta cappella a pianta quadrata che si fatica a distinguere se non fosse per la croce collocata all'apice del tetto spiovente, venne in effetti eretta nel 1774. Sorge proprio nel punto in cui precedentemente era piazzata la scomparsa Wallfahrtskirche Maria im Wald. Nello sfilare di fronte ad essa passa in effetti quasi inosservata, si fatica a percepire la sua valenza spirituale e religiosa, un po' sfuggente nella struttura scarna e priva di particolari segni distintivi. Lo sguardo fugace si posa appena sulle lapide commemorative, provenienti da un periodo compreso tra il XVII secolo ed il XX secolo, inglobate nello spessore di una delle sue pareti esterne, nonchè sul particolare crocifisso di pietra risalente XIX secolo e collocato a lato del piccolo portale. Ma a distinguere in modo considerevole questa minuscola costruzione è un'immagine sacra custodita al suo interno: si tratta della Woazfrau, litterazione arcaica di Weizen Frau, la Madonna delle Spighe, nota da secoli tra gli abitanti del posto come un dipinto dai poteri miracolosi, tanto che in un passato neanche troppo lontano i contadini del posto erano soliti visitarla e pregarla per ottenere la grazia di un buon raccolto agricolo. A tale proposito va notato altresì che in epoca medievale le spighe di grano rappresentavano un'allusione allegorica al sacramento eucaristico e per questo l'immagine mariana raffigurata nel dipinto della Woazfrau appare vestita con una tunica sopra la quale sono ricamate appunto spighe. Da qui al collegamento con il mondo contadino il passo è ovviamente brevissimo. La Stadtpfarrkirche Sankt Hippollyt è anche l'edificio più antico di Zell am See, primato che condivide con una costruzione situata ad essa molto prossima, situata all'angolo diagonalmente opposto della Stadtplatz.

La Vogtturm è una torre a pianta trapezoidale alta 23,5m. Con la chiesa spartisce anche la struttura massiccia, piena, rocciosa. La sua realizzazione si attesta nel XII secolo ed originariamente era parte della recinzione che delimitava il cortile di forma triangolare della residenza occupata dall'autorità cittadina, carica che all'epoca della sua creazione era detenuta dal casato Lechsgemünd-Frontenhausen. Forse fu proprio qualche esponente di questa nobile stirpe a commissionare i lavori che portarono alla nascita della Vogtturm, eretta per svolgere la funzione di infrastruttura difensiva, di dogana per il controllo sul transito delle merci e per la riscossione dei pedaggi, di deposito per il grano, infine di edificio di rappresentanza. Oggi del cortile e della residenza governativa verso la quale la torre stava a guardia non rimane traccia e lo spazio è grossomodo occupato proprio dalla Stadtplatz che in effetti dall'alto sembra avere una forma triangolare. Nel corso della sua lunga esistenza la Vogtturm passò di mano a diversi detentori. Tra di essi si ricorda alla fine del XV secolo la famiglia Hundt, mentre nel 1719 fu la volta di Maria Theresia von Küeppach, consorte di Friedrich Ignaz Lürzer von Zehendtal, proprietari della torre all'epoca in cui fu danneggiata dal violento incendio del 1770 che ridusse in cenere due piani ed il tetto della costruzione. Poco più avanti, nel 1798, l'edificio fu ricostruito ed acquistato dal mercante Johann Kastner: a questo casato la torre apparterrà per i successivi 150 anni, divenendo a tal punto collegata al nome della famiglia da cominciare ad essere comunemente designata con l'appellativo Kastnerturm, tutt'ora in uso seppure in modo minoritario. La denominazione Vogtturm si deve invece allo storico salisburghese Ernst Ritter von Koch-Sternfeld, il quale ne descrisse la struttura in un suo trattato pubblicato nel 1834. Giungiamo all'epoca più moderna e nel 1984 la torre fu acquistata dalla Bankhaus Carl Spängler, che ancora oggi occupa l'edificio attiguo alla torre, e successivamente venne ristrutturata. Nello stesso anno fu affittata dall'amministrazione cittadina per collocarvi le sale del museo civico, attivo dal 1973 e precedentemente ospitato all'interno dello Schloss Rosenberg. L'ultimo restauro operato sulla Vogtturm è registrato nel 2020.

Uno stretto vicolo al vertice basso della Stadpltaz conduce dalla piazza principale ad un'altra gradevole piazza cittadina: Schlossplatz appare come un'area lunga e stretta, estesa sull'asse maggiore per circa un'ottantina di metri appena, occupata al centro da uno spiazzo erboso ombreggiato da alberi al centro del quale si piazza il piccolo baracchino di un bar, delimitato lungo il perimetro da alberghi, ristoranti (tra i quali vi segnaliamo il Deins & Meins dove troverete anche della buona pizza) oltre che da un dozzinale supermercato. La piazza trae il proprio nome da un'edificio che si affaccia su di essa lungo il suo margine occidentale e che piuttosto che un castello appare più come un elegante palazzo. Lo Schloss Rosenberg manca infatti di torri difensive, di merlature o feritoie, la sua struttura è contenuta nelle dimensioni e distinta nell'aspetto, signorile, di carattere residenziale più che protettivo. La sua realizzazione risale al 1583 e fu commissionata dai due fratelli artigiani Karl Rosenberger ed Hans Rosenberger, i quali sfruttarono all'uopo alcuni terreni fino ad allora utilizzato esclusivamente a scopo agricolo ed acquistati nel 1577 da Balthasar Egger, come dettagliatamente testimoniato da documenti storici. Dal nome dei costruttori deriva ovviamente anche quello assunto in seguito dall'edificio. Dopo la morte di Hans Rosenberg nel 1604, preceduta anni prima da quella del fratello, l'edificio passò ai suoi tre figli, i quali però già nel 1640 lo cedettero al barone Karl von Kuen-Balasy, esponente dello stesso casato che generò nella seconda metà del XVII secolo l'arcivescovo di Salisburgo Johann Jakob von Kuen-Belasy. Nel corso del XVIII secolo la proprietà dell'immobile conobbe diversi avvicendamenti: nel 1716 passò a Maximilian Johann Preisgott, nel 1716 a Joseph Anton Jud, albergatore presso la vicina località di Piesendorf, dopodichè il palazzo cadde in uno stato di decadenza prima di essere rilevato nel 1762 da Johann Michael Silberer, un birraio del luogo che vi aprì e vi condusse per alcuni anni una locanda. Passata nemmeno una decade, nel 1769 lo stabile fu nuovamente venduto, questa volta ad un istituto minerario salisburghese, il quale vi collocò i propri uffici amministrativi. L'ultimo proprietario privato fu Franz von Lürzer, divenuto possessore dell'immobile nel 1820. A partire dal 1842 infatti al suo interno venne posta la sede del distaccamento locale dell'ente forestale imperiale e dal 1867 l'edificio passò tra i beni direttamente detenuti dalla corte imperiale asburgica. Successivamente ospitò fino al 1903 le sale del tribunale distrettuale, dal 1941 al 1945 fu requisito dalle forze di occupazione naziste e dopo il termine della II Guerra Mondiale, a partire dal 1947, recuperò nuovamente il ruolo di sede dell'autorità forestale. Finalmente nel 1970 lo Schloss Rosenberg venne acquisito dall'amministrazione cittadina, fu sottoposto a lavori di restauro portati a termine nel 1973 e fu convertito quindi in municipio, ruolo istituzionale mantenuto ancora oggi. L'ultima ristrutturazione risale al 2009. La sua struttura, disposta a pianta quadrata e su quattro piani, dotata di bovindi squadrati ai quattro angoli e di un bovindo circolare al centro della facciata, tutti culminanti in tettucci a guglia, emerge tra le altre costruzioni grazie al proprio particolare aspetto. Nel mezzo del bovindo centrale, un fregio raffigurante lo stemma araldico cittadino denota chiaramente la funzione assunta dall'edificio. Di fronte allo Schloss Rosenberg, precisamente dalla parte opposta della trafficatissima strada carraia che delimita ad ovest la Scholssplatz, si posiziona proprio il nostro albergo, l'Hotel Steinerwirt 1493: non possiamo di certo lamentarci del trattamento che abbiamo ricevuto presso questo albergo, il personale è stato con noi sempre disponibile e gentile, il ristorante abbastanza buono e generoso nelle porzioni, la camera pulita e confortevole anche se forse un po' antiquata nella disposizione, in generale il soggiorno si è rivelato piacevole. 
Per il resto il centro storico di Zell am See appare gradevole e tranquillo, ordinato, signorile, seppure un po' affollato in particolare da turisti mediorientali, cosa che effettivamente ci lascia un po' sorpresi: nel chiederci perchè fare tanta strada per visitare questa piccola località del Salisburghese, perchè eleggerla a meta delle proprie vacanze, cerchiamo di darci risposte fantasiose, forse ad attirare questo genere di turismo sono le montagne, oppure l'acqua, in questa regione così abbondanti ma in altre parti del Mondo una vera rarità, una stravagante eccezione. Passeggiando per la Kirchgasse prima e per la Seegasse poi, incrociamo le soglie di numerosi ristoranti e negozi, alcuni davvero insoliti come quello destinato esclusivamente alla vendita di paperelle di gomma, oppure ordinari che più ordinari in queste zone non si può, come quello adibito al commercio di lame e coltellini. Proseguendo su Seegasse superiamo la monumentale facciata di un pretenzioso ristorante ed oltrepassiamo un passaggio a livello che segnala il passaggio della ferrovia verso la vicina stazione. Subito dopo, sulla strada si affaccia l'ingresso del Grand Hotel Zell am See, uno degli alberghi più prestigiosi del posto. In questo punto la via curva a sinistra, poi sorpassa l'edificio del casinò, costeggia il decorso dei binari ferroviari e giunge infine allo Stadtpark, una piccola area verde, riparata da alcuni alberi e dotata anche di un'area giochi per bambini, presso la quale turisti e residenti giungono per godersi un po' di quiete, oltre che per camminare lungo lo stretto viale pedonale che dal parco si affaccia sullo Zellersee.

Questo lago, esteso per 4km in lunghezza ed 1,5km in larghezza per una superficie complessiva di 4,55km², profondo al massimo 70m, forma con la sua riva l'intero margine occidentale della cittadina. Affiancato da montagne, è in comunicazione per mezzo di corti rami fluviali con il Salzach, il quale scorre circa 3km più a sud del lago stesso. Il suo rapporto con il centro abitato di Zell am See è pressochè simbiotico, basti pensare che fino alla metà del XX secolo, vale a dire quando ancora non esistevano i moderni elettrodomestici, il ghiaccio che ricopriva completamente nei mesi invernali la superficie lacustre costituiva una delle fonti di guadagno più prospere di tutto il circondario, estratto veniva venduto principalmente per la conservazione degli alimenti. Oggi le cose sono completamente differenti e mentre tra il 1875 ed il 2000 solo in due occasioni il lago non ghiacciò in inverno, con l'avvento del XXI secolo questo fenomeno è divenuto molto meno regolare, non compiendosi già per ben quattro anni del primo quarto del secolo. Una delle tante meraviglie (si fa per dire!) apportate all'ambiente dall'uomo e dal suo contributo sul cambiamento climatico. E pensare che in epoche non lontanissime, tra il 1924 ed il 1965, la lastra di ghiaccio del lago, capace di raggiungere in questo periodo anche il mezzo metro di spessore, veniva usata come pista per l'atterraggio di piccoli aeroplani. Nel 1905 invece, un pazzo di nome Jakob Hirzinger percorse a bordo di una slitta trainata da un cavallo, procedendo a velocità elevata, la superficie ghiacciata dello Zellersee: in tale occasione lo spessore del ghiaccio si ruppe e la slitta colò a picco nelle profondità del lago trascinandosi dietro il povero animale, fortunatamente non il conducente che riuscì a salvarsi aggrappandosi ai bordi della voragine per venire subito soccorso dagli astanti.

Al di là di queste bizzarre note dal tono circense, la storia associata al lago si rivela piuttosto semplice e lineare: nel 1438 la sua proprietà venne acquistata dall'arcivescovo di Salisburgo Johann von Reisberg, il quale acquisì anche gli annessi diritti di pesca. Lo Zellersee rimase possedimento arcivescovile fino al XIX secolo e solo dopo il termine del Principato Arcivescovile di Salisburgo passò a far parte delle tenute asburgiche. L'amministrazione di Zell am See, nella persona del sindaco Johann Salzmann, acquisì finalmente il possesso diretto del lago nel 1860. Uno dei luoghi migliori per ammirare il paesaggio offerto dallo Zellersee è proprio lo Stadtpark, presso il quale è dislocato anche un piccolo molo al quale sono attraccate alcune barchette e vengono noleggiati alcuni pedalò.

Non ci concediamo il piacere di navigare il lago nè in un modo nè nell'altro. Eleggiamo a nostra meta ovviamente il parco giochi e trascorriamo qui le ultime ore del pomeriggio prima che il sole cominci a calare dietro l'orizzonte. Altro punto di pregevole veduta sulle acque lacustri è l'Elisabethpark, un'esile striscia verde estesa per circa 500m in lunghezza tra le sponde dello Zellersee ed i binari della stazione ferroviaria cittadina. Anche qui troviamo panchine ombreggiate da alberi ed un lungo viale ciclopedonale che segue tutto il decorso della sponda lacustre, superando lo sviluppo del parco che attraversa. Ad abbellire questo spazio concorrono anche tre curiose sculture di pietra, dalla forma simile a pilastri squadrati, richiamanti i profili di uno stambecco, di un'aquila e di un fiore: chiamate Weyringerskulptur dal nome del loro autore, Johann Weyringer, che le realizzò nel 1998, celebrano simbolicamente la straordinaria biodiversità di questa regione.

Poco più in là, sopra il prato erboso, sono collocate anche alcune rocce probabilmente provenienti dalle montagne dei dintorni.

