Parlano. I luoghi, le città, le montagne parlano. Non tutti, non con la stessa intensità e lo stesso accento nella voce. Alcuni sussurrano parole lievi e difficili da percepire, altri si pronunciano in un grido deflagrante. Sono pochi quelli che parlano con il tono di un amico, ancora meno quelli che regalano consigli, coraggio, speranza, consolazione. Se avrete la fortuna di trovarli, mettetevi bene in ascolto, non lasciatevi sfuggire l'opportunità, non si ripeterà facilmente. Isolate il vostro silenzio, lasciate spazio alla voce che vi sta parlando, lasciatela penetrare tra le fibre del vostro corpo come sottili rivoli di pioggia caduta dal cielo che si insinuino nelle infinite tracce disegnate dal rilievo del terreno. Ora quel messaggio è vostro, vi appartiene, vi compone come la tessera di un mosaico, senza la quale la vostra immagine non sarebbe la stessa. Cambiati nello spirito, ora tocca a voi raccontare quella storia a chiunque la vorrà ascoltare.
Grenoble è una città di 158.000 abitanti, quarto insediamento urbano in ordine di popolazione della regione Alvernia-Rodano-Alpi dietro a Lione, Saint Etienne e Villeurbanne. E' anche la sedicesima città francese per dimensioni, nonché la più grande metropoli alpina, primato che assume appostandosi davanti ad Innsbruck e che le vale anche il nomignolo simbolico di "Capitale delle Alpi". Importanza confermata anche da una consistente economia sviluppatasi a partire dal XIX secolo soprattutto nel settore dell'industria della carta ed in quello della produzione energetica idroelettrica. In effetti la città si posiziona alla confluenza dei fiumi Isere e Drac, estendendosi su una pianura di origine glaciale generatasi circa 25.000 anni fa dalla fusione del ghiacciaio dell'Isere e dalla conseguente creazione di un grande lago perdurato per oltre 10.000 anni. Questo primitivo ampio lago glaciale generò, ritirandosi, un grande numero di piccoli corsi fluviali, i quali gradualmente inondarono la piana abbandonata dai ghiacci portando in questo modo alla formazione di pascoli e paludi. Ancora oggi, il rapporto di Grenoble con l'acqua distribuita su questo territorio è quanto meno particolare: alcune delle sue falde acquifere si posizionano a meno di 2m dalla superficie, obbligando quindi le moderne costruzioni a dotarsi di fondazioni speciali e rendendo peraltro inattuabile qualunque progetto di trasporto urbano sotterraneo. D'altro canto, forse anche per questa peculiare conformazione e per la complessa convivenza con il territorio che la città ha saputo affrontare con successo, nel 2022 Grenoble ha ricevuto il Premio di Capitale Verde Europea, riconoscimento assegnato a livello continentale alle città distintesi sui temi della sostenibilità ambientale. Tornando indietro nel tempo invece, il primo riferimento storico a Grenoble risulta antichissimo e risale addirittura al 43 a.C.: inizialmente piccolo insediamento gallico noto con il nome Cularo, il centro abitato venne successivamente conquistato dai romani e fortificato sotto l'autorità degli imperatori Diocleziano e Massimiano tra il 284 d.C. ed il 293 d.C. La località venne poco più avanti, nel 379 d.C., elevata a capoluogo con il nome di Gratianopolis, appellativo assegnatale in onore dell'imperatore Graziano, asceso pochi anni prima al trono imperiale romano. In questa fase, l’insediamento arrivò a contare fino a 2.000 abitanti. Bisogna però attendere l'XI secolo per vedere l'importanza della città crescere considerevolmente quando i conti d'Albon, futuri delfini del Viennois, la scelsero come capitale del loro stato, il Delfinato: infatti, nel 1030 l'imperatore Corrado II di Franconia suddivise il territorio della Borgogna in due nuovi feudi, a nord la Contea di Maurienne, ceduta ad Umberto I Biancamano di Savoia, a sud la Contea d'Albon, ceduta al conte Guigues III d’Albon. Fu il figlio e successore di quest'ultimo, Guigues IV d’Albon, ad assumersi per primo il rango di delfino, probabilmente in richiamo allo stemma araldico del proprio casato che ritraeva appunto due delfini disposti su campo dorato. Poco dopo, Guigues V d'Albon, figlio a sua volta di di Guigues IV d'Albon, rese questo appellativo informale un vero e proprio titolo nobiliare ufficiale dando così avvio alla saga dei delfini del Viennois. A partire da questo momento, le terre appartenenti a questa stirpe vennero definite con il termine Delfinato. Gente frizzante i conti d'Albon, come è vero che entrambi padre e figlio, Guigues IV d'Albon e Guigues V d'Albon, furono impegnati con molta dedizione ma con poca fortuna nelle battaglie finalizzate alla contesa del territorio contro la vicina Contea di Savoia, naturale evoluzione della Contea di Maurienne: il primo venne mortalmente ferito nell’assedio da lui montato nel 1142 contro la località savoiarda di Montmelian e condotto nonostante sua sorella Mahaut d'Albon fosse consorte del conte Amedeo III di Savoia, morendo pochi giorni dopo; Guigues V d'Albon, il quale ottenne il riconoscimento dei propri diritti sulla Contea d'Albon per mano del duca Berthold IV von Zähringen solo dopo aver riconosciuto ufficialmente nel 1155 l’autorità dell’imperatore Federico I Hohenstaufen, perì invece in combattimento nel tentativo di conquistare, anche in questo caso senza successo, la stessa località savoiarda nel 1154. Il carattere indomito di questa gente sarà riconfermato qualche secolo più tardi, quando durante la Guerra dei Cent'Anni la nobiltà del Delfinato partecipò ai conflitti al fianco della coalizione guidata dai francesi contro l'Inghilterra e i suoi alleati. Il contributo storico dei delfini del Viennois non si fermò certo alle sole azioni belliche, come dimostra il fatto che a Grenoble fondarono una prestigiosa università, poi scomparsa nel 1338, e soprattutto il Consiglio del Delfinato (Conseil Delphinal), installato in città a partire dal 1337: si trattava di una corte di giustizia a carattere giudiziario e militare, istituita per sostituire le sconnesse ed individualistiche giurisdizioni dei signori locali, di certo poco votate a tutelare gli interessi del popolo. La creazione di questa entità amministrativa è attribuita al delfino Humbert II de la Tour du Pin, il quale la plasmò con l’approvazione del re francese Filippo VI di Valois dopo essere asceso alla guida del Delfinato nel 1333. Nel corso del tempo, l'istituzione consigliare evolverà verso la più complessa struttura di un vero e proprio parlamento, il terzo di Francia insieme a quelli di Parigi e Tolosa, portando a compimento tale metamorfosi intorno al 1453 sotto il futuro re Luigi XI di Valois, all'epoca solo principe ereditario al trono francese a cui ascenderà solo nel 1461, il quale risiedette in città dal 1447 al 1456. Nel corso della sua esistenza, il numero dei membri del Consiglio del Delfinato oscillò in base alle esigenze economiche ma inizialmente fu composto da solo sette consiglieri, tutti giuristi, ciascuno dei quali assumeva a turno la funzione di presidente del collegio. Fu proprio la creazione di questa istituzione una delle più importanti, se non addirittura la principale, tappe dell'evoluzione politica e sociale descritta dalla città di Grenoble nel corso dei secoli. Nel 1349 il delfino Humbert II de la Tour du Pin, in rovina e senza eredi, vendette terre e titolo al re di Francia Filippo VI di Valois, a patto che l’autonomia del Delfinato venisse preservata e che la sua guida venisse assegnata unicamente all'erede al trono di Francia: da questo momento il titolo di delfino fu perciò attribuito esclusivamente al figlio primogenito e diretto erede alla corona del re francese. Grenoble divenne in questo modo capitale provinciale. Il primo principe ereditario francese ad assumere l'appellativo di delfino fu Carlo V d’Angiò nel 1349, l'ultimo fu invece Luigi Antonio di Borbone-Francia, figlio di re Carlo X di Borbone, il quale rinunciò nel 1830 al titolo provocandone così l'estinzione. Va comunque precisato che nonostante la convergenza dei termini, il titolo di delfino del Viennois rimase distinto da quello di delfino di Francia, sebbene esso fosse portato dalla medesima persona fino al XV secolo con Luigi XI di Valois che quindi fu nono delfino di Francia e diciassettesimo delfino del Viennois: è come se il titolo di delfino di Francia venisse ricompreso in quello di delfino del Viennois senza però riuscire ad assorbirne completamente l'entità, che pertanto continuò ad esistere indipendente ed autonoma.
E' proprio alla scoperta di questo spirito fiero e libero che mi appresto ad iniziare il mio viaggio. L'arrivo a Grenoble da Milano si rivela piuttosto agevole: a parte l'alzataccia mattutina per poter usufruire del collegamento ferroviario in partenza alle prime ore dell'alba, il viaggio dura appena una manciata di ore e prevede solamente uno scalo a Chambery. L'albergo individuato per il mio soggiorno è il Residhotel, situato proprio di fronte alla stazione ferroviaria sulla trafficatissima Place de la Gare, abbellita dalla curiosa scultura in acciaio alta 12m intitolata "Les Trois Pics" realizzata dallo scultore americano Alexander Calder nel 1967 in occasione delle Olimpiadi Invernali che proprio quell'anno furono tenute a Grenoble. La scelta dell'accomodazione devo dire essersi rivelata felice: camere pulite, personale disponibile, solo la colazione un po' modesta. L'albergo non è inoltre lontano dal centro. Il cuore della città si posiziona a circa 1km di distanza o poco più, all'interno del quartiere Hypercentre, situato nella parte settentrionale della città: questo agglomerato urbano iniziò a costruirsi alla fine del Medioevo ma il suo aspetto lo si deve in gran parte ai lavori di riqualificazione condotti recentemente a partire dal 2017 con il fine di ampliare lo spazio pedonale e ciclabile del quartiere stesso. Fulcro dell'Hypercentre è Place Grenette. Il nome attuale di questa che è una delle piazze principali della città le venne conferito nel 1620 dopo che in precedenza fu nota come Place de Breuil: il nuovo appellativo venne scelto in virtù del fatto che sullo spiazzo in epoca medievale veniva tenuto il mercato del grano. L'appellativo è sopraggiunto da allora intatto fino a noi, sebbene nel 1794 il luogo fu ribattezzato temporaneamente Place de la Liberté riacquistò poco il dopo il nome precedente. La piazza è una delle più antiche di Grenoble ed originariamente era posizionata all’esterno dalla cinta muraria medievale. L'aspetto attuale della piazza è però successivo al 1969: fino a tale data, Place Grenette fu aperta al traffico automobilistico ed ospitò anche un ampio parcheggio. Un ambizioso progetto di riqualificazione protrattosi per svariati mesi cambiò radicalmente volto alla piazza, il parcheggio venne eliminato e lo spiazzo fu riconvertito in area pedonale, dapprima parzialmente e successivamente, dal 2008, in modo completo. L'ultimo tassello è stato apportato in periodo recentissimo, ne 2019, anno in cui la piazza fu interamente ristrutturata. Oggi Place Grenette appare come un lungo corridoio delimitato dalle facciate dei palazzi disposti lungo il perimetro come immobili e silenziosi spettatori, nella sua parte più bassa lo spazio è conquistato da alcuni alberi che danno forma ad una piacevole macchia verde e forniscono riparo ad alcuni tavolini esposti all'aperto da caffetterie e ristoranti, al centro un rumoroso carosello sembra attirare intorno al proprio vorticare magnetico tutti i passanti, riuscendo infine a trattenere solo i più piccoli di essi.
A contraddistinguere però maggiormente la fisionomia della piazza concorre un monumento che sopravvisse a tutti i progetti di riqualificazione di cui nel tempo il luogo fu fatto oggetto: un poco defilata verso la sua estremità settentrionale, sorge su Place Grenette la fontana Château d'Eau Lavalette, inaugurata nel 1824 durante l'amministrazione di Charles Joseph Laurent Planelli, marchese di Lavalette, all'epoca in carica come sindaco di Grenoble nonchè creatore della prima rete di condutture idriche che la città possedette. In effetti, questa fontana avrebbe dovuto essere nella prospettiva il centro di un più ampio progetto di distribuzione dell’acqua su territorio urbano che avrebbe previsto la creazione di ben quindici nuove linee di condutture idriche, proposito poi abbandonato dall'amministrazione cittadina per mancanza di fondi. La fontana fu progettata dallo scultore Victor Sappey e realizzata dalla fonderia Crozatier. Il monumento si dispone su tre livelli: sopra la vasca più bassa che costituisce la base si elevano due vasche di pietra più piccole, quella intermedia delle quali appare sorretta da quattro bellissime statue bronzee ritraenti cherubini che cavalcano delfini, evidente richiamo ai simboli del Delfinato realizzato all'uopo dalla fonderia Crozatier. Originariamente il suo getto superava i 20m di altezza, ma si dovette ben presto procedere al suo abbassamento a seguito delle lamentele mosse dagli abitanti dei palazzi circostanti, i cui balconi e muri venivano costantemente bagnati dagli spruzzi d'acqua. All'estremità opposta della piazza sorge un'altra istituzione cittadina: l'Hôtel de l'Europe è l'albergo più antico di Grenoble, inaugurato nel 1822 all'interno di un edificio risalente al XVII secolo. Su Place Grenette si affacciava originariamente anche un'altra costruzione importante, un convento antico domenicano eretto dopo che nel 1288 la comunità monastica domenicana ricevette alcuni terreni dal nobile locale Guillaume II de Sassenage. Il convento venne occupato dai protestanti calvinisti nel 1562 per essere ripreso poi dai monaci 6 anni più tardi, infine fu demolito per faro posto successivamente ad un palazzo moderno. Nel corso degli anni Place Grenette, con il suo patrimonio architettonico e monumentale, è stata un'importante palcoscenico sopra il quale è andato in scena l'incessante sceneggiatura del vissuto cittadino, con il suo viavai di personaggi ed il suo avvicendarsi di eventi, alcuni dei quali dai tratti quanto meno foschi. Come quello riguardante un monaco francescano di nome Francesco Nobilibus, nato a Roma nel 1574, giunto a Grenoble nel 1603 ed accusato nel 1604 di stregoneria per aver fatto ricorso all'occultismo e all'astrologia ai danni di François de Bonne, luogotenente generale del Delfinato, al quale si era presentato come guaritore: sottoposto a numerosissimi interrogatori ed imprigionato per oltre due anni, il frate venne infine condannato all'impiccagione nel 1606, sentenza che venne poi eseguita proprio in Place Grenette. Il suo corpo fu infine dato alle fiamme mentre ancora era appeso alla forca. Il copione non fu molto diverso il 10 giugno 1816, data in cui sulla piazza fu ghigliottinato il cospiratore Jean-Paul Didier, autore di un tentativo di colpo di stato su Grenoble per conto di Napoleone II Bonaparte, figlio del celeberrimo condottiero transalpino. Questo sventurato quanto improbabile personaggio non era nè un navigato generale militare nè tantomeno un'abile spia, era piuttosto un comune avvocato i cui ideali ostili ai principi della Rivoluzione Francese e favorevoli alla monarchia lo avevano spinto dapprima a fornire il proprio sostegno a re Luigi XVI di Borbone ed in seguito, dopo un periodo di esilio in Svizzera, al più fugace degli imperatori francesi, in entrambi i casi evidentemente senza ottenere un apparente successo. Rientrato in Francia dopo la caduta del regime di Maximilien Robespierre del 1794, Didier ricoprì dal 1806 l’incarico di direttore della facoltà di giurisprudenza dell'università di Grenoble: proprio questo incarico si ritiene abbia avuto un ruolo cruciale nello spingere l'uomo verso un'azione al limite dell'umana ragione, quando ricevette un rifiuto alla richiesta di promozione al grado di rettore universitario. Il boccone amaro andò di traverso all'orgoglioso accademico che decise così di imbastire una rivolta mirata a sollevare Grenoble per riconsegnare la città a Napoleone II Bonaparte, il quale un anno prima, nell'estate del 1815, aveva mantenuto la carica di imperatore di Francia dopo la dipartita del padre. Il tentativo di sommossa avvenne nella notte tra il 4 ed il 5 maggio 1816, ma l'azione fu respinta e vigorosamente perseguitata dal generale Gabriel Donnadieu, domandante della guardia cittadina, per tempo già venuto a conoscenza dei piani dei ribelli, un manipolo di appena 300 uomini disperati, mercenari a mezza paga, soldati caduti in disgrazia, oltre a qualche contadino scontento armato di forcone. Didier non fu catturato subito dopo il fallimento della sedizione, ma miracolosamente riuscì a fuggire in Italia, ma poco dopo fu catturato dalla gendarmeria piemontese che lo consegnò infine ai francesi. La sua passeggiata verso il patibolo fu preceduta da quella di altri suoi 24 collaboratori. Un'altra esecuzione celebre tenutasi su Place Grenette avvenne il 23 febbraio 1828, quando Antoine Berthet fu giustiziato per il tentato omicidio della sua ex amante, Marie Pecoud, moglie del sindaco di Brangues Luc Michoud presso la casa del quale era stato assunto come precettore. Dopo essere stato scoperto ed allontanato, Berthet si rifugiò presso un seminario per poi trovare lavoro presso il conte di Cordon, con la figlia del quale diede avvio ad una nuova relazione clandestina. Come si dice, il lupo perde il pelo ma non il vizio. Licenziato nuovamente dopo essere stato rivelato da una lettera anonima di denuncia, la mente contorta di Berthet si convinse che l'autrice della missiva fosse quella stessa madame Picoud, spinta al gesto da irresistibile gelosia. Fu così che nel novembre del 1827 l'uomo compra due pistole e decide di mettere in atto la peggiore delle vendette: fa irruzione nella chiesa di Brangues durante la messa, prende posto tra i seggi, aspetta il momento dell'eucaristia, si alza ed improvvisamente spara due colpi contro Marie Pecoud, quindi tenta togliersi la vita con un colpo alla testa. Nessuno dei due però muore. Questo episodio, diffusosi come un raffreddore nei pettegolezzi circolanti tra i più svariati ambienti sociali di Grenoble, diventerà in seguito una delle fonti di ispirazione per il romanzo di Stendhal “Il Rosso e il Nero”. Ovviamente non solo la cronaca nera tinteggia le vicende del meraviglioso dipinto che è Place Grenette. Nel 1943 il partigiano Henri Antoine Groues fondò a Grenoble il giornale clandestino "Union Patriotique Independante", il quale veniva pubblicato segretamente all'interno di edifici collocati proprio su questa piazza, precisamente in uno stabile situato a livello dell'attuale civico numero 24. Nato a Lione nel 1912, Groues aveva assunto i voti religiosi nel 1931 e nel 1939 aveva rilevato l’incarico di diacono della diocesi di Grenoble. Durante la II Guerra Mondiale fu uno dei capofila della Maquis nella regione, contribuì a dare protezione a numerosi ebrei e tra le altre cose diede il proprio apporto anche nell'organizzazione della fuga in Svizzera del fratello del general De Gaulle, Jacques De Gaulle. Di nuovo un esempio di coraggiosa e orgogliosa resistenza collegata al passato di Grenoble, non certo l'unico. Le vicende che accaddero in questa cittadina francese nel corso dello svolgimento del secondo conflitto bellico mondiale hanno francamente dell'incredibile, sono tanto significativi da scrivere una storia a sè all'interno della storia, lasciano francamente spiazzati, stupiti, interdetti, rendono questo luogo un esempio degno della più timorosa reverenza, un custode di speranza per tutto il Mondo intero. Ma cominciamo dall'inizio. L'invasione nazista della Francia fu inizialmente arrestata agli inizi di giugno del 1940 proprio nei pressi di Grenoble grazie all'azione delle truppe guidate dal generale Georges Eugene Alphonse Cartier, circa 15.000 soldati che resistettero all'avanzata tedesca fino all'armistizio che la Francia cedette a siglare con la Germania il 22 giugno 1940. A partire da questa data Grenoble iniziò suo malgrado a far parte, come peraltro il resto della Francia, del nuovo stato collaborazionista guidato dal generale Philippe Petain, la cosiddetta Repubblica di Vichy, e venne occupata tra il 1942 ed il 1943 dall’esercito fascista comandato sul posto dal generale Maurizio Lazzaro de Castiglioni. La maggior tolleranza mostrata dagli occupanti italiani verso la minoranza ebraica provocò un numero significativo di spostamenti di profughi in questa regione dai territori francesi posti invece sotto il più repressivo controllo tedesco. Le cose cambiarono quando nel settembre 1943, in seguito all'armistizio di resa italiana, Grenoble venne occupata dalle truppe naziste comandate dal generale Karl Pflaum: la repressione violenta della cittadinanza iniziò a crescere esponenzialmente e parallela ad essa anche la reazione della resistenza locale. Il 29 settembre 1943, il servizio informativo nazista responsabile dello spionaggio, dislocato a Lione, inviò a Grenoble un proprio distaccamento armato agli ordini dell'SS Paul Heimann con l'intento di mantenere il controllo totale ed oppressivo della popolazione. In questo contesto molto teso, la prima vittima dell'occupazione tedesca non tardò ad arrivare: l'ingegnere trentaduenne André Abry fu ucciso a colpi d'arma da fuoco da una sentinella tedesca, apparentemente senza alcun motivo, il 6 ottobre in Rue de Palanka, a poche centinaia di metri da Place Grenette, sorpreso dagli spari mentre stava posando la valigetta sul marciapiede per aprire la porta della propria autorimessa. La reazione non si fece attendere molto e pochi giorni dopo la sede della Milice Française, organizzazione paramilitare filonazista creata nel 1943 e controllata dal governo collaborazionista, venne attaccata da colpi di mitraglia che uccisero diversi uomini. L'11 novembre 1943, data dell'anniversario dell'armistizio del 1918 che pose fine alla I Guerra Mondiale, si tennero manifestazioni davanti alla sede dell'amministrazione collaborazionista: in risposta al raduno, vennero arrestate circa 600 persone tra i contestatori. le donne ed i bambini vennero rilasciati ma ben 369 persone furono trattenute in carcere ed in seguito deportate nel campo di concentramento di Buchenwald, solo 102 di essi torneranno indietro dopo il termine della guerra. Due giorni dopo, nella notte tra il 13 novembre ed il 14 novembre 1943, un gruppo di partigiani fece esplodere l’armeria del poligono di artiglieria della città. L’azione di sabotaggio fu condotta con il favore dell'oscurità, 150 tonnellate di munizioni e 1.000 tonnellate di equipaggiamento bellico andarono in fumo privando così le truppe tedesche di preziose risorse militari. Il boato della possente esplosione fu udito a più di 50km di distanza. A firmare l'incursione fu Aimé Requet in capo ad un lavoro di preparazione meticolosa proseguito per ben sei mesi nonchè ai preziosi contatti intrattenuti dalla resistenza con una spia infiltrata tra l'esercito nazista, un aiutante di campo di nome Schumacher, il quale lavorando all'interno dell’arsenale diede un prezioso contributo all'elaborazione dei piani di esecuzione. Inizialmente fissato per il 6 novembre, l’attentato venne posticipato al 10 novembre senza però riuscire a compiersi a causa di difetti nell'accensione degli inneschi, infine fu portato a termine con successo il 14 novembre. Il 15 novembre 1943, i servizi della Gestapo si riunirono per organizzare, con un'azione d'urto, la repressione dei movimenti di resistenza emersi in città: l'iniziativa fu assegnata ad una squadra di miliziani francesi guidati da Francis André, posti sotto la direzione ed il controllo dell'SS August Moritz. Inizia in questo modo la Semaine Rouge Grenobloise, una settimana di violenti, sanguinosi, brutali rastrellamenti tra la popolazione di Grenoble, una feroce caccia all'uomo in cerca dei componenti della resistenza locale che mise a dura prova la città senza però riuscire a piegarne lo spirito. Il 25 novembre le operazioni repressive ebbero inizio con l'arresto di Roger Guigue, membro del clandestino Partito Comunista, avvenuto all'interno del salone di parrucchiera gestito dalla moglie. Nello stesso tempo fu arrestato anche il giornalista Jean Pain, al quale dopo la perquisizione fu trovato addosso un elenco di combattenti della resistenza con i relativi pseudonimi: Pain era in effetti membro del gruppo partigiano denominato Combat. Ad essere fermato dalle milizie collaborazioniste fu anche Georges Duron, quattro figli, all'ombra fondamentale elemento di collegamento della rete partigiana locale, alla luce de sole venditore ambulante di francobolli e biglietti della lotteria: venne catturato mentre si trovava nel negozio di fiori della moglie in Place Victor Hugo, anche in questo caso ad una manciata di passi da Place Grenette. Dopo l'interrogatorio, Guigue, Pain e Duron furono tutti sommariamente giustiziati ciascuno in un luogo diverso della città. Sui loro corpi, abbandonati lungo la via, fu trovato un biglietto riportante la scritta "Cet homme paie de sa vie la mort d'un citoyen" ("Quest'uomo paga con la vita la morte di un cittadino"), chiaro riferimento al valore di rappresaglia conferito alle esecuzioni in conseguenza dell'attacco al poligono di artiglieria condotto dai partigiani pochi giorni prima. ventiquattr're più tardi, il 26 novembre, Jacques Girard, medico urologo impiegato presso l’ospedale di Grenoble, fu arrestato presso la sua abitazione, quindi interrogato in una casa requisita dalle milizie ed infine giustiziato: nell’archivio della sua abitazione vennero rinvenuti documenti importanti relativi alla Maquis, di cui l'uomo era componente. Nello stesso giorno fu arrestato anche un altro medico, Henri Bütterlin, impiegato come sanitario nella prigione cittadina, in particolare nella cura e nella prevenzione delle malattie veneree. A tradirlo fu la relazione d'amore con una donna di nome Edith Amblard, assunta come segretaria presso il suo studio, la quale di lì a poco convolerà a nozze con con Antoine Girousse formando con quest'ultimo una delle coppie collaborazioniste più note della città. Fu proprio lei a denunciare il contributo clandestino di Bütterlin, in qualità di vicecapo della sezione locale dei Mouvements Unis de la Resistance, nel trasporto e nell'occultamento di denaro e documenti falsi, oltre che nella protezione di numerosi combattenti partigiani. Altri due uomini, caddero vittime, come Girard e Bütterlin, dei rastrellamenti del 26 novembre: l'’ingegnere Alphonse Audinos, consigliere cittadino nonchè membro attivo della Combat e l’agente assicurativo Joseph Bernard. Il primo fu giustiziato sul posto, il secondo venne ucciso a colpi d'arma da fuoco presso la propria abitazione in Place Vaucanson, nel cuore dell'attuale Hypercentre. Il movimento partigiano Combat è stato di fatto uno dei più importanti della zona, fondato nel 1941 dalla fusione dei gruppi combattenti Veritès e Libertè presso l'appartamento di Marie Reynoard, professoressa di lettere presso il Lycée Stendhal, la quale ne diventerà la prima guida fino al suo arresto avvenuto a Lione nel 1943, alla deportazione in Germania ed alla morte sopraggiunta nel 1945. Il 27 novembre, fu inflitto alla resistenza forse il colpo più pesante, la perdita più consistente, quando il medico cinquantacinquenne Gaston Valois fu arrestato dai collaborazionisti mentre si trovava nella propria abitazione, all'interno della quale vennero scoperti importanti documenti relativi ai movimenti partigiani attivi a Grenoble. Prima di essere sorpreso da dalle milizie comandate da Francis Andrè, forse ormai consapevole di essere irrimediabilmente compromesso, l'uomo aveva tuttavia saggiamente preso la precauzione di tagliare i preziosi documenti in due parti, consegnando una delle due metà al proprio collaboratore Henri Maubert premurandosi poi di farlo ricoverare sotto falso nome alla Clinique des Alpes di Grenoble già alcune settimane prima dell'arresto. Anche Suzanne Ferrandini, trent'anni, segretaria del medico, fu arrestata insieme a lui. Il ruolo di Valois era di una certa consistenza: attivista del partito radicale, era stato dal 1933 sindaco del piccolo villaggio di Tullins, 25km a nordovest di Grenoble, carica da cui si dimise nel 1940 per evitare collusioni con la Repubblica di Vichy. Sposato con tre figli (un quarto morì in tenera età), fu uno dei capi maggiori della resistenza grenoblese, nonchè fondatore nel 1939 di uno dei locali gruppi armati partigiani. Già nel 1942 era stato tratto in arresto, fortunatamente senza particolari conseguenze, per aver distrutto alcuni manifesti di propaganda del servizio lavorativo obbligatorio, principio che imponeva il lavoro come contributo dovuto alla grandezza della nazione, di fatto abolendo ogni tipo di giustizia sociale ad esso connessa. Agente attivo della Maquis, Valois contribuì a propagandare la causa della resistenza ed ad organizzare azioni clandestine, tra le quali anche la fuga verso la Spagna dei componenti compromessi della resistenza. Tra le altre cose, contribuì alla conduzione di una stazione radiofonica clandestina. Fu tra le menti dell’attentato eseguito al poligono dell’armeria nella notte tra il 13 novembre ed il 14 novembre 1943. Il profondo coinvolgimento nella resistenza lo costrinse nel maggio del 1943 ad abbandonare il proprio incarico di medico per ricoprire a tempo pieno, seppure ovviamente segretamente, il ruolo di capo dei Mouvements Unis de la Resistance: questo collettivo partigiano, uno dei più importanti della regione, si era formato nel corso dello stesso anno dalla fusione dei tre principali gruppi di resistenza non comunisti della Francia meridionale, il Combat, il Franc Tireur ed il Liberation Sud. Quella mattina del 27 novembre 1943, dopo essere stato catturato, durante il trasferimento verso quartier generale della Gestapo dove srà torturato ripetutamente, Valois tentò invano di impossessarsi di un'arma per suicidarsi. Anche Henri Maubert, il collaboratore rifugiatosi sotto falso nome in una clinica cittadina con parte dell'incartamento di Valois, non riuscì però a sfuggire all’arresto e fu catturato dai miliziani che recuperarono così l'altra metà dei documenti segreti: come Suzanne Ferrandini, sarà deportato in un campo di concentramento ma a differenza della donna, che perirà in prigionia, riuscirà a sopravvivere ed a fare ritorno a casa al termine della II Guerra Mondiale. L'elenco delle perdite registrate il 27 novembre 1943 tra le fila partigiane proseguì con Macel Bonin e sua moglie Mrcelle Arthaud, gestori di un negozio di fotografia situato in Rue de Strasbourg, circa 600m a sud di Place Grenette, che era diventato una sorta di punto di scambio messaggistico della resistenza: arrestati presso la propria abitazione, Bonin ed Arthaud A gestire vennero poi deportati in un campo di concentramento dal quale solo la donna farà ritorno. A seguito della retata al negozio di fotografia, saranno arrestati anche altri esponenti della resistenza: Edmond Gallet, studente appena ventenne e membro del gruppo paramilitare clandestino francese Organisaton de l’Armè Secret per il quale svolgeva attività di collegamento, morirà dopo essere stato deportato; lo studente Raymond Langlet, 17 anni, membro del Combat, troverà la morte anch'egli dopo la deportaazione; Anthelme Croibier-Muscat, membro del Combat, scamperà invece miracolosamente alla morte dopo essere stato condotto al campo di internamento francese di Dancy. Un ulteriore arresto fu effettuato poco dopo, quello stesso giorno, presso la casa di Bonin: si trattava di un uomo ebreo senza alcun collegamento con la resistenza, René Mauss, il cui solo crimine era stato quello di essere cliente del fotografo al momento della retata. Sarà deportato ad Auschwitz dove morirà di lì ad un anno, lampante testimonianza della banale ed ottusa natura della malvagità nazista. Oggi gli è dedicata una via in città nelle vicinanze di Place de la Gare, dietro la stazione ferroviaria. La concatenazione degli eventi intrecciò quel 27 novembre una trama di eventi che procedette a passo di corsa, degna del più avvincente romanzo di spionaggio, peccato che qui sia tutto vero. Preoccupato dalla scomparsa dell'amico Anthelme Croibier-Muscat, l'operaio Gustave Estades, ventisette anni, membro anch'egli dell’Organisaton de l’Armè Secret, decise di entrare nel negozio di fotografia cadendo in questo modo nella più scontata delle trappole: fermato dai miliziani, verrà interrogato violentemente dopo essere stato condotto nel quartier generale della Gestapo, quindi rinchiuso in prigione dove incrociò il destino di Gatson Valois, detenuto a sua volta all'interno della stessa cella. I due uomini si erano già scambiati delle lettere ma non si erano mai incontrati. Sarà proprio Estades ad aiutare Gaston Valois a suicidarsi in cella utilizzando una piccola lametta che il medico era riuscito a nascondere e per mezzo della quale si tagliò le vene del polso destro. Pochi minuti dopo il fermo di Gustave Estades presso il negozio di fotografia di Bonin, Paul Gariboldy entrò a sua volta nel locale trovando il compagno ancora sul posto, agli arresti e circondato dai miliziani che si accingevano a portarlo via per l'interrogatorio. Estades ebbe la prontezza di sollevare le braccia per mettere in mostra le manette che gli cingevano i polsi. Gariboldy, comprendendo tutto in un istante, sparò immediatamente alcuni colpi di pistola ferendo uno dei soldati collaborazionisti e riuscendo in tal modo a fuggire. Era stato proprio Estades a convincere Gariboldy, fino ad allora impiegato come disegnatore industriale, ad entrare a far parte del Combat, di un gruppo armato del quale aveva assunto la guida poco prima, nel corso del 1943, entrando in clandestinità con il falso nome di Paul Vallier. Con il proprio manipolo di combattenti condusse alcune importanti azioni di sabotaggio, fece esplodere più di duecento bombe nell'area metropolitana di Grenoble tra luglio e settembre 1943, insieme al suo principale collaboratore, Jean Bocq detto "Jimmy", fu arrestato il 24 ottobre 1943 da un capitano della gendarmeria e imprigionato a Grenoble, per essere liberato due giorni più tardi da un gruppo di partigiani che ne avevano organizzato l'evasione. Scampato all'arresto durante la Semaine Rouge Grenobloise, la sua azione sovversiva proseguirà fino a ridosso del termine del conflitto bellico, più precisamente fino al 24 marzo 1944, data in cui Paul Gariboldy e Jean Bocq caddero in un'imboscata tesa da miliziani francesi in collaborazione con soldati SS. La lista dei caduti del 27 novembre 1943 termina con altri due nomi, il membro del Franc Tireur Maurice Taccola e Renè Lembourg, ragazzo di appena 17 anni d'età: moriranno entrambi dopo essere stati deportati in campi di prigionia. Il movimento dei Franc Tireur fu un gruppo combattente fondato presso il Cafè de la Rotonde, sul retro della stazione ferroviaria grenoblese, da Eugene Chavant, supervisore presso una locale fabbrica meccanica, Aimè Pupin, padrone della caffetteria stessa, e Leon Martin, medico nonchè ex sindaco di Grenoble. Gli ultimi due saranno arrestati dagli occupanti italiani nel 1943 e deportati in un campo di prigionia in Italia, dal quale Pupin riuscirà ad evadere poco dopo per poi aggregarsi ai combattenti partigiani italiani. Quel maledetto 27 novembre 1943 grenoblese riserverà una sorte più fortunata al medico Henri Arbassier, fermato dalle milizie collaborazioniste ed internato, ma rilasciato nell’agosto 1944. L'uomo era già stato imprigionato precedentemente dagli italiani dall'aprile al luglio 1943: un doppio colpo di fortuna, difficile avvicinarsi maggiormente alla morte senza venirne ghermiti. Il 28 novembre 1943 registrò un parziale rallentamento nelle azioni di rastrellamento. Il 29 novembre, il professor Jean Bistesi, capodipartimento del gruppo Combat succeduto a Marie Reynoard, fu giustiziato all'uscita dell’istituto universitario di elettrochimica presso il quale lavorava: i due miliziani ed il soldato tedesco che avevano chiesto di lui presso la portineria avevano ricevuto aiuto dal portiere che lo aveva indicato proprio nel momento in cui l'uomo stava sfortunatamente passando per uscire dall’edificio. Ammanettato sul posto, tentò di fuggire ma fu colpito da colpi di mitragliatrice. Nello stesso momento, due miliziani sotto le mentite spoglie di emissari di Gaston Valois, visitarono l’ufficio dell'avvocato Jean Perrot, trentanove anni, capo del movimento del Franc Tireur, il quale dovette presagire l'inganno e si rifiutò di dare loro informazioni, venne pertanto colpito con due raffiche di mitragliatrice al termine di una violenta discussione, trovando la morte poco dopo in ospedale. La storia di questo personaggio sembra avere dell'incredibile: dopo una brutta caduta da cavallo, nel 1924 riportò una paralisi alle gambe che durò per quattro anni; in seguito, nel 1933, sposò Renèe Morin dalla quale ebbe una figlia. Alla prematura scomparsa della moglie, entrò in società con il suocero nella fabbrica di bottoni e cerniere di sua proprietà. Nel 1938 si risposò con Madeleine Chateau dalla quale ebbe due figli, uno dei quali morto ancora neonato. Poci giorni prima di essere assassinato era stato contattato da un tornitore della sua azienda, impegnato nella resistenza, che gli consegnò la proposta di ricoprire il grado di capo dipartimento del movimento Franc Tireur, incarico che Perrot non esitò ad accettare. Suo cognato, Jean Fouletier, anch'egli presente al momento della visita a Perrot da parte della Gestapo, venne ferito solo lievemente dagli spari, fu arrestato e poi deportato in Germania dove morì nel 1945. Sempre il 29 novembre, due soldati tedeschi giunsero alla Tesorerie Generale de l'Isere chiedendo di vedere Jean Berthoin, amministratore dell'istituto dall’agosto del 1940. Costui si rese irreperibile ed i due nazisti se ne andarono assicurando che sarebbero tornati un'ora dopo. Berthoin ignorò le suppliche di coloro che gli consigliavano di fuggire e decise di telefonare alla Gestapo per informarli che aveva terminato la riunione di lavoro che lo teneva tenuto occupato: i funzionari della Gestapo che risposero alla chiamata, spiazzati da questa telefonata, risposero evasivamente che i loro emissari sarebbero tornati sul posto di lì a pochi giorni. Proposti che di fatto non fu mai mantenuto. L'iniziativa spavalda, coraggiosa e sfrontata, aveva salvato la vita all'impavido banchiere. Ecco quanto è importante avere sempre la risposta pronta! Eppure i nazisti avevano ragioni più che valide per indagare su Barthoin: dal suo ufficio egli diresse, insieme al prefetto Raoul Didkowski e al suo capo di gabinetto Louis Amade, una rete di assistenza ai fuggiaschi, in particolare ebrei, che sarebbe diventata poi nota con il nome in codice di Bureau de Bienfaisance de Vizille. I rastrellamenti, le uccisioni arbitrarie condotti alla luce del sole tra le vie della città, le persecuzioni, l'inaudita violenza rivolta verso la popolazione, le torture, il terrore ebbe termine a Grenoble solo il 30 novembre 1943, giorno conclusivo della Semaine Rouge Grenobloise. Lo spirito combattivo, la determinazione capace di contrastare ogni razionale senso di autoconservazione nell'abbracciare il pericolo, il senso del dovere di questi uomini rimane uno degli insegnamenti più nobili, giusti e complessi al cui cospetto mi sia mai capitato di trovarmi. Devo ammettere che nel leggerne le storie più di una volta ho percepito un brivido lungo la schiena, un senso di speranza farsi largo nei pensieri, soprattutto una domanda semplice e perentoria: cosa avrei fatto al loro posto? Quali decisioni avrei preso? Qui si tratta non solo di evitare il male ma di compiere il bene, ad ogni costo e sotto costante minaccia. La risposta non può contemplare l'eccezione. Quelle di questa storia erano persone semplici, normali. Medici, operai, studenti, fotografi. La stessa gente che si incrocia ogni giorno per strada senza farci troppo caso, a cui appartengono volti comuni, fisionomie ordinarie. Una cosa in comune in realtà ce l'avevano una buona parte di loro: l'incapacità ad accettare l'oppressione, l'ingiustizia, ereditata dal servizio militare prestato nell’esercito francese durante la I Guerra Mondiale. Sono uomini e donne che avevano già visto dritto in faccia l'atrocità della guerra, l'orrore della morte, la paura paralizzante del domani, e che non erano disposti a subirne l'effetto ancora una volta, di nuovo. Nei giorni successivi alla Semaine Rouge Grenobloise, la Gestapo fece tutto il possibile per insabbiare questi i crimi compiuti, ai giornali fu vietato pubblicare gli annunci di morte dei combattenti della resistenza assassinati, i cui cadaveri furono per la maggior parte abbandonati barbaramente per le strade. La mattanza avvenuta tra il 25 novembre ed il 30 novembre 1943 ebbe i suoi mandanti nel Parti Populaire Français (PPF), il principale partito francese di ispirazione fascista fondato da Jacques Doriot nel 1936, sezione di Lione. Dal dicembre 1943, nella regione del Delfinato fu instaurata una politica di rappresaglia sistematica contro ogni attacchi della resistenza, fatta di deportazioni ed esecuzione sommarie, come quella del 14 agosto 1944 in cui venti giovani partigiani arrestati qualche giorno prima furono fucilati come rappresaglia per la morte di due soldati tedeschi. Ma l'azione dei partigiani non si fece intimidire. Il 2 dicembre 1943 un nuovo importante sabotaggio fu condotto a Grenoble presso la caserma militare di Bonne, quartiere situato nella parte meridionale dell'attuale Hypercentre, all'epoca occupata dalle truppe tedesche: l'edificio fu devastato dall'esplosione di 30t di esplosivo innescato da Aloyzi Kospiski, un disertore polacco arruolato forzatamente nell'esercito nazista. L'esplosione fu così forte che le i palazzi circostanti, nell'arco di 1km di distanza, furono gravemente danneggiati. Sei soldati tedeschi rimasero uccisi nell'attentato e decine di altri furono feriti. Tra le vittime si registrarono anche sette civili, persone residenti nelle vicinanze colpite dalla violenta deflagrazione. Solo con l’arrivo degli Alleati in Provenza e la conseguente evacuazione delle truppe naziste da Grenoble il 22 agosto 1944, la situazione accennò a prendere la piega giusta. Terminati gli scontri con i tedeschi occupanti, iniziò però la resa dei conti tra una popolazione martoriata da anni di repressione e coloro che in quegli stessi anni erano stati collaborazionisti francesi: sei membri della Milice Française furono giustiziati in piazza di fronte ad una folla trasfigurata da una rabbia ferina, le donne accusate di aver intrattenuto relazioni amorose con i tedeschi furono rasate a zero e fatte sfilare per le strade sotto le in giurie, gli sputi e le percosse degli astanti. Uno dei principali responsabile della Semaine Rouge Grenobloise, Francis André, detto "Gueule Tordue" a causa di una paralisi facciale causata da un incidente stradale avvenuto quando era adolescente, fondatore del Mouvement National Antiterroriste (MNAT), di fatto un distaccamento lionese della Gestapo, fuggì in Germania rifugiandosi insieme ad altri esponenti del PPF presso Mainau, ma dopo la resa della Germania, nel 1945, sarà arrestato dagli Alleati, riportato in Francia dove verrà imprigionato a Lione, infine processato e condannato a morte per fucilazione il 19 gennaio 1946, sentenza eseguita poi il marzo successivo. Durante il processo che precedette la condanna, Andrè ammise 120 uccisioni ed innumerevoli torture compiute su uomini e donne durante il periodo bellico. Non stupisce certo apprendere che prima dell’inizio della II Guerra Mondiale la sua occupazione principale fosse delinquere, nonostante avesse tentato la carriera nel pugilato conseguendo tuttavia scarsissimi risultati. L'avvento dell'ideologia nazifascista gli aveva fornito semplicemente il pretesto per mettere a frutto (si fa per dire!) il proprio talento nella criminalità: già dall'estate del 1940, aveva svolto attacchi isolati contro attività commerciali ebraiche a Lione e grazie alla sua imponente corporatura fu anche assunto, prima di dirigere la Milice Française a Grenoble, l'incarico di guardia del corpo nella scorta prima di Jacques Doriot e dopo persino in quella di Philippe Petain. Per i coniugi Antoine Girousse ed Edith Amblard, noti collaborazionisti ed autori di alcune delle delazioni che portarono agli arresti ed alle uccisioni della Semaine Rouge Grenobloise, la sorte non fu molto diversa: dopo la fuga in Germania ed in Italia vennero catturati, processati e giustiziati il 29 marzo 1946. La foggia della personalità di Girousse non differiva granchè da quella di Francis Andrè: prima dell'occupazione nazista era stato membro del Parti Franciste, l’unico partito francese ad essersi apertamente dichiarato fascista, fondato nel 1933 da Marcel Bucard, in seguito aveva prestato la propria infame opera al servizio informativo delle SS in una sorta di perverso sodalizio spionistico con la consorte Edith Amblard. Quanto al generale Karl Pflaum, fu fatto prigioniero nel febbraio 1947 in Germania e poi rilasciato per motivi di salute, morì nel 1957 senza essere mai stato processato per i propri crimini Nomi, volti e vite questi ultimi che meritano l'oblio del tempo per aver contribuito a infliggere all'umanità intera una delle ferite più dolorose e profonde che mai abbia subito nel corso della sua esistenza. Il generale Charles De Gaulle fece il proprio ingresso a Grenoble il 5 novembre 1944 e conferì alla città la Compagnon de la Liberation, riconoscimento solenne assegnato per meriti militari e civili nell'opera di liberazione della Francia, in virtù del suo ruolo di primo piano nel sostegno alla resistenza partigiana durante il periodo di occupazione tedesca. La medesima motivazione porterà in seguito Grenoble ad essere universalmente riconosciuta sui libri di storia con il titolo di “Capitale des Maquis”.
Il ricordo dei tragici eventi della Semaine Rouge Grenobloise, custodi inestimabili di speranza e libertà, trovano oggi forma nel nel Monument Saint Barthelemy Grenobloise. Il nome di questo memoriale si ricollega al fatto gli eventi verificatesi tra il 25 novembre ed il 30 novembre 1943 a Grenoble sono conosciuti anche con l'appellativo Saint Barthelemy Grenobloise, in riferimento alla celebre strage della Notte di San Bartolomeo avvenuta nel 1572 ai danni dei protestanti francesi. Inaugurato nel 1983 si compone del busto in primo piano di Gaston Valois, elevato sopra un piedistallo di granito ed accompagnato sullo sfondo da due targhe marmoree affisse al muro riportanti i nomi delle vittime del massacro. Per raggiungere questo monumento, situato in Rue Jules Horowitz, occorre allontanarsi per una discreta distanza dal centro storico cittadino percorrendo un lungo tratto dell'Avenue des Martyrs, ampio vialone a due carreggiate esposto senza pietà al caldo sole estivo. Il memoriale si trova leggermente disposto su un lato rispetto alla via principale, in una posizione poco poetica e piuttosto disturbata dal viavai rumoroso del traffico automobilistico. Ad accompagnare il busto di Gaston Valois, poco più a lato sono affisse al muro di fondo altre targhe di pietra il cui compito è quello di ricordare tutti i combattenti partigiani caduti per la liberazione della Francia e le due azioni di sabotaggio principali condotte dalla resistenza in città, quella del 2 dicembre 1943 alla caserma di Bonne per la quale è citato il nome di Aloyzi Kospiski e quella del 13 novembre 1943 al poligono dell'artiglieria, per la quale oltre al nome di Requet sono riportati anche quelli dei due ufficiali dell'esercito libero francese Henry Delaye e Louis Nal. In mezzo sorge una lastra di pietra leggermente più grande decorata con il rilievo del volto di Albert Reynier, combattente partigiano e dal 1944 al 1949 prefetto del dipartimento regionale. Sul versante opposto del memoriale si staglia a chiudere lo spazio un massiccio muro di pietra scolpita sopra il quale in rilievo sono riportate le lettere in metallo della frase "AUX GLORIEUX MARTYRS DE LA RESISTANCE 1940 - 1945". Nonostante il contesto poco solenne, questo è uno dei punti della città che non si possono trascurare quando si visita Grenoble. Non è l'unico sito a raccontare la storia della resistenza grenoblese. Basta compiere una breve passeggiata verso est partendo da Place Grenette per raggiungere il Musèe de la Resistance et de la Deportation de l'Isere, situato in Rue Hebert.
Il museo nacque dall'iniziativa di Robert Avezou, direttore degli Archives Departementales de l'Isere, istituzione cittadina votata alla conservazione dei documenti storici, il quale nel 1963 allestì la prima esposizione con il contributo di ex combattenti partigiani, deportati sopravvissuti ed insegnanti scolastici. Questa primitiva collezione radunò documenti, fotografie e manufatti inerenti gli anni della resistenza grenoblese, gettando le basi per una delle prime mostre in Francia dedicate a questo tema. Il museo vero e proprio, fu inaugurato solo nel 1966 ed inizialmente venne collocato in un sito differente da quello attuale, all'interno di un edificio disposto su Rue Jean-Jacques Rousseau. Il suo primo nome fu Musée de la Resistance Dauphinoise, l'appellativo attuale gli venne conferito solo nel 1970. Lo spazio museale subì poi importanti lavori di ristrutturazione tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 del XX secolo. In questo periodo, più precisamente nel 1986, fu anche trasferito nella sua sede attuale, nelle sale di uno stabile precedentemente impiegato ad accogliere una scuola di scultura architettonica e gli appartamenti del suo direttore, lo scultore Aimé Charles Irvoy. Conclusasi l'opera di rinnovo e restauro, il museo riaprì finalmente i battenti nel 1994. Dalla sua riapertura nel 1994, il Musèe de la Resistance et de la Deportation de l'Isere costituisce una vivida testimonianza delle vicende legate alla resistenza contro il nazifascismo condotta tra i confini del Delfinato durante la II Guerra Mondiale. Il palazzo che lo ospita ha poco di particolare, passerebbe alquanto inosservato se non fosse per la vistosa insegna metallica, a forma di colonna e di un blu acceso, disposta proprio di fronte all'ingresso sul marciapiede. Imboccando poi la via laterale che costeggia lo stabile si scopre anche un meraviglioso murales, opera dell'artista parigino C215 (nome d'arte di Christian Guemy) ed alloggiata lungo il muro di cinta, raffigurante il volto di personaggi noti della resistenza francese tra i quali anche quello di Genevieve De Gaulle, nipote del general De Gaulle sopravvissuta alla deportazione.
Le sale interne del museo contengono circa 5.000 reperti relativi a questo periodo storico, distribuiti su una superficie di circa 1.100m². Tra i pezzi in esposizione alcuni più di altri hanno colpito la mia sensibilità, trasportandomi in modo incredibilmente verace nella realtà dei perseguitati della II Guerra Mondiale: tra di essi ricordo la Stelle di David di pezza gialla da appuntare ai vestiti degli ebrei, i passaporti con fotografie e generalità scritte a penna di persone il cui destino lo si può solo intuire nell'attitudine di un volto immortalata su pellicola, le tessere annonarie per la distribuzione di cibo e vestiti, alcuni timbri utilizzati per la fabbricazione di documenti falsi, chissà quante speranze, quante aspettative in oggetti tanto piccoli, all'apparenza tanto anonimi.
E poi ancora una bicicletta consumata dalle numerose corse compiute per trasportare qualcuno o qualcosa attraverso il pericolo, fedele compagna di epiche imprese, e ovviamente fucili, mitragliatrici, granate, munizioni, inquietante accozzaglia di strumenti di morte. Non passa inosservata una macchina da scrivere, artefice di parole che unirono nel pericolo persone combattenti, proprio le parole furono una parte importante della resistenza partigiana: nel 1942 i militanti comunisti Paul Monval ed Andrè Dufour, insieme a Jacques Royer, crearono a Grenoble il giornale clandestino "Les Allobroge", dal nome della tribù indigena che abitò il territorio dell'Isere prima dell'arrivo dei romani, mensile che sarà stampato fino al termine della II Guerra Mondiale, nonostante l'arresto ed alla deportazione nel maggio del 1944 di Paul Monval (sopravvissuto alla detenzione, liberato nel 1945 dagli Alleati), e che in seguito diventerà un quotidiano. Per mantenersi nell'ombra, il giornale venne addirittura stampato per un periodo all'interno di una fabbrica di polvere per bucato. Sempre a Grenoble vennero stampati di nascosto anche altri giornali antifascisti e di ispirazione comunista, come quelli creati già nel 1940 dagli studenti di medicina Pierre Fugain e Guy Genon-Catalot insieme allo studente di lettere Jacques Laurent: il loro arresto a seguito della scoperta dei giornali, condurrà ad una grande mobilitazione studentesca che sfocerà nel dissenso manifestato presso Place Victor Hugo nel 1941, successivamente alla confluenza di molti giovani studenti grenoblesi nei vari gruppi partigiani di combattimento. Nelle sale è custodita anche una preziosa collezione composta da più di 80 manifesti propagandistici, quelli a favore del regime freddi e matematici, quelli affissi clandestinamente dalla resistenza invece ruvidi come un incontenibile grido di ribellione.
Impossibile non soffermarsi di fronte alle numerose fotografie, alle stampe ed ai giornali originali, schegge oggettive di un racconto lungo, complesso, fatto di una galassia di diversi episodi e di un universo di differenti personaggi. Completano l'esposizione i racconti audiovisivi, raccolti a partire dal 1990. Il museo si dispone su tre piani, quello più basso è dedicato alla fase storica della Francia arresa all'occupazione nazista, il secondo invece è rivolto alla resistenza partigiana ed ai suoi eroi, l'ultimo infine è intitolato alle deportazioni ed alle esecuzioni di ebrei e dissidenti politici. Tra gli elementi che compongono quest'ultima parte non si può non citare espressamente una sezione riservata ai deportati nei imprigionati nei campi di concentramento, tra cui molti bambini: un destino disumano ed impietoso per la parte più indifesa ed innocente della popolazione. Interessante anche il videodocumentario costruito con spezzoni di cinegiornali e filmati di repertorio sulle vicende della II Guerra Mondiale, un'occasione preziosa di spostare per una volta la prospettiva su un punti di veduta differente, quello francese. punto di vista francese della II Guerra Mondiale. Il terzo piano è utilizzato anche, in alcune sue sale, per l'allestimento di mostre temporanee a tema e di incontri didattici rivolti alle scuole. Un patrimonio inestimabili di vite vissute a francamente mi stupisco di poter ammirare a titolo completamente gratuito, strabuzzando gli occhi in modo sbalordito di fronte all'impiegata posizionata dietro il bancone all'ingresso che mi fa cenno di riporre il portafogli e di entrare liberamente all'interno del museo. Per chi vuole è possibile lasciare un'offerta libera in denaro all'uscita.
A Grenoble tutto parla di una città che resiste e si oppone ad ogni tentativo che miri a limitarne l'indipendenza. A poco meno di 1km da Place de la Gare, in capo ad una gradevole passeggiata sull'ampia Rue Felix Viallet, nel punto in cui quest'ultima via si interseca a perpendicolo con Rue de Belgrade si trova lo Square Docteur Valois, un piccolo spazio verde intitolato al nome di Gaston Valois declinato in un inglesismo davvero difficile da spiegare. Il posto non ha granchè da offrire e a dire la verità appare piuttosto poco curato, un po' malconcio, sorretto alla base da un parcheggio sotterraneo per automobili il cui ingresso si intravede proprio dalla strada antistante il parco. L'unico suo merito, oltre a quello di detenere il nome di un eroe della resistenza partigiana grenoblese, coincide con il fatto di costituire di fatto l'anticamera di accesso ad un'altra area verde, una delle più importanti della città, di ben altra caratura. Basta infatti percorrere i pochi passi che separano le due estremità di Square Docteur Valois per accedere al Jardin de Ville. Si tratta di un parco pubblico a cui è conferita la struttura di un giardino alla francese: il suo spazio offre ristoro e frescura grazie al ricco arredo vegetale, fatto soprattutto di palme, alcune delle quali centenarie, platani, tigli e castagni. Circa al centro del suo spazio si colloca un palco per orchestra, una sorta di grande chiosco in metallo di forma poligonale, la cui costruzione risale al 1886 e che oggigiorno funge quotidianamente da luogo di ritrovo per la gioventù grenoblese. Non manca nemmeno una piccola area gioco per i bambini, elemento necessario vista la vicinanza del parco ad una scuola elementare il cui edificio si colloca alla sua estremità sudoccidentale. L'area è piacevole da percorrere e si lascia apprezzare per una breve sosta dal sole estivo. E' curioso pensare che fino al 1620 qui sorgeva solo un prato incolto che si estendeva fino all'Isere, utilizzato occasionalmente per grandi sagre popolari e conosciuto in città come Pré de la Tresorerie., appellativo assegnatogli in virtù del fatto che nelle vicinanze si collocava la sede della tesoreria del Deflinato. Fu il duca François de Bonne de Lesdiguieres a trasformarlo in un giardino privato attiguo alla propria residenza. Correva l'anno 1590, era il 24 dicembre quando questo aristocratico personaggio, cavaliere tutto d'un pezzo ed abile condottiero, dopo numerose sconfitte sanguinose conquistò Grenoble, fino ad allora controllata dai cattolici, alla testa delle proprie truppe. Il credito guadagnato negli anni da Lesdiguieres fu strettamente legato alle guerre di religione francesi: ancora diciannovenne, raggiunse infatti sui campi di battaglia della regione del Delfinato il cugino Antoine Rambaud de Furmeyer, impegnato a combattere dalla parte dei protestanti; pochi anni dopo, nel 1566, a seguito della morte di quest'ultimo venne scelto egli stesso come capo delle milizie protestanti dislocate presso la valle alpina di Champsaur, 30km a sud del villaggio di Corps, località che consiglio di tenere bene a mente perchè ricorrerà ancora nel corso della cronaca di questo viaggio. I numerosi e violenti scontri religiosi tra cattolici e protestanti insorti nella seconda metà del XVI secolo avevano già indebolito notevolmente Grenoble scuotendo pesantemente la stabilità del Delfinato. Con Lusdiguieres la città conobbe finalmente un periodo di relativa stabilità e sviluppo. Divenuto governatore del Delfinato, egli procedette a modificare e ad ingrandire considerevolmente la città dando il via ad una serie di opere di costruzione e fortificazione, tra le quali anche il primo abbozzo di quella che diventerà successivamente la Bastiglia di Grenoble. Negli anni successivi, supportato da un'improbabile alleanza con il condottiero cattolico Alphonse d'Ornano, resa inevitabile dallo stato di necessità, difese il Delfinato contro le mire del duca Carlo Emanuele I di Savoia che sconfisse a Pontcharra il 17 settembre 1591. Fedele al re di Francia, Lesdiguieres percorse nel corso degli anni tutta la scala gerarchica del potere: la sua autorità nel guidare i protestanti dentro e fuori i terreni di scontro fu tanto ingente che nel 1584 venne riconosciuta ufficialmente dal re di Francia la sua autorità sugli ugonotti del Delfinato, nel marzo del 1591 fu nominato governatore di Grenoble, nel settembre 1595 divenne consigliere di stato ed il 27 settembre 1609 ottenne la carica di maresciallo di Francia. Si convertì al cattolicesimo con abiura solenne nel 1622, non proprio un campione esemplare di coerenza, per morire quattro anni più tardi alla venerabile età di 83 anni. Con questo evento ebbe conclusione un ciclo politico e nel vuoto di potere che si venne a creare irruppe la figura del cardinale Armand-Jean du Plessis de Richelieu, nome ben noto a bibliofili ed agli appassionati di racconti guasconi, il quale con un rapido, impietoso e tirannico colpo di spugna nel 1628 cancellò ogni indipendenza amministrativa guadagnata fino ad allora da Grenoble. Durante il proprio periodo di governo, in città Lusdiguieres fece costruire una nuova residenza, l'Hôtel de Lesdiguieres, tuttora esistente nel cuore del Jardin de Ville e divenuta oggi sede della Maison de l'International (istituzione municipale di commercio internazionale) e di una biblioteca. La struttura porta la firma dell'architetto Pierre La Cuisse e fu ultimata nel 1602 sul sito di un precedente edifico di epoca medievale, utilizzato come sede governativa ma caduto in disuso nel corso del XVI secolo. Della struttura originaria venne conservata una torre circolare dislocata lungo il margine settentrionale del complesso: la base di questo elemento risalirebbe addirittura all'epoca romana, precisamente al III secolo d.C., e comprenderebbe parte della recinzione difensiva dell'antico insediamento di Cularo. I successori di Lesdiguieres al governatorato del Delfinato mantennero la propria residenza all'interno di questo palazzo ampliandone gli spazi in più battute, nel 1627, nel 1631 e nel 1640, commissionando tra le altre cose anche la costruzione dell'attuale facciata decorata da una balconata e da un orologio. Sullo spazio circostante la residenza, Lesdiguieres fece allestire un sontuoso giardino distribuito su alcune terrazze, finalizzate anche a proteggere lo spazio dal vicino fiume Isere. Alla sua dipartita, avvenuta nel 1626, i suoi successori al governatorato persero interesse nella residenza che quindi cadde progressivamente in disuso. Solo nel 1719 i giardini vennero aperti al pubblico dopo che l'amministrazione cittadina ne acquistò gli spazi insieme agli edifici in essi contenuti. All'interno della residenza venne mantenuta comunque la sede degli intendenti del Delfinato, organo amministrativo reale abolito a seguito della Rivoluzione Francese. In seguito all'interno del palazzo furono collocati e mantenuti fino al 1967 gli uffici del municipio, in seguito spostati altrove. Dopo il passaggio a bene pubblico, vennero avviati importanti lavori di riqualificazione: gli alberi precari vennero abbattuti, il bosco fu rinnovato nel 1736, novecento alberi furono ripiantati, tra cui duecento tigli a foglia larga, anche il giardino ed i sentieri furono ripristinati. Nonostante l'apertura al pubblico, inizialmente il giardino fu accessibile solo alla nobiltà e proibito alle persone del popolo: l'ingresso era costantemente controllato da due militari che ne assicuravano l'apertura e la chiusura. In tale periodo il parco fu sede di feste da ballo e fiere. Solo nel 1867 lo spazio divenne accessibile a tutti i ceti sociali. Nello stesso periodo fu avviato all'interno del parco un mercato floreale che proseguì fino alla fine del XX secolo, epoca a cui risale anche l'ultimo restauro di cui è stata fatta oggetto l'area. La sua superficie ammonta attualmente ad 1,7 ettari e dei 900 alberi piantati originariamente nel XVIII secolo sono sopravvissuti oggi solamente un centinaio di esemplari. Percorrendo i viali del Jardin de Ville non è difficile accorgersi della presenza dell'Hôtel de Lesdiguieres, nonostante le sue dimensioni non certo titaniche. La sua struttura appare invece piuttosto minuta, discreta, poco appariscente ma comunque capace di conferire una certa importanza allo spazio che occupa. Di fronte ad esso sorge un grazioso roseto, anch'esso di piccole proporzioni, elegante attributo alla signorilità del palazzo. Al centro di questo spiazzo floreale svetta prepotentemente l'Hercule, una scultura bronzea realizzata probabilmente in Italia intorno al 1609 da autore non noto, si pensa Jean Richier come indicherebbe l'iscrizione presente lungo la sua superficie che riporta le lettere “IRF”, acronimo forse di “Jean Richier Fecit”. La statua venne in seguito acquistata da Lusdiguieres che la collocò all'interno della propria residenza grenoblese, probabilmente a decorazione di una fontana che al tempo ne abbelliva i giardini. Nel 1740 l'amministrazione cittadina decise di mantenere il monumento nel Jardin de Ville, ma dal 1989 quella esposta al pubblico è solo una copia del momento originale che è stato trasferito nel Musèe de Grenoble per ragioni di conservazione dopo essere stata oggetto di vandalismo.
Sul retro dell'Hôtel de Lesdiguieres, superato il Jardin de Ville, si approda a Place de Gordes. Le origini di questa piccola piazzetta si attestano nel 1791, anno in cui il sito fu creato con il nome di Place Neuve du Departement. Meno di un secolo dopo, tra il 1792 ed il 1795, sull'onda della Rivoluzione Francese e della contestuale caduta della monarchia, fu ribattezzata temporaneamente Place de l'Egalitè. Solo nel 1866 ricevette la denominazione attuale, omaggio a Bertrand Rambaud V de Simiane conte di Gordes, luogotenente del Delfinato e vincente condottiero a capo delle truppe protestanti locali all'epoca delle guerre religiose contro i cattolici, siamo ovviamente nel corso del XVI secolo. Di lui si tramanda che avesse ben 17 fratelli e che fu allievo di Pierre Terrail de Bayard seguendolo sul campo di battaglia alla tenerissima quanto incredibile età di 7 anni. Uomo di fiducia di re Carlo IX, moderato nei principi, si oppose alle persecuzioni contro i protestanti che dilagarono in Francia nel 1572. La residenza grenoblese di questo personaggio si collocava in effetti proprio sull'attuale Place de Gordes, anche se oggi di essa non rimane più alcuna traccia. Capita però che gli abitanti della città indichino la piazza con un nome diverso da quello del conte di Gordes: qui era infatti solito tenersi in passato un mercato di pollame, circostanza dalla quale deriva il pittoresco epiteto di Place aux Œeufs che in parte sopravvive ancora oggi nella memoria storica collettiva. Sul sito attualmente non si trovano piume di galline o ceste di uova, bensì una fontana, la Fontaine du Berger, opera in stile neoclassico completata da Jean-Esprit Marcellin intorno al 1850, poi restaurata nel 1896: raffigura Ciparisso, personaggio mitologico greco protagonista di uno dei miti più celebri della cultura ellenistica. Era un giovane ed avvenente pastore abitante dell'isola di Ceo, intimo confidente del dio Apollo del quale si dice fosse addirittura amante. La sua vicenda, tramandata in particolare nelle "Metamorphoseon Libri XV" di Ovidio, narra di come il giovane fosse solito accompagnarsi per i pascoli ad un bellissimo cervo dalle corna dorate, regalatogli dallo stesso Apollo, tanto da instaurare con esso una grande complicità, e quando per sbaglio uccise l'animale scagliandogli contro il proprio giavellotto durante una battuta di caccia cadde in tale disperazione da chiedere ad Apollo di tramutarlo in un albero secolare, così da poter rivolgere al cielo in eterno il proprio pianto straziante. Il dio lo trasformò così in un cipresso, pianta che proprio da questo racconto trasse in seguito il proprio nome e che da lì in avanti divenne caro ad Ade come simbolo della tristezza e del lutto. Nella tradizione romana, la figura di Ciparisso, piuttosto che ad Apollo, si lega a quella del dio Silvano, il quale infatti è spesso ritratto nell'iconografia pagana con un piccolo arbusto di cipresso in mano. La statua posta sulla fontana di Place de Gordes ritrae in effetti la figura di un esile pastore piegato su un ginocchio, sul suo volto è ritratta un'espressione di sconforto, le sue mani accarezzano la sagoma inerte di un piccolo cerbiatto, in una composizione scultorea che rappresenta la trasfigurazione materiale dell'afflizione per la perdita di una creatura cara ed amica.