A livello dello spiazzo che si posiziona all'estremità alta dell'Elisabethpark, dove la trama degli alberi si interrompe per lasciare spazio a basse gradinate di cemento, non è invece raro trovare radunate numerose persone, non solo intente a godersi la soleggiata quiete estiva, non solo accomodate a gustare bibite e gelati acquistati presso un vicino chioschetto. Nei mesi estivi infatti, ogni martedì, giovedì e domenica, nelle ore serali, nel tratto di lago direttamente antistante questo punto dell'Elisabethpark si tiene lo Zeller Seezauber, altrimenti detto Magic Lake Show: si tratta di uno spettacolo di musica, luci laser e getti d'acqua emessi da un impianto appositamente predisposto per inscenare multiformi rappresentazioni a tema. Il gioco generato dai colori cangianti dei fasci luminosi e del movimento fluido degli spruzzi, degli zampilli e dei flussi acquatici produce unendosi alla melodia della musica un effetto speciale, un insieme talmente particolare da rendere questo spettacolo un'attrazione distintiva di Zell am See riconosciuta e ricercata dal turismo continentale. Le rappresentazioni, completamente gratuite, iniziano puntualmente alle ore 21:30 e per accaparrarsi un buon punto di veduta occorre arrivare presso lo spiazzo dell'Elisabethpark con qualche attimo di anticipo, sebbene le dimensioni della folla non richiedano certo di sgomitare per trovare posto. Noi abbiamo assistito a due spettacoli rispettivamente sul tema delle colonne sonore dei film hollywoodiani e su quello dei più grandi interpreti della musica rock: in entrambi i casi l'attività, della durata di appena una ventina di minuti, si è rivelata piacevole e capace di attirare l'attenzione anche di Amelia e Lidia, in particolare quello sulle colonne sonore merita una menzione particolare. Per raggiungerla il punto dell'Elisabethpark dal quale ammirare lo Zeller Seezauber basta compiere una brevissima passeggiata dalla Stadtplatz, percorrere per un cortissimo tratto la Bahnhofstrasse, imboccare uno stretto vicolo laterale ed al termine di esso attraversare ovviamente un passaggio a livello sui binari ferroviari, battuto da pedoni più che da automobili. 
Nell'insieme, l'eccentrica singolarità del Magic Lake Show, unitamente alle bellezze del centro storico, alla quiete dell'ambiente ed alla comoda disponibilità di ogni sorta di attività commerciale, contribuisce a fare di Zell am See il posto perfetto per visite familiari, soprattuto se accompagnati da bambini. A tale proposito, mi permetto di avanzare un ultimo consiglio. Nelle giornate piovose non è da disdegnare il centro ricreativo 100° Freizeit, situato in Steinergasse a circa 500m di distanza dalla Schlossplatz: in mancanza di possibilità migliori, qui è possibile trovare una piscina coperta con scivoli e trampolini, una sauna ed una pista di pattinaggio sul ghiaccio. Un'ulteriore incentivo è costituito dall'ingresso gratuito per i detentori del Guest Mobility Ticket. Non proprio un'attrazione tipica e distintiva, ma sempre meglio di niente per trascorrere mezza giornata in allegria. Ed i bambini sicuramente ne saranno felicissimi.

Anche presso l'Hotel Steinerwirt 1493, come già accaduto con l'Hotel Andrä, ci viene consegnata gratuitamente la Mobility Guest Card. Una prassi davvero comoda e funzionale che consente ai turisti di spostarsi in piena libertà senza faticose cacce ai biglietti. Per non parlare del risparmio economico! Tramite questo strumento si comunica voglia di farsi conoscere, accoglienza, disponibilità. Approfittiamo dell'opportunità per compiere alcune interessanti escursioni nei dintorni di Zell am See. La prima ci conduce in uno dei posti simbolo di questa parte di Salisburghese, forse non il più grande, forse non il più affollato, sicuramente uno dei più belli. Manco a farlo apposta, la stazione cittadina degli autobus è ad un tiro di schioppo dal nostro albergo, ci basta attraversare la strada, aggirare il perimetro dello Schloss Rosenberg ed eccoci sulla banchina in attesa del bus 660, quello che ci porterà a destinazione. Ci dirigiamo verso sud, l'itinerario si rivela piuttosto breve ed in capo alla quarantina di minuti necessaria a coprire la distanza di circa una decina di chilometri, scendiamo dal mezzo e ci troviamo depositati sul ciglio di un'anonima strada carraia alla periferia del piccolo villaggio di Kaprun, una pensilina lignea per l'attesa degli autobus su ciascun lato ed una fredda sottostazione elettrica sullo sfondo. Sul versante opposto si percepisce la presenza del bosco ed in effetti spostandoci di appena pochi metri subito penetriamo nell'ombra generata dalle fronde degli alberi, lasciandoci alle spalle il rumore del traffico che scorre lungo la strada. Siamo alle pendici del colle Bürgkogel, alto appena 950m. Il nome di questa altura è collegato all'antica presenza sul suo versante di una fortificazione medievale la cui esistenza trarrebbe principio intorno al X secolo, probabilmente costruita dal nobile casato locale dei Falkenstein, abbandonato durante il XII secolo ed oggi pressochè scomparso. La montagna, attualmente disabitata, ospitò in realtà insediamenti umani in epoca ben più antica, si stima a partire dal 2000 a.C. Ai giorni nostri, il Bürgkogel è celebre per un'altra attrazione dislocata sulla sua superficie. La raggiungiamo compiendo una breve passeggiata, all'incirca solo 200m, dalla fermata del bus attraverso il bosco, su un comodo sentiero che dopo uno stretto tornante supera l'impetuoso decorso del Kapruner Ache, stretto ma vivace fiume affluente del Salzach lungo appena una ventina di chilometri, originato poco più a sud dallo scioglimento dei ghiacci lungo le pendici del monte Kapruner Törl.

Superiamo il torrente sul dorso di uno stretto ponte di legno e giungiamo infine ad uno spiazzo sopra il quale sorge l'edificio della biglietteria. Il transito attraverso la casupola che la accoglie è rapido ed indolore. Superiamo i tornelli, ci lasciamo alle spalle la biglietteria e penetriamo all'interno della Sigmund Thun Klam. Lunga circa 320, e profonda fino a 32m, questa gola rocciosa si sviluppa nello spessore del Bürgkogel e trae le proprie origini da epoca antichissima, essendosi formata circa 14.000 anni fa, al termine dell'ultima era glaciale, dall'azione erosiva del ghiacciaio in ritirata che originariamente occupava quest'area. Il suo nome si ricollega a quello di Sigmund von Thun-Hohenstein, governatore imperiale del Salisburghese dal 1872 al 1879 dopo aver ricoperto la carica di governatore imperiale della Moravia dal 1870 al 1872. In effetti le sue origini non sono austriache: nacque nell'odierna Repubblica Ceca nel 1827 ed in gioventù ricevette un'educazione di stampo militare. A Salisburgo è tuttavia ospitata la sua tomba, essendo la città il luogo in cui morì proprio nel 1897. E' conosciuto per le importanti opere intraprese e portate a compimento durante il suo mandato amministrativo, tra cui l'ampliamento della linea ferroviaria di collegamento tra Salisburgo ed il Tirolo, la costruzione di numerose strade e la messa in sicurezza degli argini del Salzach, contributo che gli valse nel 1875 la cittadinanza onoraria del capoluogo da lui governato. Nel 1900 la città eresse in suo onore anche una statua in Giselakai, purtroppo fusa per ricavarne metallo durante la II Guerra Mondiale e mai rimpiazzata. Il nome di questo personaggio così rilevante soprattutto per lo sviluppo infrastrutturale delle regione venne associato alle gole intorno al 1893, anno in cui il sito venne fornito di un percorso su passerelle di legno che lo rese accessibile al pubblico: a realizzare l'opera fu Nikolaus Gassner, abitante del vicino villaggio di Kaprun. A tale proposito, è piuttosto curioso realizzare che all'epoca Sigmund von Thun-Hohenstein era ancora in vita ed anzi visitò di persona le gole intitolate al suo nome nel 1895, mentre ancora deteneva l'incarico di governatore del Salisburghese, si dice rimanendone peraltro molto impressionato.

Nel corso degli anni il percorso turistico lungo le Sigmund Thun Klamm ricevettero regolari interventi di conservazione e restauro, quelli più recenti nel 1992 e nel 2020, in quest'ultima occasione riportando anche un tragico risvolto quando un operaio croato impegnato nei lavori cadde da un'altezza di quasi 40m sul fondo della gola perdendo così la vita. Questa attenta e pericolosa opera di manutenzione rende possibile al turismo la conoscenza della gola, aperta ai visitatori ogni anni tra i mesi di maggio e settembre. Tra di essi ci siamo anche noi. Superata la biglietteria, camminiamo per un brevissimo tratto ancora esposti alla luce solare, poi saliamo una corta scalinata che ci eleva alla vera e propria porta d'ingresso della gola: un piccolo ponticello di legno, coperto da una tettoia, disposto verso quella che è la prima bellissima veduta sulla forra. Il chiarore diurno ci abbandona per lasciare spazio all'ombra gettata dalle ripide pareti rocciose che disegnano con curvature, spigoli, rientranze il profilo della gola stessa. L'aria si fa più umida e fresca. A proposito: per visitare il posto meglio arrivare con indumenti non leggerissimi e soprattutto impermeabili.

La prima vista sulla gola dal ponte di legno porta alla ribalta uno dei protagonisti principale della scena, il Kapruner Ache: è questo corso fluviale a modellare con la propria spinta erosiva il decorso della forra. Procedendo oltre, il percorso sulle passerelle si rivela comodo ed agevole, fattibile anche con bambini piccoli, per la maggior parte in piano con alcuni brevissimi passaggi su corte scalinate. Gli scorci sulla meraviglia conservata dalla gola sono davvero pregiatissimi, più di una volta si è indotti a fermarsi per coglierne tutta la cristallina, selvatica, essenziale bellezza.

Circa a metà del tragitto la passerella per un corto segmento è coperta da una tettoia che la ripara da una cascata d'acqua che dall'alto, dalla cima della parete rocciosa, in questo punto si getta nel torrente sottostante. Nonostante la protezione è inevitabile rimanere bagnati dagli schizzi che si generano dal contatto dell'acqua con le superfici, con somma gioia dei bambini e degli adulti che si sanno ancora divertire. Poco oltre, un altro passaggio del percorso sulle passerelle offre un contenuto spiazzo munito di panchine, questa volta meno umido, presso il quale sostare per concedersi un attimo di riposo o un momento di pura ammirazione del fantastico scenario che tutto intorno riempie lo sguardo.

Il camminamento è fin troppo breve e si arriva alla fine quasi rimpiangendo di non avere ancora qualche metro da percorrere per prolungare la meraviglia. Poco prima di oltrepassare la cancellata posta lungo la passerella di legno a segnare il termine dell'itinerario turistico, si concede agli occhi dei visitatori un'ultima singolare sorpresa, una roccia la cui forma vista di profilo richiama la sagoma del volto di una megera. Questa solida formazione, modellata dall'acqua ed adesa alla parete petrosa opposta rispetto a quella che ospita le passerelle, assume per la sua particolare conformazione il nomignolo di Klammhexe, letteralmente la "strega della gola". Usciamo dalle gole gettando dietro le nostre spalle un ultimo sguardo per cogliere un'ultima visuale del suo fascino genuino. Non termina però qui la visita di questo luogo. Dalla cancellata la passerella prosegue ancora per un breve tratto fino a giungere al cospetto della Bürgsperre, piccola diga alta 19m costruita nel 1947 per sbarrare il corso del Kapruner Ache. Lo scopo era quello di sfruttare la corrente del fiume per generare elettricità, proposito perseguito anche attraverso la realizzazione di alcune centrali idroelettriche tuttora in funzione.

La diga costituisce anche il punto di separazione a partenza dal quale la via si diparte in due diverse direzioni. Tenendo la sinistra si costeggia la diga stessa e si procede su un tragitto leggermente più lungo subito dopo aver salito una scalinata di legno. Sulla destra invece l'itinerario continua attraversando uno stretto ponticello ligneo che sfila di fronte alla diga, animata dalle acque che dalla sua sommità scendono accarezzandone la superficie per ricostituirsi poco più in basso nel torrente che attraversa la gola. Più avanti la pista si eleva sopra una scalinata di legno e piega a sinistra proseguendo infine su un comodo e piano sentiero sterrato. Entrambi gli itinerari conducono alla stessa meta, entrambi affiancano le rive del Klammsee, il lago artificiale di circa 200.000m³ di volume generato dallo sbarramento del Kapruner Ache ad opera della Bürgsperre. Scegliamo la seconda opzione ed il nostro cammino si sviluppa per circa 700m in modo piacevole e tranquillo, a tratti esposto al sole, a tratti ombreggiato dalle fronde degli alberi. Qua e là incontriamo alcuni bagnanti intenti a cercare un po' di refrigerio bagnandosi nelle acque del lago, assistiti saltuariamente da minuti pontili di legno che si spingono per breve tratto verso il centro del piatto bacino lacustre, oppure da piccole spiaggette. Circa a metà della distanza, incrociamo sulla destra la sagoma isolata di un edificio, forse una qualche struttura alberghiera.

La passeggiata si conclude presso la baracca del ristorante Klammseestüberl, all'apice basso del Klammsee, dove si ricongiunge con la via più lunga che dalla diga è continuata lungo la riva destra del lago. Poco più avanti si posiziona anche un piccolo parco per bambini, dotato dell'immancabile teleferica giocattolo. Accanto ad esso presso la riva limacciosa del lago, un'altra attrazione irresistibile per i più piccoli è la strana, grigiastra fanghiglia depositata dal fiume che in questo punto entra nel bacino lacustre. Consumiamo il pranzo presso il ristorante che offre alcuni tavoli all'aperto, riparati da una tettoia che scherma il caldo estivo: cercate di arrivare affamati visto che il banco serve i Bratwurst più grandi che io abbia mai visto, guarniti con formaggio, pancetta e cetriolini. Certamente la possibilità di rifocillarsi dopo la fatica della camminata non manca!

Terminato il tempo a nostra disposizione, ripercorriamo a ritroso la via seguita all'andata costeggiando nuovamente la riva sinistra del Klammsee, raggiungiamo il punto in cui si staglia la mole della Bürgsperre e proseguiamo dritti il cammino spostandoci su un sentiero asfaltato che poco più avanti attraversa un ponte di legno e metallo sospeso in alto sopra il decorso della gola. Da questo punto ammiriamo per l'ultima volta la meraviglia della Sigmund Thun Klamm. Ancora qualche decina di metri e ci ritroviamo infine all'origine dell'itinerario, nel punto in cui la strada carraia presso cui ci ha depositato il bus si collega al sentiero che si addentra nel bosco. Lasciamo il sito con il cuore pieno di meraviglia, colmo di magnifici momenti trascorsi insieme e con qualche dolce nota di malinconia per una bellissima giornata giunta alla sua conclusione.