Superata Place de Gordes e percorsi i pochi metri su cui si estende Rue d'Agier, derivazione alta del bivio che si diparte dalla piazza stessa, si raggiunge facilmente una delle istituzioni principali e più antiche della città. La Collegiale Saint Andrè de Grenoble è un meraviglioso edificio religioso custode di secoli di storia, nelle dimensioni piuttosto contenute accoglie uno spirito gigantesco che non si fatica a percepire varcandone la soglia. Con la sua particolare e minuta struttura caratterizzata da un'unica navata, un'abside quadrata, da un campanile posto sul lato meridionale dell'edificio e coronato da una bella cuspide ottagonale in tufo, costituisce uno dei manifesti maggiori dell'architettura del Delfinato, nonchè l'unico monumento costruito dai delfini del Viennois ad essere giunto fino a noi quasi intatto. Fu realizzata per essere utilizzata da questi ultimi come cappella privata ed a commissionarla fu il delfino Andrè Dauphin de Bourgogne conte d'Albon: i lavori di edificazione iniziarono dopo la drammatica inondazione dell'Isere del 1219, più precisamente nel 1228, e si conclusero solo nel 1298. Il capitolo dei monaci che la amministrarono nel corso del tempo, inizialmente dislocato nei pressi di Champagnier alla periferia sud di Grenoble, si era trasferito in città già precedentemente, nel 1127, con l'accordo del vescovo Soffroy de Grenoble. Questa chiesa in stile puro e lineare ospitò il sepolcro dei delfini del Viennois, distrutto nel 1562, durante il periodo di svolgimento delle guerre di religione, dalle truppe protestanti guidate dal barone François de Beaumont, capitano militare del Delfinato celebre per la crudeltà delle proprie azioni. Indole non certo dettata dalle convinzioni visto che, dopo essere stato fedele sostenitore del protestantesimo, cambiò schieramento nel 1564 per unirsi ai cattolici. L'anno in cui diede il peggio di sé fu il 1562, quando gli riuscì di mettere in fila una lunga e raccapricciante lista di crimini ai danni delle istituzioni cattoliche: dopo aver saccheggiato e terrorizzato Grenoble, fece ritorno trionfante a Lione dove lo raggiunse il disappunto di Giovanni Calvino, il quale venuto a conoscenza delle violenze da lui perpetrate lo sollevò dall'incarico di comando sostituendolo con Jean V de Parthenay-Larchevêque. Dopo il declino del Delfinato, nel 1349 la Collegiale Saint Andrè de Grenoble venne rilevata dal re Filippo VI di Valois continuando a svolgere il ruolo di cappella reale. Poco più avanti, il futuro re Luigi XI di Valois, durante la propria presenza nel Delfinato dal 1447 al 1456, la ricoprì di privilegi e la investì anche del ruolo di cappella del Parlamento del Delfinato. Sotto le volte di questa chiesa si svolsero negli anni molti eventi importanti: qui predicó ad esempio San Francesco di Sales, personaggio nato in una nobile famiglia sabauda che scelse la via della fede rinunciando a tutti i suoi titoli, divenendo poi vescovo di Ginevra nel 1602 senza mai poter prendere possesso della propria sede vescovile in quanto occupata in quegli anni dai protestanti calvinisti. Fu uno dei teologi più rispettati del suo tempo e fu canonizzato nel 1665 da papa Alessandro VII. Anche San Giovanni Battista de la Salle vi soggiornò per un breve ritiro: vissuto a cavallo tra il XVII secolo ed il XVIII secolo, questo ecclesiastico dedicò la propria vita all'educazione dei bambini delle classi più povere della popolazione, opera che gli valse la canonizzazione nel 1900 da parte di papa Leone XIII. Il suo metodo didattico prevedeva l'insegnamento in gruppi di classe e non individualmente, inoltre le lezioni erano tenute in francese e non in latino: una vera rivoluzione per l'epoca. Ordinato sacerdote nel 1678, soggiornò a Grenoble tra il 1713 ed il 1714. La Collegiale Saint Andrè de Grenoble fu testimone della conversione del duca François de Bonne de Lesdiguieres al cattolicesimo e di numerose visite da parte dei reali francesi. I canonici che amministrarono la collegiata furono dispersi dalla Rivoluzione Francese nel 1790 e l'ultimo prevosto, Jean-Pierre Gallien de Chabons, fu costretto a fuggire dalla città in esilio prima di diventare, sotto la Restaurazione, vescovo di Amiens. Dal 2022 la collegiata è servita dal clero diocesano. Oggi semplice chiesa parrocchiale, ospita dal 24 agosto 1822, nel transetto nord, la tomba del famoso cavaliere Pierre Terrail de Bayard, i cui resti fino ad allora avevano riposato presso il Couvent des Minimes de la Plaine, al confine orientale della città. Si tratta di una composizione scultorea sospesa su uno una parete decorata con gigli azzurri su sfondo bianco, composta da pietra bianca modellata in stile rinascimentale, dominata in alto dal busto del cavaliere, al centro una lapide scura commemora lo spirito nobile defunto. Se non conoscete ancora le gesta di questo combattente gentile forse non lo comprenderete, lo capirete più avanti nel racconto, ma un momento di raccoglimento di fronte a questo monumento funebre è d'obbligo per chiunque sia di passaggio nei paraggi. Dalla parre opposta della chiesa si trova un altro punto presso il quale soffermarsi. All'interno del transetto sud riposano le reliquie di Santa Rose-Philippine Duchesne, monaca e missionaria nata a Grenoble nel 1769, ed entrata a far parte di una comunità di suore dell'Ordine della Visitazione di Santa Maria a soli 19 anni d'età, dopo che per anni i genitori ne avevano ostacolato la volontà organizzando addirittura per lei un matrimonio combinato che la santa rifiutò all'età di 17 anni. Durante la Rivoluzione Francese andò a vivere con i genitori a Grâne abbandonando il convento nel quale era ospitata ma continuando a condurre sul posto opere di carità per i religiosi perseguitati. Dopo il termine del periodo rivoluzionario si stabilì a Grenoble dove proseguì ad esercitare la propria vocazione fino a quando nel 1818 partì missionaria per il Nordamerica dove morì all'età di 83 anni e dove fu inizialmente sepolta. L'altare a lei dedicato appare più convenzionale, meno poetico, più austero ma ha l'importante compito di accogliere per primo il visitare che accede alla collegiata da Place de Gordes. Per il resto la Collegiale Saint Andrè de Grenoble emerge dal flusso lento del tempo come avvolta da un'atmosfera rarefatta, nebbiosa, non priva di mistero, un po' consumata nelle fattezze esteriore ma potente nel carattere. Sopra tutto spicca l'altare maggiore che giunge a frammentare con le proprie vetrate colorate la penombra addormentata nella quale sembra essere calato l'ambiente. Su di esso si affaccia, attraverso la navata, l'organo costruito nella sua struttura attuale tra il 1701 e il 1704, dotato di una composizione di registri allestita nel 1946, posto sopra una galleria creata invece nel 1686. La collegiata continua a possedere un suo fascino tutto particolare, da assaporare con calma ed in modo delicato: non guasta a tale scopo il canto di un giovanissimo fedele che dagli spalti della navata propaga la propria sottile voce in una preghiera solitaria e sublime. Un'ultima menzione va dedicata al campanile della chiesa: tradizione vuole che anticamente la sua campana suonasse alle ore 22:00 per avvertire gli abitanti che le porte della città stavano per chiudersi, usanza che perdurò in effetti fino al 1877. Oggi il campanile, la cui struttura è grossomodo quella originale del XIII secolo, ospita lungo i suoi 56m d'altezza un carillon dotato di tre campane.
La Collegiale Saint Andrè de Grenoble costituisce anche un portale di passaggio che collega Place de Gordes ad un altro luogo iconico della città, Place Saint Andrè. Questa piazza trae dalla proprio dalla collegiata il proprio appellativo, ma l'edificio piú importante, in termini di storia locale, che si affaccia sul suo spiazzo è un altro. Il Palais du Parlement du Dauphinè fu la sede del parlamento locale. La sua elegante affronta dall'altro lato dello slargo la Collegiale Saint Andrè de Grenoble, la quale espone verso la piazza il suo lato meno pregiato. La sua architettura è un miscuglio di stili che comprendono quello gotico, quello rinascimentale e quello neorinascimentale, dal 1992 è tutelato come monumento storico. Dopo che nel 1453 il delfino reale francese futuro re Luigi XI di Valois aveva trasformato il Consiglio del Delfinato in una corte di giustizia sovrana denominata Parlement du Dauphinè (Parlamento del Delfinato), nel 1478 si decise di collocare la sede di questa istituzione all'interno di un nuovo edificio su Place Saint-André. La costruzione iniziò solo a partire dal 1500 su mandato di re Luigi XII di Valois-Orleans, forse sopra edifici preesistenti utilizzati fino ad allora per ospitare il Conseil Delphinal: articolata intorno ad una cappella posizionata al centro del volume, la nuova struttura si estendeva originariamente con un'ala verso la parte ovest della piazza, porzione oggi scomparsa quasi completamente, ed un'altra verso l'Isere a nord. L'ampliamento del palazzo si realizzò gradualmente attraverso l'acquisto, la ristrutturazione e l'integrazione delle abitazioni private limitrofe. La parte centrale del complesso, comprendente l'abside sporgente della cappella, venne rinnovata in stile gotico utilizzando una varietà di pietra calcarea di tonalità bianca nota come Echaillon, proveniente dai sobborghi nordoccidentali di Grenoble. Nel 1521 vennero eseguiti i lavori scultorei in legno della sala del parlamento ad opera di Paul Jude. La struttura comprendeva anche un carcere nel quale venivano imprigionati gli imputati in attesa di processo: le finestrelle sbarrate del seminterrato della prigione si affacciavano proprio sulla Place Saint André ed attraverso di esse i prigionieri potevano rivolgersi ai passanti per chiedere loro l'elemosina. Nelle celle del Palais du Parlement du Dauphinè venne incarcerato tra gli altri anche Francesco Nobilibus, il monaco francescano accusato di stregoneria nel marzo del 1604. Decenni più tardi, Atoine Berthet condividerà la stessa sorte e sarà rinchiuso nel Palais du Parlement du Dauphinè in attesa della sentenza di morte. Il palazzo fu ampliato nuovamente nel 1539 durante il regno di re Francesco I di Valois-Angoulême, poi ancora nel 1562 sotto il regno di re Carlo IX di Valois-Angoulême, mentre fu durante il regno di re Enrico II di Valois-Angoulême che fu realizzata la magnifica galleria porticata intorno alla metà del XVI secolo. Di questo periodo è anche la parte a destra della facciata, costruita in pietra calcarea grigia proveniente da Fontanil, sobborgo settentrionale di Grenoble: alla sua realizzazione contribuì l'architetto Pierre Bucher. Il risultato di tutti questi lavori è un complesso composto da tre settori: a est la sede della Camera dei Conti (oggi scomparsa), al centro il Parlamento del Delfinato e ad ovest la prigione (anch'essa oggi scomparsa). La decorazione interna del palazzo continuò durante tutto il resto del XVI secolo ed anche il XVII secolo. Durante la Rivoluzione Francese, con la divisione delle province in 83 dipartimenti e la sospensione a partire dal 1790 di tutti i parlamenti di Francia, anche il Parlamento del Delfinato fu sciolto e divenne un tribunale giudiziario che si manterrà in funzione fino al 2002. Nel 1890 si decise di ampliare ulteriormente la superficie del palazzo e gli architetti Honorè Daumet e Hector Riondel costruirono quindi un nuovo edificio che collegarono a quello già esistente, utilizzando lo spazio occupato fino ad allora dalla prigione e parte delle vicine vie. L'opera previde anche la ristrutturazione della già esistente parte centrale del complesso, la quale vessava all'epoca in pessime condizioni: negli scavi di tali lavori si riportò alla luce un'antica cinta muraria di epoca romana. La pietra usata per questa fase edilizia fu sempre un'Echaillon ma questa volta di color ocra. Il nuovo palazzo fu inaugurato il 4 agosto 1897 dal magistrato, politico francese ed ex membro del Parlamento del Delfinato Felix Faure. Altra data importante per Grenoble è quella del 1788, anno in cui si colloca la cosiddetta Journèe de Tuiles, la Giornata delle Tegole: in tale occasione la città fu scossa da una violenta protesta nata tra il popolo in opposizione al tentativo di riforma messo in atto dal ministro francese della giustizia Chrétien-François de Lamoignon de Bâville e dal controllore delle finanze generali, il cardinale Lomenie de Brienne, volto ad annullare i poteri concessi dal ministro di stato Renè Nicolas Charles Augustin de Maupeou al Parlamento del Delfinato agli inizi del regno di Luigi XVI di Borbone. Tale tentativo di fatto mirava a dirottare l'autorità autonoma di Grenoble verso Parigi per diminuirne. La monarchia francese stava in effetti affrontando in quegli anni una grande crisi finanziaria tentando di attuare riforme che avrebbero privato i parlamenti regionali dei loro poteri, concedendo maggiore margine di manovra all'autorità regale. Fu in questo contesto che l'8 maggio 1788 venne emesso mandato di imposizione ed attuare queste riforme. Il governatore generale del Delfinato, Louis Philippe d’Orleans, soggiornava allora presso la corte reale di Parigi, fu perciò il duca Jules Charles Henri de Clermont-Tonnerre, luogotenente generale e comandante in capo del Delfinato, a presentare il 9 maggio 1788 gli editti al Parlamento del Delfinato, il quale ovviamente si rifiutò di recepirli. Il giorno dopo, 10 maggio, il duca Clermont-Tonnerre tornò alla carica accompagnato dall'intendente Gaspard Caze de la Bove e dalla sua scorta armata: dopo una burrascosa riunione durata svariate ore, i membri del parlamento furono costretti a controfirmare gli editti. Il Palais du Parlement du Dauphinè fu immediatamente evacuato con la forza dai soldati, le porte chiuse a chiave. Il 20 maggio, il presidente del parlamento Albert de Berulle riunì i parlamentari per redigere un documento che dichiarasse illegali le misure imposte: l'atto fu immediatamente trasmesso al cardinale Lomenie de Brienne, il quale non reagì granchè bene e dieci giorni dopo, il 30 maggio, ordinò al duca Clermont-Tonnerre di esiliare tutti i membri del parlamento. Il 7 giugno le tensioni a Grenoble raggiunsero il punto critico e deflagrarono in un evento improvviso e forse inatteso dalle autorità, quantomeno non con la portata con la quale si verificò: la città si apprestava a mostrare ancora una volta la propria indole indipendente e combattiva. La giornata iniziò come un normale giorno di mercato cittadino, animata dall'attività frenetica dei mercanti disposti con i propri banchi su Place Grenette. Quando si diffuse la notizia dell'esilio dei parlamentari, la rivolta esplose come una miccia che inneschi con una scintilla improvvisa il rombo poderoso e temibile di un cannone pronto a sparare: a partire da metà mattinata, gruppi di centinaia di persone, tra cui molte donne, iniziarono a radunarsi per le vie della città armati di qualsiasi cosa trovassero a portata di mano, negozi e bancarelle chiusero i battenti. All'adunata parteciparono i cittadini appartenenti ai ceti popolari inferiori, tutti con un solo e chiaro bersaglio, l'esercito di re Luigi XVI di Borbone. Il loro obiettivo era quello di impedire la partenza dei parlamentari esiliati, elevati dal popolo a vere figure di paladini dei diritti e dell'autonomia di cui la città era stata fino ad allora custode. A tale scopo, la folla serrò forzatamente i portali di accesso alla centro cittadino. Verso mezzogiorno, un gruppo di donne si impadronì delle campane della cattedrale e di altre chiese dei dintorni, cominciando con esse a suonare a martello una sorta di richiamo alle armi che ebbe come risultato quello di richiamare nelle vie una folla ancora maggiore, tra cui anche molti contadini accorsi dalle campagne: all'epoca infatti, il suono della campane costituiva per la popolazione un inconfondibile segnale d'allarme. Il frastuono proseguì fino al tardo pomeriggio. Il duca Clermont-Tonnerre, alla guida di due reggimenti militari, diede ordine alle truppe di ricostituire la quiete senza l'impiego delle armi, ma quando i rivoltosi presero d'assalto la residenza del governatore Louis Philippe d’Orleans, considerato complice degli ingiusti editti emanati dalla corona francese, le truppe persero la calma ed un uomo del popolo venne ucciso con un colpo di baionetta. Il sangue fece precipitare rapidamente gli eventi: la furia del volgo, toccato non solo nell'orgoglio ma ora anche sulla carne viva, iniziò a devastare le strade e ad assalire la milizia regolare. Nonostante gli ordini ricevuti precedentemente, i soldati, presi dal panico di fronte a una folla incontenibile ed aggressiva, iniziarono a sparare sui dimostranti. In Place Grenette, sotto il fuoco dei militari perirono altre due persone, una delle quali fu un ragazzo di appena 12 anni d'età. La violenza intensificò solo la determinazione degli insorti: alcuni di essi, per sfuggire al fuoco dei fucili, salirono sui tetti degli edifici e da lì cominciarono a lanciare in basso, sui soldati disposti per le vie, tegole e pietre divelte dalle coperture dei caseggiati. Tale curiosa strategia, dettata dalla necessità di uomini inermi costretti a combattere usando ciò che capitava a tiro, conferì in seguito anche il nome all’intero evento, la Giornata delle Tegole appunto. Diverse persone rimasero uccise negli scontri e molte altre furono ferite, le strade di Grenoble divennero un campo di battaglia. La situazione non si risolse senza difficoltà e solo grazie all'intervento di alcuni parlamentari esiliati che tentarono di farsi strada tra la folla per raggiungere l'edificio in cui si erano rifugiati il duca Clermont-Tonnerre, l'intendente Gaspard Caze de la Bove e gli altri ufficiali della guarnigione militare, riuscendoci infine con grande fatica. Verso sera, il duca Clermont-Tonnerre capì che avrebbe esposto la città al disastro se non avesse ritirato le truppe: ordinò quindi ai soldati di ripiegare e sospese l'ordine di esilio rivolto ai parlamentari. La residenza del governatore Louis Philippe d’Orleans fu in gran parte saccheggiata ed il duca Clermont-Tonnerre fu comunque costretto alla fuga evitando per il rotto della cuffia il linciaggio da parte della folla. I ribelli ottennero anche di ricevere le chiavi del Palais du Parlement du Dauphinè. Una folla in tripudio acclamò i parlamentari rientrati in città e per tutta la notte in Place Saint André si tennero sfrenati festeggiamenti, con canti e balli intorno ad un grande focolare. L'ordine fu ripristinato solo il 14 luglio all’arrivo in città dei reggimenti di cavalleria guidati dal maresciallo Noël Jourda de Vaux, inviato in città a sostituire il duca Clermont-Tonnerre. Tra gli spettatori inattivi di questo evento fondamentale della storia di Grenoble ci fu anche un bambino di cinque anni e mezzo che assistette alla rivolta della Gironata delle Tegole dal balcone dell'appartamento del nonno, situato in prossimità di Place Grenette, e avrebbe poi raccontato l’evento nel romanzo "Vita di Henry Brulard": si tratta dello scrittore Marie-Henri Beyle, alias Stendhal. Tale rivolta oggi viene considerata giustamente una monumentale pietra miliare lungo la strada che condusse di lì a pochi anni alla Rivoluzione Francese, nonchè una pietra tombale posta irrevocabilmente sulla disponibilità del popolo ad accettare incondizionatamente l'autorità assoluta ed indiscutibile della monarchia. Come pochi altri episodi simili nella storia dell'intera umanità, La Giornata delle Tegole rappresenta un esempio di raro coraggio e determinazione, una preziosa testimonianza del potere che può assumere l'azione collettiva, generata dal basso, di fronte all'ingiustizia ed all'oppressione. Il contributo di Grenoble alla nascente Rivoluzione Francese non si fermò però solamente a questo isolato evento: Antoine Barnave e Jean-Joseph Mounier, tra i partecipanti al Giuramento della Pallacorda, l’assemblea di 576 deputati francesi provenienti per la maggior parte dal terzo stato riunitisi il 20 giugno 1789 a Versailles con lo scopo di porre fine all’Ancien Regime, nacquero proprio in questa città. Fu proprio Jean-Joseph Mounier che il 20 agosto 1789 presentò all'assemblea istituita dal terzo stato in occasione degli Stati Generali convocati da re Luigi XVI di Borbone l'anno precedente, i primi tre articoli della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino, approvati peraltro senza discussione. Antoine Barnave invece, figlio di un avvocato ed esponente dell’alta borghesia protestante, dopo la fase reazionaria si riavvicinò successivamente alla corona francese nel timore che la rivoluzione degenerasse in un terrore senza controllo, e forse in questo ci vide lungo: verrà ghigliottinato dopo la caduta della monarchia e ad inchiodarlo sarà proprio la corrispondenza scritta intrattenuta con la corte reale. Anche Jean-Joseph Mounier deteneva origini borghesi: era figlio di un mercante tessile ed intraprese la carriera politica dopo aver tentato quella militare, per la quale venne riformato a causa di una voce troppo debole, uno strano scherzo del destino considerata la risonanza che le sue parole assunsero in seguito. Arrivò a rivestire importanti ruoli di rappresentanza nelle assemblee costituenti tenutesi nel 1789, ma alfine anch’egli decise di prendere le distanze dalla violenza dei nascenti moti rivoluzionari, riuscendo a sfuggire per un soffio alla cattura emigrando sotto falso nome in Italia, in Svizzera, in Inghilterra ed in Germania. Morì alla precoce età di 47 anni dopo aver fatto ritorno in Francia ed aver assunto l’incarico di prefetto sotto Napoleone Bonaparte. Questi improvvisi ripensamenti e cambi di rotta ideologica non possono certo cancellare il contributo recato da questi uomini visionari alla causa dell'uomo libero. Ecco i tre articoli formulati da Jean-Joseph Mounier per la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino: “Articolo 1 - Gli uomini nascono e rimangono liberi ed eguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono fondarsi che sull’utilità comune. Articolo 2 - Il fine di ogni associazione politica è la salvaguardia dei diritti naturali e imprescrittibili dell'uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all'oppressione. Articolo 3 - Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione. Nessun corpo, nessun individuo può esercitare un'autorità che non provenga espressamente da essa". Parole che suonano come un monito indimenticabile, impossibile da ignorare, e che rimarranno scolpite indelebilmente nel carattere inflessibile della città di Grenoble. Il Parlamento del Delfinato fu a tutto diritto un'importante incubatrice di questa colazione alla libertá ed all'uguaglianza. Oggi il Palais du Parlement du Dauphinè continua a conservate questa vocazione nella memoria storica, seppure la sua attuale destinazione a spazio espositivo di proprietà dell'amministrazione regionale lo abbia spogliato della sua antica funzione politica.
Il centro del palcoscenico di Place Saint Andrè non appartiene però al Palace du Parlement du Dauphinè, bensì ad un altro monumento ben distinto: si tratta della Statue du Chevalier Bayard. Opera dello scultore Nicolas Bernard Raggi che la realizzò in bronzo nel 1822, a fonderla fu Charles Crozatier. Nato nel 1790 a Carrara, Raggi si era formato a Firenze prima di trasferirsi in Francia dove fece il suo debutto artistico a Parigi nel 1817. La statua grenoblese da lui creata venne posizionata sulla piazza quando il 21 agosto 1822 le spoglie del cavaliere Pierre Terrail de Bayard furono trasferite nella Collegiale Saint-Andrè de Grenoble su richiesta di Charles Lemercier de Longpré, barone d'Haussez e prefetto regionale. Fino ad allora i resti del leggendario guerriero avevano riposato presso il Couvent des Minimes de la Paine a Saint Martin d'Heres. Il monumento fu in effetti inaugurato proprio il giorno del trasferimento delle spoglie del cavaliere. L'opera, posizionata su un piedistallo a sua volta sollevato da una piattaforma di pochi gradini, rappresenta il cavaliere Pierre Terrail de Bayard ferito, appoggiato con la mano sinistra ad una roccia, nell'atto di portare con la destra l'elsa della propria spada a forma di croce verso le labbra. La figura scolpita è ritratta vestita con l'armatura ammantata da una tunica e chiusa dal Cordone di San Michele, una cinta tradizionalmente di lana bianca, nera o marrone, che simboleggia l'abito monacale, onorificenze conferita effettivamente al cavaliere da re Francesco I di Valois-Angoulême nel 1515. L'elmo è a terra, lo sguardo e rivolto verso l'alto in un'ultima estrema preghiera. Lungo la parte anteriore del piedistallo è possibile leggere diverse iscrizioni, tra le quali spiccano le parole: “A BAYARD, NE EN 1476, MORT A REBECQ LE 30 AVRIL1524 - DIEU ET LE ROI, VOILA NOS MAITRES, ONC N'EN AURAI D'AUTRES” (“A BAYARD, NATO NEL 1476, MORTO A REBECQ IL 30 APRILE 1524 - DIO E IL RE, ECCO I NOSTRI PADRONI, NON NE AVREMO ALTRI”). In origine, il monumento era circondato da un cancello metallico, successivamente rimosso. Sorprendentemente il monumento rischiò in epoca recente di andare perduto quando a seguito dell'ordine emanato nel 1941 dalla Repubblica di Vichy che prescriveva il recupero di tutte le sculture in bronzo per partecipare allo sforzo bellico, diverse opere d'arte vennero requisite e fuse per ricavarne metallo da routilizzare nella produzione di armamenti. Nel 1943, di fronte a seguito di un nuovo progetto di confisca di beni pubblici, alcuni membri della resistenza partigiana trafugarono di notte diverse statue cittadine per trarle in salvo dallo scempio. Forsen a causa delle sue imponenti dimensioni, non fu presa la Statue du Chevalier Bayard, che però venne comunque risparmiata quale simbolo di orgoglio nazionalistico, così come anche i tritoni della Fontain des Tois Ordres in Place Notre Dame. In effetti di orgoglio la figura di Pierre Terrail de Bayard ne è permeata: famoso a Grenoble per le sue gesta eroiche, questo nobile integerrimo cavaliere nacque da una famiglia della nobiltà di spada del Delfinato: il padre Aymon de Bayard lo introdusse, ancora fanciullo, alle regole dell'ordine cavalleresco ed ancora adolescente entrò a far parte dei paggi del re Carlo VIII di Valois, dove cominciò a perfezionare il proprio addestramento militare. Venne proclamato cavaliere a conclusione di una battaglia tenutasi a Fornovo nel 1490 condotta dai francesi contro l'esercito di Francesco II Gonzaga, marchese di Mantova, scontro cruento in occasione del quale Bayard, nonostante la perdita di due cavalli uccisi nell'azione, riuscì a conquistare eroicamente un vessillo nemico. Le sue imprese sono ricoperte da un alone di leggenda. Durante la battaglia svoltasi a Garigliano del 1503, armato di spada e lancia, piazzatosi nella strettoia di un ponte, sfidò da solo 400 soldati spagnoli che, per quanto numerosi, non riuscirono a farlo indietreggiare nonostante la pioggia di frecce e lance che lo investì, fino a quando fu tratto in salvo da un commilitone. Il suo intervento consentì di coprire la ritirata dell'esercito francese dando il tempo ai compagni d'arme di piazzare efficacemente l'artiglieria. Durante l'assedio mosso su Brescia nel 1512, Bayard fu gravemente ferito ad una coscia, venne soccorso dal capitano della fanteria ma intimò al compagno di proseguire il combattimento senza badare a lui: trasportato dagli arcieri della sua guardia in una lussuosa dimora appartenente alla nobile famiglia dei Cigola, il cavaliere vi conobbe la signora e le due figlie che ancora vi dimoravano, sole, poiché il marito si era rifugiato in un monastero. Il cavalier promise alla dama ed alle sue figlie protezione ed in cambio rimase convalescente nel palazzo per quasi un mese: quando la ferita gli permise nuovamente di cavalcare si affrettò a raggiungere i propri soldati e prima che partisse, la padrona di casa volle donargli a titolo di gratitudine un'ingente somma di denaro che però Bayard rifiutò prontamente. Di fronte all'insistenza della donna fece quindi chiamare le due figlie e spartì tra loro il denaro ricevuto, chiedendo che una parte venisse donata alle monache di un vicino monastero che aveva subito un saccheggio durante la battaglia. Nel 1515, durante una battaglia condotta presso la località lombarda di Marignano, nominò cavaliere sul campo di battaglia re Francesco I di Valois-Angoulême, da poco asceso al trono, su sua esplicita richiesta: Bayard fece voto di non utilizzare più in guerra la spada usata per investire il re. Fu la prima volta che un re venne nominato cavaliere sul campo da un suo sottoposto. L'episodio che rese celebre Bayard avvenne però nel 1502, anno in cui gli capitò di prendere in consegna Alonso de Sotomayor, un guerriero spagnolo di statura imponente fatto da poco prigioniero. Bayard lo accolse nella propria dimora e lo trattò con tutti gli onori. Lo spagnolo però, tornato libero, raccontò mentendo d'essere stato trattato villanamente da Bayard e d'aver sofferto terribili soprusi. Non appena ne venne a conoscenza, Bayard, al colmo dell'indignazione, sfidò l'accusatore in un duello mortale. Nonostante soffrisse in quel periodo di gravi attacchi febbrili, anche se Sotomayor lo fece aspettare a lungo in armatura sotto il sole con l'intento di indebolirlo ulteriormente, pur dovendo cedere il vantaggio della scelta delle armi allo sfidante, il quale scelse di combattere corpo a corpo con spada pugnale, Bayard vinse infine l'avversario. Il duello si svolse in modo inusuale dal momento che solitamente i cavalieri erano soliti scontrarsi a cavallo con lancia e spada: lottando a piedi Sotomayor intendeva sfruttare la propria mole ed il proprio peso superiori rispetto a quelli di Bayard. Le cronache narrano di come lo spagnolo indugiò sulle prime nell'intento di stancare l'avversario, più volte ripeté la mossa di sollevare a due mani la spada per calarla sulla testa di Bayard, il quale prontamente lo schivò. Al quarto affondo, Bayard si slanciò in avanti e con la punta della spada infilzò dal basso la gola scoperta dell'avversario, inferendogli infine il colpo di grazia piantandogli un pugnale in un occhio. I francesi lo festeggiarono esultanti con suoni di tamburi, ma Bayard ordinò che tacessero, poiché non voleva che si festeggiasse la morte di un abile cavaliere, quindi si recò in una vicina chiesa dove si mise a pregare in ginocchio per l'anima del defunto. Distintosi per coraggio e abilità in occasione Guerre d'Italia del XVI secolo, le sue gesta gli valsero diversi soprannomi tra cui il più celebre è quello di "Chevalier Sans Peur et Sans Reproche” (“Cavaliere Senza Macchia e Senza Paura"): c'è da dire in effetti che la tradizione cavalleresca ci descrive la sua figura come quella di un combattente profondamente legato al codice d'onore, baluardo di lealtà assoluta verso i nemici e di carità verso deboli, di lui si narra che sii prodigò per la protezione di poveri, donne e malati mentre spesso i suoi commilitoni si abbandonavano a violenze e razzie. Aneddoti leggendari raccontano di come fosse solito pagare di tasca propria i beni che requisiva ai popoli conquistati per necessità di vettovagliamento. Poiché solitamente apriva l'avanguardia nelle avanzate e passava alla retroguardia nelle ritirate, ordinava ai suoi uomini di spegnere gli incendi che chi le altre compagnie d'arme avevano appiccato, ponendo anche sentinelle a difesa di chiese e monasteri per impedire il saccheggio e tutelare le persone che vi si erano rifugiate. Tale era la fama della magnanimità di Bayard che la gente comune fuggiva a nascondersi nei boschi e sui monti all'arrivo dei primi soldati correndo poi invece incontro alle sue truppe acclamando a gran voce il suo nome. Fu guerriero abile e coraggioso, esempio concreto di quella gentilezza cavalleresca che raramente è approdata alla realtà con più romantica consistenza dalle pagine dei racconti letterari ambientati nel violento e spietato periodo medievale. Bayard fu l'ultimo grande rappresentante della cavalleria medievale, famoso giostratore e spadaccino, nominato nel 1515 luogotenente generale e governatore del Delfinato, morì nel 1524 in battaglia, ucciso da un colpo di archibugio che lo colse alla schiena sbalzandolo da cavallo, con la schiena rotta dal proiettile. Prima di spirare chiese ai suoi scudieri di esser adagiato contro un albero con il volto rivolto verso i nemici. Una storia fatta da decine di episodi che difficilmente si riesce a riassumere nel monumento che ne ritrae il protagonista posto su Place Saint Andrè: la Statue du Chevalier Bayard rimarrà comunque sempre una sorta di navicella spaziale capace di condurre l'immaginazione verso un firmamento illuminato da avventure incredibili e cavalieri senza macchia e senza paura.