A breve distanza da Zell am See, in direzione ovest, nei pressi della piccola cittadina di Krimml, trova collocazione una meraviglia che sarebbe un vero crimine non visitare qualora si passasse nei dintorni. Questo sito, una vera gemma naturale, un diamante grezzo di brillante bellezza, trova dimora presso una valle fluviale, la Krimmler Achental, estesa tra l'omonima cittadina a nord ed l'Alto Adige a sud. Il suo nome è collegato soprattutto ad una particolare vicenda estrapolata dal complesso insieme di eventi successivi al termine della II Guerra Mondiale: questa valle fu infatti punto fondamentale di passaggio utilizzato per l'esodo di circa 5.000 profughi ebrei in viaggio dalle regioni orientali dell'Europa verso i porti italiani e da questi verso la Palestina. L'anno era il 1947 e le forze di liberazione inglesi e francesi si erano opposte al transito di questo popolo di oppressi attraverso i territori del Tirolo e della Carinzia, posti sotto il loro diretto controllo. E fu così che un nuovo alternativo corridoio di sfollamento venne individuato da Marko Feingold, nome già citato nella cronaca del nostro viaggio, per consentire il viaggio di queste persone verso una nuova speranzosa vita. Il punto di raccolta per intraprendere la traversata era la città di Salisburgo, da qui un treno collegava il capoluogo al villaggio di Krimml, a seguire l'itinerario proseguiva a piedi percorrendo appunto la Krimmler Achental, valicando le Alpi lungo il passo Krimml Tauern ad un'altitudine di 2.634m, penetrando infine in Alto Adige e da qui arrivando quindi alla costa italiana. Il cammino, passato alla storia con l'appellativo Krimmler Judenflucht, non fu certo facile ad effettuarsi: per compierlo erano necessari due giorni e la marcia proseguiva anche nelle ore notturne. Non è semplice immaginare con quali risorse uomini, donne e bambini, prostrati dalla guerra, consumati dalla violenza più disumana, sferzati brutalmente nell'anima e nella dignità, riuscirono a compiere questa impresa. Forse grazie ad una temprata disperazione, forse invece inseguendo il sogno di una rinascita condita di rivalsa, di riscatto. La Krimmler Achental fu testimone ed in parte anche artefice di questa promessa, un luogo ricco di fascino ma anche denso di storia. Una valle dotata di uno spirito imponente racchiuso nelle rocce granitiche di origine tettonica che ne disegnano i profili, ma generata da una forza compatta e concentrata capace di scavarne i contorni: a disegnarne la forma è infatti un esile torrente, il Krimmler Ache, originato a sud lungo le pendici del ghiacciaio Krimmler Kees, il secondo più ampio del Salisburghese, ed affluente del Salzach in capo ad appena 25km di decorso.

Raggiungiamo il territorio occupato dalla Krimmler Achental proprio seguendo il decorso prima del Salzach e poi del Krimmler Ache. Il viaggio da Zell am See dura poco meno di un'ora e mezza e viene servito dal bus 670, con partenza dalla stazione urbana posta dietro l'Hotel Steinerwirt 1493. L'ultima porzione di questo itinerario ci introduce all'interno del Nationalpark Hohe Tauern, il Parco Nazionale degli Alti Tauri, area naturale protetta estesa tra i territori del Salisburghese (con ben 805km²), del Tirolo e della Carinzia. Comprendendo un'area complessiva di 1.836km², rappresenta uno dei più grandi parchi naturali dell'Europa Centrale, la più vasta area protetta alpina, il maggiore ed il più antico parco nazionale austriaco. La sua fondazione risale al 1981, anche se i primi sforzi per porre sotto tutela la sua prima zona naturalistica protetta, quella circostante il monte Grossglockner, risalgono a moto prima, al 1910. I suoi confini racchiudono le vette più alte d'Austria, i suoi spazi ospitano ampi prati erbosi, valli glaciali e soprattutto boschi di larici, pini e abeti rossi, questi ultimi a costituire uno dei più vividi tratti distintivi di questa regione. Ammiriamo questa combinazione paesaggistica percorrendo a bordo del bus la strada che ci porta alla nostra prossima destinazione. I raggi luminosi del Sole filtrati ed attenuati dalle nuvole rade gettano un velo di fascinoso incanto sul verde dei prati e sull'aspro della roccia montuosa, catturando lo sguardo ed alleggerendo l'attesa. Ci addentriamo nella Krimmler Achental poco prima di raggiungere la meta, capolinea del bus 670 che abbiamo sfruttato per compiere lo spostamento. Scesi dal mezzo di trasporto ci travolge come un colpo di vento improvviso lo stupefacente spettacolo delle Krimmler Wasserfälle.

Sono queste le cascate più alte d'Austria con un dislivello complessivo di 385m distribuito su tre livelli, il più alto dei quali si eleva per 145m, quello intermedio per 100m ed il più basso per 140m. Ad alimentarle è il Krimmler Ache. Nella stagione estiva, tra i mesi di maggio ed agosto, per effetto dello scioglimento dei ghiacciai alpini, la loro portata riversa ogni ora sul fondo della Krimmler Achental 20.000m³ d'acqua, mentre in inverno questo volume raggiunge a malapena i 500m³. Ogni anno circa 177 miliardi di litri d'acqua si riversano attraverso le cascate nella valle, grossomodo il quantitativo corrispondente al bacino dello Zellersee. Questi dati contribuiscono a rendere le Krimmler Wasserfälle una delle attrazioni turistiche più visitate di tutta l'Austria, con una media di 400.000 visitatori ogni anno. Anche se a determinare in modo decisivo questo successo è principalmente la lampante bellezza di cui il sito è portatore. Bellezza incredibilmente messa a repentaglio più volte tra la fine del XIX secolo e la seconda metà del XX secolo, quando le cascate furono attenzionate al fine di farne una risorsa per la produzione di energia idroelettrica: le prime versioni di tale sciagurato progetto riportano la data del 1899, le ultime sono invece del 1967. Fortunatamente il proposito non vide mai la luce ed oggi le Krimmler Wasserfälle, inalterate ed autentiche rappresentano una fondamentale risorsa per il turismo di queste zone e soprattutto custodiscono un importantissimo patrimonio naturalistico composto anche da 62 diverse specie di uccelli, alcune delle quali molto rare, e ben 327 specie diverse di muschio, oltre che dal meraviglioso bosco di abeti rossi che le circonda.

Le cascate attraversano questo verdeggiante ambiente come un'arteria pulsante, rumorosa, possente, il cui aspetto d'insieme ci si concede già dalla banchina sul bordo della strada carraia presso la quale il bus ci ha depositato: dalla distanza lo sguardo può abbracciare tutti i livelli delle cascate. Sull'altro lato della strada si posiziona un moderno edificio presso il quale ha sede il centro visitatori con un piccolo negozio di souvenir ed un bar: da qui partono tutte le visite per esplorare le cascate. Già da questo punto il sito si rivela piuttosto affollato, un discreto viavai lo anima e fa la sua parte anche un piccolo parco giochi per bambini posto proprio accanto al centro visitatori, presso il quale riusciamo a non fermarci nonostante l'attrattiva, difficilmente resistibile per i più piccoli, di una piramide di corda pronta per un'audace arrampicata. Proprio dietro il parco giochi inizia a dipartirsi il sentiero, in questo tratto asfaltato, che copre i primi 200m di camminata, sfila accanto ad un anonimo ristorante e giunge infine allo spiazzo che accoglie un secondo ristorante, un altro negozio di souvenir e soprattutto la piccola casupola della biglietteria. Nonostante la folla, l'attesa per l'acquisto degli ingressi non si rivela particolarmente lunga grazie alle casse automatiche che consentono di effettuare l'operazione in completa autonomia. Cosa estremamente importante: i biglietti sono controllati dal personale sia in entrata sia in uscita, quindi vanno conservati attentamente per tutto il tempo della visita fino al momento di abbandonare il sito, pratica credo necessaria ad evitare l'abbandono di visitatori all'interno dell'area al termine della giornata. Il tempo necessario per organizzare la camminata, sistemare lo zaino, allacciare bene le stringhe delle scarpe, un sorso d'acqua prima di partire e siamo pronti ad iniziare la nostra visita: compiamo tutti i passaggi preparatori presso uno slargo dotato di panchine lignee e collocato su un lato dello spiazzo della biglietteria, guardato a vista dalla statua bronzea di uno stambecco elevata sopra un pietra poco più a lato.

Da qui, più in basso scorgiamo più in basso il fondo della valle ed il punto in cui il salto inferiore si getta all'interno di essa, sopra una superficie ghiaiosa che viene investita dalla furia dei vapori sprigionati dall'urto dell'acqua contro il suolo. Un primo corto sentiero si diparte dallo spiazzo ed accompagna proprio in questo punto, alla base estrema delle cascate, ma scegliamo di non percorrerlo e di iniziare subito l'ascesa verso i piani superiori. Superiamo il controllo degli addetti alla verifica dei biglietti e ci proseguiamo sul sentiero asfaltato iniziando l'escursione vera e propria lungo il massiccio roccioso sul quale si adagiano le cascate e la cui formazione avvenne circa 30 milioni di anni fa sotto la spinta della pressione tettonica e dell'azione erosiva dei ghiaccia che anticamente occupavano questa zona. La salita sopra questo compatta massa pietrosa si rivelerà più faticosa del previsto. Il primo sentiero lungo le Krimmler Wasserfälle venne allestito nel lontano 1835 per contributo di Ignaz von Kürsinger, topografo e amministratore locale. Lo scopo era ovviamente quello di consentire al turismo comune il raggiungimento del punto più alto delle cascate. Questo percorso venne successivamente ampliato nel 1879 assumendo le caratteristiche di un sentiero panoramico. A fronte di un numero sempre crescente di visitatori, nel 1901 furono condotti sulla pista ulteriori migliorie. Ad aumentare l'accessibilità al sito contribuì non poco anche il progressivo sviluppo della linea ferroviaria locale costruita nel 1897.

Oggi il sentiero, lungo complessivamente 4km, collega la base delle Krimmler Wasserfälle con il loro livello superiore, dipanandosi su un tragitto fatto di tornanti, serpentine e tanta, davvero tanta salita, sul fianco meridionale delle cascate. Non mancano certo le piattaforme panoramiche, spesso designate con il nome dei personaggi celebri legati al vissuto ed all'esplorazione di questi luoghi, disseminate con regolarità lungo il percorso e capaci di regalare vedute suggestive sui vari livelli. La prima porzione della pista è ancora asfaltata, riparata all'ombra del bosco di abeti, fresca ed umida. Si comincia subito a salire e ben presto si presentano i primi tratti di ripidezza impegnativa. 

Poco dopo l'inizio della camminata attraversiamo un breve ponte di legno sospeso su una fenditura della roccia. Più avanti ci soffermiamo presso una terrazza panoramica raggiungibile attraverso uno stretto corridoio dipartito dal sentiero principale: attraverso di essa si giunge in strettissima vicinanza con il salto intermedio, il rumore possente delle acque che si gettano nel vuoto copre qualsiasi suono, il vapore sprigionato dal loro movimento si riversa spinto dal vento sopra ogni superficie, generando uno spettacolare arcobaleno che incorona la cascata e conferisce al quadro una nota di colore semplicemente perfetta. Il tempo per goderne lo spettacolo è breve, in un attimo siamo completamente fradici ed anche gli apparecchi per scattare fotografia vengono in un attimo ricoperti dall'umidità. Sembra quasi di essere immersi in una nuvola, accolti all'interno del fresco respiro dell'acqua. Il sentiero prosegue affrontano nuove impegnativi tratti in salita fino a raggiungere una piattaforma situata sulla cima del secondo livello. Sopra di essa sta l'edificio che ospita il rifugio
Gasthof Schönangerl, la cui sagoma già si intravedeva dal basso mentre si compiva l'ascesa. La sistemazione di questa piccola locanda è davvero pittoresca, a lato del salo intermedio, sul margine dello sperone di roccia, accanto alle acque del fiume. Siamo a 1.306m di altitudine.

Poco oltre, la pista prosegue per un tratto in piano affiancando il decorso del Krimmler Ache ed in questo punto è possibile avvicinarsi al greto del fiume per cogliere un attimo di pausa e lasciar riposare i piedi, magari a mollo nelle acque fredde del fiume. Ne approfittiamo anche noi sedendoci lungo la sponda sassosa della riva. Da questo punto la vista aperta spazia sull'ambiente che ci circonda e sullo sfondo si spinge ad ammirare sua maestà il salto superiore, disposto al centro di una scena in cui il corso fluviale procede pianeggiante per un tratto. A vederlo da lontano devo ammettere che abbiamo dubitato di poter proseguire la marcia: la fatica spesa è stata già tanta per arrivare fino al punto in cui ci troviamo, la piccola Lidia (3 anni di età) è sistemata all'interno del proprio marsupio, Amelia 7 anni di età) ha invece camminato da sola ma comincia ad accusare lo sforzo compiuto. Ci facciamo comunque coraggio e decidiamo di pensarci con calma una volta riempita la pancia.

Ci fermiamo a consumare il pranzo poco più avanti, sopra alcune panchine di legno disposte ai lati del sentiero che in questa porzione segue il tragitto in piano del fiume. Mentre consumiamo i nostri panini al formaggio, davanti a noi prosegue inesauribile il proprio movimento il Krimmler Ache, sulle nostre spalle si estende il bosco con le sue innumerevoli sfumature di verde e marrone, le sue infinite forme. Accanto al punto in cui ci siamo seduti ci tiene compagnia un altare sacro ricavato all'interno del tronco cavo di un albero e dedicato a Sant'Elisabetta.

Si dice che a stomaco pieno si ragiona meglio: sarà questo o sarà stato l'effetto rinvigorente del cibo, fatto sta che la nostra decisione è presa. Si continua la camminata. Marciamo abbastanza facilmente per alcune decine di metri ed al termine di questo segmento pianeggiante, la pista esce dall'ombra boschiva e si espone alla luce del Sole nel punto in cui viene incrociata da una strada trasversale che si perde in direzioni a noi sconosciute e sopra la quale vediamo transitare anche biciclette ed automobili. Superato questo svincolo inizia la salita vera e propria al salto superiore, un'impresa per gente dai polpacci allenati. Il percorso si fa fin da subito molto ripido compiendo numerosi tornanti, l'unica facilitazione è l'ombra del bosco dentro la quale il sentiero è immerso per il suo intero svolgimento.

E' questo il tratto più difficile della camminata, un po' per la pendenza maggiore rispetto alle porzioni precedenti, un po' per la fatica accumulata nel compierle. Il tempo stimato per coprire la distanza che separa dalla cima è di circa 40 minuti ma ne impieghiamo molti di più. Ad alleviare lo sforzo intervengono saltuariamente alcuni punti in cui la vista si apre ed è possibile ammirare viste bellissime sul terzo livello delle cascate. La fatica viene ampiamente ripagata dalla soddisfazione di aver portato a termine l'escursione e di poter dominare finalmente dall'alto l'ultimo salto, il più alto, delle Krimmler Wasserfälle. Ci ritroviamo a 1.460m di altitudine, sopra una soleggiata piattaforma lignea dal parapetto della quale possiamo ammirare il punto da cui origina l'intero stupefacente meccanismo delle cascate, quello in cui l'acqua per la prima volta decide di gettarsi nel vuoto generando così uno spettacolo che abbiamo contemplato, apprezzato e conquistato.

La terrazza è intitolata al nome di Albert Schett, tra gli artefici dell'opera di ampliamento del sentiero turistico condotta nel 1879. Dietro la piattaforma alcune rocce, poche panchine ed un gazebo di legno offrono riposo ai visitatori che si sono spinti fino a questo punto. Il sentiero non termina però qui, procede oltre superando un ponticello e andandosi a perdere dietro il profilo della montagna. Finisce però qui il nostro itinerario, decidiamo di tornare indietro dopo aver ricaricato, per quanto possibile, le nostre gambe. Il rientro al punto di partenza, se possibile, è anche più duro dell'andata: sebbene il tragitto sia lo stesso compiuto a ritroso, procedere per 4km in ripida discesa con una bambina di quasi 15kg adagiata all'interno di un marsupio legato sulla schiena mi ha spinto quasi all'esaurimento muscolare, ammetto che giunto alla fine del percorso le gambe mi tremavano. Menzione speciale per Amelia: una vera guerriera, autonoma e resistente per tutto il tragitto di andata e ritorno, seppure con qualche lamento del tutto comprensibile. Veniamo ripagati con una felice coincidenza: arriviamo alla fermata del bus di fronte al centro visitatori appena in tempo per salire sull'ultima corsa diretta verso Zell am See, che di domenica parte precisamente alle ore 15:00. Se l'avessimo persa saremmo stati costretti ad allungare il viaggio facendo scalo a Mittersill rientrando infine alla base in treno. Giornata faticosa ma ricca di soddisfazioni: l'occasione è perfetta per una cena sostanziosa, magari a base di Gefüllte Kartoffeltaschen, piatto tipo a base di patate ripiene di formaggio, e chiusa dal Kaiserschmarm, dolce diffuso in Austria a base di uova simile ad una piadina spezzettata.

L'ultima attività svolta nei dintorni di Zell am See costituisce una meritata gratificazione per Lidia ed Amelia, premio dovuto per il comportamento da vere esploratrici tenuto durante tutto il viaggio. Adeso al confine occidentale della cittadina sorge lo Schmittenhöhe, una montagna alpina alta 1.965m celebre oggi soprattutto per le numerose piste da sci che in inverno la rendono una delle mete più ricercate d'Austria. La tradizione sportiva qui è molto forte: la prima gara sciistica lungo le pendici di questa cima fu tenuta già nel 1906. Contribuisce alla sua importanza e notorietà ovviamente anche il turismo, molto florido nei mesi estivi dal momento che la montagna offre svariati percorsi adatti a tutte le gambe.

Il primo sentiero lungo il versante della montagna fu inaugurato nel 1873 e deve la propria nascita a Rudolf Riemann. Nell'agosto del 1885, durante il proprio soggiorno a Zell am See, anche l'imperatrice "Sissi" passeggiò sullo Schmittenhöhe in compagnia della figlia più giovane, l'arciduchessa Maria Valeria d'Asburgo-Lorena, e da due delle proprie sorelle con le rispettive famiglie. Poco dopo, nell'estate del 1893, i sentieri della montagna accolsero l'imperatore Francesco Giuseppe I d'Asburgo-Lorena. L'affluenza di visitatori ricevette una forte spinta anche dall'apertura, nel 1927 della Schmittenhöhebahn, la prima funivia costruita nel Salisburghese e la quinta di tutta l'Austria: inizialmente alimentata a gasolio e dotata di cabine in legno, venne elettrificata nel 1937. Per compiere però l'ascesa verso le alture dello Schmittenhöhe seguiamo però un itinerario diverso: dalla stazione delle autolinee di Zell am See prendiamo il bus 660 ed in pochi minuti, giusto il tempo di abbandonare il centro cittadino, veniamo depositati di fronte alla stazione bassa della AreitXpress situata nel sobborgo di Schüttdorf. Questa cabinovia, più moderna in virtù di lavori di rinnovamento condotti nel 2017, fu realizzata nel 1971 in aggiunta alla Schmittenhöhebahn, tuttora in funzione e la cui stazione a valle si colloca invece all'interno dell'abitato di Zell am See. Il titolo di viaggio per entrambe le cabinovie è compreso nei benefici della Guest Mobility Ticket. Il viaggio sulla AreitXpress si rivela tanto breve quanto piacevole, impreziosito da una bellissima vista dall'alto sopra il tappeto azzurro dello Zellersee e dei colli retrostanti. Giunti in cima, usciamo dalla stazione a monte e lungo il pendio erboso che ci circonda troviamo già le prime occasioni per divertirci. Davanti alla stazione si staglia infatti un moderno ed ampio edificio all'interno del quale è ospitato un punto ristoro ed uno spazio ludico fornito di scivolo gonfiabile, una fornitissima pista per carretti giocattolo un tavolo da biliardo ed un flipper (rotto, mi ha mangiato 2€!). Alle pareti della sala giochi è esposta per immagini una sorta di cronistoria dello sci, con particolare riferimento all'evoluzione delle attrezzature durante tutti i decenni del XX secolo. Qui è possibile trovare un momento di quiete e svago soprattutto per i bambini più piccoli. A lato della stazione della cabinovia invece è posizionata una pista da motocross per bambini: non aspettatevi nulla di spericolato, i mezzi, noleggiati presso il vicino baracchino, sono a trazione elettrica, possiedono dimensioni ridotte ed una velocità modesta, i bimbi vengono ovviamente equipaggiati con casco e protezioni. Il percorso del resto è in piano e semplice, fatto per lo più di curve e tornanti, protetto da paraurti di gomma: un'idea un po' diversa per far divertire bambini più grandicelli o ragazzini. Forse l'unica pecca è il prezzo: 20 minuti, 22€. Ovviamente Amelia non si è lasciata sfuggire l'occasione. Poco più in là si trova una piccola pista sterrata per macchinine telecomandate, anche queste concesse a noleggio. Ed ancora più avanti inizia il percorso che stavamo cercando. Lo Schmidolins Feuertaufe è un percorso avventura per famiglie il cui nome fa riferimento ad un draghetto di nome Schmidolin impegnato nel proprio battesimo del fuoco. Per compiere la prova occorrerà superare 18 ostacoli, tutti fattibili anche dai bambini più piccini: ogni prova è ben segnalata lungo il tragitto e spiegata da cartelli in lingua sia tedesca sia inglese. Presso ogni stazione è possibile segnare con una pinza foratrice il superamento dell'ostacolo sopra una mappa di cartoncino ritirata precedentemente alla stazione a monte della AreitXpress. Sono disponibili tre diversi itinerari, il più lungo di durata stimata intorno all'ora e mezza. Ci cimentiamo anche noi nell'impresa: dobbiamo aiutare il draghetto Schmidolin a dimostrare il proprio coraggio per crescere forte ed impavido, di modo da poter rabbonire con la propria dolcezza il serpente mostruoso che lo aveva rapito quando ancora era all'interno del proprio uovo.

La prima stazione è costituita da un breve passaggio sopra piccole sporgenze sospese su corde. Il percorso è circolare quindi accanto a questa si colloca l'ultima stazione, un tracciato d'equilibrio su funi, devo dire per nulla semplice. Da qui il sentiero costeggia il bosco e sale esposto al Sole lungo un sentiero sterrato, facile e ben tenuto, piuttosto ripido ma abbordabile. Dopo la terza stazione, una prova di equilibrismo su una fune, la pista si addentra nella macchia boschiva e procede in piano alternando solo poche brevi salite. Si giunge così alla sesta stazione, una prova di abilità che va compiuta facendo scorrere un anello su una barra di metallo senza toccarne la superficie, quindi alla settima, dove verrà testata la forza bruta nel tentativo di far squillare una campana posta sulla cima di una colonna colpendo la base con un pesante martello. L'ottava stazione rappresenta un po' il giro di boa: sulla sommità di una soleggiata collinetta si posiziona l'alto castello di Schmidolin, una struttura di legno sopra la quale è possibile arrampicarsi per poi discendervi attraverso uno scivolo. Sulla cima della costruzione domina la sagoma fiammeggiante del draghetto coraggioso. Accanto a questo gioco, adatto per i bambini più grandi, è previsto anche uno scivolo più basso e sicuro, pensato per i più piccoli, accessibile per mezzo di facili e basse reti sospese.

Da questo punto il percorso comincia a scendere. Si alternano le stazioni successive tra cui si ricorda un ripido scivolo giallo immerso nel bosco (adulti, occhio alla testa), una ruota su rotaia da spingere a mo' di criceto dall'interno per farle percorrere la distanza prescritta, un gioco con protagonista una pompa d'acqua ed il classico labirinto da percorrere per trovare il tesoro. Quella più strana è però forse la numero 11, composta da un ingegnoso meccanismo a manovella che se girato fa intravedere all'interno di un cilindro forato un'immagine: il bambino deve azionare il marchingegno, osservare attraverso il foro e riconoscere la figura.

Lungo l'itinerario si incontra anche la grotta presso cui il serpente mostruoso ha nascosto l'uovo di Schmidolin dopo averlo rubato: a dirla tutta l'istallazione risulta un po' poco comprensibile, si rimane davanti ad essa per qualche minuto chiedendosi cosa fare prima di procedere oltre senza aver concluso granchè. Il percorso si conclude con la classica teleferica giocattolo situata non proprio accanto alla diciottesima stazione, poco prima. Conclusa l'attività, ritornando in questo punto, circa all'altezza della quattordicesima stazione, è possibile procedere sul sentiero attraverso il bosco, ad un bivio poco segnalato tenere la destra e cominciare a scendere per sbucare infine, dopo una breve camminata, sopra un ampio pianoro esposto. Sul fondo di questo spazio si colloca il ristorante Gasthof Mittelstation: qui consumiamo il nostro pranzo a base di patatine e salsicce, molto buono. Il nome della locanda trae la propria origine dalla vicinanza con la stazione intermedia di una diramazione laterale dell'AreitXpress, collegata direttamente con l'abitato di Zell am See. Il viaggio dì ritorno si rivela poco più lungo rispetto a quello dell'andata, le cabine più piccole ed la porzione centrale del tragitto ad un'altezza vertiginosa dal suolo. Attenzione agli orari: l'ultima partenza per la discesa da questa stazione è alle ore 17:00.

Inizia il rientro verso casa. Compiamo il viaggio di ritorno ovviamente come abbiamo compiuto quello di andata, vale a dire in treno. Spezziamo il lungo tragitto predisponendo una fermata intermedia presso Kufstein. Questa cittadina di circa 19.000 abitanti è il secondo centro abitato più grande del Land Tirol subito dopo il capoluogo Innsburck. Abbiamo quindi abbandonato i confini del Salisburghese. Le origini di questa località sono antichissime: fu infatti abitata fin da 30.000 anni fa' come testimoniato dal ritrovamento archeologico sul posto di alcune punte di freccia in osso appartenute a cacciatori preistorici. Tale datazione rende Kufstein uno dei centri abitati più antichi di tutto il Tirolo. In seguito, a partire dal 15 a.C., l'area fu sottomessa al dominio romano come risultato delle vittoriose campagne militari condotte dai legionari contro i popoli alpini dei reti e dei vindelici. Per i successivi 500 anni la zona fu sotto amministrazione romana. A fare la fortuna di Kufstein nel lungo corso dei secoli fu la sua posizione strategica, attributo che ne consentì un progressivo sviluppo urbanistico e commerciale culminante con la concessione dei diritti di città assegnatigli nel 1393. Paradossalmente, la sua ubicazione, prossima al confine tra Austria e Germania, fu anche la sua più grande fragilità, tanto da renderla oggetto di disputa territoriale in modo pressochè costante e continuo. Dopo aver fatto parte per lungo tempo del Ducato di Baviera, passo per la prima volta tra i possedimenti tirolesi nel 1342, anno in cui la cittadina venne consegnata come dono nuziale alla contessa Margarete von Tirol-Görz in occasione del suo matrimonio con Ludovico V di Wittelsbach, figlio del duca bavarese Ludovico IV di Wittelsbach. Pochi anni dopo, nel 1369, alla morte di Meinhard III von Tirol-Görz, la località passò sotto il vessillo prima del Ducato di Baviera prima e poi del Ducato di Baviera-Landshut in ottemperanza agli accordi stretti con il Sacro Romano Impero per il controllo del Tirolo. Nel XVI secolo e nel XVII secolo la località divenne fondamentale svincolo mercantile attraversabile solo dietro pagamento di un pedaggio: in tale periodo di stabilità politica e di crescita economica, Kufstein conobbe il proprio periodo di maggior prosperità, soprattutto grazie al commercio del sale che attraverso la cittadina transitava su strada oppure su fiume, a bordo di chiatte condotte sopra le acque del fiume Inn.

Tale retaggio storico, oggi ovviamente assorbito dalla modernità e dal progresso, rimane però ancora impresso nello stemma araldico della città, al centro del quale effettivamente campeggia, su sfondo rosso, una botte usata per lo stoccaggio del sale: secondo alcune teorie, il nome stesso del centro abitato deriverebbe da questo elemento, designato in lingua tedesca arcaica con il termine kufe. La prima menzione dell'appellativo con cui oggi è conosciuta la località, nell'arcaico Caofstein, sarebbe scritta all'interno un registro fondiario appartenuto al vescovo Arno di Salisburgo e risalirebbe agli anni compresi tra il 788 d.C. ed il 790 d.C., epoca di giurisdizione bavarese sull'area. Un nuovo cambio di fronte si verificò nel 1805, in epoca napoleonica, quando Kufstein, tornata nel frattempo sotto influenza asburgica agli inizi del XVI secolo, fu nuovamente conquistata dai bavaresi senza porre resistenza alcuna, per poi essere ceduta nel 1814 all'Impero Austriaco e rimanere tra i possedimenti asburgici fino al termine della I Guerra Mondiale.