Completa una triade di particolare significato e importanza per l'identità cittadina di Grenoble il Cafè de la Table Ronde, situato sul lato opposto di Place Saint André opposto rispetto al Palais du Parlement du Dauphinè, accovacciato accanto alla mole della Collegiale Saint Andrè de Grenoble dalla quale risulta separato solo dalla sottile Rue d'Agier che in questo punto si fa più stretta. E' la caffetteria più antica della città ed la dodicesima più antica di Francia. Il locale fu aperto nel 1739 da Pierre Caudet dopo che questi aveva rilevato il negozio dell'orologiaio François Dagonneau: Caudet possedeva già un locale limitrofo a quello di Dagonneau nel quale conduceva già una pasticceria. Dall'unione dei due spazi nacque ufficialmente il Caffè de la Table Ronde. Grenoble all'epoca contava appena 20.000 abitanti ma il luogo divenne ben presto un apprezzato luogo di ritrovo. Inizialmente chiamato Café Caudet, fu poi ribattezzato Cafè Flandrin dopo che nel 1776 Caudet si ritirò dagli affari e vendette la sua attività ad Antoine Joseph Flandrin, il quale era solito essere assistito nel condurre il locale, precisamente nel servizio ai tavoli, da una domestica che nel 1787 assumerebbe i connotati di Catherine Lamour, amante di un sergente della marina militare di nome Jean-Baptiste Bernadotte destinato a diventare nel 1818 re di Svezia nonchè fondatore dell’attuale casato regnante svedese. I due ebbero anche una figlia, nata il 4 agosto 1789, che visse però appena 28 giorni. Durante la Giornata delle Tegole, Flandrin sostenne le proteste e si tramanda che sulla sua vetrina avesse esposto per l'occasione un manifesto ritraente un delfino con la bocca spalancata nell’atto di inghiottire le teste di due nobili ministri, tenuti per i piedi da un diavolo. Sotto l'immagine la didascalia non lasciava adito ad interpretazioni: "Due combattenti si contendono il bottino”, sottintendendo nel soggetto il delfino ed il demonio. Il locale di Flandrin trasse certamente vantaggio da una clientela supplementare quando la società popolare dei giacobini fu autorizzata dal 1793 al 1795, durante la Rivoluzione Francese, a tenere le sue riunioni nella chiesa della Collegiale Saint André de Grenoble. Nel 1797 Flandrin vendette infine la sua attività a Jacques Louis Genoud, il quale fino ad allora aveva gestito una ghiacciaia, situata nell’attuale Rue d’Agier, costruendo un giro d'affari legato alla fornitura di ghiaccio agli abitanti della città. Per onorare la reputazione del caffè appena acquisito, Genoud fece dipingere una nuova splendida insegna dalla quale il locale trasse successivamente il suo attuale nome, Cafè de la Table Ronde. Non ci sono certezza circa la ragione che spinse a scegliere questa immagine come simbolo della caffetteria, forse perché al centro della sala era situata una tavola rotonda, o forse in richiamo alla tradizione dei cavalieri di re Artù come baluardo dei principi di uguaglianza tanto in voga in quella fase storica. Quello invece che è certo é che il Cafè de la Table Ronde fu testimone in epoca recente della resistenza montata ostinatamente dalla città contro il regime nazista: al suo interno fu infatti arrestato il giornalista Jean Pain, membro attivo del movimento partigiano locale: a denunciarlo fu probabilmente una donna di nome Rosette, cameriera del locale che dopo la fine della guerra fu arrestata, rapidamente processata, condannata a morte e fucilata. Durante la II Guerra Mondiale il locale, da sempre ritrovo abituale di giornalisti, di venne divenne anche un covo per i combattenti partigiani che erano soliti darsi appuntamento clandestinamente presso la sala sul retro della caffetteria. Un segreto piuttosto difficile da nascondere visto il viavai di gente che transitava dal luogo ogni giorno, ed infatti il 4 febbraio 1944 le autorità tedesche ordinarono la chiusura dell'attività ed arrestarono, insieme a molti clienti abituali, anche l'allora proprietaria, Marie Pollini. Jacques Louis Genoud era infatti deceduto molto prima, nel 1816, all'età di 47 anni. Dopo di lui si succedettero diversi proprietari fino ai giorni nostri. Molti furono gli autori e artisti illustri che frequentarono il caffè nel corso della sua esistenza: Antoine Renard vi compose nel 1868 la musica per la celebre canzone "Le Temps des Cerises", un vero emblema culturale francese, prima di lui Jean-Jacques Rousseau ed ovviamente Stendhal.
Ci troviamo ormai nella porzione occidentale del Quartier Notre Dame, piccola porzione dell'Hypercentre, uno dei più antichi di Grenoble, originariamente situato al centro di quella che era la cinta muraria medievale. Passeggiare in questa parte della città è veramente gradevole: le vie, ombreggiate dagli eleganti palazzi che ne delimitano lo spazio, si diramano in un dedalo fatto di incroci, traverse ed intersecazioni nel quale ci si può divertire a perdersi senza perdere mai di vista la bellezza del luogo. Da Place Saint Andrè imbocchiamo Rue du Palais la quale offre invita subito lo sguardo ad ammirare un bel dipinto murale che raffigura un giovane fanciullo riccioluto, ammantato di una pelle di leopardo, con al collo un paio di guantoni da pugile sotto il motto "On ne fait pas des geants sans deplacer (un peu) les montagnes": la traduzione mi sembra piuttosto immediata ed il messaggio in piena linea con il carattere indomito e volenteroso di Grenoble.
Percorse poche decine di metri si approda in Place aux Herbes, così chiamata in quanto ancora oggi vi si tiene (tutti i giorni tranne il lunedì) il mercato ortofrutticolo cittadino, ospitato sotto una tettoia a padiglione, dotata di un'impalcatura metallica, la cui realizzazione risale alla fine del XIX secolo. La cosa interessante è che questo punto preciso della città fu originariamente il centro della città romana, in seguito anche della città medievale, forse in virtù della sua posizione leggermente rialzata rispetto all'area circostante, anche se di solo 214m s.l.m. Durante il Medioevo questo spazio ospitò quindi la sede del consiglio comunale, istituito a partire dal 1242 o al massimo non dopo il 1244: le riunioni si tenevano intorno ad una semplice panca di pietra verso la quale convergevano gli amministratori, qui il popolo di Grenoble giungeva a discutere pubblicamente in tutta libertà degli affari della città e fino al XVII secolo venivano compiute le esecuzioni pubbliche. Il primitivo nome del luogo fu infatti Place du Grand Conseil, nel 1290 ironicamente rimaneggiato dalla gente comune in Place du Mal Conseil a seguito di dissidi nella regolamentazione cittadina che sfociarono persino in una sommossa conclusasi senza troppi risultati. Nel 1606, il duca François de Bonne de Lesdiguieres fece ampliare la piazza, le affibbiò senza troppa fantasia il nome di Place du Bon Conseil. Intorno al 1700 divenne Place de la Marée in richiamo ad un mercato del pesce che cominciò ad esservi tenuto settimanalmente. Solo successivamente, a seguito della Restaurazione, il sito assunse il nome attuale dopo essere stata ribattezzata temporaneamente Place Marat durante gli anni della Rivoluzione Francese.
E' sufficiente camminare ancora per un brevissimo tratti su Rue du Palais per raggiungere infine Place Notre Dame, piazza che conferisce il nome all'intero quartiere, cosa buona e giusta visto l'enorme patrimonio storico ed architettonico di cui dispone. Il luogo si trovava originariamente a ridosso delle antica cinta muraria romana risalente al III secolo a.C.: in effetti, parte degli edifici posizionati lungo il lato occidentale dello spiazzo sono costruiti sui resti di un'antica porta romana crollata nel 1802 dopo il cedimento accidentale di una delle sue torri e di cui rimane lievissima traccia inglobata nel profilo degli stabili moderni. Al centro della piazza si erge maestosa la Fontaine des Trois Ordres, una fontana scolpita a partire dal 1887 da Henri Ding per commemorare la Giornata delle Tegole del 1788 in occasione della ricorrenza del suo centenario. Il progetto per l'istallazione di un nuovo monumento che celebrasse l'evento fu presa nell'estate del 1886 dal deputato parlamentare Gustave Rivet, il luogo prescelto per posizionare l'opera fu inizialmente Place Victor Hugo ma ben presto la scelta virò su Place Notre Dame. La conduzione dei lavori non fu per nulla semplice: per prima cosa si dovette procedere alla completa ristrutturazione degli edifici del perimetro di Place Notre Dame, fase che richiese una tempistica di ben sette anni; in seguito si proseguì rimuovendo la colonna di pietra che fino ad allora aveva occupato lo spazio centrale della piazza per spostarla in Place de Metz, dove ancora oggi si trova. Fu così che l'inaugurazione ufficiale della Fontaine des Trois Ordres avvenne alla presenza solenne del presidente francese Felix Faure il 4 agosto 1897, nove anni in ritardo rispetto alla ricorrenza del centenario. La fontana possiede una vasca maggiore di forma circolare e di 12m di diametro, leggermente rialzate rispetto a ad essa si posizionano più centralmente quattro vasche minori di forma semicircolare. Al centro del monumento svetta verso l'alto un pilastro alto 9m che alloggia sulla propria cima un gruppo di tre sculture marmoree raffiguranti altrettanti uomini raccolti fraternamente intorno ad una tavola di pietra, simbolo dei diritti dell'uomo: i tre personaggi, in piedi e protesi in avanti con le braccia, rappresentano il terzo stato, il clero e la nobiltà, ben identificabili nell'abbigliamento conferito alle figure. Completano la composizione le sculture bronzee di quattro grifoni, posizionati alla base del pilastro centrale, e quelle di quattro tritoni, anch'esse di bronzo, posizionati tra le vasche minori, immortalati con una conchiglia mantenuta con un braccio sopra la bocca e dalla quale fuoriescono zampilli d'acqua. Le quattro facciate del pilastro recano in lettere d'oro iscrizioni che riportano le principali date della Rivoluzione Francese, a partire dal Giorno delle Tegole fino al 20 giugno 1789, data del Giuramento della Pallacorda: tale caratteristiche rende questo monumento un vero e proprio libro di pietra lungo i cui lati è possibile leggere celebri motti rivoluzionari quali "Libertè, Egalitè, Fraternitè", a cui si aggiunge la parola "Justice". Nel 1940, la statua ritraente il terzo stato perse il dito medio della mano sinistra a causa dello stato di usura. Nel 1942, sotto l'occupazione tedesca, i bronzi originali del monumento furono requisiti dai nazisti ed inviati ad essere fusi a scopo bellico nonostante le proteste dell'allora sindaco Paul Cocat: solamente due delle quattro statue di tritoni si salvarono e le figure distrutte vennero rimpiazzate da copie solo dopo il termine della II Guerra Mondiale. Solo nel 1957 il sindaco Leon Martin inaugurò il restauro completo dei bronzi della fontana, mentre negli anni '90 del XX secolo il monumento è stato poi completamente restaurato e dotato di illuminazione.
Place Notre Dame è custode non solo di memoria ma anche della più profonda tradizione religiosa della città. La fondazione della diocesi di Grenoble risale a tempi antichissimi attestandosi nel corso del IV secolo d.C.; la presenza sul posto di un protovescovo, San Donnino di Grenoble, è certa già dal 381 d.C., anno in cui è documentata la partecipazione dell'alto prelato al sinodo tenutosi quell'anno presso la città di Aquileia. Di San Donnino di Grenoble si tramanda che fosse intimo confidente di Sant’Ambrogio e forse soprattutto per questo oggi è venerato come santo dalla Chiesa Cattolica. Sempre al 381 d.C., in coincidenza con gli eventi citati poc'anzi, si fa risalire l'elevazione di Grenoble a sede vescovile. Il luogo che accolse tale istituzione è appunto Place Notre Dame ed in particolare la Cathedrale Notre Dame de Grenoble, la chiesa gotica che si trova lungo il lato orientale della piazza. Sul sito in cui sorse la cattedrale probabilmente si trovavano già precedentemente luoghi di culto pagano. In epoca medievale intorno alla chiesa venne creato un più vasto complesso di edifici che con il tempo vennero però pesantemente rimaneggiati, tra i quali si annoverava un palazzo vescovile, la sede della sala capitolare ed un chiostro. Il corpo centrale dell'attuale edificio venne eretto in stile romanico tra il X secolo e l'XI secolo sul sito di una precedente più piccola chiesa risalente al IV secolo. Il nome Cathedrale de Notre Dame compare in documenti storici per la prima volta nel 902 d.C. Nel corso del XIII secolo la struttura venne ristrutturata in stile gotico. La navata sud fu costruita invece nel corso del XV secolo a scapito di parte di un chiostro costruito probabilmente nel XII secolo e rimaneggiato nel corso del XIII secolo, il quale confluiva all'epoca nel fianco della cattedrale e veniva utilizzato come luogo di sepoltura dove vennero tumulati anche i delfini Guigues IV d'Albon (morto nel 1142) e Guigues V d'Albon (morto nel 1162). Di questo antico chiostro rimane attualmente una piccola porzione chiusa al pubblico e ristrutturata nel 2014. Al XII secolo risalgono anche i pilastri quadrati della navata centrale della cattedrale, collegati da arcate e sormontati da una fila di finestre la cui creazione si attesta ad un periodo successivo, nello specifico al XVIII secolo. Sul lato settentrionale della navata centrale è disposto il pulpito ligneo settecentesco, decorato con intagli raffiguranti la scena della Visitazione, mentre alla sua base si notano le teste scolpite dei quattro animali simbolo degli Evangelisti. Le due navate laterali sono chiuse da una volta a crociera e sormontate da un'ampia galleria dotata di balaustre datate XVIII secolo. Anche la navata centrale era in origine dotata di gallerie che però furono rimosse nel 1860. Una volta a crociera copre anche l'intera navata principale, piuttosto stretta nello sviluppo. L'abside fu ricostruita nel corso del XIII secolo ed è fiancheggiata da due cappelle disposte asimmetricamente su ciascun lato. A destra dell'altare si può ammirare il ciborio la cui creazione fu commissionato nel 1455 dal vescovo Siboud Alleman: in stile gotico, realizzato in pietra, alto ben 14m, appare come un'opera elaborata e raffinata, nonostante sia stato depredato delle statue che ne occupavano le nicchie, trafugate dai calvinisti guidati da François de Baumnont che le distrussero nel 1562 durante le guerre di religione. Sul lato sinistro dell'altare sta invece il sepolcro dei vescovi di Grenoble, costruito nel 1407 su commissione del vescovo Aymon de Chissé. L'altare maggiore in marmo, risalente al XIX secolo, si accompagna ad un prezioso tabernacolo, proveniente dalla Grande Chartreuse alla quale ancora prima era stato donato dalla Certosa di Pavia, collocato sotto un baldacchino dorato sostenuto da colonne di marmo nero. Ad animare lo spazio celebrativo giungono infine le tre vetrate datate 1879, dotate di magnifici colori, quella centrale raffigurante la Madonna dell'Assunzione patrona della chiesa, ricavate nella parete di fondo dell'abside che risulta incastonata nei bastioni delle antiche mura romane e fu restaurata l'ultima volta tra il 2008 ed il 2011. Proprio questa recente ristrutturazione, in occasione della quale venne condotta sul posto anche una campagna di scavi archeologici, ha permesso di rinvenire sotto la superficie del coro un antico camminamento fortificato, sorretto da archi e dotato di feritoie, realizzato intorno al 1374 dal vescovo Rodolphe de Chissé a scopo protettivo, probabilmente per consentire la fuga dall'edificio in caso di pericolo. Sul fondo della navata laterale settentrionale si posizione una cappella absidale dedicata a Santa Maria: secondo la tradizione, fu qui che nel 1804 Sant'Ugo, vescovo di Grenoble dal 1080 al 1132, accolse San Bruno, fondatore dell'Ordine Certosino, e sei dei suoi compagni dopo averli convocati al suo sospetto a seguito di un sogno nel quale li aveva veduti annunciati da un vessillo contrassegnato da sette stelle. Fu in seguito proprio Sant'Ugo ad ordinare loro di insediarsi presso un luogo innevato e roccioso delle Alpi chiamato Chartreuse dove i sette monaci fondarono effettivamente il primo monastero certosino. Sant'Ugo invece verrà canonizzato da papa Innocenzo II nel 1134, appena due anni dopo la sua morte. Altre cappelle minori si affacciano lungo l'estensione della medesima navata laterale: una è dedicata a Sant'Anna, una a Santa Filomena, patrona della cause impossibili, una immancabile a San Giorgio ed una è a Nostra Signora di La Salette. La statua ritraente quest'ultima figura sacra, opera di un certo Rostaing del XIX secolo, è sicuramente quella che più di tutte ha la capacità di rimane impressa nella mente dell'osservatore: ritrae Santa Maria in posizione seduta, piangente, la testa affondata nelle mani, sul capo una corona di luce, le ginocchia coperte da una veste dorata. Questa raffigurazione racconta nella sua disperata semplicità una storia meravigliosa e ricca di significati, mistica ed emozionante, ma per ascoltala dovrete pazientare ancora qualche istante. Particolare anche un'ultima cappella laterale affacciata sulla navata settentrionale, nota come Chapelle des Alleman, dal nome della famiglia che enumerò diversi vescovi grenoblesi, tra cui Siboud Alleman (in carica dal 1450 al 1476), Laurent I Alleman (in carica dal 1476 al 1482 e dal 1484 al 1518) e Laurent II Alleman (in carica dal 1518 al 1561). Lungo la navata laterale meridionale invece le cappelle sono dedicate a San Luigi, a San Vittore, una alla Madonna di Lourdes, una a San Vincenzo de Paoli. Il fondo di questa navata laterale è occupato dalla Cappella del Sacro Cuore, la più monumentale delle cappelle laterali per dimensioni, decorata con affreschi e contraddistinta da una lapide posta al suo ingresso che ricorda di come la sua realizzazione sia collegata ad un voto d'adorazione in memoria della liberazione della città dalle truppe austriache nel dicembre del 1815. Il suo altare è quello utilizzato da Jean-Marie Vianney, predicatore e curato locale canonizzato nel 1925 da papa Pio XI, per le sue prime tre messe pronunciate dopo l'ordinazione a parroco nell'agosto del 1815. Una statua sorridente di questo santo è presente anche ad uno dei lati del presbiterio. Demolita nel 1862 in occasione del restauro interno della cattedrale, la Cappella del Sacro Cuore fu poi ricostruita in adempimento di un altro voto emesso dal vescovo Justin Paulinier in occasione dell'assedio mosso su Parigi dai tedeschi durante la Guerra Franco-Prussiana del 1870: la nuova cappella venne decorata con tre affreschi composti dall'abate Laurent Guetal tra il 1874 ed il 1875. Il grande organo antico posto sopra l'ingresso risale al XVII secolo ma oggi non è utilizzato, viene impiegato invece un altro organo collocato sul presbiterio dal 2015. All'esterno, ciò che per primo giunge alla vista dell'osservatore che si appresti a visitare la Cathedrale Notre Dame de Grenoble è il massiccio campanile porticato a pianta quadrata, il quale occupa pressochè completamente la facciate e possiede la particolarità di essere costituito nella parte superiore di mattoni, alleggeriti da tre file di finestrelle ad arco, ed in quella inferiore da un solido basamento di pietra grigia, impreziosito solo da un piccolo orologio posto al centro. Venne costruito nel corso del XIII secolo, probabilmente a seguito di un incendio che danneggiò pesantemente la struttura rendendo necessario anche il rifacimento delle volte. Alto 17m e largo 12m, si sviluppa su tre piani che ospitano partendo dal basso due campate al primo, tre al secondo, quattro al terzo. Lungo la facciata del campanile, in vicinanza del portale ogivale del 1515 che attraverso il campanile dà accesso alla navata destra, è posizionata una targa segnata con un'iscrizione latina la quale ricorda che sotto questo punto della cattedrale giacciono i resti di Jean Cappanis, sacerdote di una rinomata famiglia locale che donò un calice d'argento su cui è incisa una croce prima di morire il 15 luglio 1543. Tra il 1883 ed il 1884, durante l'episcopato di Amand-Joseph Fava, l'architetto diocesano Alfred Berruyer fece intonacare la facciata della cattedrale con una falsa facciata in cemento modellato, nonostante il sito fosse già classificato come monumento storico: quest'opera in stile pseudoromanico fu voluta per far risaltare maggiormente la cattedrale in mezzo agli edifici che la circondavano. In effetti ancora oggi la facciata della cattedrale appare vicinissima agli edifici civili circostanti, tanto attaccati che questi ultimi quasi sembrano dover inghiottire da un momento all'altro, con un rapido enorme boccone, la cattedrale stessa. Quasi un secolo dopo, nel 1990, in occasione della ristrutturazione di Place Notre Dame che accompagnava la costruzione della linea tramviaria, questa falsa facciata fu rimossa per tornare all'aspetto precedente dell'edificio, risalente al 1810. Dichiarata monumento storico nel 1862, la Cathedrale Notre Dame de Grenoble cadde in stato di trascuratezza dopo che i lavori di restauro avviati nel 1966 rimasero incompiuti. Proprio i lavori di ristrutturazione avviati nel 1989 su Place Notre Dame finalizzati all'allestimento della linea tramviaria, l'edificio riacquisì smalto anche grazie all'inaspettato ritrovamento, durante gli scavi, dei resti del suo primo battistero risalente al IV secolo: si tratta di una struttura dotata di quattro absidi utilizzata probabilmente fino al X secolo. Ciò che rimane di questo battistero è stato collocato all'interno del Museè de l'Ancien Palais Evêché, un museo collocato nelle sale dell'antico palazzo vescovile.
Altra particolarità della Cathedrale Notre Dame de Grenoble è quella di immettere direttamente, per mezzo della sua navata laterale settentrionale, all'interno di un'altra chiesa, l'Eglise de Saint Hugues, la quale con essa condivide effettivamente il fianco senza alcuna soluzione di continuità. Non si conosce con precisione il motivo di questa particolare disposizione, forse il secondo venne creato per essere una sorta di cappella privata per il vescovo di Grenoble, oppure solamente con la funzione di battistero. Per passare da un ambiente all'altro basta varcare la piccola porta a vetri disposta circa a metà della parete della navata laterale ed ecco che improvvisamente ci si trova in un posto completamente diverso, più intimo, contenuto nelle dimensioni, meno illuminato, più severo. In alternativa è possibile accedervi ovviamente dall'esterno, utilizzando lo stretto portale posto alla base della semplice facciata, compressa tra la cattedrale la sede del Museè de l'Ancien Palais Evêché come una sottile mandorla in uno schiaccianoci. Questa chiesa accessoria risale nella sua primitiva costruzione al periodo preromanico, nello specifico al XIII secolo. Oggi è intitolata al vescovo Sant'Ugo ma originariamente portava il nome di San Vincenzo. Come la cattedrale, anch'essa si trovava anticamente a ridosso delle mura di epoca romana. E' a navata unica, composta da tre campate con volte a crociera dotate di stupendi fregi. Al principio della navata si trova un monumentale fonte battesimale in marmo bianco realizzato da Philibert de Bruillard nella seconda metà del XIX secolo: il 24 gennaio 1783 in esso venne battezzato Stendhal. Originariamente il primo fonte battesimale dell'Eglise de Saint Hugues sorse, a partire dal 1455, al centro dell'edificio, nel punto preciso dove secondo la tradizione si collocava la tomba di Sant'Ugo; successivamente venne spostato sul fondo dello spazio intorno al 1734 e nella sua collocazione attuale a partire dal 1838, data che probabilmente coincide con l'inaugurazione dell'opera di Philibert de Bruillard. Sempre in questa stessa chiesa, nel 1790, un settenne Stendhal partecipò al servizio funebre di sua madre, Henriette Gagnon, morta a seguito di una malattia conseguente al parto della sorella minore dello scrittore, episodio che lo stesso Stendhal raccontò a parole scritte 45 anni dopo in questi termini: "Stavo soffocando, sono stati costretti, credo, a portarmi via perché il mio dolore faceva troppo rumore". Da ammirare all'interno dell'Eglise de Saint Hugues anche il piccolo spazio celebrativo, le vetrate sulle quali sono ritratti Sant'Ugo e San Bruno, oltre a San Vincenzo, le volte decorate, il piccolo pulpito ligneo intarsiato collocato su un lato. Tra dicembre 2014 e aprile 2016 le decorazioni della chiesa sono state oggetto di un importante restauro in occasione del quale le feritoie di quattro finestre cieche vennero riaperte e decorate con una vetrata trompe-l'œil.
Proseguendo 250m verso sud da Place Notre Dame si presenta sul cammino Place Sainte Claire. Il suo esiguo spazio ospita la Halle Sainte Claire, il mercato coperto di Grenoble, un complesso di origini ottocentesche proclamato monumento storico nel 2007. Sul sito in cui si trova questa struttura in muratura dotata di ampie fenestrature si trovava originariamente un convento di monache clarisse, originario del XV secolo e distrutto nel 1816, sostituito da una piazza dopo che l'amministrazione cittadina ne acquistò i terreni nel 1820. Il primo mercato si tenne sul sito nel 1825; nel 1830 venne allestita la prima struttura del mercato coperto, piccolo e modesto ma già dotato di una fontana. Questo mercato riscosse subito un grande successo popolare tanto che nel 1874 si pensò di ampliarne lo spazio, piano che condusse effettivamente alla creazione dell'attuale complesso. A progettare quest'ultima costruzione fu Hector Riondel, l'ispirazione gli provenì dal profilo delle Halles Baltard di Parigi da cui in seguito il mercato coperto di Grenoble trasse anche il proprio nome. Il tetto poggia su pilastri in ghisa, le pareti in laterizio non sono portanti, la facciata è occupata da un'ampia vetrata e presenta interessanti motivi decorativi di maschere ed intrecci floreali. Alla base della facciata sta una fontana in pietra, la cui realizzazione risale al 1874 ed è attribuita ad uno scultore locale di cui si tramanda solo parte del nome, cioè Clauses: il suo fronte riporta il rilievo di un delfino avvinghiato ad un tridente, più in alto è raffigurato uno stemma occupato da tre rose, in richiamano ai fiori presenti sullo stemma cittadino composto appunto da tre rose rosse su uno sfondo giallo. Dalla bocca del delfino scolpito, l'acqua cade all'interno di una vasca piccola e da essa attraverso piccole aperture in una vasca più grande, la quale costituisce anche la base della fontana stessa. La struttura dell'Halle Sainte Claire è stata rinnovata all'inizio degli anni '90 del XX secolo ed è utilizzata ancora oggi come mercato pubblico.
Per il resto non c'è molto altro da vedere in Place Sainte Claire, a parte le soglie di alcuni negozi e ristoranti posizionati sull'altro lato dello slargo di fronte al mercato coperto. Tuttavia, se imboccate il viale che si diparte dall'angolo nordoccidentale della piazza vi troverete in uno dei luoghi più particolari della città, una stretta via pedonale un po' nascosta, all'apparenza uguale a tante altre ma a guardarla bene fornita di particolarità uniche ed a volte anche piuttosto strane. Sto parlando di Rue Jean-Jacques Rousseau. I suoi 200m di estensione collegano appunto Place Sainte Claire alla Grande Rue, un corto viale (a discapito del nome) che incrocia a perpendicolo e che immette poco più in là in Place Grenette. A prestare il proprio nome a questo luogo fu ovviamente lo scrittore e filosofo Jean-Jacques Rousseau, il quale soggiornò all'interno di un edificio sito lungo la via durante il suo passaggio a Grenoble tra luglio e agosto del 1768, epoca in cui viaggiava sotto lo pseudonimo di Jean-Joseph Renou per timore di essere arrestato a causa dei suoi ideali considerati sovversivi nei confronti dell'ordine sociale e religioso. Conferito già nel periodo della Rivoluzione Francese, il nome venne poi mantenuto a partire dal 1881 in avanti dopo un breve ritorno alla denominazione precedente che fu prima Rue de Bournolens, in onore di una delle più antiche e ricche famiglie grenoblesi proprietaria di un palazzo affacciato sulla strada, poi di Rue des Vieux Jesuites da quando nel 1632 i Gesuiti si stabilirono presso questa via. In seguito, nel 1651, la sede della Compagnia di Gesù si spostò nell'attuale Rue Raoul Blanchard, dove venne edificato un convento finalizzato ad accoglierli. La strada fu sede anche di una zecca fino a quando nel 1772 re Luigi XV di Borbone ne chiuse i battenti.
Sulla via si affacciano oggi numerosi edifici storici. La Maison Rabot è una dimora residenziale in stile rinascimentale situata al civico numero 17, classificata come monumento storico dal 1927: la sua costruzione risale al 1470 e la si deve a Jean Rabot, all'epoca presidente del Parlamento del Delfinato. L'edificio sorgeva a ridosso dell'antica porta romana in seguito demolita per ordine del duca François de Bonne de Lesdiguieres per fare spazio a nuove costruzioni. In questa residenza soggiornarono, nel corso del tempo, ben tre re di Francia: Carlo VIII di Valois, Luigi XII di Valois-Orleans e Francesco I di Valois-Angoulême. L'edificio fu acquistato da Mathieu Teisseire nel 1776 e rimase di proprietà della famiglia fino alla fine del XIX secolo. Notevole appare il bovindo che sporge dalla sua facciata verso il centro della via, elemento strutturale risalente al XVII secolo, squadrato ed essenziale nella forma, attraversato da una finestrelle rettangolare centrale circondata da una bella cornice scolpita e da due più piccole e rotonde ai lati. La sommità del bovindo è occupata da una piccola terrazza dotata di un'elegante balaustra incisa.
I locali di questo edificio storico ospitano oggi la maggior parte della Librairie Arthaud, la più antica di Grenoble, fondata nel 1801 seppure nota con il nome attuale solo dagli anni '20 del XX secolo. Ad ospitare la parte rimanente degli spazi della libreria è un edificio limitrofo costruito nel XVI secolo da Ennemond Rabot, pronipote di Jean Rabot. L'attività venne avviata all'inizio del XIX secolo come rivendita specializzata di volumi antichi con il nome Ferrari, in seguito fu acquistata nel 1865 dalla stamperia Maisonville in società con Alexandre Gratier, il quale dieci anni dopo rilevò nella sua interezza il negozio. Alla sua morte, nel 1909, gli succedette il genero Jules Rey. Benjamin Arthaud era uno studente di medicina quando suo suocero, Jules Rey, morì nel 1922. Due anni dopo, terminati gli studi, acquistò la libreria decidendo di ampliare il negozio e di avviarvi anche un'attività editoriale. Fu il primo editore francese a rilegare sistematicamente libri di grandi dimensioni e ad impegnarsi a promuovere l'uso del rotocalco. Da lui trae origine l'appellativo attuale della libreria. Per diversi decenni, la Librairie Arthaud è stata la principale casa editrice della provincia. Nel 1977, il gruppo editoriale Flammarion acquistò l'attività insieme alla casa editrice: questa data segna l'inizio di una ristrutturazione commerciale e lo spostamento dell'attività editoriale a Parigi. Nell'estate del 1985 furono eseguiti importanti lavori di ristrutturazione nel negozio secondo i progetti dell'architetto Jean-Michel Wilmotte. Disposta su tre piani, la libreria rischiò nel 2014 la chiusura, ma una mobilitazione della popolazione che organizzò una raccolta firme contribuì a salvarne il destino e l'attività venne infine rilevata da Philippe Sylvestre che le infuse nuova linfa vitale. Oggi la Librairie Arthaud si di spone su tre piani ed una superficie di oltre 2.000m², di cui ben 1.700m² dedicati alla vendita ed 80m² destinati all'organizzazione di mostre o eventi. Una tappa obbligata per questo luogo che rappresenta oggi un vero baluardo di resistenza intellettuale nell'era delle digitalizzazione e della cultura fluida. Se dopo aver sostato qualche attimo per ammirare il bel bovindo della Maison Rabot o per contemplare la vetrina della Librairie Arthaud decideste di voltare le spalle all'edificio e compiere ancora pochi passi verso la Grande Rue, vi troverete di fronte ad un'enigmatica tavoletta di legno incastonata nello spessore di una piccola porta, dello stesso materiale, affacciata su Jean Jacques Rousseau dalla fila di palazzi che ne determinano il suo lato settentrionale.