Appena giunti in città, ad accoglierci per primo dopo aver compiuto pochissimi passi dalla stazione ferroviaria è l'Inn. Questo lungo fiume, tributario del Danubio ed esteso per 517km di decorso, attraversa il centro abitato di Kufstein contribuendo grandemente a tipizzare l'aspetto del suo centro storico. Il suo nome deriva dalla lingue celtica, probabilmente associato al termine en (o enios) che potrebbe tradursi letteralmente e molto semplicemente con "acqua"; l'evoluzione con la doppia consonante in coda all'appellativo compare solo a partire dal XVI secolo. Il fiume veniva navigato già dall'epoca romana e fin da subito venne sfruttato per il trasporto verso Vienna di varie mercanzie, non solo il sale ma anche ferro, legname, tessuti, grano e vino. A tale scopo, per le movimentazioni delle merci in direzione della capitale austriaca le piccole imbarcazioni impiegate erano costrette a percorrere le acque dell'Inn controcorrente trainate da cavalli condotti lungo la riva del fiume. Kufstein era una delle stazioni intermedie più importanti di questi viaggi commerciali. Attraverso il fiume venivano ovviamente spostate anche persone e soldati: a tale proposito è si ricorda il curioso episodio che nel 1765 vide la salma dell'imperatore Francesco I di Lorena, deceduto ad Innsbruck, trasportata a bordo di una nave lungo l'Inn fino a Vienna, accompagnato da un peculiare corteo funebre costituito da altre 19 imbarcazioni occupate dal suo seguito ed ovviamente dalla sua consorte, l'imperatrice Maria Teresa d'Asburgo. Solo con la realizzazione della linea ferroviaria che nel 1858 giunse a collegare diverse località tirolesi, tra le quali Kufstein, la via di trasporto fluviale lungo l'Inn perse gradualmente la propria importanza. Il fiume rimase comunque un elemento forte e distintivo della città tanto da richiamare, a partire dal XVIII secolo, numerosi artisti europei desiderosi di cogliere nelle proprie opere pittoriche i meravigliosi scorci offerti dall'Inn: nel corso del XIX secolo, i cosiddetti Inntalmaler che visitarono Kufstein ed i suoi dintorni, con tela e pennello sottobraccio, superarono abbondantemente le due centinaia. Superiamo il fiume percorrendo il Margaretenbrücke, passaggio sospeso presente in questo punto della costa fluviale fin dall'epoca medievale, seppure non nella forma in cui lo vediamo oggi. Al centro del ponte sta un po' isolata al bordo della carreggiata il Nepomuk-Denkmal, una statua raffigurante San Giovanni Nepomuceno posta su un piedistallo e realizzata nel 2003.

Guadagnata la sponda opposta dell'Inn siamo subito proiettati all'interno del Kufstein Altstadt. Purtroppo va annotato che l'aspetto del centro storico di Kufstein perse i propri connotati originari a seguito del violento incendio che colpì la città nel 1703: a scatenarlo fu Massimiliano II Emanuele di Wittelsbach, duca di Baviera, durante l'assedio che nel corso di quell'anno mosse a Kufstein nel tentativo di impadronirsi del Tirolo. La sua azione recò morte e distruzione ma ebbe successo, seppure fu probabilmente inutile dal momento che un anno più tardi, nel 1704, Kufstein venne riguadagnata nuovamente dal Sacro Romano Impero che costrinse i bavaresi alla ritirata. Nonostante tale circostanza, il Kufstein Altstadt oggi si presenta piuttosto fedele nella disposizione alle proprie origini, oltre che piacevole nell'essere ammirato e vissuto. Il suo ombelico è probabilmente rappresentato dalla Unterer Stadtplatz, la piazza principale della città. Ci si rivela come uno spazio allungato di circa 170m di lunghezza, con fondo in pendenza, circondato su ciascuno dei lati più lunghi da una fila di facciate di palazzi, alcune dotate di elementi originali quali ad esempio piccoli bovindi, che ne delimitano il perimetro. La piazza è vivace ed animata costantemente dal transito incessante di passanti, oltre che dalle insegne dei numerosi negozi che ne presidiano dai margini lo spiazzo. L'elemento di maggior valore presente sulla Unterer Stadtplatz si posiziona però al suo margine inferiore, proprio poco oltre l'imbocco del Margaretnbrücke.

Si tratta della Marienbrunnen, una minuta quanto graziosa fontana intitolata al soggetto della Madonna col Bambino, la cui effige dorata troneggia al centro della composizione scultorea composta da una colonna gotica in ghisa collocata al centro di una vasca ottagonale dello stesso materiale. Fu creata nel 1861 e fu sorprendentemente smantellata nel 1964 per far spazio ad un nuovo monumento in marmo: solo grazie all'intercessione dei cittadini venne evitata la distruzione della fontana che fu invece ricollocata al proprio posto due anni dopo la sua rimozione. Dalla parte opposta del margine inferiore della Unterer Stadtplatz rispetto alla Marienbrunnen, si apre la via più affascinante e caratteristica di Kufstein: la Römerhofgasse appare come uno stretto vicolo lungo circa 110m, leggermente piegato verso destra partendo dalla piazza, oscurato dalle facciate dei palazzi che ne delimitano lo spazio affrontandosi sui due lati quasi fino ad entrare in contatto. Alcune di essi offrono al passante il piacere di ammirare le meravigliose decorazioni murali a tema tradizionale disposte lungo la superficie delle pareti esterne affacciate sulla via, donando all'ambiente un tono particolarissimo di colore, forse anche di magia. Fermarsi nel tentativo di interpretarne le forme ed i soggetti è francamente inevitabile. Lungo il suo decorso incontriamo anche diversi ristoranti, uno piuttosto strano: presso la sala dell'Hans im Glück è possibile mangiare seduti a tavoli immersi in una foresta di quelli che sembrano tronchi di betulla. So che può suonare strano ma assicuro che è tutto vero, anzi aggiungo che le pietanze servite (la specialità sono gli hamburger) si rivelano addirittura squisite e se riuscite a non cogliere in fronte un tronco mentre vi dirigete verso il bagno l'esperienza risulterà senza dubbio molto piacevole.

Il locale più famoso della Römerhofgasse è però un altro e non accetta rivali. Sul fondo del corto vicolo si posiziona l'Auracher Löchl. Si tratta di un'altica locanda il cui nome deriva da quello dei suoi fondatori, la famiglia Auracher per l'appunto, la cui presenza a Kufstein si attesta a partire dal XIII secolo, epoca in cui i suoi membri gestivano già un birrificio. L'appellativo Löchl venne invece aggiunto in seguito in richiamo alla galleria lunga ben 90m fatta scavare proprio dai gestori della locanda nello spessore del Festungsberg, al quale la locanda si addossa, per la conservazione al fresco della birra prodotta. La prima pietra dell'edificio che ospitò l'attività fu posata nel 1409: la costruzione era collocata a ridosso delle mura cittadine, oggi dismesse, e perciò la locanda, avviata nel 1448, fu frequentata in particolare dai militari stanziati presso il vicino Festung Kufstein.: mentre i soldati semplici erano soliti aggregarsi nei locali al piano terra e nei sotterranei, gli ufficiali si davano convegno nelle sale riscaldate del primo piano. Ad ogni modo, anche esponenti della plebe, tra cui zatterieri, pescatori, commercianti e viaggiatori, oltre ad esponenti della borghesia locale e persino del clero, erano soliti utilizzare l'Auracher Löchl come punto di ritrovo. E' questa ovviamente una conferma della grandissimi popolarità che il locale guadagnò in città nel corso degli anni, tanto da rendere gli Auracher una delle famiglie più rispettate ed importanti del luogo, capace di esprimere nella storia di Kufstein ben dieci borgomastri incaricati del governo della cittadina. Eppure più di una volta la locanda fu minacciata di essere distrutta: capitò ad esempio nel 1505, quando l'imperatore Massimiliano I d'Asburgo assediò e conquistò la locale fortezza strappando in questo modo Kufstein ai bavaresi. Leggenda narra che in tale occasione l'Auracher Löchl fu risparmiata dal saccheggio grazie alla tenace resistenza di un uomo bavarese, frequentatore abituale della locanda, che si asserragliò al suo interno impedendo agli assalitori di accedervi. Il pericolo fu scampato anche nel 1703, in occasione dall'attacco militare condotto dal duca Massimiliano II Emanuele di Wittelsbach che devastò la cittadina ma non scalfì, questa volta davvero per miracolo, la locanda. Il 1869 è un anno importante per l'Auracher Löchl: a partire da esso presso la locanda si cominciò a servire non solo birra ma anche vino, evento apparentemente trascurabile e di relativa importanza, ma che si connette in realtà in altro dei tratti emblematici di questo luogo. La tradizione racconta infatti che presso la cantina della locanda dove venivano conservate le botti di vino cominciò a bazzicare un gatto nero dal carattere quanto meno irascibile. L'astioso felino era solito appollaiarsi sopra i barili, soprattutto quelli contenenti i vini più prelibati, assalendo con morsi e graffi chiunque osasse avvicinarsi. Fu insomma una specie di gatto da guardia ed il suo comportamento si rivelò talmente insolito da guadagnarsi una discreta celebrità in città, in molti arrivarono a sostenere che incarnasse uno spirito demoniaco. Fatto sta che non si ha notizia di furti nelle cantine della locanda fintantochè il gatto combattivo rimase a presidiarle. Questa narrazione divenne un simbolo talmente forte dell'Auracher Löchl da comparire ancora oggi sul logo della locanda che in effetti raffigura un gatto che arruffa il pelo accanto alla sagoma miniaturizzata dell'edificio che ospita la locanda stessa.

Agli inizi del XX secolo Kufstein divenne meta molto importante per la pratica degli sport invernali e l'Auracher Löchl divenne uno dei maggiori punti di aggregazione per i numerosissimi visitatori provenienti da tutta Europa che giungevano sul posto durante i mesi invernali per praticare le varie discipline sportive sulla neve delle vicine alture. Nel 1922 la proprietà della locanda passò alla famiglia Neuhauser che continuò a gestirla in modo tradizionale. L'attività ebbe un ruolo particolare anche durante lo svolgimento della I Guerra Mondiale e della II Guerra Mondiale, quando la galleria tradizionalmente utilizzata per la conservazione della borra venne impiegata come rifugio antiaereo. Un nuovo passaggio di proprietà avvenne nel 1992 quando l'attività venne rilevata da Raimund Hirschhuber, mentre oggi è gestita da Beatrice e Christian Walch ai quali appartiene dal 2018. Nel 2021 sono stati avviati importanti lavori di restauro che ne hanno rinnovato ed ampliato gli ambienti, mantenendo comunque la storica struttura e preservando intatti i resti delle mura difensive inglobate all'interno delle pareti dell'edificio. Grazie a quest'opera, oggi l'Auracher Löchl ospita un apprezzato ristorante, mentre all'interno della galleria originariamente utilizzata come deposito di birra è stato ricavato un famosissimo gin bar, lo Stollen 1930, detentore dal 2014 del primato Guinness in virtù delle circa 1.000 varietà diverse di gin che custodisce. In realtà la disposizione attuale dell'Auracher Löchl si suddivide in due sezioni: sul lato orientale della Römerhofgasse si trova appunto l'edificio che ospita la locanda tradizionale ed il gin bar, su quello occidentale la struttura di un più moderno albergo e di una caffetteria collocata al piano terra. Le due sezioni sono unite da uno stretto passaggio coperto sospeso sopra la via, il quale oltre a costituire un altro tratto distintivo dell'Auracher Löchl ospita anche una delle più piccole sale ristoranti presenti non solo in Austria ma anche nell'intero continente europeo, appena 15m² ed un solo tavolo per due coperti.

Questo passaggio sospeso si accompagna ad una struttura simile disposta poco prima lungo la Römerhofgasse, tra le facciate di due edifici posizionati sui due lati opposti della via: quello dell'Auracher Löchl si contraddistingue per le tre piccole finestrelle posizionate lungo il margine superiore e per i dipinti murari raffiguranti cavalieri in armi, oltre che per la monumentale scritta enunciante su entrambi i lati il nome della locanda accompagnata su uno di essi dagli stemmi araldici del Tirolo e di Kufstein. L'altro appartiene alla Gasthof Post ed è contrassegnato da un dipinto murale raffigurante una carrozza trainata da una coppia di cavalli. Tra i due passaggi sospesi si affaccia sulla Römerhofgasse l'ingresso della Weinhaus Batzenhäusl, la cui facciata giova di variopinti affreschi e di un curiosissimo barometro da osteria costituito da una corda di canapa immersa sospesa la cui altezza, determinata dalla tensione assunta dal pezzo di fune, rivelerebbe la previsione atmosferica. Chissà se funziona davvero o se è solo una trovata goliardica?

Compiamo il nostro dovere fermandoci presso l'Auracher Löchl per un veloce spuntino. La parte tradizionale della locanda si sviluppa al primo piano dell'edificio e si compone di diverse sale, tutte arredate con ampie tavolate suddivise in scomparti delimitati da divisori lignei, una mistura eterogenea di dipinti di aspetto antico alle pareti rivestite di legno, gli immancabili animali impagliati, al centro dello spazio un grande tavolo rettangolare pronto per accogliere gli avventori per cena. Consumiamo presso un tavolo d'angolo una squisita torta al cioccolato ed una buonissima birra, rigorosamente di produzione propria, sotto lo sguardo un po' inquietante di un cervo la cui grossa testa imbalsamata sovrasta il nostro desco. Rimpiangiamo di non poter tornare per il pasto serale, ma qui occorre prenotare il posto con largo anticipo, la locanda è infatti perennemente al completo.