Su questa tavola è tracciata con vernice dorata la seguente formula latina: “SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS”. Il significato di questa scritta è avvolto nel mistero e ad accrescere la curiosità giunge la circostanza che la frase è anche palindroma. Potete cercare di interpretarne la funzione facendo improbabili connessioni logiche o arguti viaggi di fantasia, chiedendovi al contempo chi e perchè abbia deciso di scrivere queste lettere, cosa si celi dietro quella porta un po' arretrata rispetto alla soglia, protetta dall'anonima cornice come a voler celare qualcosa. Eccovi però qualche spunto per giungere alla soluzione. Il termine sator si può tradurre con "seminatore" oppure "creatore", Arepo è un termine di significato sconosciuto in latino, probabilmente un nome proprio, tenet è un verbo palindromo che starebbe ad indicare un individuo che tiene in mano qualcosa come un attrezzo o un aratro, opera è un sostantivo dalla traduzione italiana abbastanza immediata, la parola rotas infine designa la rotazione di una ruota oppure del ciclo. Assemblando il tutto si potrebbe parafrasare l'espressione leggendovi di come il seminatore che ara e miete secondo il ciclo delle stagioni compia l'opera di Dio. Piastre simili, con la stessa frase, sono stata trovate anche in altri sette luoghi in Francia ed in molti altri siti archeologici romani, tra i quali anche a Pompei. Nelle iscrizioni più antiche la sequenza di parole inizia con il termine ROTAS e solo dal V secolo in avanti si trovano esemplari con l'ordine delle parole invertito, come appunto quello in Rue Jean-Jacques Rousseau a Grenoble. La formula presenta anche la particolarità che quando viene scritta in forma quadrata in ordine di 5 lettere per riga può essere letta in direzione verticale sia dall'alto verso il basso che viceversa: in tale disposizione la parola TENET forma una croce potendo essere letta sia in verticale sia in orizzontale. Il suo significato simbolico rimane ancora oscuro e rende inevitabile pensare a contenuti mistici o magici. Inoltre, sono in molti a sostenere che il nome AREPO potrebbe essere l'acronimo di Aeternus Rex Excelsus, Pater Omnipotens (Eterno Re Eccelso, Padre Onnipotente), per cui l'interpretazione sarebbe quella di un simbolo cristiano, circostanza che spiegherebbe il significato arcaico della frase ed il mistero che la avvolge, in un'epoca in cui per lungo tempo i cristiani vennero perseguitati e vessati. Questa ipotesi sarebbe avvalorata dall'osservazione che la frase si può anagrammare con la parola PATERNOSTER disposta a croce sulla lettera “N” come perno, avanzerebbero due lettere “A” e due lettere “O” che indicherebbero l'alfa e l'omega. Nel medioevo vi fu un proliferare di rappresentazioni di questa tavola, anche su pergamena, e gli venne attribuito un effetto apotropaico. Ma la magia di Rue Jean-Jacques Rousseau non si arresta qui. Al civico numero 7 si trova una targa apposta sulla facciata dell'edificio in onore dei combattenti della resistenza partigiana Marianne Cohn ed Ernest Lambert, assassinati dagli occupanti nazisti nel 1944. Cohen, nata in Germania nel 1922, svolse attività di cura ed occultamento di bambini ebrei in città: già incarcerata per 3 mesi a Nizza nel 1943, venne sorpresa un anno più tardi nei pressi di Viry mentre tentava di far fuggire verso la Svizzera un gruppo di 14 bambini ebrei. Imprigionati tutti a Lione, i bambini si salveranno grazie all'intervento di Jean Deffaugt, sindaco di Annemasse, Marianne Cohn verrà invece giustiziata. Anche Ernest Lambert contribuiva alla fuga dei bambini ebrei attraverso la Spagna: entrato a far parte dell'Armeè Juivè, un'organizzazione clandestina ebraica fondato a Tolosa nel 1942, fu arrestato a Lione nel 1944 e fucilato. La casa sulla quale è apposta la lapide che li commemora ospitò l'Organizzazione Ebraica di Combattimento ed il Movimento Giovanile Sionista durante l'occupazione tedesca. Per concludere la panoramica su Jean-Jacques Rousseau al civico numero 14 si colloca la Maison Natale de Henri Beyle, la casa natale di Stendhal, al secondo piano della quale lo scrittore nacque il 23 gennaio 1783. Il giovane Henri vi abitò fino all'età di sette anni. Questo edificio ospitò in passato il Musèe de la Resistance du Duphinè, dedicato alla resistenza partigiana contro l'occupazione nazista, inaugurato il 23 aprile 1966 e trasferito prima nel 1994 in Rue Hebert. Dal 2000 lo stabile è dichiarato monumento storico. Dopo la morte della madre, Henriette Gagnon, nel 1790, Henri Beyle visse con il nonno materno, Henri Gagnon, in un'abitazione non lontana dalla casa in cui era nato e che si affacciava sulla Grande Rue e su Place Grenette. Il padre di Stendhal, Cherubin Beyle, avvocato e membro del Parlamento del Delfinato, uomo arcigno e severo, non godette mai dell'affetto dello scrittore, che per questo non firmò mai in vita una propria opera con il suo vero cognome. Lo pseudonimo venne probabilmente tratto dal nome di una piccola città tedesca di Stendal, non è dato sapere con precisione per quale motivo. Stendahl abbandonò poi la casa del nonno nel 1796 per essere accolto nell'Ecole Centrale de l'Isere, in precedenza dal 1651 al 1763 collegio gestito dai gesuiti, oggi Lycée Stendhal, dove rimase fino al 1799. La sua casa natale venne invece venduta da Romani Gagnon, figlio di Henri Gagnon, dopo la morte di quest'ultimo nel 1830, dal momento che la proprietà era gravata da grandi debiti.
Riavvolgendo per un istante il nastro facciamo ritorno nel Jardin de Ville. Alla sua estremità settentrionale si distingue un piccolo edificio il aspetto particolare si distingue da quello dei canonici palazzi urbani che lo affiancano: la sua struttura priva di spigoli e composta da ampie vetrate ospita la stazione a valle della Telepherique de Grenoble Bastille. Si tratta della cabinovia che, ad un costo di 9,60€ andata e ritorno, collega il centro abitato con la rocca della Bastille de Grenoble ed è probabilmente l'infrastruttura più celebre dell'intera città. Fu costruita su iniziativa del sindaco Paul Mistral ed inaugurata dal suo successore Leon Martin nel 1934. A progettarne le due stazioni fu l'architetto Jean Benoi. E' una delle cabinovie urbane più antiche del mondo ed è in funzione ogni giorno, registrando annualmente circa 4.000 ore di funzionamento. Nel 1959 fu aggiunto un ampliamento strutturale che fungesse da sala d'attesa per un centinaio di persone alla stazione inferiore, edificio che poco dopo, nel 1976, venne ricostruito leggermente arretrato rispetto alla posizione originale. Proprio in occasione di quest'ultimo intervento comparvero le particolarissime cabine a forma di sfera chiamate Boulles, elemento che forse più di tutti rende celebre questa infrastruttura in tutto il mondo: presenti sul tracciato in numero di cinque in estate e quattro in inverno, sono vere e proprie palle di vetro che si distinguono l'una dall'altra solamente per il differente colore del braccio di ancoraggio al cavo di trasporto. Fino agli anni '70 del XX secolo la cabinovia era servita da più anonime cabine squadrate di colore blu o giallo-rosso, quest'ultima tonalità, utilizzata a partire dal 1951, richiamante le tonalità cromatiche dello stemma cittadino. La progettazione delle Boulles nella loro forma simpatica ed accattivante la si deve all'ingegnere Denis Creissels, mentre la loro realizzazione alla ditta francese Poma. Data importante per la Telepherique de Grenoble Bastille è quella del 18 settembre 1976, giorno in cui nelle ore pomeridiane si verificò un improvviso guasto pochi metri dopo che una delle quattro cabine aveva lasciato la stazione inferiore: fu necessario l'intervento di un elicottero di soccorso per recuperare i 36 passeggeri rimasti bloccati all'interno dello scompartimento a 100m di altezza, a metà della via. Le operazioni di recupero non furono semplici nè tantomeno rapide a concludersi: solo alcuni dei passeggeri poterono essere tratti in salvo immediatamente, dal momento che l'intervento dovette presto essere interrotto a causa dei rischi legati al calare buio notturno ed al sopraggiungere del vento. Si decise quindi di riparare il guasto meccanico per riportare gli ultimi passeggeri a terra insieme alle cabine sulle quali erano intrappolati, piuttosto che attendere il termine della notte e riprendere l'operazione di recupero il mattino successivo. Informata dalle radio e dai telegiornali, una folla immensa si radunò sul posto per assistere al salvataggio. L'evento non registrò fortunatamente alcun ferito. Un nuovo episodio sfortunato rese protagonista la cabinovia il 29 giugno 2014, quando nelle ore serali una raffica di vento fino a 100km/h fece deragliare la cabina dalla fune di traino, causando il blocco della progressione e quindi rendendo necessario un intervento di salvataggio in elicottero, durato circa tre ore e condotto dai vigili del fuoco, per salvare i 37 passeggeri rimasti intrappolati. Anche questo incidente non causò fortunatamente alcuna vittima e la funivia riprese servizio già il giorno successivo. Nel settembre 2001, il funambolo svizzero Freddy Nock percorse in equilibrio l'intero cavo della cabinovia, lungo ben 700m, in soli 34 minuti: il cavo dovette essere sgrassato in anticipo e la sua performance iniziale prevedeva di fermarsi al pilone intermedio, salvo poi in corso d'opera decidere di proseguire fino alla stazione superiore. Proveniente da una famiglia circense, Nock stabilì dalla fine degli anni '90 del XX secolo più di 20 record mondiali collegati al funambolismo; morirà improvvisamente all'età di 59 anni nel 2024 non durante un'intrepida e pericolosa traversata sospesa, bensì con i piedi ben piantati a terra. Oggigiorno circa 300.000 visitatori utilizzano questa funivia ogni anno per ammirare la città e le valli da uno dei punti panoramici più belli di Grenoble; dalla sua creazione nel 1934 ad oggi circa dodici milioni di persone sono state trasportate lungo il dislivello di 166m coperto da questa cabinovia che nel corso del tempo ha saputo diventare un vivace emblema di originalità e dinamismo. Compiere un viaggio a bordo della Telepherique de Grenoble Bastille è un'occasione imperdibile.
Nonostante la mia paura dell'altezza, cercando di non dare importanza alla cronaca degli incidenti avvenuti in passato, decido ovviamente di fare il mio giro: non posso tollerare l'idea di aver visitato Grenoble senza aver conosciuto le famosissime Boules. Così eccomi qui alla stazione inferiore, pago il biglietto e salgo sulla mia sfera di vetro. Il tragitto dura appena una manciata di minuti, a mano a mano che sale la cabina offre una magnifica veduta a 360° su tutta la città e l'esperienza devo ammettere risultarmi più piacevole del previsto. Elevato verso l'alto, supero il nastro scintillante dell'Isere, il fiume che attraversa Grenoble come un serpente che compie onde morbide con le proprie spire: è affluente del Rodano nel quale si getta nei pressi di Valenza, la sua origine è alpina ed è lungo 290km. La provenienza del nome non è chiaramente identificata e potrebbe avere due origini diverse: dal celtico isar, cioè "ferro", minerale che doveva essere abbondante lungo le rive dell'Isere nel periodo protostorico, oppure dal gallico isara, letteralmente "impetuoso”, dal carattere rapido e indomabile che caratterizza questo fiume. Quest'ultima ipotesi sarebbe avvalorata dalle numerosissime inondazioni che l'Isere provocò nel corso dei secoli, tra le quali ottanta tra il 1600 e il 1860, cinque verificatesi negli anni ‘30 del XVIII secolo, una particolarmente violenta il 14 settembre 1733 che portò all'innalzamento del livello delle acque fluviali di ben 5,57m, l'ultima nel 1875. L'alluvione peggiore mai registratasi sull'Isere fu però quella del 1219, provocata dalla formazione di una diga naturale conseguente ad una frana calata nel 1191 sul torrente Romanche, tributario dell'Isere attraverso il fiume Drac; in occasione di una violenta tempesta la diga cedette e l'enorme mole d'acqua accumulatasi a monte dello sbarramento si abbattè violentemente sui territori circostanti. Grenoble venne miracolosamente risparmiata dalla prima ondata, protetta dalle propria cinta muraria, ma fu devastata dalle acque di ritorno provenienti dall'Isere che spazzarono letteralmente via gli insediamenti più prossimi al fiume e decimarono la popolazione, il cui numero si ridusse ad appena 3.000 unità, provocando un numero di morti pari al doppio di tale numero. Da qui deriva la leggenda folcloristica del Serpent et le Dragon, la quale per secoli ha identificato i fiumi che si incontrano a Grenoble con le immagini potenti e mistiche di un drago ed un serpente: il primo si riferisce all'Isere che serpeggia nella intorno a Grenoble, il secondo individua il Drac che nella cultura popolare si immagina dotato della furia di un mostro selvaggio. Oggi questa possente forza distruttiva è stata fortunatamente imbrigliata da attente opere di costruzione di dighe e canali.
Seguendo il flusso del fiume, poco distante verso est si scorge dall'alto delle Boules la Passerelle Saint Laurent, piccolo ponticello pedonale che fino al XVII secolo fu l'unico ponte di Grenoble. Originariamente realizzato in legno, venne distrutto molteplici volte dalle piene dell'Isere, la prima struttura in pietra si fa risalire al risalire al 1095 e venne commissionata secondo la tradizione dal Sant'Ugo in persona. Questo ponte andò distrutto poco più di un secolo più tardi in occasione della tragica alluvione del 1219. Ricostruito nel 127, il passaggio subirà diversi rimaneggiamenti nel corso del XIV secolo e del XV secolo. Sempre tra il XIV secolo ed il XV secolo presso l'estremità meridionale del ponte venne costruita una torre a pianta quadrata che fungesse da portale cittadina, nel XVI secolo dotata anche di un orologio astronomico: Danneggiata durante l'assedio mosso sulla città nel 1590 da François de Bonne de Lesdiguieres, la torre venne ristrutturata nel 1603 ma andò distrutta insieme a parte del ponte nell'alluvione del 1651. Successivamente si procedette a ricostituire il passaggio con un semplice ponte di barche, più tardi con semplici struttura di legno che continuarono ad essere sferzate regolarmente dall'impeto dell'Isere. L'attuale opera cominciò a prendere forma nel 1837 dai progetti di Louis Crozet, era inizialmente costituita da una passerella in legno larga 6,5m. sostenuta da tiranti metallici. Tale struttura resistette alle molteplici alluvioni che la città subì nel corso del XIX secolo e venne sostituita da una più solida costruzione in metallo solo nel 1909.
La cabinovia prosegue il proprio viaggio, supera il fiume e approda alla sponda sinistra dello stesso, dove comincia il Quartier Saint Laurent, uno dei più antichi di Grenoble, sviluppatosi sul territorio che ospitò il primo sito funerario della città nel periodo gallo-romano. Lungo la strada costiera che intravedo sotto di me mentre continuo la salita a bordo della teleferica, il Quai Perriere, vedo affacciarsi le soglie di alcune pizzeria che eleggo a scelta per la mia prossima cena: non sarà una gran decisione. Il viaggio sulle Boulles termina sulla cima della Colline de la Bastille, ultimo promontorio del Mont Rachais (altezza massima 1.049m s.l.m.), porzione estrema meridionale del Massif de la Chartreuse: questa collina, alta appena 476m s.l.m., ha origini glaciale essendosi formata 25.000 anni fa' dal ritiro del ghiacciaio creato dall'Isere. Ospita la Bastille de Grenoble, il forte militare che domina la città di Grenoble, il suo simbolo più potente. Il punto più elevato raggiunto dalla struttura tocca i 491m s.l.m., fornendo pertanto un punto di veduta privilegiato su tutta la città sottostante: forse anche per questo questa fortezza rappresenta il principale sito turistico di Grenoble con circa 600.000 visitatori all'anno.
La storia delle origini di questo complesso parte da lontano e da eventi insospettabili. Nel 1470, il capitolo della Cathedrale Notre Dame de Grenoble affittò un appezzamento di terreno sulle colline che dominano Grenoble ad un uomo di nome Eynard Pradel, impiegato alla camera dei conti del Delfinato, il quale lo rilevò per costruirvi una casa fortificata formata da un edificio principale e da due torri alte 20m, circondata da vigneti. Quando Prandel morì nel 1507, la sua vedova non potè provvedere a tale proprietà, e nel 1512 la passò quindi a Hugues Pinel, il quale anch'esso indebitato la vendette nel 1513 ad un consigliere del Parlamento del Delfinato di nome Bertrand Rabot, dopodichè la residenza rimase alla famiglia Rabot per ben 122 anni. Nel 1515, quando Grenoble accolse il nuovo luogotenente generale Pierre Terrail de Bayard, re Francesco I di Valois-Angoulême volle rinforzare con una profonda opera di aggiornamento le mura difensive della città, ma a causa di difficoltà finanziarie il progetto non si completò e nel 1537 fu costruito solamente (si fa per dire!) un forte militare in cima alla collina che domina l'abitato. Nel 1590 il duca di Lesdiguieres occupa Grenoble dopo solo poco più di tre settimane di assedio; nel 1591, divenuto governatore di Grenoble, costruì una nuova fortezza sul sito di quella precedente e della residenza fortificata appartenuta ai Rabot, con l'obiettivo di difendersi prontamente dai nemici del Ducato di Savoia. La Bastille de Grenoble fu completata l'anno successivo, nel 1592. Costituita da una torre e da piccoli bastioni, dotata di un edificio destinato al ricovero delle truppe, questo primo complesso fortificato era circondato da una cinta muraria spessa circa 1,30m che racchiudeva uno spazio interno di 68m di diametro maggiore e di 50m di diametro minore. Allo stesso tempo, le mura romane della città, vecchie di tredici secoli ed inadatte ad affrontare i miglioramenti tecnologici conseguiti in quegli anni dall'artiglieria, furono smantellate. Nuove e più resistenti mura difensive, dotate di sei bastioni e due semibastioni, furono costruite nel 1606 intorno alla città inglobando i sobborghi che nel frattempo erano sorti al di fuori del perimetro della cinta romana, aumentando di 21 ettari l'estensione dell'area della urbana protetta. Per la progettazione di queste opere difensive, il duca di Lesdiguieres si avvalse prima dell'architetto piemontese Ercole Negro, accompagnato da squadre di muratori valdostani, poi dal 1611 dell'ingegnere reale Jean de Beins. A partire da quest'ultimo anno iniziò anche la costruzione, completata nel 1619, di due nuovi rami di fortificazioni della Bastille de Grenoble disposti lungo il lato del complesso che scendeva verso due nuove porte monumentali collocate sulle rive dell'Isere. Sul versante occidentale del forte venne invece realizzato un profondo fossato scavato nella roccia e sormontato da un muro venne, opera completata nel 1620. Al giorno d'oggi di queste originarie strutture difensive risalenti agli inizi del XVII secolo rimangono solo quattro torri di avvistamento. Un secolo dopo la costruzione, l'architetto militare Sebastien le Prestre de Vauban, durante la sua prima ispezione generale delle fortificazioni alpine condotte nel settembre del 1692, avvertì re Luigi XIV di Borbone della debolezza del sistema difensivo di cui Grenoble disponeva: la sua osservazione accompagnata ad una proposta di miglioramento del complesso fortificato cittadino cadde però pressochè nel vuoto e ad essere realizzato negli anni successivi fu solamente edifici destinati alla funzione di polveriera.
Durante il XVIII secolo, l'assenza di una reale minaccia sul confine alpino portò a Grenoble ad un progressivo abbandono delle fortificazioni. Dopo che Napoleone Bonaparte, a seguito della disfatta di Waterloo, raggiunse in ritirata Grenoble nel 1815, il 6 luglio dello stesso la Bastille de Grenole ritornò alla ribalta e fu protagonista di una battaglia quando l’armata austro-piemontese guidata dal generale Johann Maria Philipp Frimont assediò la città in quello che diventerà poi noto con il nome di Siege de Grenoble: in questo scontro una colonna di soldati austro-piemontesi ai comandi dell'ufficiale Alessandro Gifflenga si diresse verso la città, difesa da 70 cannoni posizionati lungo le mura della Bastille de Grenoble dove si erano arroccate le truppe fedeli a Napoleone. A seguito dei combattimenti, i francesi vennero sconfitti e furono indotti ad evacuare. La battaglia rivestì particolare importanza storica in quanto rappresentò il primo impiego bellico del corpo militare dei Carabinieri Reali, istituiti da Vittorio Emanuele I di Savoia, re di Sardegna, un anno prima, il 13 luglio 1814. Con la ripresa delle ostilità sul confine italiano successiva al periodo napoleonico, re Luigi XVIII di Borbone decise nel 1815 di potenziare la sua presenza militare ai confini e l'anno seguente incaricò il generale François Nicolas Benoît Haxo di migliorare le difese locali: dal 1816 al 1820, la Bastille de Grenoble fu così occupata dai capitani del genio militare, agli ordini di Antoine Tournadre, con l'incarico di condurre l'opera di ristrutturazione. Successivamente, tra il 1824 ed il 1848, sarà sempre sotto la guida di Haxo che fortezza assunse il suo l'aspetto attuale. La città assistette la costruzione delle prime linee ferroviarie e i primi treni giunsero nel 1858. Dopo diverse progettazioni, quello definitivo che condurrà alla struttura attuale venne approvato nel 1823 ed i primi lavori iniziarono l'anno successivo. Sul versante occidentale della collina venne ripresa la disposizione delle mura seicentesche, le quali vennero affiancate da casematte e bastioni. Al centro del progetto fu messo il mastio, costruito dopo la demolizione della fortezza voluta dal duca di Lesdiguieres, rivolto con la linea di tiro a monte, vale a dire dalla direzione da cui si prevedeva di ricevere attacchi, e non a valle dove l'artiglieria avrebbe potuto colpire la città che comunque era protetta da mura. Preceduto da un fossato, il nuovo forte è composto da tre piani di casematte in pietra e fu completato nel 1830. Il suo accesso era controllato da un ponte levatoio azionato da un sistema di contrappesi secondo un sistema inventato in loco nel 1833 da un capitano del genio militare il cui cognome era Gueze: il marchingegno prevedeva un incastro tra i cavi in ghisa che sostenevano il ponte, riducendo così la forza necessaria durante l'alzata. I lavori di miglioramento proseguirono anche nei decenni successivi. Dal 1827 al 1838 fu costruita una nuova caserma capace di alloggiare una guarnigione di un centinaio di soldati e che un secolo dopo, nel 1934, diventerà un ristorante in occasione dell'inaugurazione della linea teleferica. Sotto la caserma fu costruita nel 1836 una nuova polveriera. Sempre sul versante occidentale, un altro forte più modesto fu costruito tra il 1840 ed il 1847 all'interno delle mura, nei pressi del sito che ospitò la casa fortificata appartenuta ai Rabot: il suo scopo era quello di ospitare fino a 900 soldati, oltre all'artiglieria ed una polveriera. Dal 1970 questa costruzione appartiene all'università di Grenoble ed è adibita a residenza studentesca. Sul lato orientale del complesso si costruì invece una notevole scalinata di 380 gradini. Infine, per facilitare le comunicazioni tra le sezioni della fortificazione, fu realizzata una nuova cortina muraria lunga circa 500m. Tra il 1832 e il 1836 venne aggiornata anche la cinta protettiva disposta intorno al centro abitato sottostante. Gli ultimi lavori di completamento della Bastille de Grenoble vennero portati a termine il 27 febbraio 1847, a distanza di ben 24 anni dalla disposizione emanata da re Luigi XVIII di Borbone.
La fortezza continuò a svolgere la propria funzione militare e difensiva fino alla metà del XX secolo una piccola guarnigione di soldati fu mantenuta al suo interno fino al 1940. Dal 1970, il sito appartiene alla città di Grenoble e dal 1989 è classificato come monumento storico. Nel 1973 fu allestito, lungo il versante orientale della collina, il percorso pedonale che attualmente viene utilizzato per accedervi, alternativa pedonale ben più faticosa rispetto al viaggio con la Telepherique de Grenoble Bastille. Tanto sforzo e tanta fatica per certi versi fu sprecata dal momento che la fortezza non venne mai impiegata in tempo di guerra anche a causa dell'invenzione, forse a causa dell'annessione del Ducato di Savoia alla Francia avvenuta nel 1860 che rese questo confine molto più stabile. Non fu certo inutile la bellezza ed il valore storico di cui la Bastille de Grenoble è custode, valori che oggi ci consentono di visitarle e di ammirarne la stupefacente struttura. Una massa di cemento arroccata tenacemente lungo le pendici collinari, quasi a volersi prendere eternamente un panorama bellissimo che gelosamente concede a chi passi a visitarla, vissuta e stanca, sdraiata sulla roccia ed ormai impotente all'avanzare della vegetazione che ne occupa parte degli spazi, comferendo una bellisima impressione di convivenza che impreziosisce ulteriormente il luogo. “Non ho la forza di descrivere l'ammirevole e mutevole panorama che ogni cento passi si ha dalla Bastiglia”, con queste parole Stendhal rese omaggio a questo luogo nel 1837, nel suo libro “Memorie di un Turista”. Il sito dispone oggi di ben due ristoranti, uno collegato alla funivia e l'altro chiamato Per'Gras situato dal 1896 all'uscita della spianata. La Bastille de Grenoble è anche luogo di eventi e manifestazioni culturali. Attraversarne gli spazi significa ripercorrerne l'esistenza attraverso i nomi dei vari ambienti che ricalcano quelli dei suoi creatori: Place Tournadre è il cortile centrale con una bella terrazza aperta sulla città e dotata di gradinate rivestite di legno; la piazza rialzata situata tra il ristorante ed il forte si chiama Place Haxo; c'è il Belvedere Vauban ampio e aperto, il punto panoramico più elevato del sito; la grande sala per eventi situata all'angolo nordoccidentale del complesso è ovviamente la Salle Lesdiguieres. La struttura conta inoltre quattro musei: il Museè Archeologique Saint-Laurent inaugurato nel 1986, il Musée Dauphinois attivo dal 1968, il Centre d'Art Bastille aperto nel 2006, il Museè des Troupes de Montagne avviato nel 2009. Nella porzione più arretrata della fortezza invece si colloca un corridoio sterrato, punteggiato da qualche arbusto e poche di alcune panchine di legno, sul quale si affaccia una struttura in pietra attraversata da portali ad arco: questa parte ospita la cosiddetta Acrobastille, associazione attiva nel promuovere attività ludiche tra le quali sentieri ricreativi e percorsi di arrampicata allestiti nella porzione di collina retrostante. Ma il punto della Bastille de Grenoble dove soffermarsi maggiormente è, a mio parere, la Terrasse de Geologues, posizionata all'angolo sudoccidentale del complesso.
Questo luogo offre un punto panoramico più stretto ma anche più intimo, un po' riparato dal viavai della cabinovia, fatto da gradinate di pietra da cui si ha quasi l'impressione di planare sulla città sottostante, la quale si estende con la sua miriade di forme minuscoli fino alle montagne che chiudono l'orizzonte verso sud. Questa terrazza è dedicata ai geologi delle Alpi Wilfrid Kilian, Pierre Termier e Charles Lory, tutti formatisi presso Grenoble, i primi due vissuti a cavallo tra il XIX secolo ed il XX secolo mentre Lory visse nella prima metà del XIX secolo, tutti furono capaci di dare un contributo alla scienza geologica di importanza inestimabile. Garantisco senza timore di sbagliarmi: gli attimi spesi in contemplazione del panorama offerto dall'alto della Bastille de Grenoble sono sempre ben spesi.
E' quasi giunto il momento di salutare Grenoble per dirigerci verso la prossima destinazione. Prima però mi preme citare un ultimo luogo della città che merita sicuramente una visita. Se da Place Notre Dame deciderete di perdervi per i vicoli che si dipartono dalla piazza, dirigendovi verso nord facilmente vi troverete al cospetto della Tour de Sessenage, una torre medievale di avvistamento alta 22m, eppure un po' nascosta alla vista, defilata, discreta, non vi accorgerete di averla trovata finchè non ci sarete proprio davanti. Fu costruita nel XIII secolo, forse ne 1268. La sua base è in muratura mentre la parte superiore è in mattoni di una tonalità rosata. Questa struttura appartenne alla nobile famiglia Chaulnais, la quale tra il XII secolo ed il XIII secolo fu una delle più ricche non solo della città ma dell'intera regione. Aymar Chaunais vendette la torre nel 1301 al barone François de Sassenage, da qui il nome affibbiatole. Alla fine del XVIII secolo, la torre cambiò nuovamente proprietà e fu integrata nell'Hôtel de Montal. Poco distante da essa sorge l'Esplanade François Mitterand, un piccolo parchetto intitolato alla memoria di uno dei più celebri presidenti della Repubblica Francese ed occupata dalla longilinea scultura moderna intitolata "Etoile Polaire", quattro travi metalliche incociate per un'altezza complessiva di 18m, realizzata da Mark Di Suvero ed istallata sul posto nel 1983 dopo che fino al 1977 fu ospitata in un luogo diverso della città. Dietro questo contenuto spiazzo sorge l'edificio del Museè de Grenoble, il museo d'arte più importante della città.
Dalla sua creazione, questa istituzione culturale ha continuato a crescere nel corso dei decenni fino ad annoverare oggi più di 25.000 opere spazianti dal XIII secolo al XX secolo: qui a farla da padrone è la pittura moderna, anche se non va disdegnata la collezione di arte classica. La storia del museo ha inizio contestualmente alla Rivoluzione Francese, quando nel tentativo di salvare le opere sequestrate dai rivoluzionari i cittadini di Grenoble lanciarono una petizione che portò alla creazione di una nuova galleria il 16 febbraio 1798: tale circostanza fa del Musèe de Grenoble uno dei più antichi museo della regione. Inizialmente lo spazio individuato per alloggiare le opere d'arte fu individuato all'interno del Palazzo Vescovile, ma poco dopo un editto firmato nel 1801 da Napoleone Bonaparte requisì l'edificio e diede ordine di sgomberarne i locali. Fu così che il museo venne collocato dal 1802 all'interno di alcune sale fornite dall'Ecole Centrale de l'Isere. Louis-Joseph Jay fu nominato primo curatore dell'istituzione: artista, insegnante d'arte proprio presso l'Ecole Centrale de l'Isere, contribuì al successo del museo riunendo con metodo e pazienza i pezzi sequestrati dai rivoluzionari, favorendo a Grenoble come a Parigi l'acquisto di nuove opere di altissima qualità ed incoraggiando le donazioni. Segnato dal suo impegno politico durante il periodo rivoluzionario, con la Restaurazione Jay fu rimosso dal suo incarico di curatore nel 1815,e terminò i propri giorni a Vienna nel 1836. La sua opera a favore del Musèe de Grenoble appare oggi di enorme portata. Le opere raccolte inizialmente provenivano per la maggior parte da istituti religiosi requisiti dai rivoluzionari, mentre tra i pezzi acquistati figuravano soprattutto opere di autori del XVIII secolo e del XIX secolo, tra cui Canaletto ed Eugene Delacroix. Il museo fu anche spesso negli anni e fino alla metà del XIX secolo il destinatario di molte donazioni: su tutti vanno citati in particolare il lascito di Leonce Mesnard che tra il 1869 ed il 1890, quando ancora era in vita, donò al museo la propria magnifica serie di 48 disegni antichi, mentre dopo la sua morte una collezione di ben 3.200 disegni e stampe che attualmente costituiscono più della metà delle illustrazioni antiche custodite all'interno del museo. Non vanno dimenticate anche le numerose donazioni compiute dal generale Leon de Beylié, esponente della nobiltà militare grenoblese, il quale tra il 1890 ed il 1905 fruttarono al museo quasi 130 opere, tra cui nel 1901 quattro dipinti di Francisco de Zurbaran oggi famosi in tutto il mondo.
Le dimensioni della collezione via via assemblata resero necessario, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, la costruzione di un nuovo edificio che la potesse ospitare. Si decise così di erigere una nuova struttura presso quella che attualmente è Place de Verdun, poco più a nord rispetto al sito attuale: l'opera venne progettata dall'architetto Charles-Auguste Questel ed i suoi spazi ospitarono in seguito, oltre al Musèe de Grenoble, anche la biblioteca comunale. La nuova sede fu inaugurata nel 1876 e rimase in funzione fino al 1993. All'inizio del XX secolo il museo, grazie alla ricchezza e alla qualità della sua collezione, è già considerato uno dei più grandi musei di Francia e sotto la guida di Pierre Andrè Farcy, suo curatore dal 1919 al 1949, divenne anche la principale galleria d'arte moderna della nazione.
Farcy completò la raccolta con opere dei grandi artisti del suo tempo: la maggior parte di questi pezzi provengono da donazioni effettuate direttamente da artisti come Claude Monet, Henri Matisse, Pablo Picasso, Max Ernst, George Grosz, oppure da collezionisti, tra cui lo stilista francese Jacques Doucet e Peggy Guggenheim, oppure ancora da commercianti d'arte come Daniel-Henry Kahnweiller, Ambroise Vollard, Paul Guillaume ed Alfred Flechtheim. A queste donazioni si aggiunsero ovviamente alcuni pregevoli acquisti. Figlio di un funzionario ministeriale per la pubblica istruzione, Andrè Farcy arrivo a Grenoble nel 1907 dopo aver studiato belle arti a Parigi. In città si guadagnò inizialmente da vivere disegnando illustrazioni e caricature per la stampa locale. Compose anche diversi dipinti e disegni che firmò lo pseudonimo Andry-Farcy e che in seguito furono esposti a Parigi, Lione ed anche a Grenoble. Nel 1910 venne assunto come vignettista pubblicitario e poi come critico d'arte dal giornale "Le Petit Dauphinois", creando illustrazioni iconiche come quella realizzata per il marchio di pasta Lustucru con protagonista il personaggio di Per' Lustucru, una figura macchiettistica con la pancia tonda rivestita da un panciotto decorato a scacchiera, da lui ideata nel 1916. Nel 1923 è lui a gestire abilmente l'acquisizione per il Musèe de Grenoble della preziosissima collezione Agutte-Sembat, la quale portò un patrimonio unico e considerevole di opere neoimpressioniste (Paul Signac, Henri-Edmond Cross, Theo van Rysselberghe) e fauviste (Henri Matisse, Andrè Derain, Pierre-Albert Marquet, Maurice de Vlaminck): da qui in avanti il museo divenne una tappa europea obbligata per conoscere a fondo questi particolari movimenti artistici moderni. La collezione Agutte-Sembat prende il nome dai suoi primi proprietari ed assemblatori, Georgette Agutte, figlia di un pittore e lei stessa artista compositrice di diverse opere esposte in differenti gallerie tra il 1908 ed il 1919 ed il coniuge Marcel Sembat, avvocato e politico, sposato nel 1897. Divennero insieme noti collezionisti d'arte, fino a quando Sembat morì improvvisamente per un'emorragia cerebrale nel 1922 e subito dopo Georgette Agutte si suicidò tagliandosi i polsi con una bottiglia di vino rotta. Motivò il gesto solo con poche parole tracciate su un biglietto: "Voilà douze heures qu'il est parti. Je suis en retard". Nelle disposizioni da lei lasciate espresse la volontà di donare la collezione d'arte (44 dipinti, 24 disegni, 20 ceramiche e 2 sculture) proprio al Musèe de Grenoble. Nel 1995, Pierre Collart, nipote ed erede di Marcel Sembat, lasciò in eredità al museo anche le opere della collezione rimaste ancora in suo possesso, tra cui due importanti dipinti del pittore neoimpressionista Henri-Edmond Cross.
Con lo scoppio della II Guerra Mondiale, il museo decise di nascondere alcuni dei suoi pezzi più pregiati presso il monastero della Grande Chartreuse, ma l'occultamento di parte della propria raccolta non impedì all'istituzione di essere uno dei diciotto musei francesi ad inviare opere d'arte in Sudamerica nel 1940 durante una rassegna di mostre di pittura francese che si concluse con un allestimento al Metropolitan Museum of Art di New York nel 1941. Farcy accettò anche di nascondere nei magazzini del museo molte opere di personalità ebraiche come Peggy Guggenheim, ma con l'arrivo dei soldati tedeschi a Grenoble nel 1943 Andrè Farcy venne arrestato dalla Gestapo, forse perchè le opere esposte nello spazio museale furono considerate contrarie alla propaganda, forse perchè l'occultamento di opere venne in qualche modo svelato. Internato nel campo di prigionia di Compiegne, vi rimase fino al settembre 1944 ed una volta liberato riprese il proprio incarico di curatore fino al 1949. In sua assenza fu l'archivista e segretario generale della città, Henri Debraye, a farne le veci. L'attuale sede del Museè de Grenoble venne assunta solo nel 1994, affacciata su Place de Lavalette nel luogo occupato precedentemente da un convento francescano costruito nel 1218: l'iniziativa del trasferimento si deve al presidente francese François Mitterand (da cui la decisione di assegnare al suo nome il piccolo parco antistante l'ingresso della galleria), al ministro della cultura francese Jack Lang, al sindaco di Grenoble Alain Carignon ed al curatore Serge Lemoine. Il nuovo spazio espositivo, distribuito su 14.000m² di spazio, possiede una superficie tre volte più grande di quella precedente. Oggi il museo si articola in 57 sale espositive permanenti, la sua collezione copre un periodo compreso tra l'Antico Egitto e l'arte contemporanea. Di tutti i pezzi posseduti dal museo, la stragrande maggioranza è mostrata solo temporaneamente, mentre l'esposizione permanente conta circa 900 opere. Penetro all'interno di questo santuario d'arte senza pagare alcun biglietto: l'impiegata alla biglietteria mi informa, provocando il mio stupore, che la visita della collezione permanente è del tutto gratuita. Il primi spazi che si presentano sono lunghi ed ampi corridoi occupati dai dipinti contemporanei di Guillaume Bresson, scenari urbani moderni miscelati a metodi di pittura classica, la lotta quotidiana in una giungla fatta di asfalto e mattoni diventa quasi una coreografia, le pose plastiche, quasi aggraziate, come fossero una sorta di danza, il contatto umano non è valore ma diventa quasi l'opposto, solitudine camuffata, in questa lotta alcuni simboli ricorrenti, come un paio di scarpe da ginnastica griffate. Nato in Francia nel 1982, Bresson vive oggi a New York e le sue opere sono sparse un po' in tutto il Mondo, ad esempio al Centre Pompidou di Parigi. Il punto di partenza dei suoi lavori sono fotografie istantanee che vengono assemblate e quindi tradotte in pittura. Un metodo di lavoro davvero interessante ed un risultato che ammetto colpire forte la curiosità.
Spingendosi ulteriormente nelle profondità del museo, sono tanti, troppi per un solo sguardo, i quadri davanti ai quali si rimane a bocca aperta: Andy Wahrol ed il suo ritratto di "Jackie O", Marie Helena Vieira da Silva e le sue magnifiche composizioni di linee e colori, un dipinto onirico di Marc Chagall, i personaggi senza volto di Giorgio De Chirico, il "Mosquetaire et Enfant" da Pablo Picasso del 1972, un'interessante maternità geometrica del pittore rumeno Victro Brauner, le immagini sovrapposte di Francis Picabia, le combinazioni colorate di Jean Gorin.
E poi ancora Renè Magritte, diversi dipinti di Henri Matisse, Le Corbusier, ed inevitabilmente anche l'Italia con Canaletto e le sue inconfondibili vedute veneziane, Perugino, Tintoretto, Giorgio Vasari con una delicata rappresentazione della Sacra Famiglia, Giorgio De Chirico ed Amedeo Modigliani, di cui il Musèe de Grenoble fu il primo museo francese ad acquisire un dipinto nel 1923, tre anni dopo la sua morte. Alcune storie legate ai quadri esposti aggiungono ulteriore stupore alla meraviglia, come quella di Orthon Friesz, pittore francese che creò un grande dipinto sul tema della guerra, composto da numerosi personaggi ed elementi, durante un periodo di convalescenza da una ferita conseguita in trincea nel 1915 durante la I Guerra Mondiale. Ad onor di completezza non posso non citare un ampio salone del museo dedicato alla scultura classica, con alcune meravigliose opere esposte dal biancore marmoreo incantevole. Un sapidissimo concentrato di bellezza spremuto all'interno di un solo edificio, il Musèe di Grenoble, da gustare con calma ed enorme piacere, a titolo completamente gratuito (valore aggiunto e scelta coraggiosissima) per regalare a chiunque un pezzo importante di cultura umana.
Spostandosi leggermente da Grenoble, in direzione sud, bastano poche decine di chilometri per raggiungere il palcoscenico di una storia difficile da definire con aggettivi, forse straordinaria, forse prodigiosa, anche se penso non ci siano parole adatte a descriverne correttamente i contenuti, i significati. Una storia che racconta di un dialogo tra divino e umano, dell'amore di cui la sciagurata stirpe umana è destinataria dall'alto e per il quale si fatica razionalmente a trovare la giustificazione. Alcuni direbbero una storia incredibile ma a queste persone dico di stare attente, il segreto è proprio crederci. Siamo nell'inverno tra il 1845 ed il 1846, le famiglie del piccolo villaggio rurale di La Salette-Fallavaux, una settantina di chilometri a sud di Grenoble, sono colpite da una grande miseria conseguente all'insufficienza dei raccolti e soprattutto ad una nuova piaga che guasta irrimediabilmente le colture di patate, situazione peraltro diffusa non solo in Francia ma anche in gran parte d'Europa. A poterla osservare sarebbe stato fin troppo semplice accorgersi di come l'umile gente che popolava la vallata in cui era calato il villaggio, gente di lavoro e di fatica, fosse segnata nell'animo e nel corpo dal peso di una vita fatta di stenti, resa ancor più pesante dalla scarsità di risorse. In tale drammatica situazione non giungeva in soccorso nemmeno la fede religiosa, la fiducia in Dio è comprensibilmente messa a dura prova dalla sofferenza continua e dalla mancanza di speranza in qualunque barlume di successo, di fortuna, di sollievo. E' una realtà buia, triste, dalla quale è impossibile sottrarsi e nella quale Dio non sembra essere ammesso, appare piuttosto lontano, estraneo. La vita prosegue in questo modo, aggrappata ad un disperato istinto di sopravvivenza, fino al 19 settembre 1846, data in cui due giovani pastorelli del luogo, Melanie Calvat e Maximin Giraud, rispettivamente 14 anni ed 11 anni di età, si trovarono come prestabilito presso le alture sopra La Salette-Fallavaux per pascolare alcune vacche, non la stesse però, ciascuno le proprie dal momento che i due ragazzini si conoscono solo dal giorno precedente pur essendo nativi dello stesso paese, vale a dire Corps, minuscolo villaggio dei dintorni. L'incontro fu del tutto fortuito: poco prima, un contadino locale di nome Pierre Selme, avendo saputo che il pastore di cui era solito avvalersi per pascolare le bestie si era ammalato, era sceso a Corps per fare visita al proprio amico Germain Giraud con l'intento di chiedergli di mettere a sua disposizione il figlioletto Maximin per il tempo di una settimana, fino al 20 settembre successivo, con l'incarico di governare le vacche. Il padre, un po' dubbioso circa le capacità del figlio, alla fine aveva ceduto acconsentendo alla richiesta. Il 14 settembre, accompagnato da un cane ed una capretta, Maximin sale quindi sulle alture del monte Planeau, sopra La Salette-Fallavaux, per portare al pascolo quattro mucche. Qui incontra casualmente un’altra ragazzina di nome Melanie Calvat, anche lei impegnata a tenere a bada quattro vacche assegnatele dall'allevatore Jean-Baptiste Pra, dell'insediamtno di Les Ablandins nei pressi di Coprs. Di caratteri opposti, taciturna e scontrosa lei, vivace ed espansivo lui, stentano a fare amicizia, ma il fatto di condividere entrambi la provenienza da Corps instaura tra loro un iniziale flebile legame. Così, nel lasciarsi la sera, decidono di rivedersi il giorno successivo, allo stesso posto, con le loro mucche. In effetti l'indomani si incontrano nuovamente ed intorno a mezzogiorno, presso una piccola sorgente spontanea di acqua cristallina, consumano l'uno in compagnia dell'altro un pasto di pane e formaggio. Poco dopo aver terminato il pranzo vengono raggiunti da altri tre giovani pastori che si intrattengono con loro ed insieme costruiscono un piccolo rifugio di sassi che chiamano fantasiosamente Paradiso. In seguito Maximin e Melanie, rimasti nuovamente soli, si appisolano all'ombra per un paio d’ore mentre le vacche pascolano tranquille per i prati. Al loro risveglio, verso le ore 15:00 del 19 settembre 1846, si accorgono che le bestie si sono un poco allontanate, si spaventano pensando di averle perdute e cominciano a cercarle affannatamente, trovandole infine poco distanti. Mentre sono intenti a radunare gli animali, vedono apparire poco lontano una luce splendente, un sorta di globo di fuoco abbagliante: spaventandosi Melanie lascia cadere il proprio bastone e Maximin cerca di afferrarlo con l'intenzione di difendersi dalla strana luminescenza. Titubanti ed impauriti, i ragazzini si avvicinano comunque alla strana apparizione ed improvvisamente vedono fuoriuscire da essa (letteralmente, stando alle loro successive dichiarazioni) una "Belle Dame”, vestita di una lunga veste, uno scialle ed una cuffia sulla testa, seduta in lacrime su una roccia, i gomiti sulle ginocchia, la testa china ed il viso nascosto fra le mani. La figura è contornata da un forte bagliore proveniente da un grande Crocifisso che porta appeso sul petto. La sua testa, i suoi fianchi ed i suoi piedi sono ornati da bellissime rose. Melanie affermerà in seguito quando sarà interrogata: “Vidi una luce più brillante di quella del Sole ed ebbi appena il tempo di dire queste parole -Massimino, vedi laggiù?-. Ah, mio Dio! Nel medesimo istante lasciai cadere il bastone che tenevo in mano. Guardavo con molto coraggio quella luce, che era immobile e, come se si fosse aperta, scorsi un’altra luce ancora più brillante della prima, che si muoveva, ed in quella luce una bellissima signora, seduta sul nostro Paradiso con la testa tra le mani”. Proseguirà Melanie: “La donna pianse per quasi tutto il tempo in cui ci parlò. Le sue lacrime scendevano una ad una, lentamente, fino alle ginocchia, poi, come scintille di luce, scomparivano. Avrei voluto consolarla, perché non piangesse più, ma mi sembrava che avesse bisogno di farci vedere le sue lacrime per meglio mostrarci il suo amore dimenticato dagli uomini. Avrei voluto gettarmi tra le sue braccia e dire -Mia buona mamma, non piangere! Ti voglio amare per tutti gli uomini della terra!-. Anche Massimino, che all’inizio si era limitato a togliersi il cappello e a farlo girare sulla punta del bastone, di fronte a quel pianto dirotto si intenerì”. Melanie continuerà quindi descrivendo la figura apparsa: “Era tutta bella. Il suo sguardo era dolce e penetrante. L’abito era d’un bianco argentato. Non aveva nulla di materiale ed era composto di una luce cangiante, scintillante. La corona di rose che aveva sulla testa era così luminosa che è impossibile farsene un’idea. Dalle rose si levavano come raggi d’oro che, uniti, formavano un diadema più splendente del Sole. Aveva due catene al collo, una più grande ed una più piccola. A quest’ultima era appesa una croce luminosa. Il Crocifisso era di color carne naturale, rilucente d’un grande splendore: sosteneva un corpo rilassato, il capo chino, come fosse per cadere, trattenuto soltanto dai chiodi. A volte però sembrava vivo, col capo eretto, con gli occhi aperti, in procinto di parlare, di dichiarare che era venuto per noi, onde attrarci a sé, al suo amore sconfinato”. Per alcuni istanti i ragazzini rimangono fermi ad ammirare la figura della "Belle Dame" che improvvisamente si alza e si avvicina loro rivolgendogli la parola: “Avvicinatevi, figli miei, non abbiate timore, sono qui per annunciarvi un grande messaggio”. Ha qui inizio un duro discorso di denuncia dei peccati di cui il Mondo è autore, dell’allontanamento degli uomini da Dio ed del loro avvicinamento all’inferno se proseguiranno a perseverare nel male. La "Belle Damme" non è altri che quella che in seguito sarà indicata come la Madonna di La Salette o Nostra Signora di La Salette, una delle infinite declinazioni della Vergine Maria, comparsa a due innocenti creature per inviare un messaggio insieme di reprimenda e speranza al genere umano, concluso con la comunicazione del sopraggiungere della divina misericordia per tutti coloro che si convertiranno ed aderiranno finalmente ai dettami della fede cristiana. Affida inoltre ai due pastorelli un segreto ciascuno, da non rivelare fino a quando non sarà detto loro di farlo, oltre al compito di diffondere il suo messaggio a tutto il popolo di Dio. Con queste parole la donna li lascia, si allontana verso il pendio sfiorando appena il suolo con i piedi per poi ascendere verso il cielo. I fanciulli che cercano di seguirla riescono a raggiungerla prima che scompaia, ella guarda prima verso il cielo poi verso la terra e lentamente sparisce nella luce. Massimino, non scorgendo nel bagliore che una rosa sospesa per aria ai piedi della "Belle Dame", tenta di afferrarla ma la sua mano si chiude senza stringere nulla. Come riportato anche dai successivi interrogatori, quando la visione si allontana, Melanie, ancora intontita, mormora: ”Dev’essere una grande santa”. E Maximin ribatte: “Ad averlo saputo le avremmo chiesto di condurci con sé”. In effetti, i due ragazzi non riconobbero subito colei che avevano incontrato come la Vergine Maria. Maximin, la sera stessa di quel giorno, per scusarsi con il padrone del ritardo nel tornare con le bestie, raccontò all'uomo dell’apparizione. Pierre Selme si recò quindi insieme al ragazzino da Jean-Baptiste Pra, presso il quale lavorava Melanie, la quale confermò prontamente tutto il racconto. L’indomani, domenica, i due fanciulli parteciparono alla messa e prima dell'inizio della celebrazione raccontarono l’avvenimento al parroco locale Louis Perrin, il quale decise di riportare l’accaduto a tutta la comunità durante l’omelia. Da quel giorno le voci si cominciarono a spargere per tutti i dintorni, la gente apprese gradualmente della miracolosa apparizione mariana, persino il sindaco di La Salette-Fallavaux, Pierre Peytard, fece visita personalmente ai pascoli montani presso i quali i due ragazzini avevano condotto le vacche ed interrogò Melanie, non gli riuscì invece di incontrare Maximin che dopo aver terminato la settimana di lavoro era già rientrato a Corps. Cominciarono nel frattempo per entrambi i fanciulli mesi di udienze, interrogatori, critiche, pressioni, intimidazioni e minacce. Ad esaminare il loro racconto furono inizialmente diversi eminenti esponenti del clero e delle istituzioni laiche, tra i quali il sacerdote diocesano Mathieu Cat, il parroco François Lagie, conoscitore esperto del dialetto patois locale e quindi capace di comprendere appieno le parole dei due pastorelli, il sacerdote Pierre Lambert e nell’aprile del 1847 il giudice di pace di Grenoble Frederic-Joseph Long. La sera del 20 settembre Pierre Selme e Jean-Baptiste Pra decisero, insieme ad un vicino di casa di nome Jean Moussier, di mettere per iscritto tutto l'accaduto su dettato da Melanie: il documento venne alla fine firmato da entrambi i testimoni dell'apparizione. Germain Giraud intanto, aveva proibito al figlio di parlare con chiunque dell’episodio, e di fronte alle intemperanze di Maximin aveva cominciato a minacciarlo, ricevendo in risposta dal fanciullo, secondo le cronache, le seguenti parole: “Ma papà, la Signora ha parlato di te!”. Infatti così era stato, la Madonna di La Salette aveva in effetti menzionato nel proprio discorso il padre del ragazzino. Germain Giraud rimase sconvolto ad udire ciò e la prima settimana di settembre del 1846 si convertì alla fede ritornando a praticare la religione cattolica: lo fece dopo essere salito sulla montagna ed aver bevuto dalla sorgente spontanea presso la quale era avvenuta l'apparizione, guarendo all’istante (così si dice) dall’asma di cui soffriva da anni. Infatti, già il 21 settembre 1846, due giorni dopo l'apparizione, alcuni abitanti di La Salette-Fallavaux si erano recati sulla montagna, nel luogo in questione, dove con stupore avevano notato che una piccola sorgente d’acqua limpida aveva iniziato a sgorgare in abbondanza proprio nel punto in cui i pastorelli avevano riferito fosse seduta la Madonna di La Salette. Pochi giorni dopo, il 27 novembre, circa 1.500 persone provenienti da Corps e dalle parrocchie vicine si erano radunate sul posto sotto la neve. Cominciarono i primi pellegrinaggi sul sito, intanto commissioni di illustri teologi ed ecclesiastici proseguirono ad esaminare i fatti cercando di spiegarne l'origine: le prime due riunioni si tennero su richiesta del vescovo di Grenoble, Philibert de Bruillard, il dicembre del 1846, le successive tra luglio e settembre del 1847. Il 31 maggio 1847 si era già tenuto però uno dei primi grandi pellegrinaggio sul luogo del prodigio, evento al quale parteciparono 5.000 persone ed in occasione del quale venne posta sul sito una croce. Pochi mesi dopo, il 19 settembre 1847, primo anniversario dell'apparizione, ebbe luogo un nuovo pellegrinaggio partecipato da circa 50.000 persone. Un nuovo incontro per discutere la questione si tenne nella dimora del vescovo di Grenoble tra novembre e dicembre del 1847: sedici membri tra cui i vicari generali della diocesi, i preti parrocchiali genoblesi ed altri ecclesiastici si riunirono alla presenza di Philibert de Bruillard. Evidentemente non tutti nel clero dovettero accogliere favorevolmente il messaggio della "Belle Dame", dal momento che anche un'eminenza assoluta come Louis Jacques Maurice de Bonald, cardinale ed arcivescovo di Lione, sollevò il dubbio che l’accaduto fosse solo un imbroglio ben orchestrato. chiedendo quindi ai ragazzini di raccontargli i messaggi in virtù del mandato pontificio di cui era detentore, ma Melanie insistette affinché il testo venisse inviato direttamente al papa senza passare per le mani del cardinale. Al fine di rispettare la richiesta di Melanie, il vescovo di Grenoble inviò pertanto due rappresentanti a Roma dove il testo scritto dei due segreti confidati dalla Madonna di La Salette ai pastorelli venne consegnato a papa Pio IX il 18 luglio 1851, anche se sembra che i testi andarono irrimediabilmente ed inspiegabilmente perduti prima di arrivare a destinazione. Di fatto, solo 5 anni dopo l’apparizione, il 19 settembre 1851, il vescovo Philibert de Bruillard riconoscerà ufficialmente l'apparizione come autentica, autorizzando in tal modo il culto della Madonna di La Salette. Nel 1855, il suo successore Jacques-Marie-Achille Ginoulhiac, vescovo di Grenoble e successivamente arcivescovo di Lione, dopo una nuova approfondita indagine confermò la decisione del suo predecessore. Ormai però il racconto dell'apparizione si era diffuso in tutta la Francia e forse anche oltre i confini nazionali: a metà del 1848, due anni dopo l'apparizione, quando questa non era ancora riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa Cattolica, si stima che già 100.000 pellegrini si erano recati sul monte Planeau per pregare. Ancora prima, il 17 novembre 1846, una donna che 22 anni camminava solo con l'aiuto delle stampelle chiese di recarsi a pregare presso il luogo dell'apparizione, in compagnia di altri 600 pellegrini: la guarigione di questa donna, al termine della spedizione, costituirebbe il primo miracolo attribuito alla Madonna di La Salette. Tale evento, pur considerato con carattere di verità dalla Chiesa Cattolica, non verrà mai comunque riconosciuto ufficialmente dalla stessa come vero e proprio miracolo. Bisogna attendere l’aprile del 1847 per giungere ad un riconoscimento formale di una guarigione miracolosa collegata a Nostra Signora di La Salette: ne fu protagonista una giovane suora di Avignone di nome Claire Peirron, malata gravemente di ulcera gastrica, in condizioni di salute estremamente critiche tanto da aver ricevuto pochi mesi prima persino il sacramento dell’estrema unzione. Dopo aver bevuto l’acqua proveniente dalla sorgente del luogo dell'apparizione, la sua malattia improvvisamente sparì, lasciando di stucco i medici che la assistevano, i quali non seppero darne spiegazione. Ad agosto dello stesso anno si verificò la seconda guarigione miracolosa della Madonna di La Salette, anch'essa ricnosciuta dalla Chiesa Cattolica: a beneficiarne fu una donna di nome Melanie Gamon, residente a Corps, affetta da una malattia del midollo spinale che da sei anni la rendeva paralitica. Il morbo svanì inspiegabilmente dopo che l'inferma ebbe recitato una novena alla Madonna di La Salette ed ebbe bevuto piccole quantità dell’acqua della sorgente dell’apparizione. Pochi mesi più tardi, nel novembre del 1847, un’altra donna, Antoinette Bollenat, guarì senza spiegazione da una grave afflizione dello stomaco e da un tumore addominale, malattie di cui soffriva da lungo periodo e che preannunciavano una morte imminente. Anche in questo caso, l'innesco del miracolo fu una novena recitata a Nostra Signora di La Salette. A differenza di quello precedente, a quest’ultimo caso non sarà però riconosciuto dalle autorità ecclesiastiche il carattere di miracolo. Nei decenni successivi all’apparizione saranno decine le guarigioni prodigiose connesse in qualche modo alla Madonna di La Salette, molte delle quali considerate con serietà dalla Chiesa Cattolica, ma quelle riconosciute come miracoli sono ad oggi solo quelle di Claire Peirron e Melanie Gamon. Queste circostante aumentarono ulteriormente e rapidamente la fama di La Salette-Fallavaux e per accogliere i numerosi pellegrini giunti sul luogo dell'apparizione il vescovo Philibert de Bruillard chiese nel 1851 la costruzione di un santuario sul sito e nel 1852 la creazione di una congregazione religiosa clericale votata ad accogliere i pellegrini: nacquero così i Missionari di Nostra Signora di La Salette. Questa comunità monastica si organizzò gradualmente attorno al santuario ed in seguito, a partire dalla fine del XIX secolo, iniziò ad espandersi in Francia ed all'estero. La regola a cui aderiscono i suoi componenti venne formulata da Sylvain Marie Giraud, superiore generale dei missionari dal 1865 al 1876, nulla a che vedere con il pastorello protagonista della visione con il quale spartisce solo il cognome: il mandato della congregazione venne orientato in direzione della diffusione del messaggio di cui Nostra Signora di La Salette fu tramite, opera svolta talmente efficacemente da rendere presto La Salette-Fallavaux una meta di pellegrinaggio conosciuta a livello internazionale. La congregazione dei Missionari di Nostra Signora di La Salette ottenne un decreto di lode da parte di papa Leone XIII il 27 maggio 1879, poi un decreto di approvazione della Santa Sede il 14 maggio 1890 per essere infine definitivamente approvata da papa Pio X il 29 gennaio 1909. Tuttavia, le leggi francesi anticlericali del 1905, le quali imponevano la separazione netta del potere laico da quello religioso, portarono ben presto all’espulsione di tutti i membri della congregazione dal territorio francese ed i Missionari di Nostra Signora La Salette furono così costretti a lasciare il loro luogo di origine per stabilirsi successivamente all’estero in Italia, Svizzera, Belgio, Polonia ed USA. Sul sito dell'apparizione, i suoi membri furono sostituiti, nell'accoglienza ai pellegrini, da sacerdoti diocesani. La I Guerra Mondiale allentò le tensioni tra lo stato repubblicano francese e la Chiesa Cattolica consentendo gradualmente il ritorno dei membri della congregazione a partire dal 1943. Oggi i Missionari di Nostra Signora di La Salette sono presenti, oltre che in Francia, anche in una ventina di altre nazioni. Questa non è però l'unica congregazione religiosa esistente connessa all'apparizione di La Salette-Fallavaux. Le Religiose Riparatrici di Nostra Signora de La Salette furono presenti sul luogo dell'apparizione già dal 1872 per vivere il servizio e l'accoglienza delle pellegrine. La fondatrice di quest'ordine monacale si riconosce in Henriette Deluy-Fabry, nata a Marsiglia il 30 novembre 1828, molte volte pellegrina presso La Salette-Fallavaux. Nel 1866, in occasione di una visita a Roma, ebbe la possibilità di esporre il proprio progetto di fondazione di un nuovo gruppo di monache votate a Nostra signora di la Salette a papa Pio IX, da cui ricevette l'incoraggiamento a proseguire nell'intento. Espose successivamente le sue aspirazioni anche a Jacques-Marie-Achille Ginoulhiac, vescovo di Grenoble, che il 17 settembre 1871 consegnò l'abito monacale a lei ed a cinque sue novizie. Henriette Deluy-Fabry rimase alla guida della congregazione da lei fondata fino al 1874, quando fu sostituita, per ragioni di salute, da una consorella. Morirà a Marsiglia il 13 giugno 1905. A causa delle leggi antireligiose francesi di inizio XX secolo, anche le Religiose Riparatrici di Nostra Signora de La Salette furono costrette a all'esilio, stabilendosi principalmente in Belgio e Polonia. A Grenoble continuarono però a dedicarsi all'assistenza dei poveri tra i confini del Quartier Notre Dame. Un terzo ordine monastico collegato alla Madonna di La Salette venne fondato più tardi, nel 1928, da Celestin Crozet, superiore generale dei Missionari di Nostra Signora de La Salette, il quale avviò il gruppo delle Suore Missionarie di Nostra Signora di La Salette stabilitesi a Courmelles, a nord di Parigi, nel 1929. Qui, nel 1930, ne veniva approvava ufficialmente la costituzione da parte di Ernest Mennechet, vescovo di Soissons. Nel 1965, le Religiose Riparatrici di Nostra Signora de La Salette confluirono nelle Suore Missionarie di Nostra Signora di La Salette a formare un unico ordine di monache, le cui appartenenti oggi garantiscono l'accoglienza dei pellegrini presso il santuario presente sul luogo dell'apparizione insieme a sacerdoti, ai Missionari di Nostra Signora di La Salette ed a volontari laici provenienti da tutto il Mondo. La grande affluenza al sito presso il quale la Madonna di La Salette comparve ai due pastorelli di Corps è favorita anche dal facile, rapido e diretto collegamento con la città di Grenoble: da Place de la Gare, in particolare dal parcheggio degli autobus affiancato all'ingresso della stazione ferroviaria, parte regolarmente un bus che dalla città conduce in breve a La Salette-Fallavaux, nessun cambio, biglietto acquistabile presso la stazione ferroviaria (possibilmente il giorno prima), costo di appena una manciata di Euro. Le autolinee che servono la destinazione sono la T90 e la T92, le partenze da Grenoble sono tre distribuite al mattino, a metà giornata ed alla sera. Lo stesso per il ritorno. L'itinerario si svolge attraverso piccoli centri abitati e nel la sua ultima porzione comincia a salire sui versanti montani fino a raggiungere una sinuosa stretta stradina che concede allo sguardo un panorama spettacolare sulla valle sottostante. Succede proprio prima di raggiungere la meta e la veduta preannuncia la bellezza che attende il viaggiatore, o per meglio dire il pellegrino, una volta arrivati a destinazione. L'ambiente che ci accoglie è quello della regione Alvernia-Rodano-Alpi, ad un’altitudine di circa 1.770 metri s.l.m. A nord il sito è delimitato dal monte Gargas (2.208m), a sud si estende ai suoi piedi la Valgaudemar, valle di origine glaciale nella quale si disperde il villaggio di La Salette-Fallavaux, una manciata di casupole distribuite in una dozzina di insediamenti ed abitate appena da un’ottantina di persone. Siamo nel Parc National des Ecrins, il quinto parco nazionale francese per estensione con 918km² di superficie compresa tra le cittadine di Grenoble a nord, Briançon ad est e Gap a sud. Enumera più di un centinaio di montagne più alte di 3.000m ed una quarantina di ghiacciai, i quali coprono circa 17.000 ettari di superficie complessiva. Creato nel 1973, le prime proposte per l’istituzione dei suoi 4.000 ettari di questo parco naturale protetti risalgono al 1913, ma l’interruzione obbligata dettata dai due conflitti bellici mondiali rallentò non poco la sua costituzione. L'obiettivo era quello di difendere la montagna dall'avanzamento dei pascoli il cui progressivo ingrandimento rischiava di erodere un preziosissimo ambiente naturale deforestandolo. Nuovi passi avanti per la sua istituzione furono compiuti nel 1923 con l’allargamento dell’area protetta a 13.000 ettari; nel 1960 il territorio posto sotto tutela venne dichiarato finalmente parco naturale statale. La sua area è ritagliata tra i territori delle Alpi del Delfinato e precisamente del Massiccio degli Ecrins, un gruppo montuoso che in ragione della sua grandezza è stato per lungo tempo poco conosciuto e non ha avuto un nome preciso che nel 1973, quando gli venne conferito il nome del neonato parco naturale disposto lungo le sue pendici. Prima di ricevere l'appellativo attuale era conosciuto in maniera informale come Massif de l'Oisans o Massif du Pelvoux, mentre nel 1880 gli alpinisti Henry Duhamel, fondatore del primo club francese di sci, e William Auguste Coolidge, il primo ad ascendere lungo la parete nord del monte Barre des Ecrins nel 1870, lo denominarono arbitrariamente Massif du Haut-Dauphinè. La via di accesso al luogo dell'apparizione di Nostra Signora di La Salette, quella che abbiamo appena percorso a bordo del bus, si dipana lungo il margine occidentale di questo massiccio montuoso e percorrerla è stato, fino alla prima metà del XIX secolo, piuttosto pericoloso a causa della mancanza di una strada vera e propria che conducesse al sito. Il luogo che oggi ospita il santuario della Madonna di La Salette era infatti selvaggio e sconosciuto, nessun sentiero preciso vi conduceva, esistevano solo accenni di piste battute dai pastori, percorribili a piedi o al massimo a dorso di mulo. Solo nel 1863 furono intrapresi i primi lavori di realizzazione di un passaggio scavato direttamente nella roccia, opera che venne compiuta con l’impiego di esplosivi. Nel 1867 fu finalmente aperta una prima strada, in realtà qualcosa di più simile ad una mulattiera impervia e dissestata, con pendenze fino al 30%, priva di protezioni sul lato aperto verso il precipizio, ma percorribile anche a bordo di carrozze trainate da cavalli. Nel 1920 venne tentato il trasporto di pellegrini con carrozze più ampie ed addirittura con veicoli cingolati, ma le soluzioni non si rivelarono efficaci nè tantomeno sicure. La via fu gradualmente migliorata fino al 1932: furono posate barriere, vennero allargate le curve, furono ampliate le aree di transito per le carrozze. Tra il 1959 ed il 1960 iniziò la costruzione di una nuova e più moderna strada che fu completata solo nel 1968: attraverso di essa era finalmente possibile transitare verso il santuario mariano a bordo di automobili e bus senza particolare difficoltà. La difficile via di ascesa al luogo dell'apparizione non ha però dismesso il proprio carattere ostile, ben tre volte in epoca moderna la strada di collegamento con il santuario è stata protagonista di eventi drammatici: tre incidenti stradali che hanno coinvolto bus carichi di pellegrini, verificatisi nel 1973, nel 1975 e nel 2007, hanno causato la morte di ben 98 persone. L'alternativa è ovviamente salire a piedi attraverso i sentieri storici, ancora utilizzabili, ma non deve essere esperienza adatta a tutti: il dislivello è notevole, la via lunga e faticosa, costantemente esposta alla luce del Sole. Il bus che ci ha trasportato (fortunatamente senza incidenti!) ferma la propria corsa su un piccolo spiazzo accolto nella rientranza di una bassa parete rocciosa. Poco più avanti un corto ponte di cemento consente di ammirare verso il basso una pregevole veduta della boscosa Valgaudemar e dei piccoli insediamenti abitati di La Salette-Fallavaux, dispersi come briciole su una tovaglia verdeggiante.