L'Auracher Löchl segna grossomodo il termine della Römerhofgasse, il cui decorso si ferma poco oltre il passaggio sospeso della locanda. Il vicolo si collega, attraverso uno stretto portale, alla Innpromenade, un aperto viale pedonale e ciclabile esteso lungo la riva sinistra dell'Inn. Qui alcune panchine concedono l'occasione per cogliere un momento di riposo ammirando le acque del fiume che pochi metri più a monte passano sotto la bassa struttura del Margaretenbrücke. In questo punto della Innpromenade, vale a dire quello in continuità con la Römerhofgasse, sorge il Karl-Ganzer-Denkmal, un monumento dedicato alla memoria di Karl Ganzer. Questo personaggio rappresenta probabilmente quello che più di tutti, nella storia della città, contribuisce a definire l'identità di Kufstein. Nato nel 1920 a Brixlegg, località situata 35km più a nordest, il primo impiego di Karl Ganzer fu quello di postino, nulla di più lontano dal talento che lo porterà alla celebrità insieme alla città che gli regalò un enorme quanto sorprendente successo. Dal 1940 al 1945, durante lo svolgimento della II Guerra Mondiale, fu arruolato come soldato nell'esercito austriaco ed inviato presso il fronte balcanico. Sopravvissuto al conflitto, fece ritorno a casa e si stabilì con la propria famiglia presso Kufstein, dove continuò a svolgere il lavoro di postino: è questo l'inizio di un sodalizio indissolubile che porterà la città ad identificarsi con l'uomo e l'uomo ad identificarsi con la città. Il mezzo per plasmare e consolidare questo forte legame fu la musica, una vera passione per Ganzer che sviluppò le proprie abilità apprendendo da autodidatta, senza una vera e propria formazione scolastica. Abilità sviluppate unendosi, fin dalla giovane età, ai musicisti che solevano esibirsi presso i locali della città accompagnato dalla propria fisarmonica stiriana. Questo strumento musicale fu quello che accompagnò sempre le composizioni di Ganzer: altri non è che una fisarmonica a bottoni, caratterizzata da un suono deciso dei bassi elicoidali, utilizzato in particolare nella musica popolare alpina tanto da meritare di essere definita stiriana, in richiamo alla vocazione contadina dello strumento senza alcuna connessione con la provenienza dalla regione austriaca della Stiria. La fisarmonica stiriana venne infatti inventata a Vienna nel corso del XIX secolo.

Le esibizioni di Ganzer presso le locande di Kufstein furono numerosissime, la maggior parte in compagnia del gruppo musicale Pendlstoana, moltissime delle quali presso l'Auracher Löchl. Qui nel 1947 compose il suo brano più celebre intitolato "Kufsteinlied", suonata per la prima volta in pubblico nel corso dello stesso anno nella Unterer Stadtplatz. La canzone, articolata in tre strpfe con un ritornello jodel, parla di una fantasiosa vacanza a Kufstein narrando in modo folcloristico e trasfigurativo le bellezze che la città custodisce, le montagne, i paesaggi, il buon vino. Nonostante il brano sia stato inciso su disco già dagli anni '50 del XX secolo, il successo giunse solo nel corso degli anni '60 dello stesso secolo, quando cioè iniziò ad essere cantato da diversi giganti della musica popolare di lingua tedesca, tra i quali il re dello jodel Franz Lang che lo riprodusse nel 1968 lanciandolo alla ribalta dell'attenzione mediatica. Oggi "Kufsteinlied" è uno dei pezzi di musica popolare tedesca più conosciuti al Mondo, capace di vendere globalmente ben 100 milioni di dischi. La sua grandissima notorietà ha trasportato Kufstein nell'immaginazione delle persone percorrendo il globo terrestre, in una corsa che continua ancora oggi: ne è riconferma il fatto che nel 1981 il cantante austriaco Wilfried rivisitò il pezzo in chiave punk riscrivendo il testo in senso satirico, ricevendo per tale impresa ovvie critiche da parte dell'ambiente artistico nazionale. L'incredibile successo ottenuto dalla composizione insieme alle sue origini dal basso fecero insorgere nel tempo alcuni dubbi in merito alla sua paternità e solo nel 2009 i diritti d'autore relativi alla canzone furono ufficialmente attribuiti in modo esclusivo a Karl Ganzer. Il musicista era però deceduto a Kufstein già nel 1988, di fatto non conoscendo mai il successo pieno e del tutto dovuto al suo genio musicale. Presso l'Auracher Löchl viene ancora oggi tenuto simbolicamente libero il posto da lui abitualmente occupato quando era solito frequentare la locanda: un tributo alla sua personalità e al contributo preziosissimo da lui apportato all'identità tradizionale della città intera. Nel 2021, nelle vicinanze dell'Auracher Löchl, sulla Innpromenade, fu installato il Karl-Ganzer-Denkmal, una curiosa scultura in metallo raffigurante il musicista con la propria fisarmonica tra le mani e seduto sopra la sfera di una perla, oggetto prezioso a cui viene paragonato Kufstein nel testo di "Kufsteinlied" e che si ricollega al soprannome di "Perla del Tirolo" con il quale la città è universalmente riconosciuta, riportato anche su una parte della scultura stessa. L'autore del monumento fu Isidor Winkler che sembra averlo assemblato unendo insieme pezzi eterogenei di metallo, componendo in tal modo una figura che risulta somigliante ad una sorta di uomo di latta proveniente da "Il Meraviglioso Mago di Oz".

Abbandoniamo la Römerhofgasse e facciamo ritorno sulla Unterer Stadtplatz er percorrere l'ultimo suo tratto. Alla sua estremità orientale la piazza si interseca a perpendicolo con la Oberer Stadtplatz, a discapito del nome un ampio viale trafficato dalla circolazione automobilistica. All'angolo di questo incrocio si posiziona la Rathaus Kufstein, l'edificio del municipio. L'originale struttura di questa costruzione, risalente al XVI secolo, appare tutt'oggi ottimamente conservata nelle forme nonostante i lavori di restauro che la interessarono nel 1923 e di nuovo nel 2011, quando a condurre i lavori fu l'architetto Rainer Köberl. In quest'ultima occasione, l'edificio del municipio propriamente detto, affacciata sulla Unterer Stadtplatz, fu unito alla vicina Bildsteinhaus ed al più piccolo Paramentenstöckl, entrambi affacciati sulla Oberer Stadtplatz e fino ad allora disposti in volumi indipendenti, a formare un unico e più ampio complesso amministrativo. La facciata di questo edificio è caratterizzata, oltre che dalle numerose fenestrature dotate di particolari scuri animati da tinte oblique bianche e rosse, soprattutto da un timpano a gradoni, ristrutturato già nel 1965, decorato con gli stemmi di 17 città tirolesi: Innsbruck, Vipiteno, Imst, Vils, Lienz, Rattenberg, Bressanone, Brunico, Schwaz, Chiusa, Kitzbühel, Glorenza, Bolzano, Landeck, Merano, Hall in Tirol e ovviamente Kufstein. Sulla Oberer Stadtplatz si affaccia il volto più moderno e contemporaneo del municipio, racchiuso in facciate lisce e regolari. Accanto all'ingresso rivolto su questo lato della Rathaus Kufstein, sotto l'ombra sventolante delle bandiere europea, austriaca, tirolese e cittadina, è concesso ad uso e consumo dei passanti un piccola ricostruzione in tre dimensioni della planimetria urbana adagiata su un tozzo piedistallo.

Poco più in là, proseguendo lungo la rumorosa Oberer Stadtplatz, si raggiunge l'Anton-Kink-Denkmal, un memoriale costituito da una semplice lastra di pietra sulla superficie della quale è scolpito il profilo di Anton Kink, personaggio illustre della storia locale a cui il monumento è dedicato, sindaco della città dal 1861 al 1864 e pioniere dell'edilizia nel ruolo di proprietario di un'importante industria cementizia.

L'opera, incastonata nella parete del terrapieno che conduce alla terrazza che ospita la Stadtpfarrkirche Sankt Vitus, proviene dalle mani dello scultore Peter Schneider e venne posata sul posto nel 1963. A lato del memoriale sta una piccola fontanella, ospitata all'interno di una nicchia ricavata nella parete, composta da una vasca circolare metallica all'interno della quale l'acqua si riversa da minute sculture a forma di tre pesci attorcigliati l'uno sull'altro. Ancora più avanti, al limite meridionale della Oberer Stadtplatz, si posiziona l'albergo da noi scelto per il nostro brevissimo soggiorno in città, il Goldener Löwe. In realtà non proprio una gran scelta: camere un po' antiquate, personale poco cordiale e soprattutto una fastidiosissima puzza di fumo di sigaretta a permeare completamente la stanza assegnataci. A salvarsi è solo il ristorante dell'albergo, abbastanza buono e molto tranquillo.

Nelle vicinanze, anch'essa a metà tra la Oberer Statdplatz e la Unterer Stadtplatz, dall'alto di un'ampia terrazza sopraelevata che prende opportunamente il nome di Pfarrplatz, accessibile per mezzo di scalinate da entrambe le piazze, si rivela il profilo discreto ed acceso da bordature tinte di giallo della Stadtpfarrkirche Sankt Vitus, il principale luogo di culto cattolico della città. La costruzione dell'edificio, che fa mostra di uno stile gotico piuttosto sobrio, si attesta tra il 1390 ed il 1420. Prima di tale periodo, probabilmente sul luogo si collocava un tempio più antico, oggi completamente sostituito dalla chiesa attuale. La sua disposizione si configura su tre navate con un'abside poligonale. Un restauro in stile barocco venne operato sull'edificio tra il 1660 ed il 1661. Nel 1840 la chiesa venne invece ampliata di una campata ed in tale occasione l'arredo barocco venne sostituito da mobilia classicista. Ulteriori lavori di restauro furono condotti in più fasi tra il 1959 ed il 1991. La facciata appare scarna ed essenziale, abbellita solo da un piccolo mosaico a tema mariano ospitato all'interno di una nicchia circolare sopra il portale. La torre campanaria, situata sul lato dell'abside rivolto verso la Oberer Stadtplatz e coronata da una cupola a cipolla, ospita cinque campane, la più antica delle quali venne realizzata nel 1706 mentre le altre quattro vennero create nel 1948.

All'interno, i dipinti murali presenti lungo le volte delle navate e della galleria, ritraenti santi, profeti ed evangelisti in una curiosa disposizione geometrica, vennero creati nel 1929 da Rudolf Stolz. L'altare maggiore, pezzo più pregiato del corredo della chiesa, è attribuito allo scultore tirolese Josef Stumpf: la sua struttura, in stile neoclassico, è costituita da due colonne marmoree con capitelli ionici a sostegno di un timpano triangolare decorato con il triangolo simbolo di Dio, sotto di esso sta un fregio ornamentale a motivi floreali che fa da cornice ad un dipinto con soggetto San Vito, patrono del tempio, opera di Josef Arnold il Vecchio del XIX secolo. Allo stesso periodo risalgono le due statue ritraenti San Paolo e San Pietro poste ad affiancare sui due lati l'altare, realizzate dallo scultore locale Kaspar Bichler.

Circostanza curiosa, l'immagine di San Vito viene canonicamente ritratta in compagnia di un calderone, la cui sagoma si intravede in effetti un po' defilata in un angolo in basso del dipinto di Josef Arnold il Vecchio: l'associazione è motivata dal fatto che San Vito, proveniente da una nobile famiglia pagana originaria dei territori dell'odierna Sicilia, a seguito della conversione morì martire nel 303 d.C. durante le persecuzioni contro i cristiani ordinate dall'imperatore Diocleziano, dopo essere stato immerso in un pentolone di pece bollente e dato in pasto ai leoni. La chiesa ospita altri due dipinti attribuiti a Josef Arnold il Vecchio, il primo posizionato sull'altare laterale sinistro raffigurante la Madonna insieme a Santa Barbara e Santa Caterina d'Alessandria, il secondo collocato sull'altare laterale destro e ritraente San Sebastiano. Belle anche le vetrate disposte lungo le pareti perimetrali, dalle piacevoli tinte pastello.

Ad attirare la curiosità sono anche le particolari lapidi scolpite con pregiati fregi dislocate lungo le pareti delle due navate laterali, in particolare quello di essi dedicato alla memoria del nobile di Kufstein Hans Baumgartner, ricco mercante attivo soprattutto nel commercio di argento e rame, morto il 23 agosto 1493: la lastra marmorea che lo commemora, raffigurante un cavaliere armato di alabarda trionfante sopra lo stemma araldico di famiglia ed una tomba contenente uno scheletro con una serpe stretta in bocca, è opera di Wolfgang Leeb del 1500 e ricorda l'uguaglianza di poveri e ricchi di fronte al giudizio di Dio. Le lapidi contenute all'interno della chiesa sono diretta continuazione di quelle altrettanto stupefacenti disposte all'esterno lungo i muri esterni della più piccola Dreifaltigkeitskirche. Quest'ultima, posizionata sul lato opposto della Pfarrplatz rispetto alla facciata della Stadtpfarrkirche Sankt Vitus, fu costruita probabilmente intorno al 1502, ricostruita tra il 1705 ed il 1730 dopo essere stata distrutta da un incendio nel 1703. Dispone di una navata singola e di un altare a baldacchino in stile rococò realizzato nel 1765. Tra il 1988 ed il 1989 venne restaurata e proprio in quest'occasione lungo la parete esterna vennero montate alcune antiche pietre funerarie. Qui lo sguardo si perde sui fregi raffiguranti stemmi, blasoni, emblemi, tutti provenienti da un lontano passato nobile e cavalleresco. E' da cogliere anche un momento di preghiera presso il tranquillo ed intimo interno, precluso purtroppo da una grata di metallo che lascia intravedere solo da lontano il ricco dorato altare e lascia la possibilità solo di accendere una cero sul candelabro votivo, offrendo però al contempo un prezioso momento di raccoglimento.

Ultimo elemento da citare nell'orbita della Stadtpfarrkirche Sankt Vitus è l'Hörfarter-Denkmal, monumento disposto alla base della Pfarrplatz sul lato ricolto verso la Unterer Stadtplatz, dedicato alla figura di Matthäus Hörfarter, ritratto in un busto ospitato sotto un arco decorato sostenuto da quattro colonne. Questo personaggio fu teologo e parroco di Kufstein a partire dal 1859, il cui merito di quello di riformare il sistema scolastico cittadino, fondare sul posto un istituto educativo femminile nel 1869 ed un asilo infantile nel 1870, il primo di tutto il Tirolo. Non nacque a Kufstein ma vi morì nel 1896, all'età di 78 anni. Il monumento a lui dedicato fu realizzato dallo scultore tirolese Norbert Pfretzschner e venne inaugurato nel 1899.