Il ponte concede il passo sopra uno stretto crepaccio per proiettarsi, sull'altro lato, verso il Sanctuaire de Notre Dame de la Salette, il santuario costruito sul sito dell'apparizione della Madonna di La Salette avvenuta nel 1846. E' uno dei più grandi luoghi di culto mariano costruiti in Francia ed accoglie attualmente ogni anno circa 300.000 pellegrini provenienti da tutto il Mondo. Già prima del riconoscimento ufficiale del 1851 da parte della Chiesa Cattolica, il vescovo Philibert de Bruillard avviò nel 1849 le trattative per l'acquisto di un terreno da destinare alla costruzione di un santuario sul luogo dell'apparizione, concludendo la trattativa solo nel 1851. L’1 maggio 1852 venne compiuta la solenne benedizione della prima pietra del nascente complesso che venne poi posata il successivo 25 maggio da Pierre Chatrousse, vescovo di Valenza, alla presenza dello stesso Philibert de Bruillard e di circa 1.500 fedeli. I lavori di edificazione durarono un po' più a lungo del previsto poiché le imprese edilizie ingaggiate nel progetto incontrarono seri problemi nel portare i materiali sul posto: a parte la pietra e la calce, tutto dovette essere trasportato infatti a dorso di mulo. Ci vollero una quarantina d'anni per portare a termine l'opera, anche se effettivamente dal suo completamento fino ai giorni nostri il santuario ha continuato ad essere ampliato e modificato. Non mancano le curiosità sul suo conto, corsi e ricorsi storici che rendo ancor più speciale un luogo già di per sè straordinario. Nel 1946, in occasione del centenario dell'apparizione di Nostra Signora di La Salette, il nunzio apostolico in Francia Angelo Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII, fece visita al santuario per celebrare la messa di Ferragosto. Nel 2016, in occasione del Giubileo della Misericordia voluto da papa Francesco I, il Sanctuaire de Notre Dame de la Salette ha aperto una Porta Santa (la seconda nella diocesi di Grenoble). La sagoma del santuario è stato utilizzata anche nella serie televisiva francese “Anthracite”, uscita nel 2024, come ambientazione di un manicomio. A tale scopo, l’immagine del complesso è stata ritoccata digitalmente per camuffare lo stile moderno degli edifici più recenti, quelli che fungono da ostello per i pellegrini, e per modificare l’aspetto della chiesa, di cui nonostante ciò sono ben riconoscibili, in una scena, le due torri laterali. La prima impressione fornita dall'aspetto esteriore del complesso ricorda in effetti quello di un albergo di poche pretese, forse persino di un ospedale. Al termine del ponte di cemento si apre infatti un piccolo spiazzo su cui si affaccia l'edificio della foresteria, asciutto nello stile, funzionale e privo di fronzoli estetici. La sua realizzazione venne portata a termine del 1879. Sulla destra, sotto una propaggine del corpo centrate contraddistinta da un'appuntita parte superiore realizzata in legno, un breve sottopassaggio accompagna verso un piccolo parcheggio per automobili. Accanto ad esso si apre la soglia d'ingresso, varcata la quale si apre lo spazio di un largo salone d'accoglienza, permeato da quella preziosissima semplicità e da quella dignitosa umiltà che solo gli istituti di ospitalità religiosa sanno possedere.
Subito oltre la porta, il benvenuto è dato da una candida statua di pietra ritraente Nostra Signora di La Salette, qui raffigurata in piedi, a testa alta, le braccia raccolte sul petto quasi a voler proteggere il Crocifisso legato al collo. Poco più in là, su un lato del salone, si posiziona una piccola guardiola presso la quale le suore incaricate dell'accoglienza intercettano i pellegrini, registrano la loro presenza ed incassano il costo dovuto per la permanenza nella foresteria. Costo si fa per dire, 77€ per una stanza singola con bagno privato, tassa di soggiorno, pranzo e cena inclusi. Portate a termine le formalità, ricevute le chiavi dalla gentile suora, si procede attraversando questa prima ampia sala per raggiungere una scalinata che sale dal fondo dello spazio. A metà delle due rampe di scale un pianerottolo concede l'accesso ad una caffetteria, anch'essa abbastanza vasta da ricevere i numerosi pellegrini che ogni giorno afferiscono al sito: è possibile trovarvi, durante il giorno, bibite calde o fredde, gelati confezionati, qualche pietanza da tavola calda. Se invece si completa l'ascesa sopra la scalinata si raggiunge un piano rialzato dal quale si slancia in avanti un lungo corridoio, chiamato molto semplicemente Galerie, qua e là punteggiato da poltroncine sopra le quali è possibile ristorarsi, lungo il lato sinistro invece dà alloggiamento a stretti cubicoli all'interno dei quali si trovano una libreria ed alcuni punti espositivi presso i quali sono esposti ed illustrati informazioni inerenti l'apparizione mariana di La Salette-Fallavaux ed il santuario ad essa connesso. Ma soprattutto, su questo largo corridoio si affaccia la grande sala della mensa, luogo di incontro di ogni pellegrino in occasione di ogni pasto quotidiano. Non esiste infatti altra possibilità per mangiare nel raggio di decine di chilometri. Il cibo non è comunque per niente male, generoso e genuino come chi lo prepara, sostanzioso, degno della gratitudine di chi lo riceve e lo consuma. Viene servito direttamente ai tavoli, all'interno di vassoi, dalle suore che con sorrisi e gentilezza immensa assistono i pellegrini non come un abile ed esperto maestro di sala ma come una persona che ha votato la propria esistenza a questo preciso scopo. Queste lievi ed abbaglianti sfumature sono quelle che che alimentano la stupefacente eccezionalità del Sanctuaire de Notre Dame de la Salette. Essere qui non è paragonabile ad essere in nessuna altra parte del Mondo. Si respira quiete, pace, nella semplicità ci si spoglia di qualunque assillo o convenzione sperimentando una leggerezza che lascia meravigliati, immediata a sopraggiungere e facile da conquistare come non ci si sarebbe potuto aspettare. Finalmente si è di fronte a sè stessi, vicini a sè stessi, in ascolto di sè stessi, tutto intorno scompare. Ed in questa pacificata solitudine ecco sopraggiungere qualcosa di miracoloso. Il capolinea del lungo corridoio della Galerie è costituito da una piccola cappella di forma poligonale, posizionata ad una sua estremità. La Chapelle de la Rencontre venne completata nel 1995 ed è opera dell'architetto Renè Maison: costruita su pilastri di cemento, proiettata verso l'esterno per mezzo di due grandi pannelli di vetro che, oltre ad alleggerire la struttura, la inondano di una luce mite ed ospitale, la cappella si sviluppa intorno allo spazio celebrativo che fa da perno intorno al quale si dispongono a semicerchio le panche destinate ai fedeli. Le sue vetrate disposte dietro lo spazio celebrativo, dai colori vivacissimi ed a tema naturalistico, sono opera di Arcabas. L'altare è moderno, di legno come anche lo scranno del sacerdote ed il leggio, è opera sempre di Arcabas ed è guardato alle spalle da un prezioso tabernacolo dorato, di forma quadrata ed incastonato nella parete. Accanto all'altare è affisso un un bel dipinto che rappresenta la Madonna di La Salette in lacrime, una mano portata alla fronte per nascondere lo sguardo sofferente. Intorno ad esso, direttamente sul muro, sono tracciate le seguenti parole: "Avec Marie soyons porteurs de l'esperance", un invito rivolto a tutti i fedeli a farsi tramite del messaggio portato da Nostra Signora di La Salette. Lungo la parete di fondo invece sono posizionati alcuni rilievi in pietra che immortalano alcune scene dell'apparizione mariana ai due pastorelli di La Salette-Fallavaux. All'esterno, il soffitto della cappella è marchiato con un mosaico che raffigura una colomba, visibile solo dall'alto ma emblema della pace e della benedizione che attende chiunque varchi la soglia di questo piccolo luogo di culto. La Chapelle de la Rencontre è un abbraccio nel quale il pellegrino si trova improvvisamente, quasi inaspettatamente, un abbraccio spontaneo e nel quale si percepisce l'amore di Dio per i propri fedeli. Forse per questo, una volta entrati nel suo spazio, vi capiterà quasi senza volerlo di tirare un bel sospiro di sollievo e, lo stesso gesto che compie chi si trovi finalmente tra le braccia sicure di di un buon amico, uno di quelli su cui si può sempre contare nonostante magari un periodo di distanza, oppure uno di quelli che si incontrano tutti i giorni ma che possiedono sempre qualcosa di nuovo da scoprire.
Rivelato questo inatteso tesoro, terminato il dovuto momento di raccoglimento, è ora di posare le valigie: le camere destinate ad ospitare i pellegrini si dispongono in lunghi corridoi anonimi estesi ai piani superiori della foresterie, all'interno dei quali non è affatto difficile perdersi. Se accettate un consiglio onesto, non passeggiate per questi corridoi nelle ore serali nè tantomeno di notte: qui si va a letto molto presto, gli spazi vengono lasciati al buio e rischiereste di trovarvi proiettati improvvisamente all'interno di un famoso film di Stanley Kubrick su un terrificante albergo di montagna. La foresteria si sviluppa su quattro piani intorno ad un ampio cortile centrale, visibile dai corridoi più bassi, nel quale sporge l'abside della basilica. La stanza è come il resto del complesso, modesta e ridotta all'osso: un tavolo di legno, un letto singolo con alcune coperte, un bagno stretto posto direttamente sull'ingresso e che si deve attraversare per penetrare all'interno della camera, una piccola finestrella affacciata verso l'esterno. Nessuna comodità aggiuntiva, niente televisione, nessuna distrazione. Tutto è finalizzato al raccoglimento, al dialogo con sè stessi e con Dio, al perseguimento della pace e dell'equilibrio dello spirito, all'incontro con la fede attraverso il messaggio di Nostra Signora di La Salette.
Centro di questa complessa opera che ogni pellegrino è chiamato a fare è la Basilique de Notre Dame de La Salette, la chiesa del santuario. La sua mole si adagia sulla superficie collinare proprio accanto alla struttura della foresteria, quasi incastrandosi con essa. La facciata, al cospetto della quale ci si trova compiendo pochi passi lungo un sentiero asfaltato che si diparte dallo spiazzo sul quale sbocca il ponte di cemento, è una vera meraviglia: di stile neoromanico, è caratterizzata dall'affascinante superficie in muratura grezza traforata da fenestrature ad arco, quelle del corpo centrale raggruppate a trifora, quelle delle torri laterali disposte singolarmente tranne al culmine, dove sono a bifora e protette da una sorta di tapparelle poste a protezione della campane. Il centro della facciata è occupato da un orologio circolare, di colore bianco, sulla cima delle due torri laterali si stagliano invece due grandi croci epicentro costante di stormi di rondini (occhio ai regalini dall'alto!), all'apice del corpo centrale sorge invece una croce di pietra di forma celtica.
I progetti per la costruzione di questa chiesa furono redatti dall'architetto Alfred Berruyer, la sua ultimazione di attesta nel 1865, anche se le dieci cappelle laterali furono completate solo nel 1894. La consacrazione è del 20 agosto 1879 e nella stessa data il tempio venne anche elevato al rango di basilica minore alla presenza di Joseph Hippolyte Guibert, cardinale ed arcivescovo di Parigi, a quella di Armand-Joseph Fava, vescovo di Grenoble, e di altri 7 vescovi, nonchè del cardinale Gaspard Mermillod. La pianta della chiesa è composta da ben cinque navate ed è composta da volumi interni molto snelli. Le sue volte a crociera poggiano su colonne bizantine molto alte e sottili, la luce all’interno della chiesa viene proiettata da alcune piccole finestre disposte lungo la parte superiore della navata centrale, lungo le navate laterali e nella parete dell'abside: tutte dotate di vivaci raffigurazioni, quelle dell'abside sul tema dell'Annunciazione, quelle della navate laterali con soggetto scene dell'apparizione di La Salette-Fallavaux e della vita di Gesù, sono opera di diversi artisti tra i quali Adrien-Louis Lusson, il quale vi lavorò nel 1857, Clermont-Ferrand e Antoine Bernard che vi lavorarono tra il 1895 ed il 1897. Da citare anche le eleganti stazioni della Via Crucis affisse alle pareti delle navate laterali, disegnate in stile moderna con vernice bianca su lastre di ardesia scura.
Sul fondo della navata laterale interna destra, di fianco all'altare, è allestita una piccola teca che custodisce la pietra originale sopra la quale si tramanda sia apparsa la Madonna di La Salette...o meglio ciò che ne resta visto che negli anni, prima che si decidesse di proteggerla collocandola all'interno di una nicchia chiusa da una vetrata, fu letteralmente spolpata dai numerosi pellegrini che giunti sul posto erano soliti prendere egoisticamente per sè un pezzettino della preziosa reliquia. L'altare maggiore in pietra è maestoso, finemente decorato, sormontato da una grande statua della Vergine Maria. L'abside è composta da due absidiole disposte ai due lati di un coro, la sua volta è decorata con un grande mosaico creato da Arcabas e raffigurante Cristo in Gloria con l’Arc en Ciel, un’aureola color arcobaleno allegoria della pace.
Le pareti dello spazio celebrativo sono vertiginosamente tappezzate di un numero incredibile di lapidi votive, sulla volta si trova invece una rappresentazione dei simboli del tetramorfo, vale a dire delle quattro creature alate, toro, aquila, leone e angelo, che identificano i quattro Evangelisti: la loro realizzazione all'interno della Basilique de Notre Dame de La Salette è opera sempre di Arcabas del 1991. Altre opere dello stesso autore sono distribuite nelle navate laterali, tra le quali va citata una raffigurazione di Cristo alle Nozze di Caana ed una della Vergine Maria ai piedi della Croce. Il nome di Arcabas ricorre in effetti spesso nella tessuto strutturale della basilica: pseudonimo di Jean-Marie Pirot è stato un artista francese nato nel 1926 e scomparso recentemente nel 2018. Di madre tedesca e di padre francese, durante la II Guerra Mondiale, all’età di 17 anni, fu arruolato nell'esercito tedesco, ma riuscì a disertare, a nascondersi ed infine a rifugiarsi a Parigi, dove frequentò la scuola di belle arti conseguendo poi il diploma nel 1949. Dal 1986 fino alla morte ha vissuto a nord di Grenoble e dal 1950 insegnò presso un istituto d’arte proprio di questa città, ottenendo nel 1960 la cattedra di pittura che mantenne fino al 1969. Molto particolare, di evidente stampo moderno, ben riconoscibile nelle forme e nei colori, la produzione di Arcabas si avvalse di varie tecniche creative: scultura, incisione, mosaico, persino l’arazzo, anche se quella da lui prediletta fu comunque la pittura. Questo grande versatilità gli valse incarichi di particolare prestigio, come quello svolto tra il 1961 ed il 1972 che lo portò a lavorare presso un teatro come scenografo. Il suo campo artistico di maggiore espressione fu sicuramente l'arte sacra, da lui interpretata tramite l'inserimento di temi e figure profane all'interno dei soggetti religiosi, nonchè per l'uso esuberante del colore, che sembra quasi aggredire l'occhio, oltre che per la presenza dei toni d’oro legati alla tradizione delle raffigurazioni sacre europee. Per queste caratteristiche che rendono le sue opere emozionali, tangibili, empatiche, positive, venne soprannominato il "Pittore della Fede Felice".
I lavori da lui prodotti sono distribuiti attualmente in Francia, Germania, Italia, ma anche in Messico, USA e Canada, dove peraltro visse per un periodo dal 1969 al 1972 per lavorare presso l’università di Ottawa. Lo pseudonimo Arcabas gli fu ispirato da alcune scritte di protesta tracciate dai suoi allievi ed iniziò a chiamarsi in questo modo dal 1972. Le sue composizioni contribuiscono a creare una sorta di contrasto armonico con l'ambiente assemblato dalla Basilique de Notre Dame de La Salette, dando colore ad un contesto di pacifica solitudine, di preghiera di riflessione e di penitenza.
Alla solennità del luogo concorrono anche alcune sepolture illustri. Il cuore del vescovo Philibert de Bruillard è custodito all'interno del coro della basilica. La vita di questo personaggio non fu certo priva di decisioni difficili da dover assumere ed a leggera forse è anche possibile trovare conforto nelle quotidiane fatiche che ognuno di no costantemente è chiamato ad affrontare, forse persino coraggio nel trovare la sincerità necessaria ad affermare principi impopolari e pericolosi. Nato nel 1765, fu il sesto figlio di un umile commerciante di legname, anche se alcune dicerie sostengono che fosse il figlio illegittimo di re Luigi XV di Borbone, dal quale addirittura si afferma sia stato ricevuto a corte. Nessuno storico è mai comunque stato in grado di confermare l'ipotesi. Nato Braillard o Brailliard, cambiò il proprio cognome in Bruillard dopo aver iniziato a frequentare gli studi teologici dall’età di 16 anni, sintomo probabilmente di un passato doloroso con la famiglia di origine. Venne ordinato sacerdote nel 1789 e diviene subito dopo uno dei cosiddetti cappellani della ghigliottina, vale a dire uno di quei religiosi che prestarono opera nell'accompagnare i condannati alla pena capitale durante il suo ultimo viaggio verso la morte. Il periodo era in effetti quello della Rivoluzione Francese e di lavoro, il giovane parroco deve averne avuto parecchio. Il riconoscimento dei suoi meriti gli valse la nomina a canonico onorario di Parigi e nel 1825 quella a vescovo di Grenoble, consacrato dal vescovo Denis Frayssinous: in questa occasione cambiò il proprio cognome nel più aristocratico de Bruillard: chissà perchè?...Forse solo una questione di stile. Il suo episcopato fu segnato dalla commissione di importanti opere architettoniche ed artistiche, dall’incoraggiamento alla rinascita della vita religiosa nella sua diocesi, dalla reintroduzione della pratica delle visite pastorali. All’epoca dell'apparizione di La Salette-Fallavaux, Philibert de Bruillard aveva già superato gli 80 anni di età, ma nonostante l'anzianità, non gli vene meno il coraggio autorizzando il culto della Madonna di La Salette quando ancora il dibattito sul tema era controverso ed acceso. Compiuti 87 anni, benedirà la prima pietra del santuario dopo aver raggiunto il sito a dorso di cavallo: come si suol dire, una bella scorza! Nonostante l'usanza del tempo fosse quella che un vescovo rimanesse in carica per l'intera vita, il 2 luglio 1852 presentò le proprie dimissioni dalla carica di vescovo per dedicare i suoi ultimi giorni alla contemplazione, prendendo successivamente domicilio presso il convento delle Suore del Sacro Cuore di Gesù a Corenc, periferia nord di Grenoble, dal quale uscì solo una volta nei successivi sette anni, dove lo raggiungerà la morte nel 1860 e dove sarà anche seppellito. Il suo cuore non è però l'unico ad essere conservato all'interno della Basilique de Notre Dame de La Salette. Anche quello di Maximin Giraud, il pastorello protagonista dell'apparizione mariana di La Salette-Fallavaux, riposa acanto all'altare della chiesa. Nato a Corps nel 1835, la madre Anne-Marie Templier morì in giovane età lasciando Maximin, allora di appena 17 mesi di età, e la sorella Angelique, che all'epoca aveva otto anni, da soli con il padre, impiegato come carradore. Poco dopo la dipartita della moglie, Germain Giraud si risposò con Marie Court, una donna che non fu mai molto interessata ai figliastri ed anzi li trascurò spesso. Maximin Giraud crebbe quindi in modo disordinato, trascorrendo gran parte del suo tempo fuori casa in compagnia di un cane di nome Loulou e di una capretta: La frequenza scolastica non era obbligatoria all'epoca e certo questo non contribuì molto all'educazione del fanciullo: le uniche parole francesi che Maximin imparò le apprese frequentando i conducenti delle diligenze e le rimesse delle carrozze, per il resto parlava e comprendeva solo il dialetto patois. Come si buon ben capire da questi primi cenni, la sua esistenza non fu per nulla facile: nei tre anni successivi all'apparizione mariana di La Salette-Fallavaux, il suo fratellastro Jean-François, la sua matrigna e suo padre morirono. Il fratello di sua madre, chiamato poco confidenzialmente dal ragazzino oncle Templier, uomo rozzo e manipolatore, divenne pertanto il suo tutore: Maximin fu alloggiato presso un convitto condotto dalle Piccole Suore della Divina Provvidenza presso Corps, dove cominciò a frequentare gli studi, seppure con scarsissimi risultati. Durante gli interrogatori a cui fu sottoposto durante l'intera sua vita, non si confutò mai sulla storia riportata nè contraddisse la versione di Melanie Calvat, nonostante le udienze venissero sempre svolte separatamente. Giraud venne addirittura condotto, contro le disposizioni del vescovado di Grenoble ad Ars-sur-Formans, un lungo viaggio di 200km in direzione nord rispetto a Corps, nei pressi di Lione, per incontrare Jean-Marie Vianney, con il fine di essere da questi interrogato: non è noto a nessuno quello che i due si dissero quando si trovarono, fatto sta che successivamente Vianney inizialmente smentì il racconto affermando che lo stesso Giraud avesse ritrattato durante il colloquio le proprie affermazioni, generando in tal modo un malinteso che non fu mai spiegato chiaramente e che alimentò diverse congetture. Solo nel 1858, dieci mesi prima della sua morte, dopo aver pregato la Madonna di La Salette per avere sollievo dalla malattia e dai problemi finanziari che lo angustiavano, avendo in entrambi i casi ricevuto soccorso per intercessione mariana, decise di avvalorare il racconto del ragazzo e riconoscere l’apparizione. Nel 1850 Maximin entrò in seminario a Grenoble ma ben presto, nel 1852, ne uscì e iniziò a vagare da un luogo all'altro stabilendosi in diverse città tra Francia ed Italia, tra le quali anche Roma e Parigi. Nel 1859 trovò lavoro presso un ospizio per anziani. Nel 1862 a Parigi si diede agli studi di medicina che a breve abbandonò per trovare impiego presso una farmacia. Nel 1865, compì un viaggio a Roma dove, nell'aprile di quell'anno, si arruolò negli zuavi pontifici: grazie al breve periodo trascorso alla scuola di medicina gli venne assegnato l’incarico di infermiere. Questa milizia era stata istituiao nel 1861 sul modello delle omonime truppe dell’esercito francese ed era composta principalmente da soldati transalpini, belgi, olandesi e canadesi, la sua missione era ovviamente quella di difendere lo Stato Pontificio dalla minaccia costituita da un’Italia unita sotto lo stendardo del casato Savoia. In questo periodo Giraud redasse le sue memorie scritte. Non partecipò mai a scontri armati, poiché dopo appena sei mesi di arruolamento fece ritorno a Parigi. Nel 1866 pubblicò una breve opera intitolata “Ma Profession de Foi sur l'Apparition de Notre Dame de la Salette” in risposta ad un attacco lanciato dal giornale parigino "La Vie Parisienne" contro i due testimoni dell'apparizione mariana. In seguito il giornale ritratterà le proprie accuse dopo essere stato querelato da Maximin. Una certa stabilità nell'esistenza di Giraud venne apportata solo dall'ingresso nella sua vita della famiglia Jourdain, molto devota e credente verso i fatti di La Salette-Fallavaux, la quale si prese in certa misura cura di lui e pagò i suoi debiti. Nel 1869 Giraud entrò in società con un commerciante di liquori che usò il suo nome ormai famoso per aumentare le vendite della propria merce e che in realtà lo truffò, non facendogli avere alcun profitto. Nel 1870 si arruolò nell'esercito imperiale francese, subito dopo tornò a Corps, dove ricevette l’aiuto dei Missionari di Nostra Signora di La Salette. Per potersi mantenere, impiantò sul posto una rivendita di oggetti sacri relativi all’apparizione. Nel novembre 1874 fece un pellegrinaggio al Sanctuaire de Notre Dame de la Salette e di fronte ad un nutrito pubblico ripeté la storia dell’apparizione. Fu per lui l'ultima volta. La sera dell'1 marzo 1875 Maximin Giraud ricevette il sacramento eucaristico bevendo l'acqua santa della fonte del santuario. Poco dopo morì: non aveva ancora compiuto 40 anni ed era da tempo malato di idropisia. Le sue spoglie giacciono nel cimitero di Corps. Prima di morire, volle sottolineare ancora una volta il suo amore per la Madonna di La Salette e solennemente proclamò: “Io credo fermamente, perfino a costo dello spargimento del mio sangue, nella famosa apparizione della Santissima Vergine sulla sacra montagna di La Salette-Fallavaux, il 19 settembre 1846, apparizione che ho difeso con la parola e la sofferenza...È con questo spirito che consegno il mio cuore a Nostra Signora di La Salette”. Non ebbe un'esistenza molto migliore nemmeno Melanie Calvat, l'altra testimone dell'apparizione mariana. Nata a Corps il 7 novembre 1831, era la quarta di dieci figli del biscaiolo Pierre Calvat e di Julie Barnaud. La famiglia era così povera che i più giovani erano di tanto in tanto mandati per strada a chiedere l'elemosina. Ancora molto piccola, Melanie fu assunta a fare da guardiana alle mucche degli allevatori del posto. Anche Melanie non ricevette alcuna istruzione scolastica e per questo motivo era pressochè analfabeta e parlava correntemente solo il dialetto patois. Dopo l'apparizione, fu accolta per quattro anni nel convento delle Piccole Suore della Divina Provvidenza a Corenc. Nel 1850 divenne postulante dell'ordine presso cui era ospite e nell'ottobre del 1851 ebbe luogo la sua vestizione religiosa: da qui in avanti assume il nome di suor Maria della Croce che la accompagnerà per tutta la vita. Nei primi mesi del 1854 il nuovo vescovo di Grenoble, Jacques-Marie-Achille Ginoulhiac, rifiutò di concederle il permesso alla professione religiosa perché reputava non fosse spiritualmente abbastanza matura. Melanie Calvat, all'epoca ventitreenne, sostenne invece che il vero motivo del rifiuto fosse il desiderio del vescovo di ottenere il favore dell'imperatore di Francia Napoleone III Bonaparte: all’epoca il partito monarchico stava tramando per la restaurazione di un re cattolico, avversario dell'imperatore, e Melanie predicava indirettamente a favore di questo gruppo politico facendo riferimento alle critiche avanzate dalla Madonna di La Salette alla classe dirigente e clericale francese. La verità è invece che dal 1851 la ragazza cominciò a fornire versioni inesatte e poco credibili dell’apparizione, spesso unendo al racconto suoi pensieri personali, tanto che nel 1854 il vescovo di Grenoble Jacques-Marie-Achille Ginoulhiac dovette precisare in una nota ufficiale che “Le predizioni che si attribuiscono a Melanie non hanno fondamento, sono senza importanza nei riguardi del fatto de La Salette-Fallavaux…sono posteriori a quel fatto e senza alcuna connessione con esso”. Il 19 settembre 1855 sempre il vescovo scrisse: “La missione dei pastorelli è conclusa, comincia quella della Chiesa”. Purtroppo però Melanie proseguì con le sue divagazioni profetiche, orchestrate più tardi dal talento di Leon Bloy, uno scrittore animato da fervore mistico e fanatismo religioso, il quale non fece altro che gettare benzina sul fuoco. In seguito al rifiuto di professione ricevuto dal vescovo, Melanie fu autorizzata a trasferirsi in un convento condotto dalle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, ordine monacale votato al duro lavoro per aiutare i poveri. La donna continuò a parlare delle apparizioni ed a vaneggiare di un presunto complotto massonico per distruggere la Francia cattolica. Dopo tre settimane di permanenza presso questo istituto, ritornò a Corps. Nel 1854 si trasferì a Darlington, in Inghilterra, dove nel 1856 prese i voti temporanei con le Monache Carmelitane, mantenendo il nome di suor Maria della Croce che già aveva assunto in precedenza. Nel 1858 scrisse di nuovo a papa Pio IX per trasmettere quella parte del segreto che era stata autorizzata a rivelare in quell'anno: per i suoi toni duri ed anticlericali suscitò la collera di gran parte dell’episcopato francese che la reputò pazza e visionaria, considerando inattendibile quanto da lei riferito. Nel 1860, fu sciolta dal suo voto di clausura dal papa stesso ed arrivò a Marsiglia dove entrò nella Congregazione delle Suore di Nostra Signora della Compassione, periodo segnato dalla parentesi a Cefalonia, in Grecia dove Melanie si recò nel 1861 per fondare un orfanotrofio e per insegnare presso un collegio femminile, per fare infine ritorno a Marsiglia nel 1863. Nell'ottobre del 1864 fu ammessa come novizia a condizione di mantenere segreta la sua identità, ma fu riconosciuta e la sua identità non fu più segreta. All'inizio del 1867 fu rilasciata dall'ordine e su proposta di Francesco Saverio Petagna, vescovo di Castellamare di Stabia, si recò insieme ad una compagna, dopo una brevissima permanenza a Corps, a vivere in Italia, nella città campana da cui ricevette l'invito. Qui rimase per ben diciassette anni, abbozzando in tale periodo la regola di una nuova congregazione religiosa e trascrivendo a più riprese diverse versioni del segreto affidatole dalla Madonna: tra di esse quella del 1879 diede adito a diverse discordie a causa del sue accentuato tono anticlericale e di critica verso le istituzioni religiose, tanto che il testo venne in seguito inserito nell'indice dei libri proibiti dalla Santa Sede. Anche una versione successiva del segreto, scritta nel 1901 e ristampata nel 1904, dall’acceso tono antibonapartista e realista, fu inserita nello stesso elenco di testi vietati. Molti decenni dopo, il 2 ottobre 1999, il sacerdote francese Michel Corteville, durante le proprie ricerche per la tesi di laurea su La Salette-Fallavaux, rinvenne negli archivi romani i manoscritti originali, regolarmente protocollati e rubricati, dei messaggi inviati da Melanie e Maximin a papa Pio IX nel luglio 1851. Nel 1892 Melanie Calvat lasciò Castellammare di Stabia e si trasferì, aderendo all’invito di Salvatore Luigi Zola, suo padre spirituale divenuto vescovo di Lecce, nella città di Galatina, in Puglia, dove rimase per cinque anni. Proprio sul finire del suo soggiorno in questa città, ricevette la visita di un sacerdote che insistentemente l’aveva cercata nel suo girovagare: era il canonico messinese Annibale Maria di Francia. L'uomo, che sarà poi santificato da papa Giovanni Paolo II nel 2004, dopo edificanti colloqui la convinse a raggiungerlo a Messina, con il fine di assegnarle almeno per un anno la direzione formativa delle suore che gestivano la pia opera da lui fondata e rivolta ad orfane e ragazze abbandonate. Un nuovo trasferimento avvenne un anno dopo quando Melanie raggiunge per pochi mesi a Moncalieri, poi nella cittadina francese di Diou, a nord di Lione. Visitò il Sanctuaire de Notre Dame de La Salette per l'ultima volta il 18 settembre 1902. Sentendo approssimarsi la fine di quella lunga e tormentata vita, Melanie scrisse ad un’amica, Rosa Giannuzzo, di contattare il suo antico confessore, padre Alfonso Fusco, affinché le trovasse un luogo nel quale non fosse conosciuta, per vivere nell’anonimato i suoi ultimi giorni. Fusco ne parlò con il rettore del Pontificio Santuario di Pompei, il domenicano Carlo Cecchini, che le offrì ospitalità, tuttavia, essendo il luogo meta di pellegrinaggio, Melanie rifiutò. Proprio in quel periodo, Cecchini fu nominato vescovo di Altamura ed invitò nuovamente Melanie a trasferirsi nella città pugliese, dove arrivò dalla Francia il 16 giugno 1904. Colpita da una malattia febbrile, il 14 dicembre dello stesso anno Melanie Calvat fu trovata morta all'interno della sua abitazione, avendo vissuto l’ultimo periodo della sua vita nel completo anonimato: per gli altamurani era solo un'anziana signora francese che andava a messa tutte le mattine nella cattedrale. La sua identità fu rivelata solo dopo la sua dipartita. I suoi resti sono sepolti ad Altamura, per volere di Annibale Maria di Francia all’interno di una cappella dell’istituto destinato alle Figlie del Divino Zelo, anche se a causa dell’epidemia di febbre spagnola che scoppiò in quel periodo, il corpo rimase insepolto per un anno circa. Come anche Maximin Giraud, anche Melanie Calvat visse un'esistenza difficile, cercando costantemente il proprio posto in un Mondo che costantemente la analizzava, la giudicava, diffidava di lei, per alcuni era una sorta di fenomeno da baraccone, qualcosa da osservare con curioso disinteresse, un fenomeno anomalo, un corpo estraneo persino una buona parte della Chiesa Cattolica le fu ostile, motivo probabilmente di un astio che negli anni crebbe fino a diventare occasionalmente scontro aperto. Dopo la sua morte, Annibale Maria di Francia tentò di avanzare la sua causa di beatificazione, ma nonostante ciò Melanie Calvat attualmente non è beatificata né tantomeno canonizzata. Come Maximin Giraud, fu probabilmente manipolata da diversi ignobili personaggi, alcuni con programmi politici, altri solo con finalità economiche. Come Maximin non rinunciò mai a tentare di diffondere il messaggio ricevuto dalla Madonna di La Salette, non sempre perseguendo il giusto, ma costantemente con volontà e tenacia, onorando in tal modo una promessa a cui era legata, quasi costretta, dalla fede.