All'estremità opposta della Oberer Stadtpltaz rispetto a quello sulla quale si affaccia la Stadtpfarrkirche Sankt Vitus si apre la Franz-Josef-Platz, piazza di dimensioni contenute che si contraddistingue soprattutto per il fatto che su un lato di essa si apre l'accesso ad un gradevole parchetto fornito di panche, sedute e soprattutto di un piccolo parco giochi per bambini, con tanto di bassa parete da arrampicata. La fermata presso questo luogo per noi è ovviamente irrinunciabile. Al centro della piazza sta invece un'aiuola circolare fiorita nel mezzo della quale troneggia una macabra scultura ritraente Davide trionfante sopra la testa del gigante Golia che giace ai suoi piedi, opera del 1920 di Josef Mühlbacher.

Non si può dire di essere stati a Kufstein senza aver visitato il suo sito più rappresentativo, lo scrigno roccioso della sua storia secolare, il nucleo vitale innestato nella pancia della città, al centro quasi perfetto della sua area urbana. Da questo luogo silente ma animato dalla memoria del tempo, come addormentato ma sempre capace di irradiare il proprio respiro su tutto ciò che lo circonda, sembra irradiarsi come un vortice tutto l'insieme di vie, viuzze e piazze che insieme compongono Kufstein. Per raggiungerlo occorre raggiungere la sommità del Festungsberg, una collina alta appena 90m posizionata a ridosso della riva sinistra dell'Inn. L'impresa è fattibile ovviamente a piedi ma anche utilizzando la Kaiser Maximilian Panoramabahn, una corta funivia panoramica capace di coprire un dislivello di 90m su una distanza di circa 50m. La costruzione sul posto della prima infrastruttura di questo tipo risale probabilmente già al XVII secolo, epoca in cui era costituita da un semplice sistema a spinta per mezzo di un argano e veniva utilizzata prevalentemente per il trasporto di merci, viveri ed armi. Oggi la funivia è ovviamente elettrificata ed è stata adattata al trasporto di persone. L'impianto moderno è stato inaugurato nel 1999 dopo che già nel 1965 il primitivo argano era stato smantellato a favore di un sistema di trazione più moderno. Il viaggio trasporta in pochi minuti dalla città sottostante all'interno del Festung Kufstein. E' questo uno dei castelli medievali più importanti di tutto il Triolo. La superficie che occupa sulla sommità del Festungsberg raggiunge i 24.000m² e la sua prima citazione in documenti storici, con l'appellativo arcaico Castrum Caofstein, risale al XIII secolo, precisamente al 1205, epoca in cui la struttura appartenne ai vescovi di Ratisbona. In seguito la fortezza, come tutta la città ed i territori circostanti, passò tra le proprietà bavaresi e proprio il duca Ludovico VII di Wittelsbach intorno al 1413 avviò importanti opere di rafforzamento del castello.

Dopo l'estinzione della linea ereditaria del Ducato di Baviera-Landshut, Kufstein conobbe un periodo di incertezze e conflitti: a partire dal 1504 il governo della città fu assunto dal nobile comandante militare bavarese Hans von Pienzenau, il quale dopo aver manifestato fedeltà agli Asburgo, interessata da promesse di potere, cambiò improvvisamente orientamento e con il più impietoso dei voltafaccia giurò devozione agli elettori palatini, evidentemente attratto da laute ricompense pecuniarie. Il risultato fu il cruento scontro svoltosi nel 1505 tra Hans von Pinzenau arroccato all'interno del Festung Kufstein insieme ad un pugno, o poco più, di soldati e l'imperatore Massimiliano I d'Asburgo, conclusasi con la vittoria di quest'ultimo e la cattura dell'assediato che sarà poi condannato a morte per decapitazione. Negli anni successivi Massimiliano I d'Asburgo ordinò la ristrutturazione e l'ampliamento la fortezza rimasta segnata dalla violenza del conflitto: i lavori proseguirono fino al 1522 e furono poi ripresi di nuovo pochi decenni dopo tra il 1552 ed il 1563 sotto la reggenza dei successori di Massimiliano I d'Asburgo, l'imperatore Carlo V d'Asburgo prima e l'imperatore Ferdinando I d'Asburgo dopo. La storia si ripeterà qualche secolo più avanti, nel 1703, quando il castello fu danneggiato durante l'attacco militare condotto su Kufstein dal duca bavarese Massimiliano II Emanuele di Wittelsbach. Nuovi interventi di ampliamento e restauro ennero eseguiti tra il 1675 ed il 1740. A partire dal 1888 la fortezza fu gradualmente dismessa ed abbandonata. Dal 1924 il Festung Kufstein appartiene alla città da cui trae il nome e di cui oggi rappresenta la principale attrazione turistica: al suo interno si collocano spazi espositivi, si tengono eventi artistici e si trova anche un ristorante.

Il viaggio a bordo della Kaiser Maximilian Panoramabahn è davvero breve ed in capo a pochi istanti ci proietta all'interno del castello. Per arrivarci non abbiamo dovuto sborsare un solo centesimo, dal momento che l'accesso sito è completamente ricompreso nell'offerta del Guest Mobility Ticket. Il primo ambiente ad accoglierci è quello della Schlossrondell, uno stretto cortile lungo il cui perimetro semicircolare si sviluppa un camminamento di ronda, una passerella di legno rialzata rispetto al piano del cortile stesso e protetta da una tettoia, percorribile dopo aver salito una corta scalinata. Da qui in passato i soldati posti a guardia della fortezza ne presidiavano i confini, rimanendo in osservazione attraverso le strette finestrelle ricavate nei muri perimetrali del camminamento. Spingendo lo sguardo oltre queste anguste apertura è ancora possibile intravedere poco più in là una ruota di legno ed i meccanismi utilizzati in antichità per la trazione dei carrelli in salita ed in discesa lungo la funivia.

Una breve scalinata ci conduce da questo primo ambiente, attraverso un arco, all'interno del cortile principale del castello, il cui spazio delimitato dagli edifici del complesso ci appare ombreggiato da alcuni frondosi alberi da fusto. Lungo le pareti si affacciano sul cortile numerose fenestrature animate dalla singolare combinazione di giallo e nero delle tinte conferite alle imposte. In un angolo si apre la soglia del ristorante ospitato all'interno della fortezza, il Festungswirtschaft, nel centro lastricato dello spiazzo stanno in attesa di avventori i suoi tavoli all'aperto. Imbocchiamo la rampa che lentamente ci eleva sopra il fondo del cortile principale. Raggiungiamo così una stretta piattaforma aperta che ci pone di fronte ad un bivio. Sulla destra la visita prosegue all'interno di alcune stanze adibite ad ospitare lo spazio espositivo dell'Heimatmuseum, un museo dedicato alla storia locale: al loro interno si incontra un eterogeneo miscuglio di oggetti che non contribuisce molto a chiarificare l'effettiva finalità di questa collezione, anche se si intuisce il riferimento al castello ed al suo patrimonio materiale. Andiamo dagli scheletri di orsi agli antichi dipinti su tela, dagli stemmi di legno scolpito con i simboli di nobili e signori (forse portate in mostra in occasione di parate o battaglie) ad un'inquietante raccolta di croci e crocifissi messa in mostra all'interno di una buia stanzetta dalle pareti rosse. E poi ancora oggettistica varia proveniente dal passato, abiti ed indumenti antichi, armi ed armature, l'immancabile rilievo geologico in scala della fortezza e della regione circostante e (purtroppo!) una sala piena all'inverosimile di animali impagliati, tra i quali anche una volpe, un cigno, un castoro, un avvoltoio ed, ahimè, una maestosa aquila reale. L'allestimento attualmente conferito a questo spazio museale interno al castello è frutto del lavoro di Hans Michael Heger e risale al 1998. Alla sinistra della terrazza esterna invece si accede alla Kaiserturm, la torre più alta del complesso, eretta tra il 1528 ed il 1522 su progetto dell'architetto imperiale Michael Zeller e per volere dell'imperatore Massimiliano I d'Asburgo, da cui il nome. Rappresenta la struttura difensiva più possente del complesso: alla sua base, le mura che la compongono possiedono uno spessore di ben 7,5m.

Penetrando all'interno di essa, un'angusta scala a chiocciola permette di passare dal piano inferiore, occupato da un ampio salone per ricevimenti il cui accesso ci è precluso ma al centro del quale scorgiamo da lontano due giganteschi cannoni posizionati ad ornarne lo spazio, al piano superiore dove è possibile visitare l'area del castello anticamente adibita a prigione. Queste si compongono di una sala centrale lungo il cui perimetro si aprono, a due a due, gli usci delle celle di reclusione, ancora dotati degli originali massicci portali in legno dotati dei necessari spioncini utilizzati dalle guardie per controllare i detenuti. Tra una cella e l'altra, ricavate nello spessore dei muri, stanno alcune piccole nicchie fuligginose e chiuse da grate di ferro, forse una sorta di focolari utilizzati nei mesi invernali per riscaldare gli ambienti attraverso fiamme e braci. In alcune delle stanze sono collocati pannelli espositivi accompagnati qua e là da oggetti storici, come i resti di una catena da caviglia dotata di un gancio per consentirne l'affrancamento alla vita durante la marcia del prigioniero oppure. All'interno di una cella sono sopravvissuti al tempo alcuni disegni tracciati a matita lungo la parete e raffiguranti una barca oppure un veliero, forse un'immagine trasognante di qualche detenuto intento, almeno con la fantasia, ad evadere dalla propria opprimente reclusione. L'ispirazione certo non mancava dal momento che tutte le celle sono affacciate per mezzo di strette finetsrelle inferriate sullo splendido panorama offerto dalla città sottostante e dal nastro luminoso dell'Inn, allo stesso tempo promessa e rimpianto di ogni condannato.

Da questa prigione passarono numerosissimi criminali e fuorilegge. In particolare, durante il periodo di permanenza sotto il vessillo dell'Impero Austriaco prima e dell'Impero Austro-Ungarico poi, la fortezza servì per lungo tempo da luogo di detenzione per dissidenti politici non solo di origine austriaca ma anche polacca, ungherese ed italiana. Tra gli altri, vi venne imprigionato tra il 1799 ed il 1800 anche Ferenc Kazinczy, letterato ungherese considerato tra i più autorevoli critici letterari del suo tempo, arrestato nel 1794 con l'accusa di aver partecipato a movimenti giacobini. Condannato a morte fu graziato e scarcerato ne 1801. Come Silvio Pellico, scrisse una memoria della sua prigionia dal titolo "Fogsagom Naploja" ("Diario delle Mie Prigioni"), pubblicata postuma nel 1931. All'interno del Festung Kufstein fu rinchiuso dal 1850 al 1851 anche Gregor Czuczor, anch'egli ungherese, anch'egli scrittore, sacerdote ordinato nel 1824, arrestato a causa di una composizione poetica intitolata "Riadò" ("Allarme"), dal tono patriottico, considerata sovversiva. Venne graziato e fece ritorno alla città di Pest dove lavorò alla composizione di un dizionario lessicale ungherese. L'ospite più celebre del castello fu però il bandito ungherese Sandor Rozsa. la figura di questo personaggio è avvolta da un'aura di leggenda capace di renderlo una sorta di versione più grezza e molto, ma molto, meno altruista di Robin Hood o Zorro. Le sue imprese, violente e feroci, lo elevarono ad entità quasi mitologica, tanto temuta quanto ammirata per la sua capacità di sfuggire alle regole, resistere al potere, contrastare l'autorità. Il suo volto non è quello sorridente ed elegantemente beffardo dei paladini del popolo, bensì quello torvo e corrucciato di un bandito, seppure celato sotto due abbondanti baffoni neri. Sandor Rozsa fu brigante fin dalla giovanissima età e già a 23 anni ricevette la prima condanna al carcere. Lo spirito correttivo e rieducativo della prigione non dovette avere molta presa sul suo animo turbolento come dimostrato chiaramente dal fatto che, dopo essere fuggito di cella, riprese la propria attività criminosa con ancora maggior impeto, guadagnandosi in breve tempo una poco lusinghiera fama nei territori orientali dell'Ungheria. Nel 1848, insieme ad una banda di 150 uomini, mise i propri talenti al servizio della causa rivoluzionaria ungherese in opposizione al potere imperiale asburgico. Fu costretto a darsi alla macchia dopo la repressione dei moti reazionari, ma nel 1856 venne infine catturato a seguito del tradimento di uno dei suoi sgherri: venne processato, condannato a morte e la pena gli venne poi tramutata in ergastolo. E fu così che nel 1859 approdò alle prigioni del Festung Kufstein dove rimase fino alla data della sua liberazione, avvenuta quasi dieci anni dopo nel 1868 in anticipo rispetto a quanto previsto. Non so se sia lecito pensare se nel suo caso a d indurre clemenza possa essere stata una inattesa quanto poco credibili buona condotta. Qui la vicenda assume tratti che possiedono un che di comico: Rozsa ricominciò a delinquere appena messo un piede fuori dalla prigione, venne arrestato già nel 1869 e poi nuovamente nel 1872, quindi fu nuovamente condannato all'ergastolo. Come si suol dire, il lupo perde l pelo ma non il vizio. La vita di questo incredibile personaggio non poteva che concludersi in carcere: qui non siamo in storielle animate da abili arcieri con una puma sul cappello, nè in quelle popolate da estrosi spadaccini mascherati di nero, questa è la nuda e cruda realtà. A cogliere gli ultimi istanti di una vita tanto avventurosa quanto disonesta fu una cella detentiva di un'anonima località rumena, l'anno del Signore era il 1878. La cella che ospitò Sandor Rozsa all'interno del Festung Kufstein è tutt'oggi segnalata ai visitatori: l'accesso non vi è consentito, ma al suo interno è possibile scorgere da fuori un modesto giaciglio di legno e l'inconfondibile ritratto del bandito affisso alla parete.