Le parole affidate agli uomini da Nostra Signora di La Salette urlano tutt'oggi all'interno della Basilique de Notre Dame de La Salette. fuoriescono dalle pareti, riempiono l'aria, si fanno sentire da ogni immagine e raffigurazione presente all'interno della chiesa. Ascoltarle significa rendere giustizia a parole, ad una richiesta semplice nella sua formulazione, diretta, tanto diretta da arrivare come uno schiaffo al volto di chi si mette in ascolto, come una rivelazione. Ma non sono solo le parole a colpire l'anima, anche le posture, l'apparenza materiale della Vergine Maria che ci si presenta triste, disperata, addolorata dal destino che attende scelto dall'umanità, in lacrime proprio come il più comune degli esseri umani, come tutti noi lo siamo stati tanto o poco nella vita. Ed eccola lì l'immagine affranta della Madonna di La Salette, nella forma di una statua disposta sul fondo della navata laterale interna di sinistra, accanto allo spazio celebrativo proprio nel punto della chiesa dove è custodito il cuore di Maximin Giraud, la veste dorata, una corona di raggi luminosi sul capo, in piedi ma con lo sguardo chino: una raffigurazione che chiama la preghiera ed invoca una profonda analisi su sè stessi, sul proprio operato come persona, sulle proprie priorità.
La stessa figura, questa volta in bronzo, la troviamo anche all'esterno, di fronte alla basilica, dove nel 1864 vennero posizionate alcune statue a grandezza naturale di Nostra Signora di La Salette e dei due pastorelli, nel luogo preciso dove avvenne l'apparizione. Lo scopo di queste Statue de Notre Dame de la Salette è quello di evocare i fatti di quel lontano 1846 attraverso diverse stazioni scultoree che dal basso, da una concavità del terreno sottostante il piazzale della basilica, narrano procedendo verso l'alto la storia dell'apparizione mariana, i due pastorelli che accorrono verso la "Belle Dame" piangente seduta su una roccia, poi la scena che vede i due fanciulli fermi in piedi davanti a lei ad ascoltarne le parole, infine l'ascesa di Nostra Signora di La Salette verso il cielo con i due ragazzini che la osservano nella speranza di seguirla. Quest'ultima è la stazione finale, disposta proprio di fronte all'ingresso della chiesa, sullo spiazzo di cemento, contornata da fiori e numerosi altarini sopra i quali si possono lasciare ceri votivi, lumini o semplicemente qualcosa di sè, uno scritto, una preghiera. Le statue di bronzo si posizionano nei punti precisi in cui si svolsero le fasi dell'apparizione che inscenano. Tutto intorno sono i rilievi verdi delle colline, prati erbosi, il Sole che fa il suo corso e lentamente scende cambiando progressivamente la tonalità della propria luminescenza. Il percorso è unito da una corta e comoda scalinata che collega le stazioni delle Statue de Notre Dame de la Salette e lungo la quale si dispone una bella Via Crucis composta da splendenti croci bianche. Sul fondo, presso le prime stazioni, alcuni pellegrini si raccolgono in preghiera, il silenzio che regna solenne sul posto rinfresca i pensieri e dona lui stesso ristoro.
Data particolare per questo particolare insieme di statue bronzee fu quella di domenica 8 dicembre 2024, festa dell'Immacolata Concezione: durante questa giornata la scultura della Madonna di La Salette posizionata presso la stazione più alta, quella sullo spiazzo di fronte all'ingresso della basilica, è stata vista con delle lacrime che le rigavano le guance. Tale circostanza fece gridare al miracolo, ma l'affermazione venne ben presto smentita dalle stesse autorità religiose, le quali affermarono quelle che vennero scambiate per lacrime furono invece rigagnoli d'acqua dovuti all'umidità o allo scioglimento della neve. Va bene, obietterete che solo persone dotate di una fervida immaginazione credono a questioni simile, ma chiedetevi se davvero è così. Ai miracoli spesso si stenta a credere ma lasciare spazio alla possibilità che esistano non è cosa da stupidi, sarebbe invece una severa limitazione alle possibilità infinite della mente umana privarsi della possibilità di lasciare aperto uno spiraglio all'impossibile.
A proposito di miracoli, nei pressi invece della statua della Madonna di La Salette piangente, situata più in basso, incastonata nel terreno erboso e protetta da una schermatura di vetro, sta la Source de La Salette, la sorgente miracolosa che sgorgò spontanea dal terreno al termine dell'apparizione l'apparizione mariana: minuscola, quasi difficile da scorgere ad uno sguardo un po' distratto, l'acqua di questa fonte sotterranea, soluzione miracolosa per moltissimi malati che affermano di aver ritrovato la salute dopo averla bevuta o toccata, fu già attinta subito nel corso dei primi anni successivi alle apparizioni. Si dice non ghiacci mai, nemmeno in inverno. Oggi la fonte è derivata attraverso un'opera di canalizzazione a pochi metri di distanza, presso la Fontaine de la Vierge, una piccola e semplice fontana di granito che nel 1996 venne collocata, forse per maggiore comodità, presso un contenuto spiazzo dotato di alcune panchine di pietra, al margine della concavità del terreno dove avvenne l'apparizione, in direzione dell'edificio della foresteria. Credente o no, sfido chiunque ad attingere all'acqua da questa fornata senza provare un po' di soggezione, quasi una sorta di timore. Suggestione? Forse, forse no, ciò che è importante è il lascito di speranza che una semplice acqua di fonte è in grado di fornire al più disperato, forse anche al più fortunato o razionale, degli uomini. A breve distanza dalla fontana si intravede sullo sfondo di questo scenario la statue di una santa posta su un piedistallo: si tratta di Santa Filomena, patrona dei bambini, ritratta come da tradizione a sorreggere con una mano un'ancora. La sua agiografia narra infatti di come, poco più che bambina, subì il martirio prima per annegamento venendo gettata in un fiume legata appunto ad un'ancora, tentativo di uccisione a cui sopravvisse, in seguito per decapitazione. La sua presenza sul sito ricorda di come spesso, contrariamente a quanto sostenuto da molti adulti, le orecchie più recettive sono proprio quelle dei bambini. Domina dall'alto questa parte del Sanctuaire de Notre Dame de La Salette il Cimetiere des Peres, abbarbicato sul versante di una collina a fronteggiare la facciata della basilica.
All'interno di questo piccolo cimitero, collocato in una posizione privilegiata dalla quale si gode di una magnifica vista su tutto il santuario, riposa la salma di Sylvain Marie Giraud, autore della regola dei Missionari di Nostra Signora di La Salette. Ordinato sacerdote proprio nel 1853 ad Aix-en-Provence, questo personaggio fin da subito mostrò nella predicazione doti di grande oratore. Si avvicinò all'apparizione di La Salette-Fallavaux quasi per caso, quando un amico gli donò una medaglietta di Nostra Signora di La Salette che cominciò a portare sempre al collo: decise così di informarsi sul contenuto dell'apparizione e di recarsi in pellegrinaggio sul luogo nel 1857. Entrò nella comunità dei Missionari di Nostra Signora di La Salette l'anno successivo, nel 1858, pronunciando i voti religiosi nel 1860. Morì in un ospizio a Tarascona, nei pressi di Avignone, nel 1885, ad appena 50 anni di età. La sua salma fu poi trasferita presso il Sanctuaire de Notre Dame de La Salette, il luogo a cui fu maggiormente legato in vita, per esservi sepolta. Oltre alla sua tomba, nel camposanto è ospitata anche la prima cappella costruita sul luogo dell’apparizione, la Chapelle de l'Assomption, realizzata nel 1853 ed originariamente disposta nel punto in cui la Madonna di La Salette iniziò la propria ascesa finale al cielo, di fronte alla Basilique de Notre Dame de La Salette, e successivamente trasferita proprio presso il cimitero nel 1865.
Si tratta di una piccola edicola quadrata di appena 3m di larghezza, costruita in pietra calcarea, aperta su tre lati da campate dotate di cornici decorate. Pregevoli sono anche le quattro semicolonne che ornano la metà superiore di ciascuno dei suoi angoli. Ospita al suo interno una statua della Vergine Maria a grandezza naturale che occupa interamente il suo minuscolo spazio, dislocata sotto il suo tetto solo in un secondo momento con fini di preservazione. In questo punto preciso Melanie Calvat ritrovò le vacche che si erano disperse dopo che si era addormentata insieme a Maximin Giraud poco più in là, da qui scorse il più in basso il globo di luce da cui fuoriuscì la Madonna di La Salette, richiamando su di esso l'attenzione di Maximin. Se avrete l'ardire di raggiungere questo punto rialzato compiendo la ripida ma corta salita lungo il versante collinare erboso che la accoglie, nonostante la compagnia non sia granchè, godrete del migliore degli scorci che il Sanctuaire de Notre Dame de La Salette ha da offrire, soprattutto se ci andrete poco prima del tramonto.
Da qui è possibile abbracciare con un solo sguardo tutto il santuario ed il meraviglioso ambiente che lo circonda, la stupenda facciata della basilica, le sculture di bronzo, lo spiazzo ella fontana ed all'estremità destra del campo visivo lo stretto sentiero lastricato che si spinge sinuoso sui versanti collinari, utilizzato ogni domenica alla sera per compiere una processione fiaccolata con partenza ed arrivo nella chiesa, inizio alle 20:45. Un momento intenso e comunitario, un'esperienza preziosa che ci si porta a casa tra i momenti più vividi di questo viaggio potente e (per molti versi) rivoluzionario. A fare da contraltare alla collina che ospita il Cimetiere des Peres si staglia sul versante opposto il rilievo più alto, dolce come la calotta di un cappello, del monte Planeau, alto complessivamente 1.804m.
La sua cima arrotondata, raggiungibile agevolmente percorrendo appena poche decine di metri di dislivello dal sito che accoglie il santuario lungo un sentiero circolare presidiato dalle 15 stazioni di un'altra Via Crucis, ospita la Croix de la Salette, un grande crocifisso in ferro che riproduce nella forma quello che portato dalla Madonna di La Salette al collo durante l’apparizione: è caratterizzato dalla presenza, alle estremità del bracco orizzontalo, su un lato di un martello, simbolo del peccato che inchioda Gesù alla Croce, e su quello opposto di una tenaglia, emblema della continua aspirazione cristiana verso una vita di santità. Alla base del crocifisso sta la scultura di un teschio con due femori incrociati, rappresentazione della morte inevitabile per tutti gli uomini ed esortazione a cercare quindi la salvezza in Cristo. Da questa altura, ogni mattina è possibile incontrare da vicino l'alba, osservando la luce solare che lentamente si fa strada lungo le curve delle montagne circostanti.
Il resto del Sanctuaire de Notre Dame de La Salette è rapido da riassumere. Un negozio di oggetti sacri è dislocato proprio accanto all'ingresso della foresteria. Un minuto caseggiato di mattoni separato da tutto il resto, chiamato Maison de la Reconciliation, sta sul margine dello spiazzo della basilica: presso di esso ogni giorno alcuni sacerdoti confessano i pellegrini (in diverse lingue ma non in italiano). Il messaggio di Nostra Signora di La Salette è infatti prima di tutto un messaggio di riconciliazione dell'uomo con Dio. All'interno del complesso del santuario invece si dipana un labirinto intricato di corridoi e cunicoli: uno di essi, sul retro della basilica, espone i logori indumenti indossati dai due pastorelli il giorno dell'apparizione mariana. Lì accanto, all'interno di una saletta appartata che fa da tramite tra l'esterno rivolto verso il fianco della Basilique de Notre Dame de La Salette ed i corridoi interni della foresteria, alcuni pannelli di plastica riportano, oltre alla trascrizione di un messaggio sul tema delle apparizioni di La Salette-Fallavaux rivolto da papa Giovanni Paolo II nel 1996 al vescovo di Grenoble Louis Jean Dufaux, il testo per esteso e tradotto in diverse lingue del messaggio assegnato da Nostra Signora di La Salette a Melanie Calvat e Maximin Giraud.
"Se il mio popolo non vuole sottomettersi, sono costretta a lasciare libero il braccio di mio figlio. Esso è così forte e così pesante che non posso più sostenerlo. Da quanto tempo soffro per voi! Se voglio che mio figlio non vi abbandoni, mi è stato affidato il compito di pregarlo continuamente per voi; voi non ci fate caso. Per quanto pregherete e farete, mai potrete compensare la pena che mi sono presa per voi. -Vi ho dato sei giorni per lavorare, mi sono riservato il settimo e non me lo volete concedere-, è questo che appesantisce tanto il braccio di mio figlio! Coloro che guidano i carri non sanno imprecare senza usare il nome di mio figlio. Queste sono le due cose che appesantiscono tanto il braccio di mio figlio. Se il raccolto si guasta, la colpa è vostra. Ve l'ho mostrato l'anno passato con le patate: voi non ci avete fatto caso. Anzi, quando ne trovavate di guaste, bestemmiavate il nome di mio figlio. Esse continueranno a marcire e quest'anno, a Natale, non ve ne saranno più”. A questo punto va fatta una precisazione: il termine francese pommes de terre (letteralmente "patate") utilizzato dalla Madonna di La Salette sconcerta confonde i due ragazzini, che sono analfabeti, conoscono pochissimo il francese e parlano correntemente il dialetto patois, nel cui dizionario la parola pommes sifnifica "mele", mentre il termine dialettale che indica le patate è truffa. Sentendo parlare di un frutto di cui non era semplice disporre, Melanie si volta confusa verso Maximin per cercare una spiegazione, ma la Madonna la previene abbandonando da qui in avanti il francese e proseguendo a parlare in patois. “Voi non capite, figli miei? Ve lo dirò diversamente. Se avete del grano, non seminatelo. Quello seminato sarà mangiato dagli insetti e quello che verrà cadrà in polvere, quando lo batterete. Sopraggiungerà una grande carestia. Prima di essa, i bambini al di sotto dei sette anni saranno colpiti da tremito e morranno tra le braccia di coloro che li terranno. Gli altri faranno penitenza con la carestia. Le noci si guasteranno e l'uva marcirà”. A questo punto dell’apparizione la Madonna di La Salette confida un segreto ciascuno a Maximin e a Melanie: nel rivolgersi ad uno dei due, l'altro vede solamente le labbra della "Belle Dame" muoversi senza riuscire a percepire quanto viene detto. Questo è il contenuto del segreto rivelato a Giraud come venne trascritto su dettatura del diretto interessato nel 1851 nel carteggio indirizzato a papa Pio IX: “Se il mio popolo continua quello che ti dirò arriverà prima; se cambierà un po' sarà un po' più tardi. La Francia ha corrotto l'universo, un giorno sarà punita, la fede morirà in Francia: tre quarti della Francia non praticheranno più la religione, o quasi del tutto, l'altra parte la praticherà senza praticarla veramente. Dopo ciò, le nazioni si convertiranno e la fede si riaccenderà dappertutto. Un grande paese nel nord Europa, ora protestante, sarà convertito; con il sostegno di questo paese tutte le altre nazioni del mondo saranno convertite. Prima che ciò si verifichi, ci saranno grandi disordini, nella Chiesa Cattolica e da ogni altra parte. Dopodiché, il nostro santo padre, il papa, sarà perseguitato. Il suo successore sarà un pontefice che nessuno si aspetterà. Dopo ciò verrà una grande pace, ma non durerà a lungo. Un mostro verrà a disturbarla. Tutto ciò che ti dico qui arriverà nell'altro secolo, al più nell'anno duemila". Questo è invece il testo del segreto trascritto dalle parole di Melanie Calvat sempre nel 1851, sempre destinate a papa Pio IX: “Melanie, sto per dirti qualcosa che non dirai a nessuno. Il tempo della collera di Dio è arrivato. Se la faccia della Terra non cambia, Dio si vendicherà contro il popolo ingrato e schiavo del demonio. Il mio figlio sta per mostrare la sua potenza. Parigi, questa città macchiata da ogni sorta di crimini, perirà immancabilmente; Marsiglia sarà distrutta in breve tempo. Quando queste cose succederanno, il disordine sarà completo sulla Terra; il mondo si abbandonerà alle sue empie passioni. Il papa sarà perseguitato da ogni parte, gli si sparerà addosso, lo si vorrà mettere a morte, ma non gli potranno far nulla. Il vicario di Cristo trionferà ancora una volta. I sacerdoti, i religiosi e i veri servi del mio figlio saranno perseguitati e molti moriranno per la fede di Gesù Cristo. Regnerà in quel tempo una grande fame. Dopo che saranno avvenute tutte queste cose, molte persone riconosceranno la mano di Dio su di loro e si convertiranno e faranno penitenza dei loro peccati. Un grande re salirà sul trono e regnerà per alcuni anni. La religione rifiorirà e si espanderà su tutta la Terra e la fertilità sarà grande. Il mondo, contento di non mancare di nulla, ricomincerà con i suoi disordini e abbandonerà Dio e si darà in braccio alle sue passioni criminali. Vi saranno anche dei ministri di Dio e delle spose di Gesù Cristo che si abbandoneranno ai disordini e questa sarà una cosa terribile. Infine un inferno regnerà sulla Terra; sarà allora che nascerà l’anticristo da una religiosa, ma guai ad essa: molte persone gli crederanno perché si dirà venuto dal cielo. Il tempo non è molto lontano, non passeranno due volte cinquant’anni. Mia piccola, voi non direte ciò che vi ho appena detto. Voi non direte più niente fino a quando vi dirò di dirlo”. La Madonna di La Salette prosegue quindi rivolgendosi nuovamente ad entrambi i pastorelli: “Se si convertono, le pietre e le rocce si tramuteranno in mucchi di grano e le patate nasceranno da sole nei campi”. Poi chiede: “Fate la vostra preghiera, figli miei?”. Rispondono entrambi: “Non molto, signora”. Continua Nostra Signora di La Salette: “Ah, figli miei, bisogna proprio farla, sera e mattino! Quando non potete far meglio, dite almeno un "Padre Nostro" e un'"Ave Maria"; quando potete fare meglio, ditene di più. A messa, d'estate, vanno solo alcune donne anziane; gli altri lavorano di domenica, tutta l'estate. D'inverno, quando non sanno che fare, vanno a messa solo per burlarsi della religione. In Quaresima, vanno alla macelleria come i cani. Avete mai visto del grano guasto, figli miei?”. Ribattono i fanciulli: “No, Signora, mai visto”. Allora la Madonna di La Salette si rivolge a solo a Maximin: “Ma tu, figlio mio, lo devi aver visto una volta con tuo padre verso la terra di Coin. Il padrone del campo disse a tuo padre di andare a vedere il suo grano guasto. Vi andaste tutti e due, prendeste in mano due o tre spighe, le stropicciaste e tutto cadde in polvere. Al ritorno, quando eravate a mezz’ora da Corps, tuo padre ti diede un pezzo di pane dicendoti: -Prendi, figlio mio, mangia ancora pane quest’anno perchè non so chi ne mangerà l’anno prossimo se il grano continua in questo modo-". E Maximin dice allora: “Oh, sì, Signora, ora ricordo. Prima non me lo ricordavo più!” E la "Belle Dame" conclude il proprio messaggio, non più in dialetto, ma parlando in francese: “Ebbene, figli miei, voi lo farete conoscere a tutto il mio popolo”.
Si potrebbe leggere e rileggere il discorso della Madonna di La Salette trovando sempre nuovi significati, nuovi riferimenti, sfumature non percepite prima, collegamenti con la realtà che trasportano continuamente le sue parole nell'attualità. Alcuni chiarimenti sono di dovere per cercare di decodificare il messaggio mariano Per prima cosa l'esordio del discorso ci avvisa la condotta dissoluta del genere umano che la Vergine Maria sta per denunciare avrà presto conseguenze gravi nella realtà dell'epoca moderna. Ecco quindi che si chiarisce molto distintamente il ruolo di Nostra Signora di La Salette: non è semplicemente venuta a preannunciare il castigo divino, ma a presentarsi come colei che intercede continuamente per gli uomini presso Gesù, continuando in ciò quel ruolo di mediatrice tra la Terra ed il cielo che Dio le ha assegnato. La critica che avanza si focalizza su pochi concetti particolari: la non osservanza del riposo festivo, il bestemmiare il nome di Gesù, la trascuratezza nella preghiera, la scarsa costanza nell'onorare la frequenza a messa. Sono queste le colpe principali, degne del castigo divino, che riguardano tutti indistintamente, indipendentemente dall'estrazione sociale, la nazionalità ed il grado di istruzione. Non mancano poi critiche al clero ed alla politica, artefici di una dissolutezza inaudita e senza vergogna alcuna. Ad un certo punto del proprio messaggio, la Madonna di La Salette parla di pestilenze e carestie, predizione che si avvereranno effettivamente negli anni successivi. Ricorda ai ragazzini che l’anno precedente, il 1845, le patate erano marcite, profetizzando anche che tale piaga avrebbe proseguito ad affliggere i raccolti anche negli anni successivi, tanto che quello stesso Natale non ci sarebbero più state patate da mangiare. Lo stesso dice del grano e dell’uva. Effettivamente, nel 1845 un fungo, che fu poi individuato nella Phytophthora Infestans, iniziò a distruggere le colture di tuberi, che erano peraltro l’alimento principale della parte più umile del popolo. L’anno successivo, il 1846 appunto, i contadini piantarono semi infetti, per cui tutto il raccolto andò in rovina. Il fenomeno non riguardò solo la Francia ma si verificò pressochè in tutta l’Europa. Ancora ai giorni nostri si studiano le ragioni di quell’epidemia agricola, tant’é che studiosi della North Carolina State University hanno effettuato dal 2001 al 2004 analisi sul DNA di alcune foglie di piante di patate vecchie di 150 anni, conservate dal tempo della carestia europea, scoprendo che la Phytophthora Infestans che contagiò l’Europa fu di una varietà diversa da quella all'epoca ritenuta responsabile. Come predetto dalla Madonna di La Salette, anche i vitigni vennero colpiti da un'infestazione massiva di oidio, mai comparso in Francia prima di allora, che compromise l'intero processo produttivo. Nel 1847, soprattutto in Irlanda ed in Francia, i raccolti furono eccezionalmente e drammaticamente ridotti, portando fame e miseria a larga parte della popolazione, causando numerosissimi morti e facendo schizzare alle stelle sul mercato il prezzo delle patate e del grano, beni di prima necessità colpiti in particolar modo dalla carestia. Parimenti si avvererà la strana profezia della morte dei bambini: nei primi 3 mesi del 1847 saranno infatti ben 30 i bambini morti, 63 in tutto l’anno, su una popolazione di appena 1.500 abitanti circa. E periranno proprio con i sintomi predetti dalla Madonna di La salette: un tremito improvviso e la morte dopo un'inspiegabile agonia di poche ore. Per quanto concerne invece i due segreti, dopo il 1858 essi vennero diffusi pubblicamente, suscitando reazioni differenti e contrastanti: alcuni sostennero la sua autenticità e la sua vitale importanza per la Chiesa Cattolica e per l'umanità intera, altri affermarono che la stesura del segreto avrebbe risentito di influenze negative esercitate su Melanie dalle persone che la interrogarono. La controversa versione tardiva del segreto custodito da Melanie, pubblicata nel 1879 ed inserita nell'indice dei testi proibiti dallo Stato Pontificio, recita così: “Melanie, quello che adesso ti rivelerò non dovrà restare per sempre un segreto. Nel 1858 potrai renderlo noto". Nota a margine: l'anno indicato dalla Vergine Maria a Melanie come termine per poter rivelare il segreto assegnatale, il 1858, è quello delle apparizioni di Lourdes. "I preti che sono i servi di mio figlio, proprio loro con la vita dissipata e la cupidigia di denaro, renderanno possibile la manifestazione dell'ira dell'Onnipotente. Gli uomini consacrati e i preti rimettono mio figlio di nuovo sulla croce. A causa del comportamento degli abitanti della Terra sarà chiamata l'ira del Padre del Cielo. I capi di stato e dei popoli hanno dimenticato la preghiera e la penitenza, il demonio sarà richiamato da queste stelle divenute oscure e piene di errori. L'umanità si trova alla vigilia di tristi avvenimenti e dei castighi più pesanti. La Chiesa Cattolica vivrà una crisi molto profonda. Sarà il tempo delle tenebre. La sacra fede in Dio cadrà nella dimenticanza, l'uomo senza Dio perderà l'amore per tutte le cose e ognuno vorrà essere capo di tutti gli altri. Ne seguirà una crisi senza fine con violenze ed arroganze di ogni tipo. Si avvicina questo tempo in cui si vedrà solo trionfare l'impero della sopraffazione e degli assassini, dell'odio e della menzogna, ognuno cercherà solo il proprio egoistico profitto. Non ci sarà più amore per la famiglia e la patria. Il santo padre soffrirà molto. Ma io sarò accanto a lui e accoglierò i suoi sacrifici. Il trionfo del male non sarà assicurato per sempre. I governi temporali avranno tutti lo stesso fine, quello di abbattere le basi religiose dei popoli e disperderle, per fondare il materialismo, lo spiritismo e l'ateismo. Francia, Italia, Spagna ed Inghilterra entreranno in guerra. I francesi lotteranno contro i francesi e gli italiani contro gli italiani. Ci sarà una grande guerra. Dio non sarà più onorato in Italia e in Francia, il Vangelo sarà completamente dimenticato. Il maligno entrerà in ogni casa. Molte grandi città saranno bruciate e quasi distrutte, altre inghiottite dai terremoti. Tutti crederanno che sia giunta la fine. I giusti avranno molto a soffrire, ma le loro preghiere ed i sacrifici espiatori saliranno diritti al cielo; costoro imploreranno la mia misericordia e il mio aiuto sarà loro accordato. Poi la misericordia di mio figlio comanderà gli angeli di distruggere il nemico del mondo. Improvvisamente tutti i nemici della Chiesa di Gesù Cristo saranno messi a morte e la Terra diventerà come un deserto. Dopo inizierà lentamente una nuova era in cui gli uomini della Terra si porranno al vero servizio di Cristo. La pace, l'armonia tra gli uomini e Dio e l'amore per il prossimo prenderà il sopravvento su tutto. I nuovi governanti diventeranno il braccio destro della Santa Chiesa, che sarà divenuta davvero portatrice delle virtù di Gesù Cristo. Il Vangelo sarà predicato ovunque e gli uomini faranno grandi passi verso la vera fede, poiché ci sarà unità tra i fedeli di Cristo e gli uomini vivranno dei frutti di Dio. Questa pace e concordia tra gli uomini non durerà però a lungo, ci si dimenticherà che i peccati del mondo sono l'origine di tutte le punizioni che ricadono sulla Terra. Un precursore dell'anticristo farà la sua comparsa e vorrà essere visto come il nuovo Dio. Le stagioni cambieranno, l'atmosfera anche; l'acqua e il fuoco provocheranno terribili terremoti e grandi distruzioni, montagne e città cadranno. Le stelle e la luna non avranno più la forza di risplendere. Roma perderà la fede e diventerà la sede dell'anticristo. I demoni dell'aria produrranno fenomeni prodigiosi nell'aria e sulla Terra. Gli uomini diventeranno sempre peggiori. Ma Dio si occuperà sempre dei suoi più fedeli servitori e degli uomini di buona volontà. Il Vangelo sarà predicato ovunque; tutti i popoli e tutte le nazioni conosceranno la verità di Dio. Allora potrò chiamare gli apostoli degli ultimi tempi, i fedeli discepoli di Gesù Cristo, coloro che hanno condotto una vita di umiltà e coraggiose privazioni, in contemplazione e silenzio, in preghiera ed espiazione, in unione con Dio e le cose divine. Potrò chiamare costoro che hanno vissuto immersi nella sofferenza e celati dal Mondo. Giungerà il tempo in cui essi dovranno mostrarsi per riempire il Mondo di luce. Allora io dirò loro: -Andate e mostratevi figli miei! Io sarò con voi e in voi, lottate figli della luce per la gloria di Dio e di Gesù Cristo-. Il Salvatore del Mondo, come si farà chiamare il principe delle tenebre, emergerà dall'abisso apertosi nella terra. Egli si vorrà innalzare superbo nell'aria e protendersi verso il cielo. Ma conoscerà l'alito dell'Arcangelo Michele e ne verrà soffocato. Ricadrà sulla Terra e verrà risucchiato per sempre nell’eterno abisso dell'inferno con i suoi accoliti. Poi acqua e fuoco purificheranno la Terra e tutto sarà rinnovato. Solo allora Dio sarà servito ed onorato”.
Il messaggio pronunciato da Nostra Signora di La Salette continua ad essere di attualità ancora oggi. In occasione del Concilio Vaticano II, tenutosi a Roma tra il 1962 ed il 1965, le regole riguardanti la discussione delle visioni mistiche erano già state allentate e l'indice dei libri proibiti abolito, permettendo in tal modo la ripubblicazione dei testi scritti da Melanie Calvat. Durante il recente pontificato di papa Benedetto XV fu emesso dalla Santa Sede un admonitum in cui veniva vietato ai fedeli o al clero di indagare o discuterne sulle apparizioni senza il permesso dei vescovi. Non servono tante parole, ciascuno saprà trovare nelle righe del messaggio mariano di La Salette-Fallavaux un consiglio rivolto a sè. Mettetevi in ascolto, c'è un messaggio importante per voi.
























