Da questa stanza Rozsa pianificò di fuggire tentando di mettersi in contatto con alcuni suoi seguaci attraverso segnali di luce scambiati attraverso la finestrella: dopo che alcune guardie scorsero in lontananza questi impulsi luminosi però, la finestra della cella di Rozsa fu oscurata ed il tentativo di congiura venne quindi sventato. Non andò meglio nemmeno a Stanisɫaw Marynowski e Kaspar Cieglewicz, due prigionieri polacchi che nel 1842 tentarono l'evasione dopo aver scavato con alcune stoviglie un'apertura nel muro della cella sotto la finestrella: Marynovsky riuscì a calarsi dalla torre utilizzando dei pezzi di stoffa legati insieme, ma venne arrestato dopo aver percorso pochissima strada; Cieglewicz invece venne bloccato prima di poter varcare l'apertura da alcune guardie accorse nella stanza richiamate dai rumori provocati dalla fuga. Seppur concluso con tutt'altro che un buon esito, questo fu probabilmente il tentativo d'evasione più spettacolare mai registrato nel corso del secolare vissuto del Festung Kufstein. Il profilo massiccio della Kaiserturm si reperisce anche tra i risvolti di un altro passaggio tanto importante quanto drammatico che Kufstein si ritrovò ad attraversare nel corso della sua storia: sulla sua cima il 13 marzo 1938 venne issata la bandiera con la croce uncinata nazista, proprio mentre le truppe tedesche stavano marciando per le vie della città accolte da una folla festante. Sul posto la dottrina del Terzo Reich si era già diffusa tempo prima trovando numerosi seguaci: ne è riprova che già dal 1933 il consiglio comunale locale esprimeva ben due esponenti di orientamento nazionalsocialista. D'altra parte, Kufstein fu epicentro anche di un movimento di resistenza clandestina, di stampo comunista, forte ed indomito. La capofila di tale organizzazione occulta fu Adele Stürzl. Questa donna giusta e coraggiosa non nacque a Kufstein, bensì a Vienna nel 1892. Visse la propria infanzia tra la Moravia e Budapest, cominciando a svolgere l'impiego di domestica. Sposata con il sarto Hans Stürzl, dopo la fine della I Guerra Mondiale, si trasferì insieme a lui presso Kufstein. Qui nel 1932 aderì al Kommunistische Partei Osterreichs, il partito comunista austriaco che un anno più tardi venne messo al bando. Subito dopo l'Anschluss austriaco alla Germania nazista, già dal 1938 avviò, insieme ad altri abitanti della città, un gruppo partigiano finalizzato a contrastare l'occupazione tedesca. Il gruppo sovversivo venne scoperto dalla Gestapo nel 1942 e molti suoi membri vennero arrestati. Tra di loro ci fu anche Adele Stürzl, fermata nel giugno del 1942 per aver cercato di favorire la figa di un nazista disertore: venne imprigionata ad Innsbruck, fu poi trasferita nel marzo del 1944 a Monaco di Baviera dove tre mesi più tardi venne ghigliottinata. Visse a Kufstein pur non essendoci nato anche Thomas Salvenmoser, professione ferroviere, amico di Adele Stürzl. Al contrario di quest'ultima non fu mai attivo politicamente, eppure venne incarcerato prima per dieci mesi nel 1942 e successivamente nel 1944 per quasi due anni: le accuse comprendevano l'ascolto di trasmissioni radiofoniche proibite e soprattutto l'attività di corriere svolta dall'uomo a favore della resistenza nella consegna di missive scritte con l'intento di trovare una via di fuga per un disertore. Venne anch'egli incarcerato ad Innsburck dove morì a causa di un ictus, ad appena 49 anni, prima di essere giustiziato. Chi nacque a Kufstein fu invece Georg Gruber che a differenza di Thomas Salvenmoser fu attivista socialdemocratico fin dalla tenera età di 14 anni. A partire dal 1941 fu tra i membri attivi dell'organizzazione di lotta clandestina, operando nella raccolta di denaro e nel reclutamento di nuovi membri. Fu arrestato dalla Gestapo nel 1942 insieme ad altri suoi cinque compagni: venne spedito prima a Dachau ed in seguito a Monaco di Baviera dove morì giustiziato nel 1944 dopo aver visto solamente 29 primavere. Gente semplice, persone comuni come potremmo esserlo tutti, ma dotate di un animo straordinario, votato alla libertà ed alla giustizia, radicato nel bene: sono la prova vissuta che a volte anche individui ordinari, non solo personalità potenti e menti eccelse, possono tessere la trama della Storia, della migliore delle storie. Anche grazie a loro Kufstein fu liberata dagli americani il 3 maggio 1945, nel luglio dello stesso anno a loro si avvicendarono i francesi, i quali assunsero il controllo dell'intero territorio del Tirolo. Ripercorriamo i nostri passi e facciamo ritorno alla Schlossrondell: da qui un'apertura più piccola conduce sull'ampia piattaforma aperta del Wallachenbastion, il cui margine offre una pregiata terrazza panoramica aperta sul paesaggio della città sottostante. Poco più avanti, sulla sinistra incontriamo l'edificio adibito in passato ad ospitare l'armeria e che oggi invece ospita un divertente spazio espositivo dedicato all'artiglieria antica: vi sono esposte armi ed armature, alcuni elmi medievali si possono addirittura vestire per testarne la sorprendente pesantezza, un simpatico gioco di legno, una sorta di flipper d'altri tempi, mette alla prova la mira dei visitatori sfidandoli a proiettare, per mezzo di una molla, una pallina attraverso finissime strettoie, dimostrazione semplice ed immediata di quanto fosse complesso utilizzare con perizia i cannoni in battaglia. Se siete seguiti da bambini, qui perderete più di qualche minuto, tempo comunque speso benissimo. Ancora più in là, il Wallachenbastion converge nel Carolibastion, uno spiazzo più raccolto e cinto da basse costruzione che un tempo ospitavano le polveriere. Al loro interno è collocato attualmente un piccolo museo dedicato ai metodi di tortura medievali: gli ambienti bui illuminati fiocamente d a luci sinistre e la presenza di numerosi grotteschi manichini contribuiscono, in concerto con il tema dell'esposizione, a rendere questo ambiente piuttosto tetro e macabro. Devo ammettere che anche io ho percepito un brivido lungo la colonna vertebrale nel varcarne la soglia. Per gli amanti del genere l'esibizione può risultare interessante: tra gli oggetti in esso contenuti colpiscono particolarmente l'immaginazione una sorta di cavalletto spigoloso (paragonato in gergo ad un asino spagnolo in virtù della forma e del frequente utilizzo durante l'Inquisizione Spagnola) sopra il quale la vittima veniva fatta sedere per ore, uno strumento metallico simile ad un flauto nei fori del quale venivano chiuse le dita del condannato, ed un diabolico semplicissimo tavolo di legno al quale il prigioniero veniva legato per essere forzato a bere fino a dodici litri d'acqua prima di essere capovolto di modo da consentire ai liquidi assunti di comprimere polmoni e cuore. Completano l'esposizione seghe, tenaglie, gabbie e caschi della vergogna, elementi immancabili in mostre di questo genere. Se siete in visita con bambini fate attenzione, le ricostruzioni sodo davvero evocative e potrebbero rimanerne impressionati. Poco più indietro, un po' a metà strada tra il Wallachenbastion ed il Carolibastion, una deviazione a sinistra conduce sopra una terrazza secondaria, un po' più defilata, sopra la quale sono esposti i pezzi di artiglieria della Elisabethbatterie, datati XVII secolo e così nominati probabilmente in onore di Elisabeth Christine von Brunswick-Wolfenbüttel, consorte dell'imperatore Carlo VI d'Asburgo.

La nostra visita al Festung Kufstein volge al termine ma sulla via del ritorno verso la Schlossrondell con l'attigua stazione a monte della funivia, compiamo una breve deviazione a sinistra che, superato un arco di pietra, ci accompagna lungo una ripida discesa sul cui fianco si apre un'ulteriore piccola terrazza panoramica arredata con alcuni piacevoli giochi a tema medievale e soprattutto il cui fondo è chiuso dal volume della Bürgerturm. Questa torre più bassa e contenuta nelle dimensioni trae le proprie origini nel XV secolo, seppure il suo aspetto attuale sia risultato di un restauro barocco condotto sulla struttura nel 1744. Anticamente era utilizzata dai cittadini di Kufstein come deposito di armi. Di questa passata funzione oggi non rimane traccia, eppure la questa torre è attualmente più importante che mai in quanto al suo interno è custodito il vero tesoro di Kufstein. Nel caso infatti vi dovesse capitare di passeggiare per le vie del centro storico di questa città, potreste cominciare ad udire una strana musica la cui origine potrebbe risultarvi in un primo momento difficile da individuare: è come un vento e permea l'aria distribuendosi uniforme per tutte le vie del Kufstein Altstadt. A generarlo è l'Heldenhorgel, altrimenti detto l'Organo degli Eroi. Il suo nome rivendica il fatto che questo non è solo un enorme strumento musicale, bensì un vero e proprio monumento sonoro la cui arte venne in origine dedicata ai soldati austriaci caduti durante la I Guerra Mondiale.

Al momento della sua istallazione avvenuta nel 1931, questo era l'organo all'aperto più grande del Mondo, oggi superato nelle dimensione da un apparato simile ma più ampio posizionato nella città statunitense di San Diego. Ampliato e restaurato nel 2009 dalla ditta bavarese Orgelbau Eisenbarth, possiede attualmente 4.948 canne, 65 registri e 4 manuali, oltre ad un carillon dotato di ben 30 campane, il tutto governato oggi da un sofisticato sistema di regolazione elettronica. La prima proposta di realizzazione di un simile inusuale strumento reca la data del 1924 e la si deve al musicista Max Depolo. Già nel 1926 venne portata a termine la prima bozza di un grande organo all'aperto dotato di 80 registri. Pochi anni più tardi, nel 1930, l'idea cominciò a concretizzarsi seppure con notevoli ridimensionamenti dettati dagli altissimi costi di realizzazione: la fase esecutiva fu affidata a al costruttore di organi tedesco Eberhard Friedrich Walcker. L'organo fu suonato finalmente per la prima volta il 3 maggio 1931 da Franz Schütz sulle note dell'inno religioso "Grosser Gott, Wir Loben Dich". Dopo il suo compimento non si può certi dire che l'impresa fu accolta da grida di giubilo e moti d'ammirazione, l'Heldenhorgel fu anzi oggetto di aspre critiche provenienti da parte dell'opinione pubblica che criticava l'impiego della memoria dei caduti in guerra per lo sviluppo di un'opera finalizzata unicamente al semplice scopo turistico, un utilizzo di una delle parti più dolorose del vissuto storico austriaco per obiettivi prettamente materiali ed economici. A risparmiare il monumentale organo dal biasimo intellettuale non bastò evidentemente il vanto rappresentato dall'immane sforzo ingegneristico necessario a costruirlo. Questo non arrestò tuttavia l'evoluzione dell'Heldenhorgel: inizialmente attrezzato con 1.831 canne e 26 registri su 2 manuali, nel 1971 fu aggiornato sempre dalla Walcker Orgelbau arrivando a contare 4.307 canne e 46 registri (11 dei quali furono mantenuti dai 26 dello strumento precedente) su 4 manuali.

Seguendo la musica che si diffonde per tutto il centro storico cittadino fino ad una distanza di 10km dal punto di origine, raggiungerete l'ingresso al complesso del Festung Kufstein, collegato alla Unterer Stadtplatz per mezzo di uno stretto viottolo che sfila accanto alla Stadtpfarrkirche Sankt Vitus ed all'Hörfarter-Denkmal. Oltrepassato lo stretto portale ricavato nel muro di cinta, vi troverete all'interno di un piccolo cortile posto ai piedi della fortezza. Su un lato di questo spiazzo potrete osservare alcuni spalti lignei coperti da una tettoia, lì accanto la stazione a valle della Kaiser Maximilian Panoramabahn. Sul lato opposto si apre la soglia della biglietteria, con annesso negozio di souvenir. Nel mezzo, proprio al centro dello spiazzo e lungo il suo fondo, ecco invece la fonte della miracolosa musica: all'interno di una minuta casupola, visibile attraverso la vetrata che ne compone la parete frontale, si colloca la consolle dell'Heldenhorgel, di spalle il musicista sta eseguendo il brano, attraverso un complesso sistema di trasmissione del suono il comando musicale sale su in alto per 90m fino alla Bürgerturm. L'interno della torre è disposto su due livelli: su quello inferiore si raccolgono le canne dell'organo, una selva di tubi di metallo di diverso calibro, il mezzo capace di tradurre la pressione dei tasti in melodia, protetti al sicuro dietro una vetrata; sul livello inferiore si dispone una raccolta di oggetti provenienti dalla I Guerra Mondiale, alcuni dei quali sparsi in teche di vetro anche al livello inferiore, tra di essi medaglie, vessilli, armi e granate. Tale collezione conferma il primitivo legame tra l'organo e le vittime del conflitto bellico, associazione sopravvissuta anche dopo il 2022, anno in cui l'amministrazione cittadina, dopo un acceso dibattito prosecuzione diretta delle critiche emerse a seguito della sua prima inaugurazione, decise di mantenere la denominazione tradizionale dello strumento musicale pur ridefinendone chiaramente il concetto dell'installazione, da emblema di dolorosa memoria a simbolo di pace ed unione. Concetto già anticipato nel 2017 dall'inserimento dell'organo all'interno della lista dei beni patrimonio dell'UNESCO. A conferma del reindirizzamento decretato nel 2022, dal 2023 fu abbandonata la riproduzione per mezzo dell'Holdenhorgel del brano militare patriottico "Lied vom Guten Kameraden", fino ad allora l'esclusivo cavallo di battaglia del repertorio, e da allora viene suonata con l'organo una composizione differente ogni anno.

Oggi è possibile ascoltare la musica riprodotta dall'Holdenhorgel ogni giorno alle ore 12:00 (anche alle ore 18:00 nei mesi di luglio ed agosto): le note sono riprodotte dallo strumento in modo completamente gratuito e diffuse in tutta la città; per chi lo volesse è possibile anche assistere alla breve esibizione dell'organista, appena pochi minuti, dagli spalti antistanti la casupola che contiene la consolle, accedendo a titolo completamente gratuito al cortile della biglietteria del Festung Kufstein. Attenzione però perchè lo strumento è dotato anche di un meccanismo automatizzato che consente la riproduzione della musica anche senza l'intervento di un suonatore. Ad ogni modo, in un caso o nell'altro, un'occhiata è doverosa vista anche la gratuità dell'offerta.

La porzione di Salisburghese che abbiamo potuto conoscere, insieme alla cittadina tirolese di Kufstein, durante questo viaggio, è stupefacente quanto sia in grado di offrire ai viaggiatori in termini di patrimonio storico, artistico, architettonico e culturale. Non deve essere facile farsi portatore di una tradizione così preziosa e caratteristica, di una bellezza allo stesso tempo immediata e complessa, di una forma tanto elegante quanto distinta. No, non deve proprio essere facile! Ma come si dice?...La classe non è sale.